Inappellabilità, applicazione sospesa a macchia di leopardo

Il Pg di Campobasso ha chiesto alla Corte di sollevare quesatione di legittimità da Lecce intanto si sono rivolti alla Consulta per un responso sugli articoli 1 e 10 della Pecorella

Falsa partenza per la legge Pecorella dopo nove giorni dall'entrata in vigore la sua applicazione è stata sospesa, a macchia di leopardo, in diverse Corti d'appello d'Italia. Si moltiplicano, infatti, le eccezioni di incostituzionalità per la legge 46/2006 che impedisce al pubblico ministero di appellarsi contro le sentenza di proscioglimento. Sulla scia di Firenze e Milano si veda negli arretrati del 10 e 11 marzo anche la Corte d'appello di Lecce ha rinviato alla Consulta la legge Pecorella, mentre la procura generale della Repubblica presso la Corte territoriale del Molise ha chiesto alla stessa di sollevare questione di legittimità costituzionale l'intervento del Pg di Campobasso, depositato il 16 marzo, è leggibile integralmente nei documenti correlati . Il meccanismo che ha permesso di mettere in moto il procedimento di rimessione degli atti alla Corte costituzionale è sempre lo stesso per i magistrati pugliesi e molisani c'è una sentenza di assoluzione di primo grado contro la quale ha presentato appello la procura. Un caso classico di applicazione del regime transitorio introdotto dalla legge sull'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, che prevede un'ordinanza di inammissibilità dell'impugnazione e, entro 45 giorni dalla notifica, l'eventuale conversione dell'appello in ricorso per cassazione. A questo punto, però, se viene sollevata e accolta dalla Corte territoriale eccezione di incostituzionalità, l'operatività della legge Pecorella viene sospesa e il processo si congela in attesa del verdetto della Consulta. Così è accaduto anche a Lecce, dove la sezione penale della Corte d'appello con l'ordinanza 276/06 - depositata il 10 marzo e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati - ha sollevato d'ufficio questione di legittimità costituzionale in due punti il primo colpisce l'articolo 593 Cpp come modificato dall'articolo 1 della legge 46/06, nella parte in cui limita l'appello del pubblico ministero alle sole sentenze di condanna e lo consente contro le sentenze di proscioglimento nei soli casi in cui emergano nuove prove o vengano scoperte dopo il giudizio di primo grado. Il contrasto con la Costituzione, come per i giudici di Milano e Firenze, sarebbe con l'articolo 111 sia sotto il profilo della parità delle parti nel processo che sotto quello della durata ragionevole dello stesso. Il secondo profilo di incostituzionalità sollevato dalla Corte salentina toccherebbe, invece, l'articolo 10 della Pecorella che dichiara applicabili ai procedimenti in corso le disposizioni contenute nella stessa legge e prevede che l'appello proposto anteriormente alla sua entrata in vigore sia dichiarato inammissibile . Anche qui il parametro costituzionale violato sarebbe la norma di cui all'articolo 111 - sotto entrambi i profili evidenziatie, in più, l'articolo 97 della Carta costituzionale. Quest'ultimo principio, sul buon andamento dell'amministrazione, si considera infatti applicabile anche agli organi dell'apparato giudiziario. In altre parole, secondo la Corte d'appello di Lecce, la legge Pecorella vanificherebbe senza motivi il lavoro svolto dal Pm, costringendolo a rimodulare la sua impugnazione e a trasformarla in ricorso per cassazione. Non solo, i magistrati leccesi sono stati anche lungimiranti nel parlare di un eccessivo carico di lavoro per la Cassazione al punto tale da comprometterne l'efficienza e la stessa funzionalità . In sostanza, un preludio alle dichiarazioni rilasciate ieri, a margine di un convegno apertosi a Firenze, dal Primo presidente della Suprema corte, Nicola Marvulli La Cassazione vive un momento terribile e anche chi è posto alla direzione di questo ufficio li vive . Il riferimento è vedi negli arretrati dell'11 marzo proprio agli effetti della legge sulla inappellabilità. b.m.

