I lavoratori in mobilità devono essere scelti secondo logica

Violazione di legge se il criterio di individuazione non è trasparente annullamento del recesso del datore e reintegra ex articolo 18

Laddove il criterio di individuazione dei lavoratori da porre in mobilità risulti assente, non potendosi verificare il procedimento logico con il quale sono stati prescelti i lavoratori stessi, con ciò impedendo di rendere trasparente e verificabile la scelta del datore di lavoro, si ha violazione dell'articolo 5 legge 223/91, con conseguente annullamento del successivo recesso del datore tramite licenziamento collettivo e conseguente tutela reintegratoria del lavoratore ex articolo 18 Stat. Lav Nell'ambito della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, la rotazione risulta il criterio generale di individuazione dei lavoratori da sospendere. Da tale criterio il datore di lavoro può discostarsi soltanto ove indichi i motivi di una diversa scelta e segnali altri criteri idonei ad individuare i lavoratori da sospendere, rimanendo altresì necessario che tali diversi criteri formino oggetto della comunicazione e dell'esame congiunto. Pertanto, occorre un'esatta comunicazione alle organizzazioni sindacali dei criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere, sia nell'ipotesi in cui il datore di lavoro decida di attuare il sistema della rotazione tra i lavoratori che espletano le medesime mansioni e sono occupati nell'unità produttiva interessata alla sospensione, sia nell'ipotesi che lo stesso datore di lavoro ritenga di non adottare alcun meccanismo di rotazione. Nel caso di cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, la violazione dell'obbligo di comunicazione da un lato integra una vera e propria ipotesi di condotta antisindacale, che può formare oggetto dell'azione prevista dall'articolo 28 legge 300/70 dall'altro lato, investendo un elemento essenziale della complessa fattispecie, è causa diretta di illegittimità del provvedimento finale, perché preclude la mancata verifica del corretto esercizio del potere del datore di lavoro ed impedisce il perseguimento dello scopo previsto dalla legge, cioè la tutela della posizione dei singoli lavoratori coinvolti nella procedura. Consegue che i lavoratori che ne subiscono gli effetti, possono convenire il datore di lavoro davanti al giudice ordinario, allo scopo di conseguire, previo accertamento in via incidentale dell'illegittimità del decreto ministeriale con conseguente disapplicazione del medesimo ex articolo 5 legge 2248/1865 all. E, il pagamento della retribuzione piena e non integrata. Non è possibile applicare analogicamente alla materia della Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria la disciplina dettata in tema di Cassa Integrazione Straordinaria dall'articolo 1 comma 7 legge 223/91, atteso che per la Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria vige una normativa diversa e specifica posta dalla legge 164/75. Per tale motivo, nella cassa Integrazione Guadagni Ordinaria è necessario indicare le cause della sospensione del rapporto o della diminuzione dell'orario, della durata prevedibile nonché del numero dei lavoratori interessati, ma non è anche richiesta l'indicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da sospendere. La scelta dei singoli lavoratori da sospendere è però censurabile in ragione della violazione, da parte del datore, dei parametri di buona fede, correttezza e non discriminazione, al cui rispetto il datore stesso è tenuto quantomeno in ragione degli articoli 1175 e 1375 Cc. 1

Tribunale di Ivrea - Sezione lavoro - sentenza 6 dicembre 2006, n. 148 Giudice Morlini Ricorrente Cavallari - Controricorrente Progetto Ryan Srl Svolgimento del processo Con ricorso depositato il 14/1/2004 e poi ritualmente notificato unitamente al decreto di fissazione udienza, Bruno Cavallari conveniva in giudizio la MVO Gomme Srl di seguito, per brevità, MVO che in corso di causa variava la denominazione sociale in Progetto Ryan Srl di seguito, per brevità, Progetto Ryan . Esponeva il ricorrente che aveva lavorato presso la convenuta sin dal 1977 che a partire dal 1997, era stato posto dapprima in Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria CIGO e successivamente