Il clandestino povero è autorizzato (di fatto) a restare in Italia

Il giustificato motivo esclude la punibilità del reato previsto dall'articolo 14 del D.Lgs 286/98

Sono giustificati i clandestini che non obbediscono all'ordine di allontanamento del questore dopo essere stati trovati senza i documenti in regola nel caso in cui il mancato rimpatrio sia dovuto alle estreme condizioni di indigenza. Lo ha chiarito la Cassazione nella sentenza 30774/06, depositata ieri e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. Con questa decisione la prima sezione penale di piazza Cavour ha, infatti, respinto il ricorso presentato dal Pg della Corte d'appello di Roma contro l'assoluzione di Malina A. N. dal reato, previsto dall'articolo 14, comma 5ter, del D.Lgs 286/98, per non avere adempiuto all'ordine di allontanamento emanato, nei suoi confronti, dal questore. Era stato il Tribunale di Roma ad assolvere la donna con la formula perché il fatto non sussiste . Il giustificato motivo che esclude la punibilità del fatto contestato era stato ravvisato - dal giudice di merito - nelle dichiarazioni dell'immigrata che aveva detto di essere sprovvista del denaro occorrente al rimpatrio . La circostanza era stata ritenuta plausibile, essendo emerso che alloggiava presso uno scalo ferroviario . Questa tesi è stata contestata - in Cassazione - dal Pg della Corte territoriale che ha fatto presente come - in base alle indicazioni della Consulta - il giustificato motivo deve avere connotazioni di necessità inevitabile, e non può consistere nel mero disagio economico dipendente dall'ingresso nello Stato senza disporre di mezzi e dalla mancanza di occupazione connessa alla situazione di clandestinità volontariamente posta in essere . La Cassazione ha obiettato che è la stessa Consulta ad affermare - nella sentenza 5/2004 - che sebbene la causa giustificativa non può essere costituita dal mero disagio economico di regola sottostante al fenomeno migratorio pure essa ben può essere integrata da una condizione di assoluta impossidenza dello straniero, che non gli consenta di recarsi nel termine alla frontiera in particolare aerea o marittima e di acquistare il biglietto di viaggio . Nel caso di Malina, ad avviso dei magistrati legittimità, il collega di merito ha fatto corretto riferimento alle dichiarazioni della donna che ha ritenuto riscontrate dalle accertate condizioni di estrema precarietà abitativa alloggiava presso uno scalo ferroviario . Questo ragionamento probatorio, concludono i giudici del Palazzaccio , non è stato contrastato dal Pg ricorrente ed appare in linea di principio corretto . Pertanto il ricorso è stato rigettato anche perché l'ordine di allentamento non era stato tradotto in una lingua conosciuta da Malina.

