Professione forense e pubblico impiego: molti dubbi sulla incompatibilità a scoppio ritardato

di Massimo Bernabei

di Massimo Bernabei 1. IL RAPPORTO DI PUBBLICO IMPIEGO NEL DIRITTO PUBBLICO NAZIONALE. 1.1. I limiti all'esercizio della libera professione vigenti nell'ordinamento pubblico. Lo stato giuridico degli impiegati civili dello Stato è dettagliatamente regolamentato, in ogni suo aspetto, da un ampio corpus normativo. Particolare attenzione viene rivolta alle incompatibilità , disciplinate - salvo le normative speciali - nel titolo V del Dpr 3/1957i, il cui articolo 60 prevede L'impiegato non può esercitare il commercio, l'industria, né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro , vietando di fatto l'esercizio di arti e professioni al dipendente pubblico. Per quanto riguarda la professione forense, la norma del 1957 in realtà si aggiunge ad un divieto già vigente, che risale all'ordinamento monarchico, contenuto nella legislazione speciale sull'Ordinamento della professione di avvocato e procuratoreii. Questa sanciva, già dal 1933, l'incompatibilità delle professioni in oggetto con qualunque impiego o ufficio retribuito con stipendio sul bilancio dello Stato, delle Province, dei Comuni, delle istituzioni pubbliche ed in generale di qualsiasi altra Amministrazione o istituzione pubblica soggetta a tutela o vigilanza dello Stato, delle Province e dei Comuni iii. Fondamentalmente le eccezioni ammesse tuttora vigenti erano solamente due a favore dei professori universitari, e degli avvocati facenti capo agli uffici legali dello Stato e degli enti pubblici, limitatamente alle cause e agli affari propri dell'ente. La rilevanza che l'ordinamento assegna alle incompatibilità con il pubblico impiego, motivata dall'interesse al buon andamento della Pa, ha spinto il legislatore a richiamarne i limiti, da ultimo, nell'ambito di un intervento governativo di razionalizzazioneiv della Pa, il cui articolo 58 al primo comma ribadisce che Resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 e seguenti del Tu approvato con Dpr 3/1957, nonché per i rapporti a tempo parziale, dall'articolo 6, comma 2, del Dpcm 117/89 per poi, ai successivi commi dal 7 al 13, introdurre nuove ulteriori limitazioni procedurali sull'affidamento di incarichi retribuiti, sostanzialmente possibili solo previa autorizzazione da parte dell'ente di appartenenza. Restano fuori dai nuovi limiti introdotti nei commi dal 7 al 13 dell'articolo 58 del D.Lgs 29 i dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al 50 per cento di quella a tempo pieno , che tuttavia continuano a rimanere soggetti alla preesistente normativa richiamatav. Circa il cosiddetto part time, il secondo comma dell'articolo 6 del Dpcm 117/89, disponendo che Al personale interessato è consentito, previa motivata autorizzazione dell'amministrazione o dell'ente di appartenenza, l'esercizio di altre prestazioni di lavoro che non arrechino pregiudizio alle esigenze di servizio e non siano incompatibili con le attività di istituto della stessa amministrazione o ente , sembrerebbe peraltro anticipare la possibilità, poi consentita con successivi interventi legislativi, di esercitare attività al di fuori del rapporto di pubblico impiego. 1.2. La soppressione delle incompatibilità tra pubblico impiego part time e l'esercizio della libera professione. A scardinare il complesso meccanismo giuridico dei divieti, per i dipendenti a tempo parziale, interviene una norma contenuta nella legge finanziaria 662/96, recante misure di razionalizzazione della finanza pubblica per il successivo periodo di imposta. L'articolo 1, al comma 56, recita testualmente Le disposizioni di cui all'articolo 58, comma 1, del D.Lgs 29/1993, e successive modificazioni ed integrazioni, nonché le disposizioni di legge e di regolamento che vietano l'iscrizione in albi professionalivi non si applicano ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni con rapporto di lavoro a tempo parziale, con prestazione lavorativa non superiore al 50 per cento di quella a tempo pieno , per poi continuare al successivo comma 56bis Sono abrogate le disposizioni che vietano l'iscrizione ad albi e l'esercizio di attività professionali per i soggetti di cui al comma 56 . La portata di lex generalis del provvedimento apre al dipendente part time l'esercizio di qualsiasi professione, rimuovendo le incompatibilità sia generalivii sia specifiche si pensi, ad esempio, al Rdl 1578/33. A norma del successivo comma 58 dell'articolo 1, legge 662, la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a parziale dovrebbe avvenire automaticamente, entro 60 giorni dalla domanda, nella quale il dipendente deve comunque indicare la professione che intenderà svolgere. Solo l'eventuale conflitto di interessi con la specifica attività di servizio svolta dal dipendente , ovvero un grave pregiudizio alla funzionalità dell'Amministrazione di appartenenza, legittimano questa al diniego, o al differimento della richiesta. 