in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria di seguito, per brevità, CIGS che successivamente era stato posto in mobilità e licenziato collettivamente. Argomentava poi il ricorrente che i provvedimenti di CIGO, di CIGS, di mobilità e di licenziamento collettivo, erano, da un lato e sotto il profilo formale, illegittimi per violazione delle norme di legge disciplinanti gli istituti dall'altro lato e sotto un profilo sostanziale, erano poi discriminatori perché posti in essere al solo fine di sanzionare, con l'esclusione dall'azienda, l'attività sindacale, sgradita al datore di lavoro, posta in essere dal ricorrente in qualità di RSU e RSL. Per tali motivi, rassegnava le conclusioni sopra riportate, instando per la declaratoria di invalidità del licenziamento e la conseguente tutela reintegratoria nel posto di lavoro e risarcitoria per il danno subito per la declaratoria di illegittimità della sospensione per CIGO e CIGS, con condanna generica a risarcire i danni da quantificare in separato giudizio per la condanna derivante dalla pretesa discriminazione professionale ed inattività. Con comparsa depositata il 12/3/2004, si costituiva in giudizio parte convenuta, resistendo alle domande ex adverso e chiedendone il rigetto, sul presupposto della correttezza, formale e sostanziale, dei provvedimenti datoriali contestati e dell'assenza di qualsivoglia discriminazione. La causa veniva riunita con altre dieci proposte da altrettanti lavoratori sempre nei confronti della convenuta. Tuttavia, tali dieci lavoratori transigevano poi la controversia con la Progetto Ryan, e pertanto con ordinanza 23/5/2006 veniva dichiarata l'estinzione parziale ex articolo 306 Cpc, disponendo che il procedimento proseguisse solo tra il Cavallari e la Progetto Ryan. Si procedeva quindi all'istruzione tramite l'assunzione dei testi indotti dalle parti, e cioè Giuseppe Furfarò, Elmo Pierantonio Giorgis e Claudia Maria Costa Torno. All'udienza del 6/12/2006, dopo la discussione ad opera dei procuratori delle parti, questo Giudice decideva la controversia dando lettura del dispositivo che segue. Motivi della decisione a La prima domanda spiegata da parte ricorrente attiene alla denunciata illegittimità del licenziamento collettivo, comminato al ricorrente con lettera datata 23/6/2003 cfr. all. 68 fascicolo di parte ricorrente , all'esito della procedura di mobilità iniziata con comunicazione in data 4/4/2003 cfr. all. 65 fascicolo di parte ricorrente . La domanda è fondata, e come tale va accolta. Sul punto, si osserva che, ai sensi di legge l'individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità deve avvenire, in relazione alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative del complesso aziendale, nel rispetto dei criteri previsti da contratti collettivi stipulati con i sindacati di cui all'articolo 4, comma 2, ovvero, in mancanza di questi contratti, nel rispetto dei seguenti criteri, in concorso tra loro a carichi di famiglia b anzianità c esigenze tecnico-produttive ed organizzative articolo 5 comma 1 legge 223/91 il recesso di cui all'articolo 4, comma 9, è inefficace qualora sia intimato senza l'osservanza della forma scritta o in violazione delle procedure richiamate all'articolo 4, comma 12, ed è annullabile in caso di violazione dei criteri di scelta previsti dal comma 1 del presente articolo Al recesso di cui all'articolo 4, comma 9, del quale sia stata dichiarata l'inefficacia o l'invalidità, si applica l'articolo 18, legge 300/70, e successive modificazioni articolo 5 comma 3 legge 223/91 . Nel caso di specie, è documentalmente provato che la MVO ha posto in mobilità 11 lavoratori strutturalmente eccedenti rispetto alle esigenze aziendali , limitandosi a prevedere che numero, collocazione aziendale e profili professionali dei lavoratori eccedenti sono riportati in allegato , ed evidenziando in tale allegato che la mobilità riguardava nove operai addetti alla produzione su un totale di 52 operai addetti alla produzione stessa, e due impiegati addetti all'area R& D su un totale di cinque impiegati addetti a tale area cfr. comunicazione 4/4/2003, all. 65 fascicolo di parte ricorrente . Gli undici lavoratori da porre in mobilità, tra i quali il ricorrente, sono poi stati nominativamente individuati tramite l'accordo