Sgravi contributivi sì, ma solo se l’incremento di occupazione è effettivo

Gli sgravi contributivi previsti dall’art. 18, Legge n. 1089/1968 e dalla Legge n. 589/1971 presuppongono un incremento reale dell’occupazione rispetto alle date considerate dal legislatore 30 settembre 1968 e 31 dicembre 1970 . Pertanto, in caso di passaggio di personale da un’impresa all’altra, tale incremento può ritenersi effettivo solo quando l’azienda che assuma i lavoratori sia una nuova impresa e non continuazione con diversa ragione sociale o denominazione della preesistente azienda.

Così ha affermato la Corte di Cassazione, sezione Lavoro, con la sentenza n. 10179, pubblicata il 30 aprile 2013. Il caso richiesta di riconoscimento di sgravi contributivi per incremento dell’occupazione. Un’azienda opponeva il decreto ingiuntivo ottenuto dall’INPS per omissioni contributive. L’opposizione era fondata sulla pretesa di riconoscimento degli sgravi contributivi introdotti dal D.L. n. 918/1968, convertito in Legge 25 ottobre 1968 n. 1089. Il Tribunale accoglieva parzialmente l’opposizione, revocando il decreto ingiuntivo opposto, ma condannando l’azienda al pagamento della minor somma rideterminata a titolo di contributi omessi e sanzioni. Proponeva appello l’azienda ma la Corte d’Appello rigettava il gravame. Ricorreva così in Cassazione l’azienda, proponendo motivi di impugnazione, vertenti sulla sussistenza dei requisiti occupazionali previsti dalla Legge n. 1089/1968 e sul concetto di azienda nuova. Le norme rilevanti. L’omissione contributiva contestata all’azienda ricorrente deriva dalla applicazione erronea dei benefici contributivi previsti dalla Legge n. 1089/1968, successivamente previsti anche dalla Legge n. 589/1971. Tali norme così recitano A decorrere dal periodo di paga successivo a quello in corso alla data del 31 ottobre 1968 e fino a tutto il periodo di paga in corso alla data del 31 dicembre 1972, alle aziende industriali ed artigiane è concesso un ulteriore sgravio contributivo, nella misura del 10 per cento delle retribuzioni, calcolate con i criteri di cui al secondo comma del presente articolo, corrisposto al solo personale assunto posteriormente alla data del 30 settembre 1968 e risultante superiore al numero complessivo dei lavoratori occupati dalla azienda nei sopra indicati territori del Mezzogiorno alla data medesima, ancorché lavoranti ad orari ridotti o sospesi art. 18, comma 4, D.L. 918/1968, convertito in Legge n. 1089/1968 . A decorrere dal primo del mese successivo a quello di entrata in vigore del presente decreto, l'ulteriore sgravio contributivo di cui al quarto comma dell'art. 18, d.l. 30 agosto 1968, n. 918, convertito, con modificazioni, nella legge 25 ottobre 1968, n. 1089, è elevato, per il personale assunto dal 1 gennaio 1971, dal 10 al 20 per cento. Lo sgravio supplementare del 10 per cento si applica sulle retribuzioni relative ai lavoratori assunti dopo la data del 31 dicembre 1970 depennando fra questi in ordine di assunzione, un numero di lavoratori pari a quello dei lavoratori che sono stati licenziati dopo la stessa data art. 1, Legge n. 589/1971 . Si segnala che tali norme sono ormai state abrogate dal D.Lgs. n. 212/2010 e D.L. n. 112/2008. L’incremento occupazionale deve essere effettivo. La Suprema Corte afferma che i principi di diritto posti a base della propria decisione da parte della Corte d’Appello appaiono corretti e pienamente conformi ai principi già in precedenza affermati dalla Corte di Cassazione in sede nomofilattica richiamando le precedenti pronunce 18 maggio 2010 n. 12095 e 19 maggio 2008 n. 12629. Secondo tali criteri lo sgravio aggiuntivo previsto dalla L. 1089/1968 e quello supplementare previsto dalla L. 589/1971 presuppongono un incremento reale dell’occupazione rispetto alle date considerate dalle norme questo fa sì che, ove il passaggio di personale avvenga da un’azienda ad un’altra l’incremento potrà essere considerato effettivo solo allorchè l’azienda che assuma i lavoratori sia una nuova impresa e non una continuazione o variazione di denominazione della precedente azienda. Il trasferimento d’azienda non soddisfa i requisiti della novità. Secondo la Corte d’Appello