Cassazione - Sezione prima penale up - sentenza 25 maggio-18 settembre 2006, n. 30774 Presidente Fabbri - Relatore Bardovagni Ricorrente A. N. Malina Osserva Con la sentenza in epigrafe il Tribunale di Roma ha assolto perché il fatto non sussiste la cittadina romena A. N. Malina, imputata del reato previsto dall'articolo 14, comma 5ter, D.Lgs 286/98 in quanto trovata nel territorio dello Stato, da cui era stata espulsa mediante ordine di allentamento. Il giudicante ha fondato la decisione su duplice argomentazione doveva ritenersi sussistente il giustificato motivo che esclude la punibilità del fatto, avendo l'imputata dichiarato di essere sprovvista del denaro occorrente al rimpatrio, circostanza plausibile essendo emerso che alloggiava presso uno scalo ferroviario non risultava che avesse compreso appieno il contenuto del provvedimento esecutivo dell'espulsione, tradotto soltanto in inglese, dato che al dibattimento aveva dovuto essere assistita da un interprete di lingua romena. Ricorre per cassazione il Pg del distretto, denunciando erronea disapplicazione della norma incriminatrice. Secondo le indicazioni della sentenza n. 5 del 2004 della Corte costituzionale il giustificato motivo, pur non compreso tra le cause di giustificazione tipiche, deve avere connotazioni di necessità inevitabile, e non può consistere nel mero disagio economico dipendente dall'ingresso nello Stato senza disporre di mezzi e dalla mancanza di occupazione connessa alla situazione di clandestinità volontariamente posta in essere. Motivi della decisione Il ricorso è infondato. In particolare, non appare condivisibile l'affermazione che il giustificato motivo atto ad escludere la punibilità della condotta incriminata non possa mai essere, anche indirettamente, collegabile ad un fatto volontario dell'agente onde la stessa permanenza clandestina nello Stato e la condizione di precarietà che ne deriva sarebbero di per sé ostative alla giustificazione, rendendo pleonastica la previsione normativa . Indubbiamente, ai fini dell'esclusione dell'illiceità, occorre una ragione di particolare pregnanza che sia di ostacolo al rimpatrio. È stato al proposito autorevolmente osservato Corte costituzionale 5/2004 che la causa giustificativa non può essere costituita dal mero disagio economico di regola sottostante al fenomeno migratorio, ma ben può essere integrata da una condizione di assoluta impossidenza dello straniero, che non gli consenta di recarsi nel termine alla frontiera in particolare aerea o marittima e di acquistare il biglietto di viaggio. Quanto poi al regime probatorio, la giurisprudenza costituzionale citata ha chiarito che, come in tutti gli altri casi in cui compare la formula senza giustificato motivo - fermo restando il potere-dovere del giudice di rilevare direttamente, quanto possibile, l'esistenza di ragioni legittimanti l'inosservanza del precetto penale - lo straniero avrà, dal canto suo, un semplice onere di allegazione dei motivi non conosciuti né conoscibili dal giudicante. Nell'un caso e nell'altro - ossia tanto nel caso di rilievo ex officio che in quello di allegazione da parte dell'imputato - le situazioni integrative del giustificato motivo si tradurranno, quindi, in altrettanti temi di prova per le parti e per i poter officiosi del giudice. Nel caso di specie il giudice di merito ha fatto riferimento all'allegazione dell'interessata, che ha ritenuto riscontrata dalle accertate condizioni di estrema precarietà abitativa alloggiava presso uno scalo ferroviario . A tale ragionamento probatorio - in linea di principio corretto, alla stregua dei criteri prima enunciati - il ricorrente non oppone specifiche obiezioni. Neppure vengono formulate censure all'altro argomento posto dal giudice a quo a sostegno della decisione di acquistare il biglietto di viaggio. Quanto poi al regime probatorio, la giurisprudenza costituzionale citata ha chiarito che, come in tutti gli altri casi in cui compare la formula senza giustificato motivo - fermo restando il potere-dovere del giudice di rilevare direttamente, quando possibile, l'esistenza di ragioni legittimanti l'inosservanza del precetto penale - lo straniero avrà, dal canto suo, un semplice onere di allegazione dei motivi non conosciuto né conoscibili dal giudicante. Nell'un caso e nell'altro - ossia tanto nel caso di rilievo ex officio che in quello di allegazione da parte dell'imputato - le situazioni integrative del giustificato motivo si tradurranno, quindi, in altrettanti temi di prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice. Nel caso di specie il giudice di merito ha fatto riferimento all'allegazione dell'interessata, che ha ritenuto riscontrata dalle accertate condizioni di estrema precarietà abitativa alloggiava presso uno scalo ferroviario . A tale ragionamento probatorio - in linea di principio corretto, alla stregua dei criteri prima enunciati - il ricorrente non oppone specifiche obiezioni. Neppure vengono formulate censure all'altro argomento posto dal giudice a quo a sostegno della decisione di proscioglimento dubbio sulla comprensione dell'intimazione ricevuta, tradotta in inglese, e non nella lingua madre . Va al proposito richiamata la previsione dell'articolo 13, comma 7 del D.Lgs 286/98, secondo il quale gli atti concernenti l'espulsione devono essere comunicati all'interessato in una lingua da lui conosciuta ovvero, ove non sia possibile, in lingua francese, inglese o spagnola . La disposizione è stata ritenuta conforme al dettato costituzionale, in quanto rispondente a criteri ragionevolmente funzionali e nella loro necessaria astrattezza idonei a garantire che, nella generalità dei casi, il provvedimento espulsivo sia conoscibile dal destinatario, nel suo contenuto e in ordine alle possibili conseguenze derivanti dalla sua violazione. La norma si limita a regolare doverosamente le modalità attraverso le quali il contenuto dei decreti concernenti l'espulsione è, nella maggior parte dei casi, conoscibile dallo straniero, mentre la valutazione in concreto dell'effettiva conoscibilità dell'atto spetta ai giudice di merito, i quali devono verificare se la comunicazione del provvedimento abbia raggiunto o meno il suo scopo, traendone le dovute conseguenze in ordine alla sussistenza dell'illecito penale contestato allo straniero Corte costituzionale 257/04 . In altre parole, il giudice di merito, controllata l'osservanza delle disposizioni normative, deve poi verificare se essa sia valsa a consentire al destinatario la conoscenza effettiva del contenuto dell'ordine del questore, restando in caso contrario la condotta trasgressiva esente da pena per difetto dell'elemento soggettivo. Anche sul punto il giudice a quo ha espresso il proprio convincimento in base alla rilevata necessità di colloquiare con l'imputata mediante interprete in madre lingua. Il ricorso va perciò respinto. PQM La Corte suprema di cassazione, Sezione prima penale, rigetta il ricorso.