Legali, il ""decalogo"" della Corte sui giudizi della disciplina

di Francesco Antonio Genovese

1 Non sussiste l'obbligo di astensione, ai sensi dell'articolo 51, n. 4, Cpc, in capo al componente del Consiglio nazionale forense che abbia fatto parte del collegio che si sia pronunciato in ordine alla rituale o meno introduzione del giudizio, pervenendo ad una decisione di inammissibilità del ricorso, in quanto non può ritenersi che ciò configuri l'aver già conosciuto del processo in un altro grado di esso. 2 In tema di procedimento disciplinare a carico di avvocati, ai fini della validità delle deliberazioni adottate dal Consiglio nazionale forense non è necessario che ad esso partecipi, assumendo il ruolo di Presidente del collegio giudicante, il presidente o uno dei vicepresidenti del Consiglio stesso, in quanto tale ruolo verrà ricoperto - come in ogni collegio giudicante - da chi ha l'investitura formale di presidente di sezione o dell'organo e, in mancanza, dal vicepresidente o dal più anziano dei presenti. 3 È manifestamente infondata, alla luce della sentenza 262/03 della Corte costituzionale, la questione di legittimità costituzionale della intera disciplina del procedimento disciplinare a carico degli avvocati, che, a causa del numero ristretto dei componenti dell'organo disciplinare, può rendere difficoltoso garantire la terzietà del giudice attraverso un adeguato meccanismo di incompatibilità, in quanto l'eliminazione dell'inconveniente potrebbe verificarsi non mediante la correzione di un dettaglio che non alteri il sistema normativo da parte della Corte costituzionale, ma solo a mezzo del venir meno di tale giurisdizione speciale e domestica, ovvero con una radicale modifica dell'intero sistema, di competenza del legislatore e non della Corte costituzionale Nella specie, l'avvocato sottoposto a procedimento disciplinare aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale rilevando che il collegio che aveva deciso sull'istanza di ricusazione da lui proposta era stato composto in parte da giudici da lui ricusati, e che la normativa vigente non consentiva mediante adeguate sostituzioni di porre rimedio a situazioni di incompatibilità . 4 Nel procedimento disciplinare a carico degli avvocati, il termine entro il quale, a norma dell'articolo 48 Rd 37/1937, l'incolpato, il suo difensore e il Pm possono prendere visione degli atti del procedimento, produrre documenti e indicare testimoni, contenuto nella citazione ad essi notificata, deve ritenersi perentorio. 5 In tema di procedimenti disciplinari nei confronti degli avvocati, il comportamento illecito del professionista perseguibile con il procedimento di cui al Rdl 1578/33 non consiste esclusivamente in condotte contrarie a prescrizioni di legge civile o penale, e neppure si esaurisce nelle ipotesi individuate dal codice deontologico approvato dal Cnf, potendo essere sanzionati disciplinarmente, in quanto contrari alla deontologia professionale, anche comportamenti atipici, quali quelli che integrano - come nella specie - un abuso degli strumenti che l'avvocato deve esercitare nell'interesse dei propri assistiti, contrastante con l'esigenza generale di evitare il moltiplicarsi delle controversie qualora queste non corrispondano agli interessi sostanziali degli assistiti né la rilevanza di condotte atipiche può suscitare dubbi di legittimità costituzionale dell'articolo 56 del citato Rdl 1578/33, in quanto la discrezionalità dell'organo rappresentativo della categoria nella ricostruzione dei principi deontologici si svolge all'interno dei binari tracciati dalla legge ed in primo luogo dalla legge costituzionale. Nella specie, la Sc ha confermato la sentenza del Consiglio nazionale forense con la quale si affermava che commette un abuso il professionista che promuova ripetute azioni esecutive nonostante abbia ricevuto serie e ragionevoli proposte di transazione o una offerta di pagamento, o addirittura un pagamento mediante assegno circolare o un bonifico . È quanto emerge dalla cinque massime ufficiali relative alla sentenza 2509/06 delle Sezioni unite civili della Cassazione, depositata il 7 febbraio scorso e qui integralmente leggibile tra