1.3. L'articolo 1, commi 56 e 56bis della legge 662/96 e l'avallo della Corte Costituzionale con la sentenza 189/01. La legge 662, nella parte in cui consente al pubblico dipendente a tempo parziale lo svolgimento della libera professione forense articolo 1 ccomma e 56bis , trova la più autorevole conferma di legittimità costituzionale, per effetto di una sentenza della Consulta, la n. 189 depositata in data 11 giugno 2001. Questione sollevata, con undici distinte ordinanze, emesse in altrettanti procedimenti relativi alle richieste di annullamento delle delibere dei vari consigli degli ordini di appartenenza, che respingevano le istanze di iscrizione all'albo presentate da diversi soggetti. La decisione veniva motivata dagli ordini forensi causa l'incompatibilità tra lo status di dipendente pubblico, seppur part time, dei richiedenti, e l'esercizio delle libere professioni intellettuali. Più in particolare, il Consiglio nazionale forense sottoponeva all'esame della Corte la questione della legittimità costituzionale dei commi 56 e 56bis dell'articolo 1 della legge 662/96, in primo luogo per violazione del disposto dell'articolo 24 della Costituzione relativo all'effettività del diritto di difesaviii. A detta del Consiglio istante, l'essenza del conflitto risiederebbe nella diversità tra le due appartenenze, dove lo status di impiegato pubblico, qualificato da uno stringente obbligo di fedeltà all'amministrazione di appartenenza, e all'interesse pubblico generale, mal si concilierebbe con gli obblighi e i doveri professionali dell'avvocato. Nella decisione, i Giudici della Corte evidenziano anzitutto che, per le potenziali situazioni di incompatibilità, il successivo comma 58 del medesimo articolo 1 della legge 662/96 prevede che l'Amministrazione possa negare la trasformazione del rapporto di lavoro in part time, nel caso in cui l'ulteriore attività comporti un conflitto di interessi con lo specifico ruolo di servizio svolto. Circa poi i doveri della professione forenseix, il diritto alla difesa, costituzionalmente garantito dal citato articolo 24 della Costituzione, trova già ampia tutela nella disciplina speciale, nonché nelle norme deontologiche approvate dal Consiglio nazionale forense, che valgono anch'esse, argomenta la Corte, ad assicurare il corretto espletamento del mandato. Per quanto detto, e anche relativamente alle altre eccezioni che qui non si riportano, la Sentenza 189/01 decreta l'infondatezza di tutte le questioni di legittimità costituzionale sollevate in riferimento agli articoli 3, 4, 24, 97 e 98 della Costituzione, sancendo la legittimità della legge 662/96 articolo 1 ccomma e 56bis nella parte in cui consente al pubblico dipendente a tempo parziale lo svolgimento della libera professione forense. Nel quadro legislativo seguente all'emanazione della legge 662/96 vige pertanto il principio generale che il pubblico dipendente, in regime di lavoro a tempo parziale cosiddetto ridotto, può esercitare la libera professione per la quale abbia conseguito la specifica abilitazione. 1.4. Il ripristino delle incompatibilità per la professione di avvocato. La legge 339/03. A mutare nuovamente lo status quo interviene un successivo provvedimento di legge, recante Norme in materia di incompatibilità dell'esercizio della professione di avvocato , la cui entrata in vigore suscita in dottrina, e negli operatori del settore, notevoli perplessità di legittimità costituzionale. Approvata dalla Camera a larga maggioranzax, la legge 339/03xi, che rimuove le disposizioni di cui all'articolo 1, commi 56, 56bis e 57, della legge 662/96, ripristina, per la sola professione forense, le precedenti limitazioni prima tra tutte, quella del Rdl 1578/33, il cui