L'onere della prova sul patto di demansionamento è sempre del datore

Anche se c'è il consenso del dipendente bisogna dimostrare l'impossibilità di adibirlo a diverse mansioni

Il patto di dequalificazione deve essere provato. Per i giudici di Piazza Cavour non basta l'accordo tra datore di lavoro e dipendente, l'azienda deve dimostrare l'inidoneità del lavoratore a svolgere mansioni equivalenti a quelle per le quali era stato assunto. Lo ha affermato la Cassazione nella sentenza 19686/05, depositata il 10 ottobre e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. In particolare la sezione lavoro del Palazzaccio, nell'accogliere il ricorso di un conducente di autobus, ha cassato la sentenza impugnata ed invitato la Corte d'appello di Napoli a decidere secondo il seguente principio di diritto Il datore di lavoro che adibisca il lavoratore, divenuto inidoneo alle mansioni da ultimo espletate, a mansioni di livello inferiore, con il consenso del dipendente, ha l'onere di provare, a norma dell'articolo 2697 Cc, pur con le ragionevoli limitazioni imposte dal caso concreto e dalle mancate allegazioni del dipendente, l'impossibilità o la non convenienza aziendale di adibire il lavoratore ad altre mansioni equivalenti a quelle da ultimo espletate o a mansioni di livello intermedio . Le linee guida indicate nel verdetto in esame prendono le mosse da un orientamento giurisprudenziale più volte espresso dalla Suprema corte in tema di licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica. Con la sentenza 7755/98 le Sezioni unite della Cassazione hanno affermato che la sopravvenuta infermità permanente e la conseguente impossibilità della prestazione lavorativa possono giustificare oggettivamente il recesso del datore di lavoro dal contratto di lavoro subordinato se risulti ineseguibile non soltanto l'attività svolta in concreto dal prestatore, ma sia esclusa anche la possibilità, alla stregua di un'interpretazione del contratto secondo buona fede, di svolgere altra attività riconducibile alle mansioni assegnate o ad altre equivalenti e, persino, in difetto di altre soluzioni, a mansioni inferiori, purché l'attività compatibile con l'idoneità del lavoratore sia utilizzabile nell'impresa senza mutamenti dell'assetto organizzativo insindacabilmente scelto dall'imprenditore . Ovviamente, il lavoratore potrà sempre contrastare tale prova indicando specificamente i posti disponibili e provando la sua idoneità ad esse .

Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 21 settembre-10 ottobre 2005, n. 19686 Presidente Ciciretti - Relatore Celentano Pm Abbritti - difforme - ricorrente Mazzeo - controricorrente Anm Spa Svolgimento del processo Con ricorso al Pretore di Napoli, depositato il 25 marzo 1996, Angelo Mazzeo, dipendente dell'Azienda Napoletana Mobilità Anm , lamentava che, a seguito della sua sopravvenuta inidoneità alle mansioni di conducente di linea, sesto livello, l'Azienda lo aveva declassato al nono livello, adibendolo a mansioni inferiori. Deduceva l'illegittimità di tale comportamento e chiedeva affermarsi il suo diritto ad essere inquadrato in altre mansioni del sesto livello o, in subordine, in un livello intermedio, con la condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno, da quantificarsi in separato giudizio. L'Anm, costituitasi, deduceva la legittimità del proprio operato. Espletata consulenza tecnica di ufficio, con sentenza depositata il 3 marzo 1998 il Pretore accoglieva la domanda affermava la idoneità del ricorrente a mansioni del sesto livello, diverse da quelle di conducente, e condannava l'Azienda al risarcimento del danno. L'appello dell'Anm, cui resisteva il lavoratore, veniva accolto dal Tribunale di Napoli con sentenza del 13 gennaio/24 febbraio 2003. I giudici di secondo grado ritenevano insufficiente la prospettazione, da parte del ricorrente, del possesso di una capacità psicofisica sufficiente per lo svolgimento di altre mansioni del sesto livello ovvero di livelli intermedi settimo od ottavo . Osservavano che il lavoratore avrebbe dovuto dedurre e provare l'esistenza di posti in organico, scoperti, tali da imporre