sindacale 20/7/2003, firmato dalla UIL e non anche da CISL e CGIL cfr. all. 66bis fascicolo di parte ricorrente . Ciò detto, non è revocabile in dubbio il fatto che il criterio di individuazione degli undici lavoratori da porre in mobilità risulta del tutto assente, non potendosi in alcun modo verificare il procedimento logico con il quale sono stati prescelti i nove operai addetti alla produzione su un totale di 52 operai addetti, nonché i due impiegati addetti all'area R& D su un totale di cinque impiegati addetti, con ciò impedendo radicitus di rendere trasparente e verificabile la scelta del datore di lavoro, in funzione di tutela di quei lavoratori che, subendo la scelta suddetta, si trovano in una situazione di mera soggezione. Pertanto, risulta palesemente violato il disposto dell'articolo 5 comma 1 legge 223/91, che prevede come il criterio da seguire per individuare i lavoratori da porre in mobilità sia quello previsto dai contratti collettivi stipulati con i sindacati , ovvero, in mancanza, tenendo conto di carichi di famiglia, anzianità, esigenze tecnico-produttive ed organizzative . Risultando per tabulas che nemmeno sono stati dedotti criteri previsti dai contratti collettivi, e parimenti nemmeno sono stati indicati criteri riferiti a carichi di famiglia, anzianità od esigenze tecnico produttive specificamente descritte, discende necessariamente l'illegittimità della individuazione dei lavoratori posti in mobilità, tra i quali vi era il ricorrente. Né può essere opinato, come argomenta la difesa di parte convenuta, che l'illegittimità della procedura sarebbe esclusa dal fatto che la mobilità si è conclusa con un accordo sindacale e che comunque, anche laddove dovesse opinarsi diversamente, l'illegittimità della procedura non potrebbe essere ascritta alla Progetto Ryan, essendo invece stata posta in essere dal precedente datore di lavoro MVO. Invero, con riferimento alla prima obiezione, basta replicare che, da un lato, l'accordo sindacale è stato stipulato solo da uno dei tre sindacati maggiormente rappresentativi, cioè dalla UIL, non anche da CGIL e CISL cfr. all. n. 66 fascicolo di parte ricorrente . Dall'altro lato e comunque, se anche così non fosse e se pure avessero stipulato l'accordo tutti i sindacati maggiormente rappresentativi, è di tutta evidenza che ciò non potrebbe comunque ed in alcun modo comprimere gli individuali diritti soggettivi dei lavoratori, così come conferiti e disciplinati dalla legge. Con riferimento poi alla seconda obiezione, è sufficiente evidenziare che, all'udienza del 11/11/2004, l'avvocato della convenuta ha dichiarato che la MVO ha semplicemente variato la denominazione sociale in Progetto Ryan dal 28/7/2004 , ciò che rende del tutto evidente come sia la medesima società, la quale ha semplicemente successivamente mutato denominazione, ad avere posto in essere i comportamenti oggetto di causa, e come quindi sia evidente che la Progetto Ryan debba oggi rispondere per tali comportamenti, da essa stessa posti in essere allorquando aveva la diversa denominazione sociale di MVO. Laddove poi fosse invece avvenuta una fusione per incorporazione od una cessione di azienda, cosa peraltro nemmeno dedotta dal difensore della convenuta, la Progetto Ryan dovrebbe comunque sempre rispondere dei fatti di causa, e ciò rispettivamente ex articoli 110 Cpc o 2112 Cc. In ragione di tutto quanto sopra, deve conclusivamente darsi atto dell'illegittimità dell'individuazione dei lavoratori da porre in mobilità, tra i quali il ricorrente, per violazione dell'articolo 5 comma 1 legge 223/91. Ciò detto, va evidenziato che, secondo il piano disposto normativo, il conseguente successivo recesso datoriale risulta annullabile in caso di violazione dei criteri di scelta previsti dal comma 1 del presente articolo , derivando da ciò il fatto che si applica l'articolo 18, legge 300/70, e successive modificazioni articolo 5 comma 3 legge 223/91 . Discende che, in accoglimento della domanda di parte ricorrente, deve annullarsi, ex articolo 5 comma 3 legge 223/91, il licenziamento intimato da parte convenuta al ricorrente tramite recesso dal rapporto di lavoro ai sensi dell'articolo 4 comma 9 legge 223/91 e con lettera 23/6/2003 cfr. all. 68 fascicolo di parte ricorrente . Sempre in accoglimento