Praticanti Aiga: perchè siamo contro l'""hard discount"" della professione forense

di Vincenzo Minnella

Diritto& Giustizia prosegue con la pubblicazione degli interventi dei rappresenti dell'Avvocatura sul decreto Bersani. Dopo il contributo dell'avvocato Palma Balsamo del direttivo dell'Anf pubblicato sul quotidiano dello scorso 15 luglio e quello dell'avvocato Maria Gualdini, vicepresidente vicario dell'Anpa pubblicato sul quotidiano dello scorso 18 luglio , offriamo al dibattito l'intervento dell'avvocato Vincenzo Minnella, responsabile della Consulta praticanti dell'Aiga. di Vincenzo Minnella* Minimi tariffari, patto di quota lite, divieto di pubblicità e società tra professionisti. Questi i temi su cui l'avvocatura è stata chiamata a discutere, ob torto collo, in occasione del decreto Bersani. Tutto in nome di una irrinunciabile liberalizzazione del mercato delle professioni, paralizzato, secondo i fautori dell'intervento normativo, da una eccessiva rigidità a discapito dei consumatori. Prima di entrare nel merito della questione, si impone un'osservazione sul metodo. Sarebbe regola di buon governo, nel momento in cui si interviene riformando un intero settore, peraltro caratterizzato da problematiche particolarmente complesse, interpellare i diretti destinatari ex ante, evitando così inutili e dannose contrapposizioni. Così facendo, si rischia di far passare il principio in forza del quale le riforme debbano venir fuori dallo scontro e non dal confronto tra le parti sociali. Del resto, il metodo utilizzato, ben si accompagna al tentativo mediatico di qualificare le istanze dell'avvocatura come una difesa, a qualunque costo, di una casta protetta che, complice un mercato chiuso ed inaccessibile, annovera una piccola popolazione di 180 mila professionisti, con un aumento annuale consolidato di circa il 13 per cento. Premesso il vizio metodologico ed evitando di cedere alla tentazione di evidenziare in questa sede le lacune concettuali del decreto liberalizzazioni, è opportuno riflettere sul grado di incisività delle nuove norme e sulla loro capacità, anche solo in astratto, di far fare all'avvocatura quel passo in avanti che oramai da tempo noi giovani chiediamo a coloro che governano il Paese. Le misure introdotte con il decreto Bersani, in luogo che orientarsi verso l'auspicata modernizzazione della professione legale e favorire l'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, muovono in direzione opposta e sembrano rispondere alle esigenze delle grosse strutture legaliimprenditoriali, sole a potersi permettere i costi della pubblicità ed offrire prezzi stracciati, forti di poter contare sui grandi numeri. Occorre chiedersi, con onestà intellettuale, se siamo davvero sicuri che liberalizzare il mercato voglia dire prescindere da qualsiasi regola, anche a discapito della deontologia e della qualità professionale, e se quello scelto sia il metodo per rendere più semplice, ai giovani praticanti ed ai giovani avvocati, l'accesso al mercato e fornire loro gli strumenti per renderli competitivi con il mercato europeo. La risposta non è semplice, ma va fatto uno sforzo per cercarla anche all'interno del fitto intreccio tra mercato, ordini professionali e mondo dei giovani praticanti, semplici spettatori ed incolpevoli vittime dei disegni di chi intende decidere del loro futuro senza neppure ascoltarli. Ed è da questa prospettiva che il legislatore deve porsi perché riformare il mercato delle professioni, vuol dire prima di tutto incidere sulle prospettive di tanti giovani che già hanno pagato e pagano lo scotto di dover affrontare le difficoltà di inserimento in un mondo nel quale i numeri sono cresciuti a dismisura e gli spazi di lavoro sono stati progressivamente erosi. E visto sotto questa luce, il decreto Bersani, non solo non consente di segnare un passo in avanti ma rischia di mettere definitivamente a repentaglio le scarse possibilità di crescita e di affermazione dei giovani nel mondo professionale. Senza avere la pretesa di introdurre elementi di novità nel dibattito, è il caso di ricordare lo scenario nel quale si trovano ad operare i neo laureati che decidono di intraprendere la professione forense e che, neanche a dirlo, non hanno la fortuna perché di questo ormai si tratta, contrariamente a quanto qualcuno - smentito clamorosamente dai numeri - si affanna ancora a sostenere di avere alle spalle una generazione di avvocati. Alla fine di un