Inchieste sul calcio, la verità sostanziale non salva il cronista dalle imprecisioni sui particolari

La Suprema corte conferma una condanna per diffamazione su querela del presidente del Cagliari e avverte i giornalisti scatta il verdetto di colpevolezza se i luoghi dove avvengono le perquisizioni della Guardia di Finanza non sono riportati esattamente

La Cassazione - confermando una condanna per diffamazione nata da una querela sporta dal presidente del Cagliari Massimo Cellino - alza un muro di protezione attorno agli amministratori delle società calcistiche e alle sedi sociali dei club che finiscono nel mirino dei media . In particolare la Suprema corte avverte i giornalisti che seguono la cronaca sportiva - o meglio gli sviluppi giudiziari del calcio - di stare molto attenti quando scrivono, evitando imprecisioni sui luoghi dove avvengono le perquisizioni della Guardia di Finanza alla ricerca di contratti al nero sulla cessione di calciatori. Infatti anche se il prosieguo delle inchieste dimostra che la documentazione irregolare c'era, ma era custodita nella sede di un altro club, per il giornalista scatta lo stesso il verdetto di colpevolezza. La querela di Cellino - oggetto della sentenza 19368/06 qui leggibile nei documenti correlati della quinta sezione depositata il 6 giugno - era nata in seguito ad un articolo pubblicato il cinque febbraio 1999 su un quotidiano nazionale nel quale si dava notizia di una perquisizione eseguita presso la sede del Cagliari calcio ad opera della GdF, che sarebbe andata alla ricerca di carte custodite nelle casseforti segrete di molte squadre di serie A e B . Solo che ad essere perquisita non era stata la sede della squadra sarda ma quella di una diversa società calcistica , nella quale era stato sequestrato il contratto di cessione al Cagliari - dalla Lazio - del calciatore Giorgio Venturin. Per gli ermellini la portata denigratoria della notizia non consiste, ovviamente, nel fatto che un contratto tra Cagliari e Lazio fosse stato stipulato, ma nel fatto che la condotta degli amministratori di una società calcistica avesse richiamato l'attenzione degli inquirenti, tanto da indurli a disporre ed eseguire perquisizioni, nel corso delle quali sarebbero stati scoperti rapporti al nero documentati in scritture custodite con particolari modalità . Non è dunque sostenibile - sottolinea la Cassazione - che il nucleo essenziale della notizia corrispondesse al vero . Pertanto qualsiasi discorso sui futuri e non prevedibili da parte del cronista sviluppi della vicenda giudiziaria appare fuori luogo - dice piazza Cavour - in quanto è la notizia base la perquisizione e il rinvenimento di carte compromettenti a non essere vera e dunque nessun rilievo possono avere gli sviluppi futuri di tale notizia . E non basta certo il ricorso ad espressioni dubitative, allusive o insinuanti, per depotenziare la carica diffamatoria di una notizia .