i documenti correlati. di Francesco Antonio Genovese La sentenza 2509/06 si segnala per le problematiche di rilevante interesse svolte nell'ambito, sempre più frequentato, della cosiddetta giurisdizione disciplinare riguardante gli avvocati. Una giurisdizione che, come emerge dalla terza massima, ha ormai esaurito il suo ciclo storico e mostra tutte le crepe che la stanno minando. Ma andiamo con ordine. Sulla prima massima non si segnalano precedenti in termini. Ma è opportuno che la sua premessa logico-giuridica è rappresentata dall'orientamento delle stesse Sezioni unite, secondo cui le funzioni esercitate in materia disciplinare dai Consigli locali dell'Ordine degli avvocati, e il relativo procedimento, hanno natura amministrativa e non giurisdizionale è perciò manifestamente inammissibile, in riferimento al principio del giusto processo, sancito dall'articolo 111 Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 38 del Regio decreto legge 1578/33 convertito dalla legge 36/1934 , e degli articoli 47, 50 e 51 del Regio decreto 37/1934, nella parte in cui non prevedono la distinzione tra organo che delibera sull'incolpazione disciplinare e organo che stabilisce l'apertura del medesimo procedimento, e ciò stante la non pertinenza del parametro, attesa la riferibilità della norma costituzionale evocata alla sola attività giurisdizionale. Sulla seconda questione, le stesse Sezioni unite avevano affermato, in un lontano precedente riguardante gli ingegneri la sentenza 13714/91 che la norma dell'articolo 51 n. 4 Cpc, relativa all'obbligo di astensione del giudice che della causa ha conosciuto come magistrato in altro grado del processo , non è applicabile nell'ipotesi di cassazione per error in procedendo con rinvio cosiddetto restitutorio o improprio al medesimo giudice che ha emesso la decisione cassata, atteso che tale giudizio di rinvio diversamente da quanto accade nell'ipotesi di rinvio cosiddetto proprio a seguito di annullamento per i motivi di cui ai nn. 3 e 5 dell'articolo 360 Cpc non si configura come un grado diverso ed autonomo da quello concluso dalla sentenza cassata. Tale indirizzo è stato poi seguito da numerose altre pronunce e può dirsi abbastanza saldo, salvo ripensamenti che potrebbero aversi a partire da diversa considerazione della questione, eventualmente sollecitata alla luce dell'articolo 111 Costituzione, nella sua nuova versione. Il terzo principio, invece, riguarda la questione più complessa e finisce per toccare il nervo più scoperto della disciplina della giurisdizione disciplinare forense, al punto che le stesse Sezioni unite finiscono per ritenere, con il principio enunciato, incostituzionale nella sostanza tale disciplina al punto da non poterla rimettere all'esame del Giudice delle leggi, per la complessità dell'intervento demolitorio necessario alla sua messa in conformità a Costituzione, e per la successiva problematica ricostruzione della disciplina, ove questa si rendesse conseguente a quella ablazione. La Corte di cassazione, peraltro, in precedenza non ha voluto vedere tali problematici profili e ha più volte affermato che le disposizioni dell'articolo 43 del Rdl 37/1934, così come modificate dall'articolo 22 del D.Lgs luogotenenziale 382/44, sulla composizione del Consiglio nazionale forense ai fini della validità delle sue deliberazioni in base alle quali occorre la presenza di almeno un quarto dei suoi componenti, compreso il presidente o uno dei due vicepresidenti si applicano anche alle pronunce nella materia disciplinare, senza che la mancata previsione di un numero fisso di componenti nel collegio giudicante e cioè di un collegio perfetto vulneri l'esigenza costituzionale di indipendenza degli organi con attribuzioni giurisdizionali oppure rappresenti una violazione dell'articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, del 4 novembre 1950 ratificata con la legge 848/55 , nella parte in cui tutela il diritto ad essere giudicati da un tribunale indipendente ed imparziale costituito per legge Sezioni unite, sentenza 39/1999 e altre conformi . Sul quarto principio, riguardante le garanzie difensive con riferimento al diritto probatorio, le Sezioni