Legittima la registrazione occulta: è la sfera privata della vittima ad esser stata violata per prima

La vittima registra in maniera occulta la conversazione con il suo aguzzino, ma è fuori luogo che quest’ultimo invochi il rispetto della propria riservatezza.

A precisarlo è stata la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 10277/2013, depositata il 6 marzo. Il caso. Un uomo veniva accusato di aver posto in essere, tra il 1993 e il 2000, atti sessuali ai danni di una ragazzina da quando lei aveva circa 6 anni fino all’età di 13 anni , per giunta sua lontana parente. La ragazzina, dopo aver registrato una conversazione nel corso del quale si parlava diffusamente dell’accaduto, si rivolgeva all’autorità giudiziaria, ma era già il 2008 e l’uomo, vista l’intervenuta prescrizione, veniva condannato solo per i reati commessi nell’anno 2000. Dissenso di un interlocutore alla registrazione. Il ricorso per cassazione viene presentato dall’imputato lamentando la violazione dell’art. 8 CEDU, in quanto non poteva disporsi liberamente della registrazione effettuata, visto che era stato chiaramente espresso il dissenso alla registrazione da parte di uno degli interlocutori nel caso di specie, il dissenso era stato espresso dall’imputato . Infatti, prima di iniziare la conversazione, l’uomo aveva chiesto alla ragazza di non portare con sé la borsetta per timore che contenesse un registratore, ma poi la ragazza era riuscita ugualmente a registrare grazie all’uso del telefono cellulare. La vita privata della ragazza era stata violata dall’imputato. La S.C., tuttavia, non ritiene fondato il ricorso e - oltre a ribadire che le registrazioni, anche se realizzate clandestinamente, divengono prova documentale ha chiarito che, nel caso di specie, non risulta pertinente il richiamo all’art. 8 CEDU, secondo cui ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata. Anche perché afferma la Cassazione - il principio ha valenza biunivoca e va, quindi, interpretato in un’ottica equilibrata di bilanciamento di interessi . È fuori luogo che l’imputato invochi il rispetto della propria riservatezza. Infatti, l’invasione della sfera privata da parte della ragazza è avvenuta nell’ottica ben precisa di chi sentendosi ed effettivamente essendo persona offesa e vittima di un sopruso da parte dell’imputato cercava argomenti per rappresentare e tutelare le proprie ragioni . Pertanto, il ricorso viene rigettato in toto e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 6 novembre 2012 6 marzo 2013, n. 10277 Presidente Franco Relatore Mulliri Ritenuto in fatto 1. Vicenda processuale e provvedimento impugnato - Il ricorrente è accusato di aver posto in essere atti sessuali con una ragazzina della quale egli era lontano parente marito della zia del padre della p.o. . Inizialmente, l'accusa concerneva fatti posti in essere dal OMISSIS , vale a dire, da quando la ragazzina aveva circa 6 anni sino all'età di 13. Tali condotte consistite in masturbazioni e penetrazioni con il dito , secondo il racconto della p.o., erano avvenute tutte le volte che i due rimanevano da soli all'esito di incontri domenicali o festivi abbastanza abituali tra le famiglie imparentate. Stando a quanto riportato nelle sentenze di merito, la bambina, inizialmente, aveva acceduto al gioco segreto tra loro non avendo consapevolezza della sua turpitudine ed illiceità, ma crescendo ed acquisendo coscienza, aveva iniziato a mostrare resistenze nell'andare dallo zio fino a che la madre aveva intuito e, dopo aver reagito con l'uomo, aveva invitato la figlia a non pensarci più. Nonostante ciò, nel corso dell'estate , l'uomo aveva nuovamente profittato di una occasione in cui la ragazzina si era messa a riposare a letto e l'aveva masturbata fino a farle raggiungere l'orgasmo. Dopo di ciò, la bambina era fuggita e lui, rincorrendola, le aveva chiesto perdono. Siccome, però, crescendo, dopo essersi confidata con compagni di scuola ed amici, la ragazzina aveva continuato a soffrire al pensiero di ciò che aveva vissuto, aveva deciso di mettere lo zio di fronte alla proprie responsabilità. Per tale ragione, aveva deciso di incontrarlo e di registrare la conversazione nel corso della quale si parlava diffusamente dell'accaduto. A seguito di ciò - si era ormai nel - la ragazza si era rivolta all'A.G All'esito del giudizio di primo grado, svolto con rito abbreviato, il ricorrente è stato riconosciuto colpevole degli atti sessuali commessi nel 2000 mentre, per gli altri, è stato pronunciato proscioglimento essendo essi estinti per prescrizione. La Corte d'appello, con la decisione qui impugnata, ha confermato la condanna alla pena di due anni ed otto mesi di reclusione. 