articolo 3, al comma secondo, stabilisce che la professione di avvocato è incompatibile con qualunque impiego od ufficio retribuito con stipendio sul bilancio dello Stato, delle Province, dei Comuni, ed in generale di qualsiasi altra Amministrazione o istituzione pubblica soggetta a tutela o vigilanza dello Stato, delle Province e dei Comuni. L'entrata in vigore della legge 339/03 determina anche una situazione discriminatoria nei confronti di coloro i quali non hanno usufruito della legge 662, rispetto a quanti hanno ottenuto l'iscrizione all'albo degli avvocati, optando per il regime di lavoro a tempo parziale questi ultimi godono infatti del diritto al mantenimento del rapporto di lavoro, bastando una semplice comunicazione al consiglio dell'ordine presso il quale risultano essere iscritti. Rimane invece in vigore la precedente normativa sulle eccezioni ai divieti, che consente l'esercizio della libera professione forense ai dipendenti pubblici che svolgano attività di docenza nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle Università degli Studi, e agli appartenenti ad uffici legali dell'Amministrazione pubblica, limitatamente alle cause relative all'Ente stesso. 2. IL PROCEDIMENTO CIVILE E LE ORDINANZE DI RIMESSIONE ALLA CORTE. 2.1. Le questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 339/03 eccepite dal Tribunale di Cuneo con l'Ordinanza 139/06xii. La questione della legittimità costituzionale dell'articolo 1 legge 339/2003 è stata sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale, da parte di un Giudice del Tribunale di Cuneo l'ordinanza è qui leggibile nei documenti correlati , che ha ritenuto rilevante e non manifestatamene infondata l'eccezione avanzata dalle parti, con riferimento agli articoli 3,4, 35 e 41 della Costituzione italiana. La controversia è sorta quando la Provincia di Cuneo ha negato la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a parziale con orario ridotto, pari al 50% , richiesta da un dipendente, con qualifica di impiegato, al fine di esercitare la libera professione di avvocatoxiii. L'Amministrazione ha espresso il diniego in virtù dei limiti, nuovamente vigenti in materia, in seguito all'approvazione della legge 339/03, che, disapplicando testualmente le disposizioni di liberalizzazione introdotte dalla legge 662/96xiv, avrebbe fatto rivivere le incompatibilità di cui sia al Rdl 1578/33 sia al Dpr 3/1957, per l'esercizio della professione forense da parte degli impiegati civili dello Stato. Secondo la tesi avanzata dal ricorrente e accolta dai giudici di prime cure, invece, l'articolo 1 della legge 339/2003 violerebbe gli articoli 3xv,4xvi,35xvii e 41xviii della Costituzione italiana, risultando di conseguenza illegittimo. Eccezione rilevante e non manifestatamene infondata, da sottoporre pertanto, mediante ordinanza motivata, al giudizio della Corte Costituzionale, ai sensi degli articoli 23 e ss. della legge 87/1953xix. Nell'Ordinanza del Tribunale le questioni relative a ciascun articoli vengono così argomentate. Circa l'articolo 3 della Costituzione, si nota come al dipendente della Pa, in via generale e astratta, è inibito, anche se in regime di part time ridotto, l'esercizio della sola professione di avvocato, non vigendo analogo divieto per tutte le altre libere professioni medici, ingegneri, architetti, commercialisti, geometri, ragionieri, a titolo di esempio non esaustivo . Affinché pertanto la censura possa ritenersi rispettosa dell'articolo 3, dovrebbe trovarsi una giustificazione della disparità di trattamento a livello di rango costituzionale, che tuttavia non sembra rinvenibile nell'ordinamento. In merito alla questione riguardante l'articolo 24, che giustificherebbe il divieto per la professione forense, la Corte costituzionale si è già pronunciata con la sentenza 189/01, ribadendo che la normativa speciale sulla professione forense è di per se già idonea a garantire i valori tutelati nell'articolo in questione. L'ordinanza evidenzia come la disparità di trattamento risulti ancora più accentuata ponendo mente alla normativa comunitaria, in particolare l'articolo 2 della direttiva 98/5/CE, dove è stabilito il diritto per gli avvocati iscritti agli albi di appartenenza di esercitare stabilmente la professione in tutti gli Stati membri. Diritto che al ricorrente verrebbe negato, dato il divieto