della domanda ed in conformità a quanto disposto dallo stesso articolo 5 comma 3 ultima parte legge 223/91, all'annullamento del recesso datoriale consegue l'applicazione dell'articolo 18 legge 300/70, con ordine di reintegra del ricorrente e condanna del datore al risarcimento del danno patito dal lavoratore, commisurato all'entità della retribuzione globale di fatto ed al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento, id est il 1/7/2003, al momento dell'effettiva reintegrazione articolo 18 comma 4 legge 300/70 . b Muovendo ora all'esame delle successive domande, si evidenzia come parte ricorrente richieda la condanna generica di parte convenuta a risarcire il danno derivato dall'illegittima sospensione in CIGS, riservando ad un separato giudizio la quantificazione di tale danno, censurando il provvedimento di sospensione in CIGS, oltre che per finalità asseritamente discriminatorie, anche per violazione delle regole procedimentali previste dalla legge 223/91. Anche in questo caso, la domanda è fondata, e come tale va accolta. E' infatti noto che le Su della Corte di cassazione, componendo un contrasto giurisprudenziale circa l'interpretazione dei commi 7 ed 8 dell'articolo 1 legge 223/91 ed aderendo alla tesi già fatta propria da Cassazione lavoro, 11263/98 e 2882/98, con la pronuncia n. 302/2000 hanno chiarito che l'onere del datore di lavoro in ordine alla comunicazione ed all'eventuale esame congiunto, riguarda, in generale, i criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere, ivi compresi quelli concernenti le modalità della rotazione ove prevista. Spiega infatti la Sc, nel suo più autorevole consesso, che quello della rotazione è un criterio generale, dal quale il datore di lavoro può discostarsi soltanto se indica, nel programma che accompagna la richiesta di integrazione salariale, i motivi di questa diversa scelta mediante la segnalazione di altri criteri idonei ad individuare i lavoratori da sospendere, ed anche questi diversi criteri, per conseguenza, debbono formare oggetto della comunicazione e dell'esame congiunto. Quindi, occorre un'esatta comunicazione alle organizzazioni sindacali dei criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere, sia nell'ipotesi in cui il datore di lavoro decida di attuare il sistema della rotazione tra i lavoratori che espletano le medesime mansioni e sono occupati nell'unità produttiva interessata alla sospensione, sia nell'ipotesi che lo stesso datore di lavoro ritenga di non adottare alcun meccanismo di rotazione. Scopo della disposizione di legge, infatti, è quello di rendere trasparente e verificabile la scelta del datore di lavoro in funzione di tutela di quei lavoratori che, subendo la scelta suddetta, si trovano in una situazione di mera soggezione. Sulla base di queste considerazioni si deve ritenere che la comunicazione sia stata prevista per assolvere ad una duplice funzione, essendo diretta, per un verso, a porre le organizzazioni sindacali in grado di concordare la scelta dei lavoratori da sospendere, e, per un altro verso, ad assicurare la tutela degli interessi dei lavoratori in relazione alla crisi dell'impresa. Tenuto conto della duplice funzione sopra delineata, la violazione dell'obbligo di comunicazione da un lato integra una vera e propria ipotesi di condotta antisindacale, che può formare oggetto dell'azione prevista dall'articolo 28 legge 300/70. Dall'altro lato, investendo un elemento essenziale della complessa fattispecie, è causa diretta di illegittimità del provvedimento finale, perché preclude la mancata verifica del corretto esercizio del potere del datore di lavoro ed impedisce il perseguimento dello scopo previsto dalla legge, id est la suddetta tutela della posizione dei singoli lavoratori coinvolti nella procedura consegue che i lavoratori che ne subiscono gli effetti, possono convenire il datore di lavoro davanti al giudice ordinario, allo scopo di conseguire, previo accertamento in via incidentale dell'illegittimità del decreto ministeriale con conseguente disapplicazione del medesimo ex articolo 5 legge 2248/1865 all. E, il pagamento della retribuzione piena e non integrata. Alla luce di tale insegnamento della Suprema Corte, che questo Giudice condivide e dal quale non ha motivo di discostarsi, avendone