2. Motivi del ricorso - Avverso tale decisione, il condannato ha proposto ricorso, tramite difensore, deducendo 1 violazione di legge e vizio di motivazione art. 606 lett. c ed e c.p.p. eccependosi, in primo luogo, la inutilizzabilità della conversazione telefonica registrata, autonomamente, dalla p.o. e di quella registrata dalla zia sollecitata dalla stessa polizia . Il ricorrente, pur riconoscendo che, per giurisprudenza di legittimità e costituzionale costanti, la registrazione fonografica di un colloquio svolto tra presenti, ad opera di uno dei soggetti che vi partecipi, anche se eseguita clandestinamente, non è riconducibile alla nozione di intercettazione ma costituisce forma di memorizzazione fonica di un fatto storico del quale l'autore può disporre legittimamente, ribatte che, però, ciò non vale quando - come nella specie - sia stato espresso chiaramente il dissenso alla registrazione da parte di uno degli interlocutori. Ed infatti, si rammenta, la stessa p.o., nel riferire quanto avvenuto, ha ricordato che lo zio non volle che lei portasse con sé la borsetta per timore che contenesse un registratore ma che poi la ragazza era riuscita ugualmente a registrare grazie all'uso del telefono cellulare e di un altro registratore che aveva in tasca. Sul punto del dissenso, la Corte non si è pronunciata e, così facendo, ha avallato una violazione di principi fondamentali contenuti nella C.E.D.U., segnatamente l'art. 8. Si fa, inoltre, notare che la irregolarità denunciata non può essere neppure superata facendo riferimento al rito abbreviato adottato perché l'inutilizzabilità patologica può essere fatta valere anche con tale rito speciale tanto più quando - come avvenuto nella specie a proposito dell'altra conversazione intrattenuta dalla zia - alcune registrazioni siano state eseguite SU sollecitazione o in accordo con la polizia giudiziaria . In ogni caso, la critica del ricorrente si appunta anche sul rilievo che, nel valutare il contenuto delle dichiarazioni della minorenne, la Corte non abbia avuto alcun dubbio sulla sua credibilità sebbene si trattasse di racconti relativi a circa un decennio di vita e con conseguenti rischi di auto, ed etero, suggestione oppure esaltazione o fantasia 2 violazione di legge e vizio di motivazione art. 606 lett. b ed e c.p.p. nella parte in cui la Corte ha disatteso la richiesta di declaratoria di prescrizione anche dell'episodio asseritamene avvenuto nel 2000 dal momento che, a riguardo, ricorrevano le precise dichiarazioni di soggetti terzi quali erano i testi C. e T. . Anzi, con riferimento a queste ultime - riportato il contenuto di tali deposizioni - si denuncia vero e proprio travisamento della prova in quanto la teste C. ha ricordato come l'amica le avesse parlato di abusi risalenti solo all'epoca delle elementari ed il teste T. , pur ricordando di aver saputo di un altro abuso dopo circa un anno dall'ultimo, ha collocato tale episodio sempre all'epoca in cui essi frequentavano le elementari 3 violazione di legge e vizio di motivazione art. 606 lett. b ed e c.p.p. per il diniego dell'attenuante del quarto comma dell'art. 609 quater avvenuto grazie all'affermazione che il fatto sarebbe stato idoneo a cagionare un turbamento nella minore per diversi anni tanto da indurla a denunciare a distanza di quasi dieci anni. Si obietta che, così facendo, la Corte ha fatto riferimento a parametri contenuti nella seconda parte dell'art. 133 c.p. quando, invece, è giurisprudenza costante che, nel soppesare la riconoscibilità della corrispondente attenuante di cui all'art. 609 bis 3 comma c.p., il giudice può solo fare riferimento agli elementi di cui alla prima parte dell'art. 133 c.p Peraltro, considerato che la p.o. ed il fratello erano andati in cura dallo psicologo per questioni afferenti la loro sfera familiare, deve concludersi che la risposta della Corte sul punto è inesistente e, comunque, sfornita di un valido e logico apparato motivazionale 4 violazione di legge e vizio di motivazione art. 606 lett. b ed e c.p.p. per il diniego dell'attenuanti di cui all'art. 62 n. 6 c.p. considerato che, nella specie, il risarcimento del danno doveva essere commisurato esclusivamente sull'episodio per cui vi era stata condanna e che, invece, la Corte è stata decisamente laconica quando ha affermato la insussistenza di tale attenuante. Il ricorrente conclude invocando l'annullamento della sentenza impugnata. Considerato in diritto 3. Motivi della decisione - Il ricorso è infondato e deve essere respinto. 