L'extracomunitaria che vuol fare la sarta non può (intanto) dedicarsi alla prostituzione

Ribaltata la sentenza del Tar Lazio secondo il quale il lavoro avrebbe potuto svolgersi solo dopo la concessione del soggiorno e dunque ciò che accade nel frattempo non può interessare soprattutto quando l'attività non è penalmente rilevante

La straniera chiede il permesso di soggiorno per svolgere l'attività di sarta, la questura può espellerla se nel frattempo si dedica al mestiere più antico, quello di lucciola. A chiarirlo è stata la sesta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 4599/06 depositata lo scorso 20 luglio e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha respinto il ricorso di una donna di nazionalità albanese che si era vista negare dalla questura di Milano il permesso di soggiorno e in seguito espellere perché era stata sorpresa a svolgere attività di meretricio su una via pubblica. In effetti, la straniera aveva richiesto il permesso soggiorno per diventare una sarta, e non una lucciola. Il Tar Lazio, tuttavia, aveva accolto il ricorso della donna albanese, sostenendo che l'attività di sarta, per la quale la suddetta aveva presentato l'istanza, si sarebbe potuta svolgere solo dopo la concessione del permesso di soggiorno necessitando la relativa iscrizione all'albo . Per cui, avevano detto ancora i giudici capitolini l'attività diversa svolta dalla ricorrente non era rilevante penalmente e non era di per sé idonea a costituire oggetto della motivazione del diniego . Di diverso avviso i giudici di piazza Capo di Ferro. In effetti, hanno chiarito i consiglieri di Stato, che in base all'articolo 5 comma 5 del D.Lgs 286/98 Il permesso di soggiorno o il suo rinnovo sono rifiutati e, se il permesso di soggiorno è stato rilasciato, esso è revocato, quando mancano o vengono a mancare i requisiti richiesti per l'ingresso e il soggiorno nel territorio dello Stato, fatto salvo quanto previsto dall'articolo 22, comma 9, e sempre che non siano sopraggiunti nuovi elementi che ne consentano il rilascio e che non si tratti di irregolarità amministrative sanabili . Del resto, ha aggiunto Palazzo Spada, la straniera non disponeva di mezzi leciti di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno . Per cui, hanno concluso i magistrati amministrativi, è legittima la decisione della questura milanese di espellere la donna. cri.cap

Consiglio di Stato Sezione sesta - decisione 16 maggio-20 luglio 2006, n. 4599 Presidente Giovannini - Estensore Volpe Ricorrente ministero dell'Interno Fatto e diritto Il primo giudice, con la sentenza indicata in epigrafe, ha accolto il ricorso proposto dalla signora S. K., avente nazionalità albanese, avverso il provvedimento del questore della provincia di Milano 24 settembre 1999, n. 180, di rigetto dell'istanza di rilascio del permesso di soggiorno. La stessa, con altro provvedimento del prefetto di Milano n. 3910 in pari data, veniva espulsa dal territorio nazionale. La signora K. era stata sorpresa a svolgere attività di meretricio su pubblica via e, quindi, attività diversa da quella per la quale aveva avanzato l'istanza. Di qui l'emanazione del provvedimento impugnato. Il primo giudice ha affermato che l'attività di sarta, per la quale la suddetta aveva presentato l'istanza, si sarebbe potuta svolgere solo dopo la concessione del permesso di soggiorno necessitando la relativa iscrizione all'albo . Così che l'attività diversa svolta dalla ricorrente non era rilevante penalmente e non era di per sé idonea a costituire oggetto della motivazione del diniego. La verifica di un'attività diversa da quella denunciata nell'istanza di regolarizzazione avrebbe avuto valore solo a seguito della concessione del permesso di soggiorno e ai fini di un'eventuale revoca. La sentenza viene appellata dal ministero dell'Interno per i seguenti motivi 1 l'esercizio dell'attività di meretricio, essendo contraria all'ordine pubblico e al buon costume, sarebbe illecita e non consentita anche se solo lo sfruttamento della prostituzione è sanzionato penalmente oltre che incompatibile con una normale attività di lavoro dipendente 2 il rilascio di permessi di soggiorno a persone introdotte clandestinamente sul territorio nazionale avviate alla prostituzione costituirebbe rilevante agevolazione a organizzazioni criminali internazionali che controllano lo sfruttamento della prostituzione 3 legittimità dell'operato dell'amministrazione. La Sezione, con ordinanza 10 febbraio 2006, n. 534, ha disposto incombenti istruttori, successivamente adempiuti dall'amministrazione. Il ricorso in appello è fondato. Il provvedimento impugnato, visti gli articoli 4, 5, 6 e 13 del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 e considerato che, ai sensi del comma 5 del citato art. 5, erano venuti a mancare i requisiti richiesti per la permanenza nel territorio dello Stato essendo comprovata un'attività diversa dalla motivazione del titolo di soggiorno richiesto , riteneva l'impossibilità di autorizzare la suddetta a soggiornare nel territorio dello Stato. Ai sensi dell'art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 286/1998, l'Italia, in armonia con gli obblighi assunti con l'adesione a specifici accordi internazionali, consentirà l'ingresso nel proprio territorio allo straniero che dimostri di essere in possesso di idonea documentazione atta a confermare lo scopo e le condizioni del soggiorno, nonché la disponibilità di mezzi di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno . Ai sensi dell'art. 5, comma 5, del D.Lgs. 286/1998, Il permesso di soggiorno o il suo rinnovo sono rifiutati e, se il permesso di soggiorno è stato rilasciato, esso è revocato, quando mancano o vengono a mancare i requisiti richiesti per l'ingresso e il soggiorno nel territorio dello Stato, fatto salvo quanto previsto dall'articolo 22, comma 9, e sempre che non siano sopraggiunti nuovi elementi che ne consentano il rilascio e che non si tratti di irregolarità amministrative sanabili . Nella specie, l'indisponibilità, da parte dell'appellata, di mezzi leciti di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno comporta la mancanza di un requisito richiesto per il soggiorno nel territorio dello Stato e legittima di per sé l'emanazione del provvedimento impugnato in primo grado. Il ricorso in appello, pertanto, deve essere accolto e, in riforma della sentenza impugnata, il ricorso di primo grado va respinto. Le spese del doppio grado di giudizio, sussistendo giusti motivi, possono essere compensate. Per questi motivi il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione sesta, accoglie il ricorso in appello e, in riforma della sentenza impugnata, respinge il ricorso di primo grado. Compensa tra le parti le spese del doppio grado di giudizio. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'autorità amministrativa.