unite hanno stabilito che l'articolo 45 del Rdl 1578 prevede la concessione all'incolpato - chiamato a rispondere all'udienza di discussione davanti al Consiglio dell'ordine professionale - di un termine minimo inderogabile di almeno dieci giorni per comparire all'indicata udienza per essere sentito sulle sue discolpe mentre può essere inferiore a dieci giorni il termine che, a norma dell'articolo 48 del regolamento di cui al Rd 37/1934, il Consiglio dell'ordine deve indicare nella citazione da notificare all'incolpato , entro il quale l'incolpato medesimo, il suo difensore ed il pubblico ministero potranno prendere visione degli atti del procedimento, proporre deduzioni ed indicare testimoni sentenza 5394/95 . Inoltre, la disciplina dei procedimenti disciplinari contro gli avvocati, improntata ad una certa semplicità di forme, ferma restando l'esigenza della salvaguardia del diritto di difesa, e caratterizzata dalla ammissibilità della difesa personale dell'interessato, presenta esigenze a cui rispondono nella maniera più adeguata i tempi e i modi del processo civile per quanto non sia disciplinato con disposizioni specifiche o con il richiamo di puntuali regole del processo penale , nei quali, in linea di massima è rimessa alla iniziativa delle parti la pronuncia delle nullità, per la preferenza del legislatore per una limitazione della rilevanza dei relativi vizi. Conseguentemente l'omessa indicazione dei testimoni nella citazione dell'incolpato davanti al locale Consiglio dell'Ordine degli avvocati non è deducibile come causa di nullità della decisione adottata da tale organo in particolare, sulla base di generici principi sulla trasparenza dell'attività amministrativa o di regole dei procedimenti disciplinari nei confronti di pubblici impiegati , se l'interessato nulla abbia dedotto contro l'ammissione dei testi ammessi e abbia avuto modo di far valere ampiamente le sue ragioni, indicando a sua volta le persone da sentire in ordine agli addebiti Sezioni unite, sentenza 39/1999 . Più specificamente, con riferimento al tema testimoniale, l'omessa indicazione dei testimoni nella citazione dell'incolpato davanti al locale Consiglio dell'ordine degli avvocati non è deducibile come causa di nullità della decisione adottata da tale organo, se l'interessato nulla abbia dedotto contro l'ammissione dei testi e abbia avuto modo di far valere ampiamente le sue ragioni, indicando a sua volta le persone da sentire in ordine agli addebiti Sezioni unite, sentenza 7891/03 . Sulla quinta ed ultima massima, riguardante la struttura dell'illecito disciplinare e la sua atipicità, va richiamata la sentenza 11732/98, che, in ordine ai paralleli illeciti disciplinari dei magistrati, ha stabilito che l'ampia formulazione adottata dall'articolo 18 Rdl 511746 non contiene una disposizione il cui contenuto sia rimesso alla determinazione del giudice, ma, al contrario, contiene un precetto compiutamente definito nella descrizione della condotta deontologicamente vietata, seppure enunciato secondo la formula della atipicità dell'illecito, non diversa da quella adottata in tema di illecito civile dall'articolo 2043 Cc, ed è pertanto da escludere che il giudice disciplinare sia chiamato dall'articolo 18 Rdl citato ad una funzione paranormativa , svolgendo egli invece soltanto un'attività ermeneutica, nell'esercizio del compito suo proprio di applicare la legge al caso concreto, stabilendo se la condotta di volta in volta considerata rientri o meno nel paradigma normativo posto dal legislatore la suddetta attività ermeneutica, se pure impegnativa come in tutti i casi in cui il giudice è chiamato all'interpretazione-applicazione di norme elastiche e di portata generale, non può considerarsi illegittima se coordinata con le altre norme del diritto statale Costituzione e fonti di cui all'articolo 1 delle preleggi e neanche se fondata su fonti di diritto interne all'ordinamento della magistratura e di livello infralegislativo, quali il codice etico di cui all'articolo 58bis D.Lgs. del 3 febbraio 1993 modificato dall'articolo 28 D.Lgs. 546/93 , le fonti cosiddette paranormative dello stesso Consiglio superiore della magistratura, o i