all'azienda una scelta gestionale diversa , conforme ai principi di correttezza e buona fede. Per la cassazione di tale decisione ricorre, formulando un unico motivo di censura, Angelo Mazzeo. L'Azienda Napoletana Mobilità Spa resiste con controricorso, illustrato con memoria. Motivi della decisione Denunciando violazione e falsa applicazione degli articoli 112, 345 e 416 Cpc, la difesa del ricorrente ricorda che la vertenza riguardava la lamentata assegnazione a nuove mansioni di livello inferiore, in dispregio delle regole di correttezza, di buona fede e di tutela della professionalità del lavoratore, e che l'Azienda si era limitata a giustificarsi con una dedotta soppressione dell'organico e l'abrogazione dell'accordo del 12 luglio 1985. Censura quindi la sentenza nella parte in cui ha affermato che il lavoratore avrebbe dovuto dedurre e provare l'esistenza di altri posti in organico scoperti, tali da imporre allora all'azienda una scelta gestionale diversa, in conformità al principio generale di tutela della professionalità del dipendente e, comunque, ai principi di correttezza e buona fede , rilevando che l'appellante non aveva dedotto tali motivi di impugnazione, che non potevano, di conseguenza, essere sollevati di ufficio dal Tribunale. Rileva che, limitandosi a dedurre la non vigenza dell'accordo in materia di assegnazione di nuove mansioni agli inidonei e la mancanza di un organico, l'Azienda aveva implicitamente ammesso di non essersi attenuta ai principi di correttezza, buona fede e tutela della professionalità del lavoratore. li ricorso è fondato nei limiti di seguito indicati. Il ricorrente censura, infatti, non solo la dedotta estraneità della motivazione del Tribunale in relazione ai motivi di gravame, ma la stessa correttezza della motivazione. Le censure di extrapetizione non sono fondate, atteso che con l'atto di appello la Anm aveva lamentato la erroneità della decisione di primo grado, escludendo un proprio obbligo di reperire al lavoratore una diversa e migliore collocazione in azienda. E la decisione tiene conto di tali censure, risolvendole con la considerazione di un ritenuto mancato assolvimento dell'onere della prova, da parte del lavoratore divenuto inidoneo alle mansioni di conducente. La questione riguarda sostanzialmente la ripartizione dell'onere della prova articolo 2697 Cc in caso di assegnazione di nuove mansioni al lavoratore divenuto inidoneo in relazione a quelle per le quali era stato assunto. Con sentenza 7755/98 le Su, componendo il contrasto insorto nella Sezione lavoro in ordine alla licenziabilità del dipendente divenuto parzialmente inidoneo alla prestazione per la quale era stato assunto, hanno affermato che la sopravvenuta infermità permanente e la conseguente impossibilità della prestazione lavorativa possono giustificare oggettivamente il recesso del datore di lavoro dal contratto di lavoro subordinato, ai sensi degli articolo 1 e 3 legge 606/66 - normativa specifica in relazione a quella generale dei contratti sinallagmatici di cui agli articolo 1453, 1455, 1463 e 1464 - se risulti ineseguibile non soltanto l'attività svolta in concreto dal prestatore, ma sia esclusa anche la possibilità, alla stregua di un'interpretazione del contratto secondo buona fede, di svolgere altra attività riconducibile alle mansioni assegnate o ad altre equivalenti ai sensi dell'articolo 2103 e, persino, in difetto di altre soluzioni, a mansioni inferiori, purché l'attività compatibile con l'idoneità del lavoratore sia utilizzabile nell'impresa senza mutamenti dell'assetto organizzativo insindacabilmente scelto dall'imprenditore. Nella stessa sentenza è stato riaffermato che è il datore di lavoro che ha l'onere di provare il giustificato motivo di licenziamento, ai sensi dell'articolo 5 della legge 604/66, dimostrando che nell'ambito delle mansioni assegnate e di quelle equivalenti come tali riconducibili all'articolo 2103 Cc non è possibile, o comunque compatibile con il buon andamento dell'impresa, un conveniente impiego dell'infermo salva la ovvia possibilità del lavoratore di contrastare tale prova, indicando specificamente le