tra l'altro già fatto governo anche con la propria precedente sentenza di Trib. Ivrea n. 54/2005, va verificata la correttezza delle comunicazioni poste in essere dalla MVO nel caso che qui occupa. In tema, è facile osservare che, con riferimento alla prima CIGS applicata al ricorrente nel periodo 21/8/2000-20/8/2001 e di cui al verbale sindacale del 26/7/2000 cfr. all. 51 fascicolo di parte ricorrente , relativamente ai lavoratori da sospendere, l'azienda si limita a dare atto che per ragioni di ordine tecnico organizzativo, connesse al mantenimento dei normali livelli di efficienza, ritiene di non adottare meccanismi di rotazione tra i lavoratori occupati nelle unità produttive interessate dalle sospensioni , ed a prevedere pertanto la sospensione di n. 120 lavoratori di cui n. 40 a zero ore e n. 80 ad orario ridotto a decorrere dal 21/8/2000 per mesi 12 , senza fornire alcun criterio di individuazione degli stessi. Da ciò, discende con assoluta evidenza che, disattendendo gli obblighi imposti dall'articolo 1 comma 7 legge 223/91, così come interpretato dalla sentenza di Cassazione Su 302/00 sopra riassunta, non è minimamente indicato, neppure per linee essenziali e generiche, il criterio di individuazione dei lavoratori da sospendere, chiarendosi solo che non si sarebbe utilizzato il criterio della rotazione, ma non chiarendosi in alcun modo quale diverso criterio alterativo sarebbe stato utilizzato. Allo stesso modo, anche con riferimento alla seconda CIGS applicata al ricorrente nel periodo 2/7/2001-1/7/2003 e di cui al verbale sindacale del 28/6/2001 cfr. all. 57 fascicolo di parte ricorrente , relativamente ai lavoratori da sospendere, l'azienda si limita a dare atto che per problematiche tecnico produttive non è possibile rotazione , ed a prevedere soltanto la sospensione di un numero massimo di 30 lavoratori a zero ore , nuovamente senza minimamente fornire alcun criterio identificativo sostitutivo della rotazione stessa. Discende pertanto anche in questo caso che risulta vulnerato l'obbligo imposto dall'articolo 1 comma 7 legge 223/91, non essendo indicato, neppure per linee essenziali e generiche, il criterio di individuazione dei lavoratori da sospendere. In base a tutte le argomentazioni di cui supra, deve concludersi nel senso dell'illegittimità delle due procedure di CIGS scaturite dal verbale di esame congiunto del 26/7/2000 e dal verbale di accordo del 28/6/2001 di cui agli allegati 51 e 57 del fascicolo di parte ricorrente, per violazione dell'articolo 1 comma 7 legge 223/91. Va quindi accolta la richiesta del ricorrente di condanna generica della Progetto Ryan a risarcire i danni subiti da Bruno Cavallari, relativamente ai quali si è fatta riserva di quantificazione in separato giudizio, per l'illegittima sospensione in CIGS. c Con un'ulteriore e terza domanda, parte ricorrente richiede altresì la condanna generica di parte convenuta a risarcire il danno derivato dall'illegittima sospensione in CIGO, argomentando che tale illegittimità deriva sia dalla violazione di norme procedimentali, sia dalle finalità discriminatorie con le quali tale provvedimento sarebbe stato emesso, al fine di reagire all'attività sindacale svolta dal Cavallari in azienda. Tale domanda è infondata, e come tale va rigettata. Invero, con riferimento al primo profilo di doglianza, pur dovendosi dare atto che la tecnica narrativa di parte ricorrente risulta poco lineare ed addirittura confusa con riferimento agli specifici rilievi procedimentali mossi, si osserva che il Cavallari sembra censurare l'illegittimità della procedura per gli stessi motivi illustrati relativamente all'illegittimità della CIGS, e cioè per la mancata indicazione, da parte del datore di lavoro, dei criteri di scelta dei lavoratori da sospendere, in violazione dell'articolo 1 legge 223/91 cfr. prima parte di pagina 7 del ricorso, che pare dettata sia in tema di CIGS, sia in tema di CIGO pag. 15 del ricorso, ove, dopo avere dedotto l'illegittimità di CIGS e CIGO, si argomenta che mai venivano specificati i criteri dei lavoratori da sospendere pag. 16-17 del ricorso, ove si eccepisce che è stato violato un altro principio normativo prescritto dalla legge n. 223/1992, cioè la rotazione dei lavoratori in CIGO . Così come proposta, la censura