3.1. quanto ai primo motivo . La questione della utilizzabilità o meno di registrazioni tra presenti è stata oggetto di numerosi interventi giurisprudenziali di questa S.C. che ha sempre chiaramente escluso che esse rientrino tra le prove illegali, anche se realizzate clandestinamente come nei caso in esame , purché da soggetto partecipe di dette comunicazioni, o comunque autorizzato ad assistervi. In tal caso, infatti, esse divengono prova documentale, rappresentativa di un fatto storicamente avvenuto, che segue la disciplina di cui all'art. 244 c.p.p Le Stesse sezioni unite - differenziando dal caso in cui la registrazione sia avvenuta in modo occulto da parte di rappresentanti delle forze dell'ordine - hanno enunciato tale principio che è Stato poi seguito ripetutamente dalle sezioni semplici s.u., 28.5.03, Torcasio, rv. 225466 sez. vi, 24.2.09, Abis, rv. 243256 sez. VI, 16.3.11, Renzi, Rv. 250534 . Non risulta neppure pertinente il richiamo del ricorrente all'art. 8 della C.e.d.u. secondo cui ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata perché, evidentemente, il principio ha valenza biunivoca e va, quindi, interpretato in un'ottica equilibrata di bilanciamento di interessi. Nella specie, la invasione della sfera privata dell'imputato, da parte della ragazza, è, infatti, avvenuta nell'ottica ben precisa di chi sentendosi ed effettivamente essendo persona offesa e vittima di un sopruso da parte dell'imputato cercava argomenti per rappresentare e tutelare le proprie ragioni. In altri termini, a propria volta, anche il rispetto della vita privata della persona offesa nella specie, il profilo della sessualità era stato violato proprio dall'imputato ditalché è fuor di luogo, da parte sua, invocare un rispetto della propria riservatezza. La censura svolta in questo primo motivo, quindi, è infondata sia, se si ha riguardo alle registrazioni eseguite dalla ragazza di nascosto dall'imputato che aveva manifestato il proprio dissenso , sia, con riferimento a quelle eseguite dalla zia su suggerimento delle forze dell'ordine come espressamente enunciato nella citata sentenza Abis, Rv. 243256 . In ogni caso, non deve neppure dimenticarsi che i contenuti della conversazione avrebbero potuto ugualmente fare ingresso legittimamente nel processo come prova attraverso le parole delle testi sabrina e la zia in qualità di interlocutrici dell'imputato. Il tutto, infatti, sarebbe stato oggetto di apprezzamento circa la sua rilevanza esattamente come avviene per la prova acquisita in forma documentale . 3.2. quanto al secondo motivo . Non è meritevole di accoglimento la censura che si muove in questo motivo perché è abbastanza evidente che al risultato auspicato - di dichiarare la prescrizione anche dell'episodio avvenuto asseritamente nel - si dovrebbe pervenire solo attraverso una diversa lettura delle prove acquisite e, segnatamente, un nuovo esame delle deposizioni rilasciate dai testi T. e C. . Inutile rammentare, però, che la verifica cui è chiamata questa S.C. - circa la verificazione o meno di un fatto, la corrispondenza della motivazione ad elementi di fatto acquisiti in atti e, in sostanza, la corretta interpretazione della realtà sulla scorta di quanto accertato nel provvedimento gravato - non può risolversi in una valutazione della prova al punto da optare per la soluzione che si ritiene più adeguata alla ricostruzione dei fatti, valutando, ad esempio, l'attendibilità dei testi o le conclusioni di periti o consulenti tecnici sez. IV, 17.9.04 n., cricchi, rv. 229690 . Né vale, da parte del ricorrente, evocare l'idea che, nell'interpretare le parole dei testi, i giudici siano incorsi in un travisamento perché è pacifico che il vizio di motivazione inteso come travisamento della prova - così come introdotto dalla novella dei 2006 sussiste quando il giudice abbia omesso del tutto di valutare una prova regolarmente