Cassazione - Sezione quinta penale up - sentenza 14 febbraio-6 giugno 2006, n. 19368 Presidente Pizzuti - Relatore Fumo Pg Viglietta - Ricorrente Zunino Osserva Zumino Corrado e Mauro Ezio, giornalista il primo e direttore il secondo del quotidiano La Repubblica , furono rinviati a giudizio per rispondere entrambi di diffamazione aggravata a mezzo stampa con riferimento a un articolo pubblicato sul predetto giornale il 5 febbraio 1999 con il quale si dava notizia di indagini in corso a carico di numerose società calcistiche di serie A e B, con riferimento a contratti in nero , false fatturazioni nella compra-vendita dei giocatori, conseguenti falsità in bilancio. La querela fu presentata da Cellino Massimo, presidente del Cagliari Calcio Spa , il quale ritenne, appunto diffamata da notizie non rispondenti al vero la sua squadra . L'articolo in particolare dava notizia di operazioni della GdF tese al recupero di scritture segrete , nascoste nelle casseforti di Lazio, Milan, Napoli, Pescara e Cagliari. Per quanto riguarda tale ultima squadra, l'attenzione degli operatori, secondo l'articolo, era stata attratta dalla cessione da parte della Lazio del giocatore Venturin Giorgio. Il Tribunale di Roma, con sentenza 11 marzo 2003 dichiarava Zumino e Mauro colpevoli del reato loro ascritto e, concesse le attenuanti generiche, li condannava a pene ritenute di giustizia, oltre al risarcimento in solido del danno alla costituita Pc la società Cagliari appunto . La Corte di appello di Roma, con sentenza 10 novembre 2004, in parziale modifica della pronunzia di primo grado, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti del Mauro per improcedibilità dell'azione penale per mancanza di querela e ha confermato il resto. Ricorrono per cassazione i difensori dello Zumino, articolando tre censure. a Violazione di legge processuale e illogicità di motivazione in relazione agli articoli 129, 337, 422, 507 Cpp. La Corte romana ha erroneamente disatteso le censure relative alla procedibilità dell'azione penale con riferimento alla valida proposizione della querela. Il principio del favor querelae non è più, nel codice vigente e stante il dettato dall'articolo 529 cpv, applicabile. È noto che chiunque abbia intenzione di far valere un diritto in giudizio ha l'onere di dimostrare la propria legittimazione. Tale onere, per quel che riguarda la querela, va adempiuto nel momento della sua presentazione. Per quanto riguarda le querele proposte nell'interesse di enti e associazioni ecc., poiché l'articolo 337 Cpp pretende che nell'istanza sia indicata la fonte dei poteri di rappresentanza, è necessaria la indicazione della delibera dell'articolo dello statuto che tale potere conferisce. La Corte di appello ritiene che tale potere appartenesse al Cellino, in quanto presidente e legale rappresentante, ma non fornisce la indicazione della fonte di tale potere. La Corte di merito cade in errore in quanto identifica la carica con la fonte dei poteri di rappresentanza che consiste nell'atto che ha investito il querelante, attribuendone legittimazione a proporre querela. Già dunque sotto il profilo formale dunque la sentenza è manchevole. Ma anche sotto l'aspetto sostanziale la pronunzia è errata. Secondo il Cc al presidente o al legale rappresentante non competono poteri di straordinaria amministrazione, che sono riservati al consiglio di amministrazione. Ebbene, nonostante la inoppugnabilità di tali principi, il procedimento si è snodato attraverso alcune attività non consentite volte palesemente a sanare un originale difetto di procedibilità così in udienza preliminare, ai sensi dell'articolo 422 Cpp, e nel dibattimento, ai sensi dell'articolo 597 Cpp, sono stati acquisiti il verbale del CdA Cagliari Calcio del 3 giugno 1994, lo statuto e altro verbale del 9 giugno 1994. La Corte di appello non avrebbe dovuto fare uso di tali atti in quanto assunti dopo la presentazione della querela. In ogni caso, le predette delibere smentiscono, non confermano, la legittimazione di Cellino Massimo. Invero da esse si evince che il CdA, ai sensi dell'articolo 19 dello statuto, dispose di conferire all'amministratore unico, temporaneamente nominato, i predetti poteri stante la sospensione dalla