precedenti in materia della sezione disciplinare e della Corte di cassazione. Con specifico riferimento agli illeciti degli avvocati, il recentissimo precedente 14985/05 ha stabilito che, agli effetti della prescrizione dell'azione disciplinare di cui all'articolo 51 del Rdl 1578/33, recante l'ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore, occorre distinguere il caso, previsto dall'articolo 38, in cui il procedimento disciplinare tragga origine da fatti punibili solo in tale sede, in quanto violino esclusivamente i doveri di probità, correttezza e dirittura professionale, dal caso, previsto dall'articolo 44, in cui il procedimento disciplinare abbia luogo per fatti costituenti anche reato e per i quali sia stata iniziata l'azione penale. L'azione disciplinare prevista dall'articolo 38 è, infatti, collegata ad ipotesi generiche ed a fatti anche atipici nonostante il tentativo di tipizzazione degli illeciti realizzato con l'adozione, da parte del Consiglio nazionale forense, il 17 aprile 1997, di un codice deontologico forense , e contempla un potere d'iniziativa abbastanza discrezionale, esercitabile con il solo riferimento alla condotta tenuta dall'iscritto, con la conseguenza che il termine prescrizionale comincia a decorrere dalla commissione del fatto l'azione disciplinare prevista dall'articolo 44 è, invece, collegata al fatto storico di una pronuncia penale che non sia di proscioglimento perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non lo ha commesso, ha come oggetto lo stesso fatto per il quale è stata formulata una imputazione, ha natura obbligatoria e non può essere iniziata prima che se ne sia verificato il presupposto, con la conseguenza che la prescrizione decorre dal momento in cui il diritto di punire può essere esercitato, e cioè dal passaggio in giudicato della sentenza penale, costituente un fatto esterno alla condotta. Resta pertanto irrilevante, secondo la disciplina dell'articolo 44, il periodo decorso dalla commissione del fatto all'instaurazione del procedimento penale, anche se in tale periodo il Consiglio dell'Ordine, venuto a conoscenza del fatto, abbia avviato il procedimento disciplinare, per poi sospenderlo di fronte all'avvenuto inizio dell'azione penale. L'indicata disciplina non è mutata per effetto dell'articolo 653 del nuovo Codice di procedura penale né è incisa dall'articolo 2 della legge 241/90 nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi .

Cassazione - Sezioni unite civili - sentenza 12 gennaio-7 febbraio 2006, n. 2509 Presidente Carbone - Relatore Cicala Pm Iannelli - parzialmente conforme - Ricorrente Staniscia Svolgimento del processo L'avvocato Nicola Staniscia ricorre per cassazione deducendo nove motivi avverso la sentenza 42/2005 con cui il Cnf rigettava il ricorso del professionista avverso la decisione in data 14 gennaio 1997 con cui l'ordine degli Avvocati di Roma aveva inflitto al professionista stesso la sanzione disciplinare della cancellazione dall'albo. Ha altresi chiesto con istanza che ha dato luogo ad altro procedimento 2002bis/2005 la sospensione dell'efficacia della sentenza 42/2005. Si deve tener presente che con le sentenze 26199 e 21/03 il Cnf aveva dichiarato inammissibile il ricorso, ma queste Su con sentenze 1097/00 e 17013 del 2003 avevano cassato entrambe le pronunce di inammissibilità. Il CN17 con la sentenza 42/2005 rigettava l'istanza di ricusazione proposta dallo Staniscia e la preliminare eccezione di prescrizione. Quindi entrando nel merito dichiarava inammissibili le istanze istruttorie e riteneva che l'avvocato Staniscia si fosse reso responsabile di un complesso di violazioni della deontologia forense tali da determinare un'immagine di cavillosità e di scarsa disponibilità a rendere fluidi i suoi rapporti con i terzi pregiudicando gravemente la reputazione della classe forense alimentando il giudizio negativo contro di essa . Quindi rigettava il ricorso. Motivi della decisione Si deve disporre la riunione del presente procedimento con il procedimento 2002bis-2005, relativo alla istanza di sospensione della sentenza impugnata. Con il primo motivo di ricorso l'avvocato Staniscia deduce violazione e falsa