acquisita, ovvero quando l'abbia valutata in modo incontrovertibilmente opposto all'evidenza sez. 1 14.7.06, sojanovic, rv. 234167 Sez. VI 28.9.06, Foschlni, Rv. 23422 . Nella specie, non ricorre né l'una né l'altra ipotesi. Come bene evidenziano i giudici di merito, il ricorrente ha cercato di lucrare la prescrizione retrodatando i fatti grazie alla evocazione di un sommario ricordo della teste C.A. , che colloca la confidenza avuta dall'amica a cavallo tra la fine delle elementari e l'inizio delle medie, con il risultato che, quindi, i fatti si sarebbero verificati prima del Il ragionamento che, però, la Corte sviluppa per negare valenza al ricordo della teste si basa su considerazioni del tutto logiche e plausibili rispetto al comune sentire. In pratica, si sottolinea che perché la teste possa ricordare una confidenza di un così grave abuso sessuale occorre che essa confidenza sia intervenuta in un'età in cui si comprenda quello che si apprende perché si può ricordare solo ciò che comprende ed allora è evidente che la confidenza non possa essere collocata nel tempo delle elementari proprio per il contenuto della stessa perché essa confidenza manifesta che S. ha incominciato ad avere consapevolezza dell'abuso patito , nel ed il nuovo abuso avviene nell'anno successivo al penultimo, nel , appunto, come sempre ha riferito la vittima f. 13 . Peraltro, - sottolinea la Corte - è anche provato che la consapevolezza di S. è coeva all'epoca in cui si è confidata con la madre f. 13 . Risulta logica anche l'ulteriore obiezione dei giudici di merito al rilievo difensivo che anche il teste T.M. avrebbe affermato che lo zio di S. avrebbe smesso di infierire su di lei quando ella aveva 8 0 dieci anni e che poi aveva ripreso una sola volta dopo una pausa di circa un anno. Si tratta, infatti, di ricordo molto vago in cui l'unico dato certo è la sensazione di iato temporale intercorso tra la cessazione dei fatti e la commissione di un nuovo fatto dopo un anno, così come denunciato dalla ragazza ed indirettamente confermato dal fatto che la madre intervenne a redarguire l'imputato nell'autunno 1999 gli intima di lasciare in pace la giovane ma questi ricadrà nel suo vizio l'estate successiva, quella del duemila f. 14 . Né, è qui il caso di soggiungere, ha alcun pregio la considerazione difensiva secondo cui il secondo, ed ultimo, episodio del non sarebbe riscontrato perché non riferito dalla C. visto che tale semplice circostanza non è in sé indicativa del fatto che non si sia verificato visto che non risulta in alcun modo che S. usasse confidare all'amica tutto ciò che le capitava . Ad ogni buon conto, non vi è chi non veda come lo stesso argomentare del ricorrente sia strisciantemente inducente di una valutazione alternativa delle dichiarazioni dei testi. Vi è, invece, da soggiungere che l'infondatezza dell'argomentare del ricorrente sul punto e ai limiti dell'inammissibilità sez. VI, 11.3.09, Amone, rv. 243838 sez. v, 27.1.05, Giagnorio, rv. 231708 dal momento che ripropone in questa sede un argomento identico a quello portato davanti alla corte d'appello che vi ha argomentatamente e logicamente replicato. 3.3. quanto al terzo motivo . È fuori di discussione che la Corte abbia motivato il proprio diniego di riconduzione del fatto nell'alveo dell'attenuante speciale facendo leva sul grave turbamento causato dalla condotta dell'imputato sulla minore, al punto da indurla a denunciare i fatti a distanza di oltre 10 anni. Evidente, perciò, che i giudici di merito hanno valorizzato proprio la gravità del danno cagionato dalla vittima, vale a dire il parametro contemplato nel n. 2 dell'art. 133 primo comma c.p È, quindi, addirittura manifestamente infondata la censura, svolta in questo motivo, sul rilievo che l'attenuante in parola sarebbe stata negata facendo riferimento a parametri della seconda parte del 133 c.p Peraltro, con riferimento alla riconoscibilità dell'attenuante in parola, esiste ormai una ricca elaborazione giurisprudenziale piuttosto uniforme che ha enucleato il principio secondo cui, non essendo possibile delineare aprioristicamente una categoria generale alla quale ricondurre i casi di minore gravità , la loro individuazione è rimessa, volta per volta, alla discrezionalità del giudice di merito da esercitarsi con razionale riferimento agli elementi considerati determinanti per la soluzione