carica di presidente erroneamente la Corte territoriale scrive della semplice previsione della sospensione . Per altro non risulta alcun verbale recante la cessazione della sospensione del Cellino. Sotto altro aspetto, la Corte romana ancora sbaglia quando ritiene che nel potere di presentare denunzie, spettante al presidente sia ricompresso anche il potere di proporre querele. La proposizione della querela infatti rappresenta atto di straordinaria amministrazione, mentre la difformità strutturale e funzionale tra querela e denunzia non consente l'assimilazione dei due istituti. b Violazione degli articoli 595, 51 Cp e 21 Costituzione. Secondo la sentenza impugnata l'attività della GdF non avrebbe mai interessato il Cagliari Calcio . Viceversa è pacifico che le indagini riguardarono anche il calciatore Venturin e la squadra il Cagliari nella quale egli giocava. Dalla stessa sentenza di appello risulta che al Pm fu sottoposta notitia criminis a carico del Cagliari appunto per la cessione del Venturin con conseguente ipotesi di reato articolo 2621 Cc per la mancata, adeguata esposizione in bilancio dell'operazione. Ebbene, è noto che,in tema di cronaca giudiziaria, la verità della notizia va valutata con riferimento al contenuto degli atti nel momento in cui vengono a conoscenza del cronista, essendo irrilevanti i successivi sviluppi dovuti alla dinamica processuale. Cosa certa è che il contrasto tra Lazio e Cagliari, relativo al Venturin esisteva e che esso fu acquisito a seguito di perquisizione, mentre è del tutto insignificante che la perquisizione sia stata eseguita presso la sede della Lazio e non presso quella del Cagliari. Il nucleo essenziale della notizia era vero anche perché copia del contratto doveva ovviamente, essere conservata anche presso la sede del Cagliari e l'informazione errata perquisizione in Sardegna era inoffensiva. Infatti, posto che il sequestro vi fu, del tutto irrilevanti appaiono il luogo e le modalità della sua esecuzione il contratto - comunque sequestrato - fu oggetto dell'indagine. In ogni caso la Corte di appello non esamina il fatto che l'articolo ha utilizzato toni cauti e non scandalistici, che esso segnala che al centro dell'attività di indagine vi fu la Lazio e non il Cagliari e che, quanto alla vicenda del Venturin, fu messo in evidenza che, allo stato non potevano formularsi che meri sospetti. c Ancora violazione degli articoli 595, 51 e 59 Cp. Risulta che il giornalista apprese le notizie da fonte autorevole e istituzionale, come si evince dal fatto che i nomi dei calciatori oggetto di indagine furono individuati con la precisione che solo una fonte qualificata poteva fornire dunque le inesattezze marginali non potevano essere riferite a una pretesa colposa inventiva del giornalista. La Corte di merito per escludere che Zumino versasse nel convincimento sia pure errato della verità della informazione, avrebbe dovuto compiere accurata analisi dell'elemento psicologico, fondandosi su dati obiettivi emergenti dall'articolo e su dichiarazioni dell'imputato. Traccia di tale accertamento è del tutto assente nella motivazione. Il 24 gennaio 2006 il difensore della Pc Cagliar Calcio Spa ha depositato memoria e conclusioni , con la quale, contrastando l'assunto esposto dal ricorrente, affermava 1 che i presupposti legittimanti alla presentazione della querela sono indicati con efficacia meramente ordinaria dal comma 2 dell'articolo 337 Cpp, che prevede l'indicazione ma non la prova della fonte dei poteri di rappresentanza, 2 che, se si tratta di società di capitali, l'onere è adempiuto con la mera indicazione della legge di rappresentanza, rientrando l'esercizio del diritto di querela nei compiti, appunto del legale rappresentante, 3 che, in ogni caso, la questione della veridicità della fonte è quaestio facti, 4 che paradossalmente il ricorrente si duole della attività di accertamento posta in essere dal Gup e dal Tribunale, attività volta a supplire di una carenza mostrata dalla Pc per la quale, come si è detto, è sufficiente l'indicazione della fonte della rappresentanza , ma dell'imputato, che ha l'onere, di disconoscere l'esistenza di detta fonte, di fornire la prova, 5 che comunque il giudicante ha sempre e indipendentemente