nel caso in esame non si è trattato di assunzione di personale da parte di una nuova azienda, bensì di un semplice trasferimento d’azienda. Secondo i giudici di merito, sono trasmigrati nella nuova società l’intero stabilimento aziendale, tutto il personale in forza alla vecchia azienda mediante passaggio diretto, senza soluzione di continuità temporale e con conservazione del trattamento retributivo in atto. Se i lavoratori vengono licenziati da una società ed assunti da altra società, perché possa riscontrarsi un incremento occupazionale è necessario che le due aziende siano effettivamente diverse, a prescindere dai dati formali. Dalle risultanze istruttorie del giudizio in esame non sono emersi elementi tali da far diversamente considerare il passaggio dei lavoratori interessati. L’onere della prova, osserva la Corte di legittimità, è a carico dell’azienda rivendicante l’applicazione dei benefici contributivi. E non pare essere stato assolto in giudizio. Oltre tutto, osserva la Corte di Cassazione, le censure mosse dalla ricorrente si risolvono sostanzialmente non nella proposizione di questioni di diritto, ma in ricostruzioni dei fatti alternative a quelle accertate dalla Corte di merito, inammissibili in sede di legittimità. Nel caso specifico la sentenza impugnata appare correttamente e logicamente motivata, avendo fatto corretta applicazione dei principi di diritto in materia affermati dalla Suprema Corte. Consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 19 marzo - 30 aprile 2013, n. 10179 Presidente Coletti De Cesare Relatore Curzio Ragioni della decisione La SEM srl in liquidazione già SEM Molini Sardi spa chiede l'annullamento della sentenza della Corte d'appello di Cagliari, pubblicata il 2 febbraio 2011 e notificata il 25 febbraio 2011, emessa nella controversia tra la società e l'INPS. L'INPS chiese ed ottenne un decreto ingiuntivo, nei confronti della società, dal Pretore di Cagliari in data 24 maggio 1995, per l'importo di L. 2.946.756.176 per omissioni contributive. La società propose opposizione. Il Tribunale, con sentenza del 30 gennaio 2009, revocò il decreto e condannò la società al pagamento della somma minore di 438.195,60 Euro, a titolo di contributi omessi per il periodo dal 1 aprile 1981 al 31 dicembre 1993, con le relative sanzioni. La società propose appello principale e l'INPS appello incidentale. La Corte d'appello di Cagliari con la sentenza ora impugnata, li ha respinti entrambi. Il ricorso per cassazione della società è articolato in tre motivi, illustrati con memoria. La controversia è stata discussa da i difensori di entrambe le parti. Con il primo motivo la società denunzia violazione dell'art. 2112 e 2555 c.c., nonché insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto o fatto controverso e decisivo per il giudizio, asserendo che la sentenza deve essere riformata nella parte in cui ha riconosciuto nel caso di specie la sussistenza di un mero trasferimento d'azienda ex art. 2112 c.c. con la conseguente insussistenza del requisito della novità aziendale tra la vecchia società venditrice e la nuova società acquirente . Con il secondo motivo la società denunzia violazione dell'art. 18 della legge 25 ottobre 1968, n. 1089, nonché insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto o fatto controverso e decisivo per il giudizio, asserendo che la Corte di merito avrebbe erroneamente inteso il concetto di azienda nuova e il preteso mancato raggiungimento e/o possesso da parte della SEM Molini Sardi, dei requisiti richiesti dalla normativa all'epoca vigente per poter godere degli sgravi de quibus . Con il terzo motivo si denunzia violazione dell'art. 116 c.p.c. e insufficiente, omessa e/o contraddittoria motivazione circa un punto o fatto controverso e decisivo per il giudizio, sostenendo che la Corte avrebbe disatteso o meglio, non considerato le risultanze probatorie offerte prodotte in giudizio dalla odierna ricorrente . In particolare si censura la sentenza nella parte in cui ha ritenuto attendibile il teste O. e non attendibili altri tre testi che avevano rilasciato dichiarazioni difformi. In tal modo la Corte avrebbe motivato contraddittoriamente sul punto