all'iscrizione introdotto con l'articolo 1 della legge 339. Le questioni non si limitano all'articolo 3 della Carta Costituzionale, apparendo la norma in esame in contrasto anche con gli articoli 4 e 35, in materia rispettivamente di diritto al lavoro e di tutela dello stesso in tutte le sue forme e applicazioni. Infine si sostiene che il divieto posto in essere, rispetto al principio della libertà di iniziativa economica di cui all'articolo 41 della Costituzione, non può dirsi dettato da quelle finalità sociali che lo stesso articolo, al comma successivo, prevede come limiti allo svolgimento dell'iniziativa stessaxx. Anzi, ricordano i giudici come anche la Corte costituzionale sostenga che Le disposizioni della legge 662/96 sono intese a favorire l'accesso di tutti i soggetti in possesso dei prescritti requisiti alla libera professione e cioè ad un ambito del mercato del lavoro che è naturalmente concorrenziale , principio affermato nella citata sentenza 189/01 e condiviso anche nel parere n. 48/01 espresso dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Per questi motivi, il Tribunale di Cuneo, avvalendosi della procedura prevista dall'articolo 23 della legge 87/1953, sospendeva il giudizio in corso, disponendo mediante ordinanza di rimessione, la trasmissione degli atti processuali alla Corte Costituzionale. 2.2. L'Ordinanza 27/2005 del Tribunale di Napolixxi. La questione della legittimità costituzionale della legge 339 del 2003 era già emersa, nel 2005, durante un procedimento civile presso il Tribunale di Napoli l'ordinanza è qui leggibile nei documenti correlati . Anche in questo caso un dipendente dell'Avvocatura dello Stato, con qualifica di operatore amministrativo, chiedeva la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, ai sensi dell'articolo 1, comma 58, legge 662/96, per poter esercitare la professione forense. Vedendosi negare la richiesta, il richiedente adiva il Tribunale mediante ricorso al Giudice del lavoro, assumendo l'illegittimità della condotta dell'Amministrazione, la quale ai sensi dell'articolo 1, comma 58 cit., avrebbe dovuto limitarsi a prendere atto dell'opzione formulata da esso ricorrente, non essendo prevista dalla norma richiamata alcuna autorizzazione . A sollevare i dubbi di illegittimità con alcuni principi costituzionali, l'associazione ADIPxxii, costituitasi nel giudizio in qualità di interventore volontario. Anche il Tribunale napoletano, ai sensi del già citato articolo 23 legge 87/1953, rilevando la non manifesta infondatezza delle questioni eccepite, decideva per la sospensione del processo e la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. Le eccezioni relative agli articoli 1 e 2 della legge 339, presentano dei profili interpretativi che si aggiungono a quelli che abbiamo già trattato citando l'Ordinanza del Tribunale di Cuneoxxiii. Anzitutto, il Giudice, in merito al contrasto con l'articolo 3 della Costituzione, oltre a ricordare che la preclusione sussiste limitatamente alla professione forense, non coinvolgendo gli abilitati all'esercizio delle altre libere professioni aspetti, questi, che abbiamo già visto nel caso sottoposto al Tribunale di Cuneo , evidenzia due ulteriori motivi di disparità, lesivi dello stesso articolo 3. Il primo, relativo agli impiegati che prima dell'entrata in vigore della legge 339/03 abbiano effettuato l'iscrizione all'albo degli avvocati. Questi avrebbero acquisito il diritto al mantenimento del posto di lavoro, per cinque anni, anche in caso di esercizio in forma esclusiva della professione forense. Diversamente, con l'entrata in vigore dell'articolo 2, legge 339, l'iscrizione all'albo, anche per un periodo limitato di tempo, risulta soggetta al divieto tout court disparità di trattamento, quindi, a danno di chi intenda esercitare il diritto in questione, dopo l'entrata in vigore della legge in esame. La indicata disparità di trattamento, inoltre, si verificherebbe nei confronti degli avvocati iscritti all'albo prima della legge 662/96 che siano stati assunti, a tempo parziale, da una Pa gli stessi non subirebbero difatti neanche la cancellazione, d'ufficio, dall'albo. Diversamente, per gli iscritti dopo il vigore della citata legge 662, il provvedimento verrebbe preso automaticamente dai Consigli degli ordini di appartenenza. In ogni caso, tornando al primo profilo, per i