è in realtà frutto di un evidente errore di prospettiva giuridica, atteso che, contrariamente a quanto dato per assodato dalla difesa di parte ricorrente, non è possibile applicare analogicamente alla materia della CIGO, la disciplina dettata in tema di CIGS, quale l'articolo 1 comma 7 legge 223/91, atteso che per la CIGO vige una normativa diversa e specifica, posta dalla legge 164/75. Ciò detto, è di documentale evidenza che, contrariamente a quanto previsto dalla legge 223/91, la legge 164/75 richiede l'indicazione delle cause della sospensione del rapporto o della diminuzione dell'orario, della durata prevedibile nonché del numero dei lavoratori interessati cfr. in particolare articoli 5 e 7 legge 164/75 , tutti parametri pienamente rispettati dai provvedimenti di CIGO censurati dal ricorrente cfr. in particolare all. 17, 18 e 49 fascicolo di parte ricorrente , ma non richiede anche l'indicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da sospendere. Per tale motivo, assolutamente priva di pregio giuridico è la pretesa di considerare illegittima la CIGO per mancata indicazione del criterio di scelta dei lavoratori, in ragione della non applicabilità alla fattispecie dell'articolo 1 comma 7 legge 223/91, dettato in tema di CIGS e non anche di CIGO. Con riferimento invece al secondo profilo di doglianza, è certamente vero che, in linea teorica, ben potrebbe censurarsi la scelta dei singoli lavoratori posti in CIGO, in ragione della violazione, da parte del datore, dei parametri di buona fede, correttezza e non discriminazione, al cui rispetto il datore stesso è tenuto quantomeno in ragione degli articoli 1175 e 1375 Cc e che la sospensione in CIGO di un lavoratore in ragione del suo impegno sindacale, sarebbe senza dubbio alcuno discriminatoria e posta in essere in violazione dei parametri di buona fede e correttezza sopra enunciati. Tuttavia, ad avviso del Giudice, parte ricorrente non ha affatto provato l'esistenza di tale intento discriminatorio. Non si ignora infatti che il teste Furfarò, sindacalista della CGIL e per la verità unico tra i testi escussi a riferire la circostanza, ha riferito di profili di illegittima attività antisindacale posta in essere dal datore di lavoro nei confronti del Cavallari, quali la mancata convocazione del Cavallari stesso ad alcune delle riunioni della RSU o la convocazione ritardata solo a seguito di insistenze circostanze peraltro negate dal teste Giorgis e ricostruite dal teste Costa Torno come meri rapporti sindacali tesi , ovvero quali la richiesta del proprietario della MVO alla CGIL di sostituire il Cavallari con altri lavoratori come presenza di RSU in azienda circostanza negata dalla Progetto Ryan, che evidenzia piuttosto l'esistenza di sanzioni disciplinari comminate dalla MVO al Cavallari e confermate dopo impugnazione o nemmeno impugnate . Tuttavia, pur dandosi atto dell'oggettiva antisindacalità di tali comportamenti, ciò che non può certamente dirsi provato, neppure con procedimento logico-presuntivo ex articolo 2729 Cc, è che i provvedimenti di CIGO, relativi a diverse decine di colleghi di lavoro del Cavallari occupati in tutti i settori aziendali, hanno colpito il Cavallari stesso, al contrario degli altri lavoratori, non in quanto dipendente di MVO, ma in quanto sindacalista. Anzi, appare piuttosto che il Cavallari, sotto questo profilo di doglianza, ritenga non tanto di censurare con argomenti specifici il provvedimento di CIGO, ma pretenda piuttosto di essere escluso tout court dal novero dei destinatari dei provvedimenti di integrazione salariale che hanno colpito i suoi colleghi di lavoro, in ragione del suo impegno sindacale, ciò che ovviamente ed in tutta evidenza non è possibile. Conclusivamente sul punto, quindi, va rigettata la domanda di condannare il datore di lavoro a rifondere i danni asseritamente cagionati al Cavallari per la sospensione in CIGO, atteso che le violazioni procedimentali denunciate non attengono alla materia della CIGO, e che i profili di discriminazione dedotti non sono stati provati. d Con la quarta ed ultima domanda azionata in causa, parte ricorrente richiede la condanna della convenuta a risarcire i danni derivanti dalla pretesa discriminazione professionale subita, e quelli relativi al danno professionale