Procura generale della Repubblica Presso la Corte di Appello del Molise - Campobasso 15 - 16 marzo 2006 Intervento del Procuratore Generale Michele Morello Richiesta di eccezione di legittimità costituzionale della legge 46/2006 Con sentenza del 14 luglio 2004 il Tribunale di Campobasso in composizione monocratica assolveva in dibattimento l'imputato Schoppa Luig dal delitto di cui agli articoli 49, 56 e 480 Cp perché il fatto non costituisce reato. Contro la predetta sentenza proponeva regolarmente appello questo ufficio, chiedendo alla Corte di appello la condanna dell'imputato per i motivi ivi specificati. Prima che la Corte di appello si pronunciasse sull'appello predetto è intervenuta la legge 46/2006, che ha previsto all'articolo 1 la modifica dell'articolo 593 Cpp, nel senso che l'appellabilità sia per l'imputato che per il Pm, delle sentenze di proscioglimento è ora consentito solo nelle ipotesi di cui all'articolo 603 comma 2 Cpp, cioè nel caso di nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, se tali prove sono decisive, negli altri casi essendo consentito solo il ricorso per cassazione ai semi dell'articolo 606 Cpp come modificato dalla stessa legge ed all'articolo 10 ha altresì previsto che l'appello proposto dall'imputato o dal PM prima della entrata in vigore della stessa legge venga dichiarato inammissibile con ordinanza non impugnabile, con possibilità di proporre ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado entro 45 giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità. Si chiede alla Corte di appello che, in sede di verifica del potere di dichiarare, con ordinanza non impugnabile, l'inammissibilità dell'appello già proposto, eccepisca l'incostituzionalità della predetta normativa di modifica, allo scopo di tenere in vita l'appello proposto da questo ufficio, per i seguenti motivi. 1 Contrasto dell'articolo 593 comma 2, modificato dall'articolo 1 comma 2, legge 46/2006, con gli articoli 3, 24 comma 1 e 111 comma 2 Costituzione. Il principio costituzionale dì uguaglianza davanti alla legge, in relazione alla possibilità per tutti di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi, appunto in condizione dì parità, è stato manifestamente violato dalla modifica legislativa menzionata, che solo apparentemente prospetta, ma parità di diritti tra imputato e Pm quando stabilisce che l'imputato ed il Pm possono appellare contro le sentenze di proscioglimento nelle ipotesi dì cui all'articolo 603 comma 2, se la nuova prova è decisiva . In realtà, invece, la situazione giuridica del PM è stata sostanzialmente deteriorata perchè, potendo proporre appello solo nel caso di nuove prove decisive, si vede sottratto il potere di appellare le sentenze di proscioglimento ingiuste nel merito , a prescindere dalla scoperta di nuove prove, così come prevedeva il vecchio testo dell'articolo 593 comma 1 Cpp, quando cioè la tesi da lui sostenuta esce soccombente dal giudizio di primo grado, mentre profondamente diversa è la situazione dell'imputato che incontra, sì, lo stesso ostacolo, ma dopo essere uscito vittorioso dal giudizio di primo grado, cioè dopo essere stato prosciolto. ed inoltre non incontra alcun ostacolo per la proposizione dell'appello quando la sua tesi è uscita soccombente dal giudizio di primo grado, cioè contro le sentenze di condanna! Le due parti processuali, principali, quindi, l'imputato ed il Pm, vengono a trovarsi in condizioni diseguali rispetto alle sentenze ritenute ingiuste nel merito, il primo potendo appellare senza Iimiti le sentenze di condanna ritenute ingiuste nel merito, al contrario del Pm che non può appellare le sentenze di proscioglimento ingiuste nel merito ed il Pm agisce a tutela di interessi della collettività, non di interessi personali! . Sul punto sono rimasti elusi anche i rilievi del Presidente della Repubblica, che nel messaggio alle Camere del 20 gennaio 2006, col quale rifiutava la promulgazione della legge, rilevava la condizione di disparità che supera quella compatibile con la diversità delle funzioni svolte dalle parti stesse del processo e l'ulteriore incongruenza del fatto che il pubblico ministero totalmente soccombente non può proporre appello, mentre ciò gli è consentito quando la sua soccombenza sia solo parziale, avendo ottenuto una condanna diversa da quella richiesta! 