relativo alla valutazione delle prove testimoniali. I tre motivi sono connessi e devono essere esaminati congiuntamente. Nella sentenza si svolge il seguente ragionamento. Lo sgravio aggiuntivo di cui all'art. 18, quarto comma, della legge 1089 del 1968 e quello supplementare di cui alla legge 589 del 1971 presuppongono un incremento reale dell'occupazione rispetto alle date considerate dal legislatore 30 settembre 1968 e 31 dicembre 1970 , il che postula, nel caso di passaggio del personale da un'impresa ad un'altra, che tale incremento può ritenersi effettivo solo in quanto la società che assume i dipendenti sia una nuova impresa e non continuazione con diversa ragione sociale o denominazione di preesistenti aziende. L'onere della prova dell'incremento occupazionale e della novità dell'azienda è a carico della richiedente lo sgravio. L'esame delle risultanze istruttorie della controversia in esame non consente di ritenere provati tali requisiti. Più in particolare, sempre secondo la Corte d'appello, la novità dell'azienda deve essere esclusa per le ragioni specificate a pag. 14-17 della sentenza, in base alle quali la Corte conclude che si è trattato di un trasferimento d'azienda pag. 15 essendo emerso che sono trasmigrati nella nuova società SEM Molini Sardi spa l'intero stabilimento aziendale nonché tutto il personale della vecchia società Società esercizio Molini spa licenziato il 30 maggio 1970 e riassunto dalla nuova società con effetto da 1 giugno 1970, a seguito di chiamata nominativa, con riconoscimento di un trattamento retributivo corrispondente a quello in atto e conservazione della anzianità pregressa seppure sotto forma di assegno ad personam . A tal fine la Corte considera elementi di prova le ammissioni contenute a pag. 26 dell'atto di appello della società pag. 16 sentenza una serie di valutazioni sulla identità oggettiva dell'azienda a fronte delle differenze soggettive relative alla compagine sociale ed alla sede legale, nonché le risultanze probatorie da cui era emerso che, contrariamente a quanto asserito dalla ricorrente, l'impianto non era rimasto inattivo dal maggio 1968. La Corte ha accertato che l'impianto non era rimasto inattivo, valutando negativamente la dichiarazione in tal senso contenuta nell'atto di vendita, che giudica preordinata a consentire all'acquirente di fruire degli sgravi ed in contrasto con numerosi elementi di prova convergenti. Tali elementi di prova sono costituiti dai documenti attestanti il pagamento della contribuzione per tutte le maestranze occupate mod. GS2 e dalle dichiarazioni rese dal dipendente O.P. . La sentenza da infine atto che vi erano state anche dichiarazioni di altri testi di contenuto diverso, ma le ritiene inattendibili perché, oltre a non essere convergenti tra loro, provenivano tutte da lavoratori assunti in seguito alla vendita dello stabilimento e quindi privi di conoscenza diretta dei fatti pregressi. Sulla base di questi elementi di prova, analiticamente esaminati, la Corte ha ritenuto di escludere che sia stata provata la creazione di posti di lavoro nuovi in eccedenza rispetto a quelli esistenti in una certa data. Infine, la Corte ha rilevato la tardività della domanda con la quale è stata richiesta l'applicazione dello sgravio aggiuntivo in dipendenza delle ulteriori assunzioni di personale operaio o impiegatizio effettuate dalla SEM Molini Sardi spa a partire dal luglio 1971 in avanti, perché di tale allegazione non vi è traccia nel ricorso in opposizione a decreto ingiuntivo in cui si consideravano solo le 40 unità transitate ed assunte n data 1 giugno 1970, senza ulteriori allegazioni. In subordine ha rilevato che non è stata fornita prova che tali nuove assunzioni non siano valse al rimpiazzare le unità lavorative venute meno a causa di differenti eventi estintivi, come licenziamenti, dimissioni, pensionamenti. E che quindi con le stesse non si sia comunque determinato un sebbene parziale incremento dei livelli occupazionali. Questo, in sintesi, l’iter motivazionale della Corte. Deve premettersi, che i criteri interpretativi posti a base della decisione sono pienamente conformi alla legge ed ai principi affermati in sede nomofilattica