mansioni esercitabili e provando la sua idoneità ad esse. La sentenza citata, come si è veduto, accoglie l'orientamento favorevole alla conservazione del posto di lavoro pur con il cosiddetto patto di dequalificazione, vale a dire con l'attribuzione di mansioni inferiori, sempre che vi sia il consenso del lavoratore. L'orientamento favorevole alla validità del cosiddetto patto di dequalificazione autorevolmente avallato dalla menzionata decisione delle sezioni unite, quale unico mezzo per conservare il rapporto di lavoro, muove, peraltro, dalla premessa che in realtà non si tratta di una deroga all'articolo 2103 Cc, norma diretta alla regolamentazione dello ius variandi del datore di lavoro e, come tale, inderogabile secondo l'espresso disposto del secondo comma dell'articolo, ma di un adeguamento del contratto alla nuova situazione di fatto. L'adeguamento deve essere, quindi, sorretto dal consenso, oltre che dall'interesse, dello stesso lavoratore, cosi come è richiesto l'accordo collettivo per assegnare mansioni diverse, anche in deroga all'articolo 2103, ai lavoratori ritenuti eccedenti dalle imprese che avviano la procedura per la dichiarazione di mobilità articolo 4, comma 11, legge 223/91 . Da tali considerazioni discende che il datore di lavoro è tenuto a giustificare oggettivamente il recesso anche con l'impossibilità di assegnare mansioni non equivalenti nel solo caso in cui il lavoratore abbia, sia pure senza forme rituali, manifestato la sua disponibilità ad accettarle. Nella fattispecie in esame il lavoratore, pur mostrandosi disposto ad accettare il demansionamento pur di conservare il posto di lavoro, ha impugnato la decisione del datore di adibirlo a mansioni di nono livello. Ha lamentato la mancata valutazione della possibilità di essere adibito a mansioni di sesto livello o, in via subordinata, a mansioni proprie di un livello intermedio. Così come, in caso di eventuale licenziamento, sarebbe stato onere del datore di lavoro dimostrare la impossibilità di adibire il dipendente, divenuto inidoneo alle mansioni di conducente, a mansioni equivalenti o, attesa la disponibilità del lavoratore, a mansioni inferiori, cosi il datore di lavoro che abbia adibito il lavoratore, divenuto inidoneo alle mansioni di conducente di sesto livello, a mansioni di nono livello, ha l'onere di dimostrare la impossibilità, o la non convenienza aziendale, di utilizzare il dipendente in mansioni equivalenti, nello stesso livello, o in mansioni intermedie fra le precedenti e quelle di fatto attribuite. La giurisprudenza della Corte ammette un ragionevole assolvimento di tale onere probatorio in relazione ai concreti aspetti della vicenda e alle allegazioni del dipendente attore in giudizio Cassazione, 6253/97 4970/99 , ma non si è mai spinta fino ad addossare al lavoratore l'onere di dimostrare l'esistenza di tali posti, assolvendo il datore da ogni incombente al riguardo. I giudici di appello napoletani non si sono attenuti a tali principi di diritto, riaffermati con la sentenza 10339/00, decidendo la causa sulla considerazione che il lavoratore non aveva dedotto e provato l'esistenza di altri posti in organico scoperti, tali da imporre all'azienda una scelta diversa e conforme ai principi di correttezza e buona fede. Per tutto quanto esposto la sentenza va cassata e la causa va rinviata ad altro giudice di secondo grado, che si indica nella Corte di appello di Napoli, che si atterrà al seguente principio di diritto Il datore di lavoro che adibisca il lavoratore, divenuto inidoneo alle mansioni da ultimo espletate, a mansioni di livello inferiore, con il consenso del dipendente, ha l'onere di provare, a norma dell'articolo 2697 Cc, pur con le ragionevoli limitazioni imposte dal caso concreto e dalle mancate allegazioni del dipendente, l'impossibilità o la non convenienza aziendale di adibire il lavoratore ad altre mansioni equivalenti a quelle da ultimo espletate o a mansioni di livello intermedio . Il giudice del rinvio regolerà anche le spese di questo giudizio di legittimità. PQM La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese, alla Corte di appello di Napoli.