2 . Contrasto della predetta normativa di modifica e dell'articolo 10 comma 3 legge 46/2006 con il principio costituzionale di ragionevole durata del processo, previsto dall'articolo 111 comma 2 Costituzione. In base alla normativa di modifica del potere di appello del PM contro le sentenze di proscioglimento, nel caso di ingiustizia nel mento della sentenza predetta, non rivelatasi successivamente ma emergente già dagli atti del processo, come si è accennato, il Pm può proporre solo ricorso per cassazione. anche per i motivi di merito, come risulta dalla modifica dell'articolo 606 Cpp ad opera dell'articolo 8 legge 46/2006, e, per quanto concerne i processi in corso, il ricorso per cassazione può essere proposto entro 45 giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità dell'appello già proposto. In sostanza, quindi, quegli stessi motivi di ingiustizia nel merito che prima della modifica potevano essere dedotti con l'appello e decisi dal giudice di appello, ora devono essere dedotti in Cassazione, la quale, se risultano fondati, non potrà provvedere nel merito ma dovrà annullare la sentenza di primo grado e dì conseguenza dovrà ripetersi il giudizio dì primo grado per poi, semmai, pervenirsi al giudizio di appello nel caso di condanna ! Per pervenire allo stesso risultato della normativa abrogata, cioè, devono essere celebrati altri due giudizi, uno in cassazione con quale superfluo aggravio dei ruoli della Corte di cassazione è facile immaginare e l'altro di nuovo in primo grado. se frattanto i reati non si siano prescritti. 3 Contrasto della predetta normativa, in particolare dell'articolo 593 comma 2 Cpp. Come modificato, dall'articolo 1, legge 46/2006, col principio costituzionale di ragionevolezza della legge, pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale. Il Pm può appellare la sentenza di proscioglimento solo in presenza di nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado . Ma il Pm deve proporre appello, entro i ristretti termini previsti dall'articolo 585 Cpp. che, ad esempio, sono di appena 15 giorni nel caso previsto dalla lett a del primo comma. Ebbene, l'appello del Pm resta ammissibile solo per le nuove prove sopravvenute o scoperte nel predetto brevissimo lasso di tempo per proporlo! Non prima perché ne avrebbe chiesto l'ammissione in limine litis a norma dell'articolo 507 né dopo perché è ormai scaduto il termine per appellare! Il Pm, inoltre, in conseguenza, della nuova normativa può proporre appello quando il giudice esclude la sussistenza, di una circostanza aggravante contestata, non invece quando esclude l'esistenza del reato può appellare quando la pena inflitta è ritenuta bassa, non invece quando è esclusa del tutto la pena! E' talmente irragionevole l'intera normativa, anche nei punti non rilevanti nel presente procedimento di impugnazione, che la disposizione transitoria non fa salvo nemmeno l'appello del Pm già proposto nel caso in cui già prima della nuova legge si lamentava la mancata assunzione di una prova decisiva anche in tal caso si deve dichiarare inammissibile l'appello proposto e dedurre davanti alla Corte di cassazione l'errore del giudice di primo grado, davanti al quale ritornare ineluttabilmente, mentre la stessa nuova legge prevede che in tal caso possa decidere direttamente il giudice di appello! Per non tacere dell'archiviazione obbligatoria nel caso in cui la Corte di cassazione dichiari l'insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in sede di impugnazione di una misura cautelare personale, quando invece la legge richiede soltanto la sussistenza di indizi di colpevolezza per il rinvio a giudizio, cioè la sussistenza di elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio articolo 425 comma 3 Cpp, ed articolo 125 disp. attuaz. . 