applicazione dell'articolo 43 commi 1 e 3 e 64 del Rd 37/1934, 132 Cpc, in relazione all'articolo 360 n. 3 Cpc. In sostanza deduce, nelle prime pagine, la irregolare composizione del Collegio giudicante Cnf lamentando che al giudizio non abbia partecipato né il presidente né alcuno dei vicepresidenti. Il motivo è infondato. Recita l'articolo 43 del Rd 37/1934 per la validità delle deliberazioni del Cnf è necessario l'intervento di almeno nove membri ora un quarto in caso di parità di voti prevale il voto del Presidente . La norma non prescrive affatto chi debba assumere il ruolo di Presidente come in tutti i collegi giudicanti esso verrà esercitato da chi ha l'investitura formale di Presidente di sezione o dell'organo , ed in sua assenza dal vicepresidente o dal più anziano dei presenti. Nella seconda parte del motivo il ricorrente deduce la irregolare composizione del Collegio per non essere stati convocati i suoi membri. Anche questo secondo profilo deve essere rigettato alla luce della giurisprudenza di questa Corte secondo cui nel giudizio disciplinare a carico degli avvocati, il quorum previsto per il funzionamento del Cnf è costituito dalla presenza di un quarto della totalità dei componenti, mentre non è richiesto - a differenza di quanto stabilito per il procedimento che si svolge dinanzi al consiglio dell'ordine - che il provvedimento disciplinare sia adottato, oltre che con la presenza del numero legale dei componenti, previa convocazione di tutti Cassazione Su, 15144/01 nella sentenza 864/99 la contraria affermazione costituisce un obiter dictum poiché nel caso risultava agli atti la regolare convocazione di tutti i membri . Con il secondo motivo di ricorso si deduce violazione o falsa applicazione degli articoli 51,52,53,158, 383, 394 Cpc articolo 360 n. 3 Cpc . Sostiene che i componenti del Cnf partecipi della decisione 21103 e tempestivamente ricusati non avrebbero potuto far parte del collegio che ha pronunciato la sentenza 42/2005. Sostiene che costoro hanno conosciuto della causa come magistrato in altro grado del processo . Il motivo deve però essere rigettato i quanto il termine aver conosciuto deve essere interpretato nel senso che il giudicante deve aver preso in considerazione la controversia e non soltanto essersi pronunciato circa la ammissibilità del ricorso di guisa che possa parlarsi di un altro grado del processo . Nel caso di specie risulta dalla sentenza di questa Corte 17013/03 che il Consiglio aveva soltanto ribadito la declaratoria di inammissibilità del ricorso con il rilievo che esso era stato depositato il 29 ottobre 1997, oltre il termine perentorio, posto dall'articolo 50 Rdl 1578/33, di venti giorni decorrente dalla data di notificazione della decisione all'interessato, validamente avvenuta il 7 ottobre precedente a mani di Panunti Rosita, persona addetta alla ricezione dell'atto secondo quanto risultante dalla relata . Dunque il Consiglio si era pronunciato solo in ordine alla rituale introduzione del giudizio annullata simile pronuncia il giudizio è proseguito nel medesimo grado senza che potesse verificarsi alcuna sovrapposizione di valutazioni cfr. le sentenze di questa Corte 8797/95 - relativa ad un caso di annulla-mento con rinvio per mancata citazione di un litisconsorte necessarioe 13714/1991 -relativa al mancato avviso dell'udienza . Sotto altro profilo l'avvocato Staniscia, rileva che a comporre il collegio che ha deciso sulla ricusazione sono intervenuti giudici da lui ricusati e, dato atto che attraverso un susseguirsi di incompatibilità a catena questa partecipazione era inevitabile chiede a queste Su di sollecitare l'intervento della Corte costituzionale che dichiari l'incostituzionalità del sistema e quindi trasferisca la materia alla competenza della giurisdizione ordinaria. Invoca a sostegno della sua tesi la sentenza 262/2003 della Corte costituzionale. Il motivo deve essere rigettato rectius essere dichiarato manifestamente infondato proprio alla luce della sentenza 262/03. Invero la Corte ha dato atto che nel caso di giurisdizioni speciali devolute ad organi con un numero ristretto di componenti può essere difficoltoso o impossibile garantire la