cfr. in particolare, Cass. 18 maggio 2010, n. 12095 e Cass. 19 maggio 2008, n. 12629 . In realtà, i tre motivi di ricorso non contestano i principi di diritto, ma i fatti accertati dal giudice di merito, proponendo censure che presuppongono una diversa ricostruzione degli stessi. In particolare, nel ricorso si assume che i dipendenti addetti allo stabilimento, anche se in forza alla vecchia società erano di fatto disoccupati a causa della inattività aziendale. L'assunzione di tale personale da parte della nuova società avrebbe posto fine a tale stato di inattività dell'azienda e di disoccupazione dei lavoratori si assume poi che la nuova società era del tutto distinta dalla vecchia, avendo in comune solo lo svolgimento di analoga attività infine, si assume che in seguito vennero assunti anche nuovi dipendenti. È evidente che quelle che vengono proposte non sono questioni di diritto, ma istanze di diversa valutazione delle prove e quindi una diversa ricostruzione dei fatti, il che non è possibile in sede di giudizio di legittimità, in assenza di censure specifiche di cui è suscettibile la motivazione, per omissione, insufficienza o contraddittorietà della stessa. Come si è visto, al contrario, la motivazione della Corte in ordine ai fatti su cui la decisione si basa è precisa, articolata e coerente nel suo sviluppo. Non può essere ridiscusso in questa sede che, al di là della diversa forma sociale, si è accertata l'identità aziendale. Né può essere discusso che, contrariamente a quanto asserito dalla società ricorrente, non vi fu un periodo di inattività aziendale e quindi i lavoratori non furono disoccupati. Sul punto, che la società ricorrente da quasi per scontato, la ricostruzione dei fatti della sentenza impugnata è particolarmente argomentata ed attenta. Dai fatti accertati in sede di merito, in modo non più discutibile in sede di legittimità, si desume che correttamente ed in piena conseguenza logica la Corte ha ritenuto insussistenti gli estremi per godere dei benefici contributivi. Lo sgravio degli oneri sociali previsto dal quinto comma dell'art. 59 del dpr 218 del 1978 riguarda solo il personale assunto dopo le date indicate dalla legge, la cui assunzione abbia determinato un incremento occupazionale. Se pertanto i lavoratori vengono licenziati da una società ed assunti da un'altra società, perché possa riscontrarsi un incremento occupazionale è necessario che l'azienda che licenzia ed assume, al di là dei dati formali, siano diverse. Nel caso specifico la Corte d'appello, come si è visto, ha spiegato e puntualmente argomentato perché tale presupposto non sussiste e perché quindi quella dei lavoratori licenziati e riassunti non possano essere considerati nuove assunzioni, integranti un incremento occupazionale, che giustifichi lo sgravio. Dalla legge si desume, inoltre, che ciò che bisogna considerare è il saldo attivo delle assunzioni, verificando che le stesse non siano state operate per sostituire lavoratori licenziati o rapporti di lavoro comunque estintisi. Le nuove assunzioni devono comportare un incremento occupazionale. Anche sul punto la Corte spiega in modo puntuale perché il requisito non risulta provato, neanche con riferimento ai lavoratori che si sostiene sarebbe stati assunti successivamente. Con riferimento a queste specifiche assunzioni, la Corte d'appello, da un lato ha rilevato come tale allegazione e la relativa produzione documentale siano state tardivamente proposte, dall'altro ha sottolineato che, comunque, non è stato provato dalla parte che ne aveva l'onere, che le stesse fossero assunzioni aggiuntive e non sostitutive di lavoratori licenziati o collocati in pensione. Manca quindi la prova dell'incremento occupazionale, richiesto dalla legge per fruire dello sgravio. Tutti i motivi pertanto sono privi di fondamento ed il ricorso di conseguenza deve essere rigettato. Le spese devono, per legge, essere liquidate in ragione del consistente valore della controversia e poste a carico della parte che perde il giudizio. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, in favore dell'INPS, che liquida in 50,00 Euro, nonché 8.000,00 Euro per compensi professionali, oltre accessori di legge.