4 Contrasto con il principio costituzionale di obbIigatorietà dell'esercizio dell'azione penale, previsto dall'articolo 112 Costituzione. Il Pm ha l'obbligo di esercitare l'azione penale e tale principio non può ritenersi limitato al semplice promovimento dell'azione penale, ma deve ritenersi esteso anche alla prosecuzione dell'esercizio stesso fino alla sentenza definitiva, potendo trovare ostacoli solo per mezzo di nome di diritto sostanziale prescrizione, amnistia, ecc. , non anche di norme di diritto processuale, le quali possono solo sospenderlo temporaneamente. a . La Corte Costituzionale, che più volte se ne è interessata intervenendo, tuttavia con riferimento all'appello incidentale ed ai limiti all'appello nel giudizio abbreviato, già nella prima sentenza 177/71 , che dichiarava l'illegittimità costituzionale dell'appello incidentale del PM per violazione del principio di parità di trattamento tra PM ed imputato al quale allora l'appello incidentale non era riconosciuto, vigendo il vecchio codice , affermava che il potere di impugnazione del Pm è un'estrinsecazione ed un aspetto dell'azione penale, un atto conseguente, obbligatorio e non discrezionale, al promovimento dell'adone penale vale a dire un atto dovuto, che si concreta nella richiesta al giudice superiore di emettere una diversa decisione. più conforme alla pretesa punitiva, e di rimuovere il pregiudizio che, a criterio dell'organo dell'accusa, la precedente statuizione abbia arrecato alla realizzazione di essa . b Nella successiva sentenza 363/91, a proposito delle limitazioni al potere di appellare le sentenze emesse nel giudizio abbreviato da. parte del Pm, la Corte Costituzionale riteneva infondata l'eccezione di incostituzionalità perché il limite all'appello del Pm trovava una giustificazione nell'obiettivo primario della rapida definizione del processo svoltosi col rito premiale, nonché nella circostanza che, trattandosi di sentenza di condanna, comunque era stata realizzata la pretesa punitiva fatta valere con l'azione penale, pur affermando che il principio di parità tra accusa e difesa non comporta necessariamente l'identità tra i poteri processuali del PM e quelli dell'imputato e del suo difensore, precisava che una diversità di trattamento rispetto a tali poteri possa risultare giustificata sia dalla peculiare posizione istituzionale del Pm, sia dalla funzione allo stesso affidata, sia da esigenze connesse alla corretta amministrazione della giustizia ma, in ogni caso, il diverso trattamento riservato al PM, per essere conforme a Costituzione, dovrà trovare una ragionevole motivazione proprio in quella peculiare posizione o in quella funzione o in quelle esigenze appena richiamare . Orbene, in nessuna di queste categorie concettuali sembra rientrare la legittima lim tazione del principio di obbligatorietà dell'azione penale. o . Ancora in una successiva sentenza 98/1994 la Corte Costituzionale, che riteneva infondata I'eccezione di incostituzionalità della mancata previsione dell'appello incidentale del PM nel giudizio abbreviato perché il trattamento diversificato delle parti avrebbe avuto rilevanza solo se fosse stato messo in discussione in qualche modo l'articolo 24 Costituzione, che però non riguarda i poteri del PM, e comunque perché il giudice a quo aveva richiamato come parametr di valutazione solo gli articoli 3 e 112 Costituzione, precisava che la legge ordinaria, che limita i poteri del PM in materia di impugnazione, può essere censurala per irragionevolezza solo, se i poteri stessi, nel loro complesso, dovessero risultare inidonei all'assolvimento dei compiti previsti dall'articolo 112 Costituzione . Il che sembra che si sia verificato con la modifica legislativa in oggetto ed é quello che si chiede di verificare alla Corte Costituzionale. d . E' ben vero che nella sentenza 280/95 la Corte Costituzionale, rivedendo le precedenti affermazioni sulla rilevanza in materia dell'articolo 112 Costituzione, escludeva che il potere di appellare del Pm fosse riconducibile all'obbligatorietà dell'esercizio dell'azione penale, ma le osservazioni della Corte, formulate peraltro sempre in risposta ad una ritenuta incostituzionalità dell'appello incidentale , possono essere sottoposte all'esame