terzietà del giudice attraverso adeguati meccanismi di incompatibilità. Non ha però, come vorrebbe il ricorrente, affermato che in simili ipotesi debba essere travolta la giurisdizione speciale e sostituita con la giurisdizione ordinaria. Ha solo affermato che compete alla Corte costituzionale verificare se vi siano norme organizzative del giudice speciale che possano essere eliminate facilitando cosi il rispetto del principio di terzietà , ed ha identificato tale possibilità nella dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'articolo 4 legge 195/58 norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura , nel testo modificato dall'articolo 2 legge 44/2002 nella parte in cui non prevede l'elezione da parte del Consiglio superiore della magistratura di ulteriori membri supplenti della sezione disciplinare. Come si vede è stato cosi apportata una correzione di dettaglio che non altera il sistema disciplinare dei magistrati ordinari. Nel caso di specie, invece, lo stesso ricorrente riconosce che la eliminazione dell'inconveniente che potrebbe verificarsi in ipotesi analoghe anche avanti al Csm pur dopo la sentenza 262/03 condurrebbe ad una radicale modifica dell'intero sistema, con il venir meno della stessa giurisdizione domestica , cioè con l'apertura di opzioni che sono di competenza del legislatore e non certo della Corte costituzionale. Con il terzo motivo l'avvocato Staniscia deduce violazione o falsa applicazione delle norme di diritto ex articolo 360 n. 3 Cpc con riguardo agli artt. 43 Rd 37/1934 e Rdl 1578/33, violazione dell'articolo 112 Cpc. Lamenta che il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma, che gli inflisse la radiazione dall'albo, sarebbe stato illegittimamente composto non sussistendo la prova della avvenuta convocazione di tutti i componenti dell'organo, ma solo l'indicazione a verbale che i componenti erano stati regolarmente convocati. Il motivo è infondato alla luce della giurisprudenza di questa Corte Cassazione, Su, 14149/04 secondo cui in tema di procedimento disciplinare a carico di avvocati, la convocazione dei componenti del consiglio dell'ordine - in assenza di specifiche previsioni, e non risultando applicabile l'articolo 46 Rd 37/1934 che riguarda le comunicazioni a soggetti diversi dai componenti del collegio, quali ad esempio l'incolpato o i testimoni - non si sottrae alla regola generale della libertà delle forme e dei mezzi di trasmissione di una notizia, purché idonei al raggiungimento dello scopo, e, dunque, può essere effettuata, a cura dell'ufficio di segreteria, anche mediante consegna di avviso brevi manu, ovvero per telefono o per fax strumenti la cui affidabilità ed attitudine allo scopo è desumibile dalla qualità degli autori e dei destinatari della trasmissione la libertà delle forme e dei mezzi della convocazione necessariamente si riverbera sulla prova della sua effettuazione, che può anche risultare con l'attestazione inserita nel verbale della seduta. Con il quarto motivo di ricorso il professionista deduce violazione e falsa applicazione delle norme di diritto ex articolo 360 n. 3 Cpc con riguardo all'articolo 63 Rd 37/1934, lamentando che il Cnf non abbia ammesso le prove testimoniali dedotte da esso incolpato. Ammette di aver indicato tali prove solo al momento della discussione avanti al Coa di Roma, ma afferma che tale deduzione doveva ritenersi comunque tempestiva, non essendo,il termine previsto a pena di decadenza. Osserva però il Collegio che l'articolo 48 del Rd 37/1934 prevede che la citazione notificata all'incolpato ed al pubblico ministero contenga 5 il termine entro il quale l'incolpato, il suo difensore e il pubblico ministero potranno prendere visione degli atti del procedimento, proporre deduzioni ed indicare testimoni . Soggiunge l'articolo 49 che l'incolpato ed il Pm, qualora inducano testimoni a termini del n. 5 del precedente articolo debbano indicare i capi su cui costoro debbono essere uditi. Dal coordinato disposto delle due norme emerge con chiarezza la perentorietà del termine in questione, che in caso contrario sarebbe inutiliter datum. E non assumono rilievo le sentenze di giudici amministrativi indicate