derivato dall'inattività . Anche tale domanda, come quella precedente, è infondata, e va quindi rigettata. Con riferimento infatti al danno da discriminazione professionale , lo stesso deve essere ritenuto radicalmente insussistente, in ragione del fatto che nessuna discriminazione è stata ritenuta provata, come evidenziato nel paragrafo precedente. Consegue necessariamente il rigetto della relativa domanda. Quanto poi al danno professionale derivato dall'inattività , e quindi dall'illegittima sospensione in CIGS e dall'illegittimo licenziamento, occorre distinguere. Invero, se tale voce di danno è riferita al lucro cessante di natura patrimoniale, lo stesso, con riferimento al licenziamento, è già pienamente ristorato dall'applicazione dell'articolo 18 Stat. Lav., tramite l'ordine di riassunzione e la condanna del datore a pagare le retribuzioni ed a versare i contributi dal momento del licenziamento alla riassunzione, con conseguente infondatezza dell'ulteriore domanda risarcitoria con riferimento alla sospensione in CIGS, la quantificazione del danno è invece preclusa in questa sede, in ragione della riserva di quantificazione in separato giudizio formulata da parte ricorrente, che presumibilmente porterà alla condanna del datore a pagare al Cavallari le differenze tra la retribuzione non percepita e l'indennità di cassa percepita, relativamente al periodo di sospensione. Nuovamente infondata è la domanda risarcitoria se la voce di danno è invece riferita al preteso impoverimento professionale del Cavallari, per non avere lavorato nel tempo in cui è stato sospeso in CIGS e licenziato. Sul punto, basta osservare che, anche a volere prescindere dalla riserva di agire in separato giudizio per il danno subito in CIGS, risulta dirimente il rilievo per cui Cavallari non ha provato, e per la verità nemmeno dedotto, in cosa sarebbe consistito il danno alla sua professionalità, quella di disegnatore ed aiuto progettista, derivante dalla sua assenza dal lavoro per il periodo di CIGS e per il periodo successivo al licenziamento. e Per quanto concerne infine le spese di lite, si evidenzia che, in ragione di tutto quanto argomentato, risultano accolte due delle quattro domande azionate in ricorso. E' quindi integrata una forma di soccombenza parziale anche di parte ricorrente, e pertanto stimasi equo, in ragione del disposto di cui all'articolo 92 comma 2 Cpc, compensare la metà delle spese di lite, condannando parte convenuta, soccombente comunque sulla questione relativa al licenziamento collettivo e sull'invalidità della sospensione in CIGS, a rifondere a parte ricorrente la rimanente metà, liquidata come da dispositivo in assenza di nota. PQM il Tribunale di Ivrea in funzione di Giudice del Lavoro definitivamente pronunciando nella causa proposta da Cavallari Bruno nei confronti di Progetto Ryan Spa già MVO Gomme Srl, tramite ricorso depositato il 14/1/2004 nel contraddittorio tra le parti, in parziale accoglimento del ricorso e respinta ogni altra domanda annulla il licenziamento intimato da MVO Gomme Srl, ora Progetto Ryan Srl, a Cavallari Bruno con lettera datata 23/6/2003, e conseguentemente ordina la reintegra di Cavallari Bruno e condanna Progetto Ryan Srl al risarcimento danni tramite il pagamento della retribuzione globale di fatto dal 1/7/2003 sino all'effettiva reintegra, ed il versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal 1/7/2003 sino all'effettiva reintegra dichiara tenuta e condanna Progetto Ryan Srl a risarcire il danno derivato a Cavallari Bruno dalle due illegittime sospensioni per Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria scaturite dal verbale di esame congiunto del 26/7/200 e dal verbale di accordo del 28/6/2001, da quantificarsi in separato procedimento rigetta la domanda di condannare Progetto Ryan Srl al risarcimento danni per avere sospeso Cavallari Bruno in Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria rigetta la domanda di condannare Progetto Ryan Srl al risarcimento dei danni da discriminazione e da inattività dichiara tenuta e condanna Progetto Ryan Srl a rifondere a Cavallari Bruno la metà delle spese di lite, quantificate per tale metà in 2.500,00, oltre IVA, CPA ed articolo 14 TP compensa tra le parti la rimanente metà delle spese di lite. 1