della stessa Corte per una migliore valutazione del quesito, in relazione alla normativa vigente in tema di appello principale del Pm specie in conseguenza del fatto che la stessa Corte Costituzionale nella stessa predetta sentenza affèrmava che è del tutto fuorviante guardare, come taluno fa, all'appello incidentale con la stessa ottica con cui si guarda all'appello principale! La Corte Costituzionale, infatti, escludeva qualsiasi collegamento tra l'obbligo di esercitare l'azione penale ad il potere dì impugnazione del PM in base alle seguenti considerazioni, che non possono ritenersi esaustive, com'è semplice constatare d/1. di esso non vi è traccia nei lavori preparatori della Costituzione ma ciò potrebbe anche essere accaduto perché ritenuta conseguenza ineluttabile d/2. il PM può fare acquescienza alla sentenza di primo grado e non è concepibile che la legge processuale preveda istituti che possono essere in contrasto con doveri funzionali o addirittura con obblighi elevati a rango costituzionale, così come può rinunciare all'appello, anche senza alcuna motivazione, e non risulta che siano stati ravvisati profili di illegittimità costituzionale di tali istituti ma è evidente che l'appello non deve conseguire come fatto ineluttabile all'assoluzione dell'imputato e che l'acquiescenza e la rinuncia all'impugnazìone si verificano quando, melius re perpensa , si ritiene giusta e valida la decisione . Orbene, la stessa Corte Costituzionale saprà, nella propria indiscussa saggezza. riconoscere la necessità di rielaborare dì nuovo il proprio pensiero in materia. Le predette eccezioni di incostituzionalità, oltre a non essere manifestamente infondate, sono rilevanti nel caso di specie, perché se la normativa di modifica non venisse abrogata dalla Corte Costituzionale la Corte di appello non potrebbe procedere al giudizio di appello e dovrebbe dichiarare l'inammissibilità dell'appello proposto. Si chiede, quindi, alla Corte di appello di sollevare la questione di legittimità costituzionale delle disposizioni precedentemente indicate e di trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale ai sensi dell'articolo 23 legge 87/1953.

Corte di appello di Lecce - sezione penale - ordinanza 9-10 marzo 2006, n. 276 Presidente e relatore Buffa Ordinanza visti gli atti del procedimento penale iscritto al n. 276/06 a carico di Tursi Emilio ed altri, definito in primo grado con sentenza del tribunale di Lecce in data 30.11.05 rilevato che, contro la predetta sentenza -con la quale tutti gli imputati sono stati assolti dalle imputazioni loro ascritte per insussistenza del fattohanno proposto appello il pubblico ministero con atto 11.1.06 con cui si chiede -tra l'altrola rinnovazione del dibattimento e l'assunzione di prove già richieste e non ammesse dal giudice di primo grado ed in via incidentale l'imputato Fiengo Giuseppe che chiede, in accoglimento ove necessario del proposto appello, la conferma della statuizione di primo grado in ordine all'insussistenza dei fatti reato a lui contestati rilevato che nelle more è stata promulgata la legge 20.2.06 n. 46, entrata in vigore nella data odierna, la quale, all'articolo 1, modificando il previgente articolo 593 Cpp, stabilisce che l'imputato e il pubblico ministero possono appellare contro le sentenze di proscioglimento nelle ipotesi di cui all'articolo 603 comma 2, se la nuova prova è decisiva rilevato che la citata legge stabilisce all'articolo 10 che essa si applica ai procedimenti in corso alla data della sua entrata in vigore e che l'appello proposto contro una sentenza di proscioglimento dall'imputato o dal pubblico ministero prima di tale data viene dichiarato inammissibile con ordinanza non impugnabile, salva la possibilità per il pubblico ministero e per l'imputato di proporre nei quarantacinque giorni successivi alla comunicazione ricorso per cassazione ritenuto che, a mente dell'ultima disposizione citata, l'appello proposto dal pubblico ministero contro la sentenza in esame dovrebbe de plano essere dichiarato inammissibile in quanto palesemente non ricorre l'ipotesi prevista dall'articolo 603 comma 