dal ricorrente, sentenze che attengono a procedure del tutto diverse e diversamente disciplinate. Restano cosi assorbite anche le considerazioni relative alla rilevanza delle prove proposte. Con il settimo motivo l'avvocato Staniscia lamenta di non essere stato giudicato da un tribunale indipendente e imparziale dal momento del Coa faceva parte il Consigliere delegato all'istruttoria. Il motivo è infondato, sia perché il procedimento disciplinare nella fase avanti al Coa ha natura amministrativa e non giurisdizionale, sia perché il procedere ad attività istruttoria non suscita certo un coinvolgimento ed una forma di pre-giudizio , in ordine alla pratica, tale da rendere il soggetto incompatibile con la funzione giudicante. Dal momento che la lesione alla terzietà deriva, come sottolineato dalla numerosa giurisprudenza in materia, solo da atti che comportano una significativa pre-valutazione del merito. Quindi ad esempio la incompatibilità può nascere dai provvedimenti relativi alle misure sulla libertà personale, e non da quelli relativi alle misure cautelari reali Cassazione penale, sez. seconda, 28 ottobre 1997, Monniello data la molto maggior incisività delle valutazioni di merito che determinano una pronuncia in tema di libertà personale. Occorre ora scendere all'esame delle questioni di carattere non procedurale su cui si appuntano il quinto il sesto, l'ottavo ed il nono motivo. Si procede ad un'analisi congiunta di tali motivi dal momento che in essi si affronta una problematica sostanzialmente unitaria. Giova in proposito ricordare che il Rd 1578/33, adeguandosi del resto ad una tradizione secolare, ha previsto e regolato una forma di governo autonomo della classe forense in qualche misura analoga al regime istituito per la magistratura dalla Costituzione del 1948 in coordinato di posto con le leggi anteriori. La legge indica perciò in termini molto generici gli estremi dell'illecito disciplinare affermando articolo 38 che i professionisti i quali si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell'esercizio della loro professione o comunque di fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale sono sottoposti a procedimento disciplinare a sua volta l'articolo 17 parla di condotta specchiata ed illibata . E nel contempo prevede che la valutazione di questi illeciti avvenga davanti ai Consigli territoriali e quindi, in sede di impugnazione, ad opera del Cnf. Le decisioni del Cnf in materia disciplinare sono impugnabili dinanzi alle Su della Corte di cassazione, ai sensi dell'articolo 56, comma 5, Rdl 1578/33, convertito, con modificazioni, dalla legge 36/1934, soltanto per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge. Le disposizioni di carattere sostanziale, lette in connessione con quelle di carattere procedurale e processuale, demandano dunque al governo autonomo la individuazione degli illeciti disciplinari e di questa autonomia è espressione anche il codice deontologico approvato dal Cnf . Ponendo in essere un regime analogo a quello tutt'ora vigente per la magistratura ordinaria e che verrà meno solo con la tipizzazione degli illeciti in base alla legge delega 150/05 . In simile quadro deve essere in primo luogo affrontata la eccezione di illegittimità costituzionale dell'articolo 56 del Rdl 1578/33 nella parte in cui non prevedrebbe che gli organi disciplinari debbano osservare le norme costituzionali ed i principi informatori della materia. Essa è infondata in quanto addebita al sistema legislativo un vizio che non sussiste, cosi come non sussiste in ordine alla normativa disciplinare dei magistrati ordinari. E' infatti agevolmente deducibile dal sistema che la discrezionalità dell'organo rappresentativo della categoria nella ricostruzione dei principi deontologici, si svolge all'interno dei binari tracciati dalla legge, ed in primo luogo dalla legge Costituzionale. Dunque è indubbio che non possa costituire illecito disciplinare l'esercizio di doveri e diritti primo fra tutti quello di difesa posto dall'articolo 24 della Costituzione . Il problema che pone la pronuncia del Cnf è piuttosto se, in sede disciplinare, possano essere censurate condotte non contrarie alla