dalla condotta processuale delle parti, il potere di integrare la prova anche, evidentemente, per quanto riguarda la sussistenza di condizioni di procedibilità , 6 che la legittimazione a proposito della querela può essere attribuita, anche in modo permanente, ad un Ad e che a tale attribuzione si è fatto luogo nella seduta CdA del 22 luglio 1992, volontà ribadita il 3 giugno 1994, quando si riconobbe anche al vicepresidente l'esercizio dei poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, con firma congiunta col presidente in vista di una eventuale sospensione di quest'ultimo dalla carica, 7 che la mancanza di espresso riferimento al potere di presentare querela accanto a quella di presentare denunzia è comunque superato dal ricordato conferimento di potere di ordinaria e straordinaria amministrazione, 8 che comunque non può ritenersi correttamente esercitato il diritto di cronaca neanche sub specie di esercizio putativo per mancanza del requisito della verità, non corrispondente al vero, come evidenziato in sentenza, che la Spa Cagliari Calcio era stata inquisita insieme alla Lazio, Milan ecc. , attesto che la Corte di appello fa preciso riferimento agli atti di un procedimento penale 9389/89 nei quali in nessun modo risulta coinvolta la società del Cellino e che è risultato falso che in casseforti segrete esistenti presso la società predetta Spa fossero custoditi contratti o scritture riservate, 9 che non correttamente nel ricorso viene indicata come notitia criminis la mera ipotesi avanzata dalla GdF, attesto che mai i dirigenti del Cagliari sono stati iscritti al registro degli indagati per tali fatti e che comunque non è certamente neutra la notizia falsa di una perquisizione eseguita presso la sede del Cagliari Calcio, ma come scrive la Corte romana, costituisce un tassello di una ricostruzione giornalistica arbitraria e fantasiosa, 10 che il riferimento a una fonte autorevole è errata e fuori luogo, atteso che la sentenza impugnata pone in evidenza come il giornalista abbia appreso le notizie da voci correnti negli ambienti giudiziari e non abbia sottoposto dette informazioni a penetranti controlli come gli impone giurisprudenza di legittimità . Il ricorso merita rigetto, il ricorrente va condannato al pagamento delle spese del procedimento. La prima censura è infondata. Invero, per quanto riguarda la querela sporta dal legale rappresentante di una società di capitali, l'onere - stabilito dall'articolo 337 comma 3 Cpp - dell'indicazione specifica della fonte dei poteri è adempiuto con la mera indicazione della legale rappresentanza, poiché essa comporta l'implicito riferimento alla legge quale fonte stessa, né può pretendersi l'indicazione della norma statutaria che, eventualmente, li limiti. Insomma l'articolo 377 comma 3Cpp, ai fini della riferibilità di una querela ad una persona giuridica, si limita a richiedere l'indicazione della fonte dei poteri di rappresentanza da parte del soggetto che la presenta e non già la prova della veridicità delle dichiarazioni di quest'ultimo punto tale veridicità pertanto deve presumersi fino a contraria dimostrazione Asn 199701131 rv 206900 . Invero compete ei qui negat dimostrare la mancanza dell' asserita rappresentanza. E questo anche perché l'esercizio dei diritto di querela rientra naturaliter tra i compiti del legale rappresentante di una società, senza necessità alcuna di specifico mandato. In particolare, ai sensi degli articoli 2384 e 2487 Cc, gli amministratori che hanno la rappresentanza di una società di capitali, possono compiere tutti gli atti che rientrano nell'oggetto sociale salve le limitazioni derivanti dalla legge o dall'atto costitutivo gli stessi possono, dunque, anche curare la presentazione di un atto di querela a tutela dell'immagine della società, trattandosi certamente di attività funzionale al raggiungimento degli scopi sociali Asn 199905549-2127664 . Dunque, non solo l'esercizio del diritto di querela, ma anche per quel che riguarda ad esempio, la costituzione di parte civile, la capacità di stare in giudizio in nome e per conto di una società devono ritenersi attribuite al rappresentante legale della stessa i relativi poteri invero al predetto soggetto spetta la