2 Cpp -di appello cioè fondato su prove nuove o scoperte dopo il giudizio di primo grado - essendo la richiesta di rinnovazione del dibattimento formulata dal pubblico ministero limitata all'assunzione di prove non ammesse dal giudice di primo grado che non possono quindi essere considerate nuove e scoperte successivamente ritenuto altresì che non ricorre neppure l'ipotesi prevista dall'articolo 580 Cpp come modificato dall'articolo 7 della legge n. 46/06 secondo cui quando contro la stessa sentenza sono proposti mezzi di impugnazione diversi, nel caso in cui sussista la connessione di cui all'articolo 12, il ricorso per cassazione si converte in appello giacché, ai fini che qui interessano, all'appello proposto dall'imputato Fiengo in via incidentale, che è ex se inammissibile già secondo il testo previgente dell'articolo 593 comma 2 Cpp, non può riconoscersi alcuna efficacia, data appunto la sua dichiarata natura di impugnazione incidentale condizionata quindi all'ammissibilità dell'impugnazione principale e che per tale ragione non potrebbe produrre l'effetto di rendere ammissibile l'impugnazione del pubblico ministero che tale non è ritenuto tuttavia di dover sottoporre al vaglio del giudice delle leggi le questioni di legittimità costituzionale sollevate da più parti già durante l'iter di approvazione della legge e che non appaiono a questa corte manifestamente infondate considerato a riguardo che -la Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che il doppio grado di giurisdizione di merito non forma oggetto di garanzia costituzionale e neppure può essere derivato da convenzioni internazionali con riferimento all'articolo 2 del protocollo addizionale n. 7 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali approvata a Strasburgo il 22.11.84 -la Corte ha ritenuto altresì costituzionalmente legittime le limitazioni, per esempio in materia di giudizio abbreviato, al potere del pubblico ministero di impugnare una sentenza di proscioglimento o di proporre, sempre nel rito abbreviato, appello incidentale quando sia stato proposto appello da parte dell'imputato Corte Costituzionale 98/1994 e tuttavia la Corte, in quest'ultima sentenza, non ha mancato di rilevare che la configurazione dei poteri di impugnazione del pubblico ministero rimane affidata alla legge ordinaria che potrebbe essere censurata per irragionevolezza solo se i poteri stessi, nel loro complesso, dovessero risultare inidonei all'assolvimento dei compiti previsti dall'articolo 112 costituzione , col principio cioè dell'obbligatorietà dell'azione penale -già alla stregua della giurisprudenza esistente della Corte Costituzionale, anteriore peraltro alle modifiche apportate all'articolo 111 costituzione dalla legge costituzionale 23.11.99 n. 2, sembrerebbe esclusa la possibilità di negare in linea generale al pubblico ministero il potere di impugnare con appello le sentenze di proscioglimento -una così pesante limitazione ai poteri del pubblico ministero si pone comunque in palese contrasto col disposto dell'articolo 111 comma 2 costituzione, secondo cui ogni processo si svolge nel contraddittorio delle parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale sembrerebbe evidente infatti che la condizione di parità delle parti garantita nel processo dal dettato costituzionale è seriamente compromessa dal fatto che all'una -l'imputatoè giustamente garantita la possibilità di un nuovo processo di merito nel caso di condanna, mentre analoga possibilità non è data -e senza alcun ragionevole motivoal pubblico ministero e neppure, ma è problema che in questo processo non si pone, alla persona offesa dal reato costituita parte civile nella ipotesi speculare di assoluzione dell'imputato -questo profilo di possibile illegittimità costituzionale è stato già rilevato dal Presidente della Repubblica nel suo messaggio alle camere del 20.1.06 con cui si chiese un nuovo esame della legge e nel quale si sottolineò che la soppressione dell'appello delle sentenze di proscioglimento, a causa della disorganicità della riforma, fa si che la stessa posizione delle parti del processo venga ad