dipendenti pubblici abilitati all'esercizio di professioni diverse da quella forense, non sussiste alcuna disposizione di legge analogamente limitativa, essendo ad essi consentito, previa collocazione in part time nel rapporto di impiego, l'esercizio delle arti e professioni. Su questo punto, e sul fatto che non si rinvengono nel corpus normativo costituzionale principi giustificativi di tale scelta legislativa, il giudizio espresso dai due Tribunali di Napoli e Cuneo è concorde. Ulteriore profilo di illegittimità costituzionale sembrerebbe emergere circa il contrasto con l'articolo 4 della Costituzione, che garantisce il diritto al lavoro, rimettendone l'attuazione, quanto a modo e tempi, alla discrezionalità del legislatore ordinario. Nell'Ordinanza del Tribunale di Napoli si legge che il legislatore della legge 339 avrebbe esercitato la delega in modo irragionevole, nella misura in cui le disposizioni soggette a censura sono dirette a impedire l'accesso alla professione forense di soggetti in possesso dei prescritti requisiti, nell'ambito invece di un mercato che si evolve verso forme di maggiore concorrenzialità. Anche questo Tribunale, infine, sottolinea come la legge in esame si ponga in contraddizione rispetto all'evolversi del diritto comunitario, in specie con il D.Lgs 96/2001xxiv, di recepimento della Direttiva 98/5CE volta a facilitare l'esercizio della professione di avvocato, in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita l'abilitazione. Venendo meno infatti il diritto di iscrizione all'albo, i soggetti abilitati in Italia subirebbero un ingiustificato deteriore trattamento rispetto ai loro rispettivi colleghi degli altri Stati dell'Unione Europea. 2.3. Alcune considerazioni sulla legge 339/03 in attesa della Corte costituzionale. La legge 339/2003, fortemente voluta dagli ordini professionali forensi, approvata alla Camera con un larghissimo consenso, è una normativa volta a introdurre delle incompatibilità nell'esercizio della professione di avvocato, in virtù, a detta dei sostenitori della legge, del principio, di rango costituzionale, del diritto alla difesa , sancito nell'articolo 24 Costituzione Italiana. La materia viene trattata in relazione a un precedente intervento normativo, f0rtemente osteggiato dagli ordini forensi, la più volte citata legge 662/96, che ha aperto ai pubblici dipendenti impiegati in regime di cd. part time l'esercizio della libera professione norma che nel 2001, con sentenza della Corte Costituzionale, è stata dichiarata costituzionalmente legittima , rispetto al sopra citato principio ex articolo 24 Costituzione. Fondamentalmente, la legge 662 mirava non a caso, l'intervento era contenuto in una legge di natura tributaria, in sede di manovra finanziaria 1997 alla riduzione dei costi della Pa, nonché di riflesso a consentire ai pubblici dipendenti abilitati l'opportunità di acquisire delle professionalità, da poter spendere all'interno della stessa amministrazione di appartenenza. Diversamente, la legge 339/03, sulla quale si dovrà pronunciare la Corte costituzionale, si limita a reintrodurre la disciplina dei divieti per la sola professione forense, configurando un intervento di settore, finalizzato esclusivamente alla tutela dell'indipendenza dell'avvocato di fronte a possibili pericoli e conflitti che in realtà già da anni risultano adeguatamente fronteggiati da un apparato di divieti e preclusioni efficace e tempestivo, sulla cui bontà si è già espressa la Consulta. Anche la portata economica della legge suscita delle perplessità. L'Antitrust, il 12 dicembre del 2001, ha inviato al Presidente del Consiglio e al Parlamento parere contrario all'approvazione del disegno Bonito , e alla reintroduzione dell'incompatibilità tra impiego pubblico in part time ridotto ed esercizio della professione d'avvocato, ritenendolo possibile di una turbativa delle regole della concorrenza, a fronte anche di quanto sostenuto nella sentenza 189/2001. Ci accingiamo ad approvare un'incompatibilità che vale per gli avvocati, mentre non vale per tutti gli altri pubblici dipendenti che esercitano altre professioni, si è sostenuto durante la seduta n. 384 alla Camera, che il 5 novembre 2003 ha portato, quasi all'unanimità, all'approvazione del testo definitivo. Le Ordinanze che i due Tribunali citati hanno adottato rimandano di fatto questo