correlata legittimazione formale ad esercitare nel processo i diritto conseguenti, tra i quali, tra gli altri, quelli di chiedere, con querela o denunzia, l'intervento della Ag e conseguentemente quella di conferire al difensore il mandato ad esercitare, ai sensi dell'articolo 100 comma 3 Cpp, lo ius postulandi, mediante la procedura delle liti. La prospettiva suggerita dal ricorrente va dunque esattamente rovesciata in quanto, in mancanza di un esplicito e specifico divieto da parte dell'assemblea di una società di capitali, l'esercizio del diritto di querela, pur trattandosi di un atto di straordinaria amministrazione, rientra tra i compiti del rappresentante legale e non richiede un apposito e specifico mandato Asn 19930991-rv 196432 . Quanto al fatto che la Corte cagliaritana ha ritenuto di dovere accertare essa stessa è la sussistenza di tali poteri in capo al Cellino, trattasi, per quanto sopra detto , di attività ultronea, ma certo non vietata, atteso che è stato ritenuto Asn 200241227-rv 223190 che possa essere successiva addirittura la identificazione della persona che propone la querela il che costituisce certamente un plus rispetto all'accertamento della sussistenza dei poteri in capo a tale persona ex articolo 337, comma 4 Cpp, da parte dell'autorità che la riceve. Quanto al fatto che Cellino, nel momento in cui presentava la querela, fosse stato in realtà privato di tale potere dall'organo deliberativo della società, trattasi di quaestio facti adeguatamente affrontata e risolta dal giudice di merito e che non può essere riproposta in questa sede. La censura sub b è infondata. Si apprende dalla sentenza impugnata e il ricorrente non lo nega che l'articolo pubblicato sulla Repubblica dava notizia di una perquisizione eseguita presso la sede del Cagliari Calcio ad opera della GdF, che sarebbe andata alla ricerca di carte custodite in casseforti segrete . Ebbene dalla medesima sentenza si apprende che detta perquisizione non vi fu, che dunque alcun contratto al nero fu rinvenuto e che neanche fu costata la esistenza di casseforti segrete . Non può ritenersi equivalente a tale dato quello in base al quale, nel corso della perquisizione eseguita presso diversa società calcistica, fu sequestrato un contratto che vedeva tra i contraenti il Cagliari Calcio . E ciò per la evidente ragione che la portata denigratoria della notizia non consiste, ovviamente, nel fatto che la condotta degli amministratori di una società calcistica avesse richiamato l'attenzione degli inquirenti tanto da indurli a disporre ed eseguire perquisizioni, nel corso delle quali sarebbero stati scoperti rapporti al nero documentati in scritture custodite con particolari modalità. Non è dunque sostenibile che il nucleo essenziale della notizia corrispondesse al vero. Pertanto qualsiasi discorso sui futuri e non prevedibili da parte del cronista sviluppi della vicenda giudiziaria appare fuori luogo, in quanto la notizia base la perquisizione e il rinvenimento di carte compromettenti a non essere vera e dunque nessun rilievo possono avere i futuri sviluppi di tale notizia. Quanto ai pretesi toni cauti, è noto che non basta certo il ricorso a espressioni dubitative ed allusive o insinuanti per depotenziare la carica diffamatoria di una notizia, per altro non vera cfr. tra le altre Asn 199208848-rv 191621 . Parimenti infondata è la censura sub c non potendo certamente la infondatezza della notizia essere giustificata sulla base della pretesa per altro autorevolezza della fonte dalla quale essa è stata attinta. Invero, non trattandosi di articolo pubblicato nella forma dell'intervista, è certamente il giornalista che si assume la responsabilità delle notizie che riporta. Sullo stesso dunque grava l'onere di verificare la fondatezza delle notizie stesse, senza che possa valere quale esimente la oggettiva credibilità della fonte per altro neanche rivelata nel caso di specie dal quale egli le avrebbe attinte. Il ricorrente va anche condannato al ristoro delle spese sostenute in questo grado dalla Pc, che si determinano e liquidano in complessivi euro 2000. PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed alla rifusione delle spese della parte civile, che liquida in complessivi euro 2000.