adottata e con obbligo di puntuale motivazione. In altri termini, premesso che la minore gravità del fatto può ravvisarsi in presenza di una più lieve compromissione della libertà sessuale della vittima e dello sviluppo del minore, resta fermo che essa è il risultato di una valutazione che deve tenere conto di tutte le componenti del reato, oggettive e soggettive, nonché degli elementi indicati nell'art. 133 Sez. III, 1.7.99, Scacchi, Giust. pen. 2000, II, 725 Sez. III, 3.10.06, Rv. 235031 Sez. III, 7.11.06, Cass. pen. 2008, 1415 Sez. III, 19.12.06, Cass. pen. 2008, 1415 . Si è, peraltro, precisato - come ricordato dal ricorrente - che, nell'utilizzare i parametri di cui all'art. 133 c.p., si deve avere riguardo solo agli elementi di cui al primo comma in quanto, quelli del secondo comma, possono essere impiegati solo per la commisurazione complessiva della pena sez. IV, 4.5.07, rv. 235730 sez. IV, 4.5.97, Lasco, rv. 235730 . Come visto, però, tale non è il caso in esame. Merita, invece, di essere rammentata anche l'ulteriore precisazione, offerta dalla giurisprudenza di legittimità, per cui l'attenuante in discussione non risponde ad esigenze di adeguamento del fatto alla colpevolezza del reo , ma concerne la minore lesività del fatto in concreto rapportata al bene giuridico tutelato e, quindi, assumono particolare importanza la qualità dell'atto compiuto più che la quantità di violenza fisica , il grado di coartazione esercitato sulla vittima, le condizioni fisiche e mentali di quest'ultima, le caratteristiche psicologiche valutate in relazione all'età , l'entità della compressione della libertà sessuale ed il danno arrecato alla vittima anche in termini psichici Sez. III, 29.2.00, Prlello della Rotonda, Riv. pen. 2000, 1088 Sez. III, 24.3.00, Improta, Cass. pen. 2002, 1427 Sez. III, 28.10.03, Cass. pen. 2005, 866 . Tanto precisato appare evidente come, la Corte, nel caso di specie, nel respingere la richiesta di attenuante formulata dal ricorrente, abbia giustamente focalizzato la propria attenzione solo su uno dei molteplici aspetti da prendere in considerazione, vale a dire, il turbamento e le conseguenze patite dalla vittima anche in un'ottica futura. Rammentato, perciò, che la circostanza di cui al quarto comma dell'art. 609 quater c.p. postula una lieve compromissione della libertà sessuale della vittima e dello sviluppo del minore m tal senso, sez. III, 3.10.06, Magni, rv. 23503i , hanno, per contro sottolineato che, invece, il fatto stesso che, a dieci anni dai fatti, la giovane S. soffra ancora di turbamenti evidenzia, quasi in re ipsa, quanto ella abbia patito dell'odioso approfittamento di lei, da parte dello zio, in un'età tanto delicata come la pubertà al punto da ingannarla, almeno inizialmente, anche sulla normalità di quelle condotte e, quindi, insistere anche dopo che la stessa aveva preso coscienza della loro effettiva illiceità. La risposta della Corte è, pertanto, ineccepibile. 3.4. quanto al quarto motivo . Infine, non risulta fondata neppure l'ultima critica sviluppata dal ricorrente in questo motivo L'affermazione pura e semplice della insussistenza dell'attenuante di cui all'art. 62 n. 6 c.p. - effettivamente formulata nell'ultimo paragrafo della sentenza - non è priva di motivazione, come sostiene il ricorrente, perché, al contrario, essa è introdotta da una locuzione ne consegue f. 15 che richiama, cioè, le spiegazioni date nel paragrafo precedente dove, richiamando anche la sentenza di primo grado, si era fatto notare come anche il gesto di avere l'imputato versato 30.000 Euro a favore della p.o. a titolo di risarcimento, fosse già stata oggetto di apprezzamento, sia, in sede di riconoscimento delle attenuanti generiche, che, di misurazione di una pena che i giudici di appello mostrano di considerare già fin troppo mite visto che avrebbe potuto essere superiore per la odiosità del fatto e la sua potenza devastatrice della personalità in formazione . Di qui la, motivata, conclusione che la pena non meritava ulteriori riduzioni neppure in forza del risarcimento che era, invece, stato già apprezzato nell'ambito dell'art. 62 n. 6 c.p. e che, comunque, non era totalmente esaustivo. Nel respingere il ricorso, segue, per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Visti gli artt. 615 e ss. c.p.p. rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.