percorso universitario ricco di teoria e scarso di concretezza, i più fortunati, dopo soli cinque anni di università, si trovano nella condizione di dovere cercare qualche anima buona che permetta loro di svolgere il tirocinio biennale. Non è un mistero poi che, la pratica forense presso lo studio, insostituibile luogo di formazione, si traduca, il più delle volte, in attività di mera routine con scarso interesse del dominus a fare da maestro e dare al praticante quelle cose che mai nessuna scuola potrà insegnare, come la deontologia sul campo ed i rapporti con i clienti. Ed allora i più fortunati percepiscono qualche piccolo contributo, il resto aspetta con ansia di superare l'esame di abilitazione per potersi sentire libero . Ma libero di fare cosa, se il percorso formativo post lauream non consente, al neo avvocato, di inserirsi sul mercato e spendere una seria professionalità e di una forte e robusta preparazione? Di certo, ancor più difficile risulterà quando pubblicità selvaggia e prezzi stracciati operati dalle grosse realtà professionali forti dei grandi numeri monopolizzeranno il mercato che conta e lasciando ai giovani la possibilità di azzannarsi per poter conquistare uno spazio di sopravvivenza in un ambito meramente residuale. È di tutta evidenza, poi, che la tariffa minima - la cui eliminazione secondo alcuni libera la concorrenza e consente al cittadino di poter avere un servizio a prezzi più ragionevoli ed al giovane professionista di inserirsi più facilmente sul mercato - risponde non solo all'esigenza di garantire una qualità del servizio legale ma di fatto giova proprio ad impedire che migliaia di giovani praticanti vengano messi definitivamente fuori mercato, e siano costretti ad espletare le loro prestazioni quali veri e propri dipendenti di strutture a fortissima caratterizzazione commerciale, definitivamente precludendosi la possibilità di crescita economica e professionale. Tuttavia, se le evidenti storture del decreto vanno denunciate e contrastate, non può sfuggire che la nostra professione ha bisogno di un intervento urgente che ne consenta la modernizzazione e possa comportare una decisa inversione di tendenza sulla qualità del servizio prestato riforma dell'accesso, introduzione della formazione permanente obbligatoria, modifica del sistema disciplinare sono interventi urgenti ed irrinunciabili, che il Dl Bersani - invero involontariamente - finisce con il ritardare ulteriormente, a discapito esclusivo di noi giovani e del cittadino-consumatore. Sono queste le tematiche che rappresentano il vero punto di svolta della professione e che possono assicurare un corretto parametrarsi con il mercato, con una effettiva concorrenza basata sulla qualità della prestazione piuttosto che su una svendita del servizio inevitabilmente coincidente con la svendita del diritto. Non è pensabile, in una società europea come quella a cui guardiamo come punto di riferimento, che i giovani italiani si laureino a 26 anni e si abilitino a 30 anni, passando attraverso un esame che, cosi strutturato, mortifica solamente chi crede veramente nella professione di avvocato e, paradossalmente, gratifica chi nel periodo post lauream si è dedicato unicamente allo studio, grazie ad un inesistente controllo del dominus e dell'ordine professionale. Non possiamo immaginare di riformare il mercato delle professioni limitandoci a replicare i modelli anglosassoni perché non ne possediamo il sub-strato culturale che lo autoregolamenta una dissennata operazione di tale tipo in un Paese che ha una storia ed una formazione culturale e sociale assai diversa, determinerebbe una sicura rincorsa all'acquisizione di quote di mercato con l'unica preoccupazione del profitto, a scapito degli standard di qualità e professionalità che, al contrario, dobbiamo preoccuparci di assicurare. E senza che vi sia alcun vantaggio per i cittadini - consumatori, che si vedranno maggiormente penalizzatati da un sistema dominato dalla logica del prezzo stile hard discount nel quale il solo diritto a ricevere tutela - con una libera contrattazione che espone i soggetti meno forti alle avidità di chi insieme alla deontologia dimentica la morale - è quello patrimoniale. Per tutti gli altri diritti, anche costituzionalmente - e solo apparentemente - tutelati, resterà da sperare in qualche illuso giovane che ancora continua a credere nel valore della propria funzione. *Responsabile Consulta praticanti Aiga