assumere una condizione di disparità che supera quella compatibile con la diversità delle funzioni svolte dalle parti stesse nel processo mentre le asimmetrie tra accusa e difesa costituzionalmente compatibili non devono mai travalicare i limiti posti dall'articolo 111 comma 2 della costituzione e si sottolinea ancora l'ulteriore incongruenza derivante dal fatto che il pubblico ministero totalmente soccombente non può proporre appello, mentre ciò gli è consentito quando la sua soccombenza sia solo parziale, avendo ottenuto una condanna diversa da quella richiesta -questi rilievi peraltro furono recepiti dal Parlamento che ritenne di rimediarvi introducendo la possibilità per il pubblico ministero di impugnare con appello le sentenze di proscioglimento in caso di prove nuove, sopravvenute al giudizio di primo grado, aventi carattere decisivo ma il carattere assolutamente marginale di tale possibilità non modifica minimamente i termini del problema e non elimina i dubbi di costituzionalità della norma in esame -la quale, secondo i rilievi contenuti anche nel messaggio presidenziale, si pone altresì in contrasto col principio costituzionale affermato dall'articolo 111 della durata ragionevole del processo dato che, in caso di esperimento con esito positivo di ricorso per cassazione da parte del pubblico ministero, il processo torna irragionevolmente al primo grado, consentendo alle parti tutte le attività processuali che la pronuncia di una sentenza di primo grado avrebbe altrimenti precluso, e ciò inevitabilmente incide in negativo sulla durata del processo e nello stesso tempo l'ampliamento dei casi di ricorso per cassazione non solo non produce alcun effetto compensativo rispetto alla soppressione dell'appello ma avrebbe al contrario un effetto inflattivo di gran lunga superiore a quello deflattivo derivante dalla soppressione dell'appello -la disposizione transitoria contenuta nell'articolo 10 della legge si pone altresì in contrasto col principio costituzionale affermato dall'articolo 97 costituzione del buon andamento dell'amministrazione, applicabile secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale anche agli organi dell'amministrazione della giustizia, in quanto vanifica, senza un'apparente ragione, il lavoro svolto dal pubblico ministero, costringendolo a rimodulare la sua impugnazione e a trasformarla in ricorso, mentre aggrava di un eccessivo carico di lavoro la Corte di Cassazione fino a comprometterne l'efficienza e la stessa funzionalità, come peraltro pubblicamente denunciato dal primo presidente della stessa corte ritenuto pertanto che i dubbi di illegittimità costituzionale delle norme in esame, non essendo manifestamente infondati, vanno prospettati alla Corte Costituzionale e che in attesa della decisione, va sospesa l'emissione dell'ordinanza di inammissibilità della proposta impugnazione PTM visto l'articolo 1 della legge costituzionale 1/1948 e l'articolo 23 della legge 87/53 solleva d'ufficio questione di legittimità costituzionale dell'articolo 593 Cpp come modificato dall'articolo 1 della legge 46/06, nella parte in cui limita l'appello del pubblico ministero alle sole sentenze di condanna e lo consente contro le sentenze di proscioglimento nei soli casi previsti dall'articolo 603 comma 2 Cpp, in riferimento all'articolo 111 costituzione, sia sotto il profilo della parità delle parti nel processo, sia sotto il profilo della durata ragionevole del processo stesso nonché dell'articolo 10 della citata legge 46/06 che dichiara applicabili ai procedimenti in corso le disposizioni contenute nella stessa legge e prevede che l'appello proposto anteriormente alla sua entrata in vigore sia dichiarato inammissibile, in riferimento agli articoli 111 -sotto entrambi i profili evidenziatie 97 costituzione dispone, a cura della cancelleria, la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, previa notifica di questa ordinanza al pubblico ministero ed alle parti private nonché al presidente del Consiglio dei Ministri dispone altresì la comunicazione ai presidenti delle due Camere del Parlamento sospende il processo in corso.