legge, ma non poste sotto l'usbergo dei principi costituzionali. Nel caso di specie, il Cnf afferma che commette un abuso il professionista il quale promuova azioni esecutive nonostante abbia ricevuto serie e ragionevoli proposte di transazione, o una offerta di pagamento, o addirittura un pagamento mediante assegno circolare o bonifico. E questa affermazione non contrasta con alcun valore costituzionale, anzi costituisce attuazione della esigenza secondo cui i processi debbono svolgersi in termini ragionevoli. Esigenza che richiede anche pur se corto non soprattutto un atteggiamento della classe forense che eviti di proporre controversie quando esse non corrispondano ad alcun interesse sostanziale dei propri assistiti. Il Consiglio Forense non ha cioè affatto sostenuto che l'avvocato Staniscia dovesse abbandonare la difesa di legittimi interessi suoi o dei suoi assistiti è fuor di dubbio che l'avvocato Staniscia potesse richiedere un decreto ingiuntivo contro i propri clienti che non pagassero i suoi onorari, il Cnf censura il fatto che lo abbia fatto nonostante costoro gli avessero chiesto la parcella con l'intenzione di soddisfare le sue pretese. Del pari, il Cnf non ha negato all'avvocato Staniscia il diritto di contestare il pagamento di un debito mediante assegno circolare autentico anziché in contanti. Ha solo affermato che costituisce abuso il comportamento del legale che invece di esigere il pagamento in contanti promuova pignoramento. Queste considerazioni costituiscono, ad avviso di queste Su, legittima espressione delle autonome valutazioni del Cnf, non sindacabili in questa sede ove non è neppur deducibile il vizio di cui all'articolo 360 n. 5 Cpc . Questa Corte ha infatti costantemente affermato che la deontologia professionale dei liberi professionisti, come dei magistrati ben può, come emerge dal termine stesso di abuso , vietare comportamenti che sotto altri profili, penalistici o civilistici, non appaiono in contrasto con la legge. Grava infatti sui professionisti cosi come sui pubblici funzionari un obbligo di favorire il buon funzionamento dell'attività demandata alle proprie cure il Cnf parla dell'esigenza di rendere fluidi i rapporti con i terzi evitando puntigliose cavillosità, ancorchè ciascuna di esse possa pur apparire conforme alla legge. Questa discrezionalità di giudizi non comporta affatto una usurpazione dei poteri inerenti al potere giurisdizionale come vorrebbe l'ottavo motivo , ma semplicemente la formulazione, da parte di organi giurisdizionali che si pongono da angoli di visuale differenti e si fondano su presupposti che non coincidono, di autonome valutazioni dei fatti. In simile quadro si colloca anche la infrazione costituita dall'aver curato l'insinuazione di creditori nel fallimento di una società cliente dell'avvocato Staniscia. Il Cnf ha valutato che simile condotta al di là di ogni discussione formalistica circa i rapporti esistenti fra fallito e fallimento costituiva violazione di una incompatibilità quanto meno di natura deontologica, o di opportunità e potesse suscitare una forma di conflitto di interessi. Simile valutazioneper le ragioni già espostenon è suscettibile di sindacato in questa sede. Così come non è suscettibile di sindacato la scelta operata dal Cnf in ordine alla sanzione inflitta. Il Cnf ha in proposito motivato argomentando dalla pluralità degli episodi contestati e dalla loro natura, idonea a determinare disfunzioni nei rapporti professionali con i colleghi. Non sussiste dunque il vizio di assenza di motivazione o di motivazione meramente apparente riconducibile sotto la violazione di legge. Ci si trova cioè di fronte ad una motivazione che erroneamente l'avvocato Staniscia qualifica nono motivo e prima pagina del quinto motivo come a stampa e stereotipa . In definitiva il ricorso 20002/2005 deve dunque essere rigettato. A seguito della conferma della sentenza del Cnf n. 42 del 23 giugno 2005 risulta assorbito il ricorso volto ad ottenerne la sospensiva ricorso 20002/2005bis . Non vi è luogo a provvedere sulle spese. PQM Riunisce i ricorsi 20002/2005 e 20002/2005bis. Rigetta il riscorso 20002/2005, dichiara assorbito il ricorso 20002/2005bis.