Dirigere un istituto di pena: un tipo di ""governo"" impossibile senza grandi doti di umanità e sensibilità

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello * Credo di poter timidamente affermare che nell'ambito del rapporto di lavoro nel pubblico impiego, privatizzato e non, è difficile individuare un organo dello Stato che svolga una funzione più delicata di quella che leggi, regolamenti e circolari assegnano al Direttore del carcere. E si badi bene che si tratta di leggi e regolamenti dell'Italia repubblicana, non di legislazione precedente la Repubblica che è stata tutta sistematicamente ma lentamente, troppo lentamente, cambiata. Lo scopo che mi prefiggo non è quello di illustrare il profilo giuridico dell'attività di un direttore di carcere, già di per sé un compito non agevole, ma tracciare un profilo umano e, per così dire, sociologico, basato sulla moralità personale e sull'etica dei comportamenti nella vita di relazione che si sviluppa all'interno di un carcere. Non credo si possa individuare un mondo più difficile da governare di quello che si vive quotidianamente in una struttura penitenziaria. All'interno del carcere la figura del direttore deve assume la posizione migliore possibile per gestire la varia umanità che ci vive, quella della centralità fra esigenze diversissime e talvolta confliggenti fra loro. Il peso che viene, pertanto, a gravare sulle gracili spalle di un essere umano, il direttore del carcere appunto, chiamato a governare uomini privi della libertà personale, servendosi di uomini che devono assicurare che tale privazione duri fin quando legittimamente può e deve cessare, è schiacciante. E sì, perché egli non è solo chiamato ad applicare leggi e regolamenti che governano gli uomini detenuti e gli uomini che sono i loro custodi. Nell'ambito di un carcere si intersecano e si intrecciano tensioni di ogni genere. Al direttore del carcere è chiesto non solo di applicare la legge ed il regolamento penitenziario, non solo di applicare la legge che disciplina il rapporto di lavoro del personale civile e di polizia penitenziaria posto a sua disposizione, non solo di curare le relazioni tutte interne all'amministrazione penitenziaria fra organi dello Stato e mondo del sindacato di categoria. Egli deve fare anche tutto questo e quando l'avrà fatto è appena all'inizio del suo compito. Infatti, il direttore è anche funzionario delegato, preposto dalla legge di contabilità generale dello Stato alla gestione delle spese c.d. ' passive ' del bilancio dello Stato, relative a spese fisse per il personale, a spese c.d. ' variabili ' per la gestione della macchina amministrativa del carcere, un altro universo di regole e regolette una volta si diceva. con metafora gentile. ' lacci e lacciouli ' , nel quale è difficilissimo destreggiarsi e dal quale si può restare impaniati senza scampo, quindi si devono imparare. Di quando in quando qualcuno afferma che quella del direttore è una 'missione' niente di più sbagliato ! È un lavoro, pagato più o meno bene dipende dai punti di vista , con il quale si deve vivere e che dà da vivere dignitosamente. Un lavoro pagato poco, ma oggi ambito, rispetto al passato. Oggi i concorsi sono frequentatati da moltissimi candidati, ieri da pochissimi, per ignoranza, perché giudicato socialmente marginale. Poi le varie riforme, oltre a dare alla disciplina del settore la dignità di leggi ordinarie, ha creato le premesse perché questo mondo del carcere, chiuso da e verso l'esterno, iniziasse a farsi conoscere dalla pubblica opinione, dalla comunità esterna, ha cessato di essere uno spauracchio per la gente comune, ha consentito al mondo esterno di entrarvi, capire, riflettere ed aiutare. Ieri il compito del direttore era relativamente molto più semplice di quanto non lo sia oggi ieri poche regole, norme semplici, l'imperativo categorico era nel mondo degli operatori sintetizzato in una frase che è certamente nota e che ancora oggi talvolta viene invocata ' chiudeteli in cella e buttate vie le chiavi '! Si badi bene, ciò non era scritto nel regolamento penitenziario precedente, ma la mentalità non si era però modificata. Chi scrive l'ha sentita molto spesso in bocca ad anziani direttori, nonostante che già negli anni '50 fossero iniziati gli studi per riformare quel regolamento già obsoleto, mentre Direttori Generali coraggiosi iniziavano, sia pur timidamente, a disapplicarne le norme più retrive. Oggi invece quel pover'uomo o quella povera donna che scelgono questo lavoro si trovano a doversi districare in un ginepraio di professionalità le più disparate, costretti ad imparare cose che non avrebbe mai immaginato di dover apprendere, fra assistenti sociali, educatori, servizio tossicodipendenze, medicina penitenziaria, uffici tecnici deve sapere di tutto un po' senza poter sapere tutto di tutto, perché sarebbe, anzi è umanamente impossibile deve avere a che fare con fornitori, società più o meno agguerrite e dotate di forza economica in grado di 'assoldare' avvocati agguerriti. Quando a chi scrive arrivava una lettera di uno studio legale, dire che gli tremavano le vene ai polsi è un dolce eufemismo. Già, proprio così ! Dov'erano le scuole di formazione in grado di produrre quadri di pubblici amministratori come in Francia, per non andare troppo lontano ? Imperava il 'fai da te ' e quando non bastava il pover'uomo o la povera donna ci perdevano il sonno! Ma torniamo al tema principale. Il direttore dunque deve applicare la legge, usando un metro di misura che la legge stessa gli offre, lo strumento dell'interpretazione contenuto nelle Disposizioni preliminari al codice civile, dette anche preleggi . Ecco, il nocciolo del problema è tutto qui, nella interpretazione, che non vuol dire deresponsabilizzazione, tutt'altro ! L'interpretazione della norma è un compito difficile che deve essere imparato, perché la legge, tralasciando qualche sciocco motteggio, dopo essere stata interpretata deve essere applicata. Qui c'è la tentazione della scorciatoia la lettera della legge. Sì, è una scorciatoia, ma le scorciatoie solo apparentemente sono più facili, mentre nella realtà sono dannose per chi le pratica e per coloro sulla cui pelle sono praticate. La strada maestra è invece l'interpretazione dello e nello spirito della legge, fatta mediante il ricorso allo studio della dottrina ma soprattutto della giurisprudenza che su ogni norma di regola si forma. È necessario un continuo e defatigante aggiornamento professionale, questa volta non più mediante il ' fai da te ' pur utilissimo per chi l'ha praticato , ma mediante l'utilizzo dei moderni sistemi di informazione giuridica e dottrinaria quotidiani online, sistemi computerizzati, che scrive ha definito ' moltiplicatori dell'intelligenza ' , un tempo del tutto inesistenti. Chi scrive ricorda di un Direttore dell'Ufficio del personale dell'amministrazione penitenziaria, il quale gli confidava, orripilato, che il suo ufficio non era dotato nemmeno di una raccolta generale di legislazione e che dovette lottare per far acquistare quella della Giuffrè, curata da Funaioli - Stella Richter ! Ebbene, raggiunto il traguardo della formazione professionale e del suo continuo aggiornamento è questo il momento topico in cui il direttore deve decidere come applicare la legge, non potendosi ancora sapere a quello stadio quale forma di applicazione rispetto all'altra sia più produttiva, anche se non ci vuole una grande fantasia per capirlo. Ma a questo punto entrano in gioco le doti personali di umanità, di sensibilità e quelle, parafrasando Manzoni, uno se non ce l'ha non se le può dare . E invece no ! Può e deve fare questo sforzo, non si è preposti a governare carte, ma esseri umani, di una umanità dolente, molto dolente ! Se così non è e non accade, il miglior consiglio che sui può dare a quel direttore è di cambiare mestiere ed in fretta, prima di produrre danni non solo morali. * Ispettore generale amministrazione penitenziaria