problema all'esame della Cortexxv, essendo l'obiezione di incostituzionalità della legge, con riferimento non solo all'articolo 3, che certamente costituisce il nodo centrale, ma anche agli articoli 4, 35 e 41, una questione sollevata da più parti. i Il DPR 3 del 1957 approva il Tu delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato. La parte prima, relativa allo stato giuridico degli impiegati, contiene disposizioni sulle carriere, sui requisiti e sulle incompatibilità con l'esercizio di altre attività. ii Regio Decreto Legge 27 novembre 1933, n 1578, approvato, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934, n 36. iii Articolo 3, comma 2, Regio D.L. 1578 del 1933. iv D.Lgs del 3 febbraio 1993, n 29, emanato a norma dell'articolo 2 della legge 23 ottobre 1992, n 421. v Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 17 marzo 1989, n 117, in materia di norme regolamentari sulla disciplina del rapporto di lavoro a tempo parziale, richiamato quale limite tuttora vigente dall'articolo 58, primo comma, del D.Lgs. 29 del 1993. vi L'articolo 58, al comma 1, richiama sia il DPR 10 gennaio 1957 n 3 che, per il lavoro a tempo parziale, il Decreto del P.C.M. del 17 marzo 1989, n 117, che verrebbero quindi ad essere disapplicati, insieme a tutte le altre norme sull'incompatibilità, nei confronti dei dipendenti pubblici a tempo parziale. vii I divieti generali sono contenuti nel DPR n 3 del 10 gennaio 1957, nel D.Lgs. n 29 del 1993, nonché nel Decreto del P.C.M. n. 117 del 1989. viii Testo dell'articolo 24 Costituzione Italiana Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari . ix Tra le eccezioni avanzate, il Consiglio Forense eccepiva il contrasto con l'articolo 24 della Costituzione, a tutela del diritto alla difesa. L'articolo 56 della legge 662 determinerebbe, consentendo l'esercizio della professione forense al dipendente pubblico, un effetto lesivo del principio costituzionale. x Del dibattito parlamentare che ha portato all'approvazione della legge 339 è opportuno ricordare qui due aspetti. Il primo, riguardante l'opinione favorevole degli avvocati, e dei rispettivi ordini di appartenenza, affinché il provvedimento venisse approvato si ricorda che già precedentemente il Consiglio Nazionale Forense sottoponeva infatti alla Corte Costituzionale la questione di legittimità riguardante l'articolo 1, commi 56 e 56bis della legge 662. In secondo luogo, già in sede di approvazione, durante il dibattito parlamentare del 5 novembre 2003, emergevano nonostante il voto favorevole alcune perplessità, nei seguenti termini Ci accingiamo ad approvare un'incompatibilità che vale per gli avvocati, mentre non vale per tutti gli altri pubblici dipendenti che esercitano altre professioni . Per un maggiore approfondimento, si vedano gli atti parlamentari della seduta n 384 di mercoledì 5 novembre 2003, durante la quale il disegno di legge Bonito è stato definitivamente approvato, quasi all'unanimità. xi Composto di soli tre articoli, l'intervento legislativo ha per oggetto le Norme in materia di incompatibilità dell'esercizio della professione di avvocato . Entra il vigore il 2 dicembre 2003. L'articolo 1 della legge 339/2003 prevede che Le disposizioni di cui all'articolo 1, commi 56, 56bis e 57, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, non si applicano all'iscrizione agli albi degli avvocati, per i quali restano fermi i limiti e i divieti di cui al regio decreto legge 27 novembre 1933, n. 1578 . xii Ordinanza n. 139 emessa il 25 febbraio 2006 dal tribunale di Cuneo. Ingiustificato deteriore trattamento dei pubblici dipendenti abilitati all'esercizio della professione di avvocato rispetto a quelli abilitati all'esercizio di altre professioni es., commercialisti, ingegneri , per i quali non sussiste detta limitazione - Ingiustificato deteriore trattamento rispetto agli avvocati della comunità europea pubblici dipendenti - Incidenza sul diritto al lavoro - Violazione dei principi di tutela del lavoro e di libertà di iniziativa economica privata. Legge 25 novembre 2003, n. 339, articolo 1. Costituzione, articoli 3, 4, 35 e 41. Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 20 del 17 maggio 2006 1 serie speciale. xiii Richiesta formulata dal dipendente in virtù di quanto disposto dai commi 56 e ss. dell'articolo 1. legge 662 del 1996. xiv La legge 662 del 23 dicembre 1996, all'articolo 1, comma 56, elimina il richiamo contenuto nell'articolo 58 del D.Lgs 29 del 1993 alle disposizioni di legge e di regolamento che vietano l'iscrizione agli Albi professionali anche ai dipendenti a tempo parziale. Disapplicando i commi in esame 56, 56bis e 57 dell'articolo 1 legge 662 l'intervento legislativo del 2003 ripristina, per la professione forense, tutti i limiti in vigore fino alla stessa data. xv Articolo 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese . xvi Articolo 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società . xvii Articolo 35 La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero . xviii Articolo 41 L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali . xix Le questioni di legittimità costituzionale sono disciplinate negli articoli dal 23 al 36 della legge 11 marzo 1953, n. 87, recante Norme sulla Costituzione e sul funzionamento della Corte Costituzionale. Ai sensi dell'articolo 23, nel corso di un giudizio dinanzi ad una autorità giurisdizionale una delle parti o il pubblico ministero possono sollevare questione di legittimità costituzionale mediante apposita istanza, indicando le disposizioni di legge viziate da illegittimità costituzionale e le disposizioni della Costituzione o delle leggi costituzionali, che si assumono violate. L'autorità giurisdizionale, qualora il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimità costituzionale o non ritenga che la questione sollevata sia manifestamente infondata, emette ordinanza con la quale, riferiti i termini ed i motivi della istanza con cui fu sollevata la questione, dispone l'immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale e sospende il giudizio in corso. xx L'articolo 41 della Costituzione italiana prevede al primo comma che L'iniziativa economica privata è libera . Tale libertà incontrerebbe ad ostacolo solo il principio, anch'esso costituzionalmente garantito, dell'utilità sociale, così espresso Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali . Ebbene, sostengono i giudici del Tribunale, nell'articolo 1 della legge 339/2003 non si ravvisa il richiamo ai suddetti principi - limite al diritto costituzionale della libertà di iniziativa economica. xxi Ordinanza emessa il 28 settembre 2005 dal Tribunale di Napoli. Ingiustificato deteriore trattamento dei dipendenti pubblici abilitati all'esercizio della professione di avvocato rispetto a quelli abilitati all'esercizio di altre professioni. Disparità di trattamento tra gli avvocati iscritti prima e quelli iscritti dopo l'entrata in vigore della legge n. 662/1996. Legge 25 novembre 2003, n. 339, articolo 1. Costituzione, articoli 3 e 4. Legge 25 novembre 2003, n. 339, articolo 2. Costituzione, articoli 3 e 4. Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 6 del 8 febbraio 2006 1 serie speciale. xxii Associazione degli Avvocati dipendenti pubblici a tempo parziale. xxiii Che ricordiamo essere successiva a quella che ora esaminiamo. xxiv D.Lgs 2 febbraio 2001, n. 96, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 79 del 4 aprile 2001, S.O. n. 72, in materia di Attuazione della Direttiva 98/5/CE volta a facilitare l'esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica professionale . xxv In rappresentanza nazionale dell'Avvocatura, L'Organismo Unitario dell'Avvocatura Italiana ha presentato alla Corte Costituzionale un'articolata memoria nel procedimento pendente, per difendere l'incompatibilità tra avvocati e pubblici dipendenti. A detta dell'OUA, che si è battuta per anni affinché venisse eliminata la possibilità per i dipendenti pubblici con contratto a tempo parziale di iscriversi all'albo forense e di esercitare la professione, proprio la legge 339/2003 avrebbe sancito il successo di quella battaglia intrapresa all'indomani dell'approvazione della del Finanziaria 1997 legge 662/96 che introdusse il principio degli avvocati part-time. Il contenuto completo della memoria depositata è consultabile sulla home page dell'Associazione. ?? ?? ?? ?? 6

Tribunale di Napoli - ordinanza 28 Settembre 2005 - 28 Settembre 2005, n. 27 Giudice Pellecchia - Ricorrente Brandi Svolgimento del processo Con ricorso a questo giudice del lavoro depositato in data 3 luglio 2003, Brandi Massimo, dipendente dell'Avvocatura dello Stato con la qualifica di operatore amministrativo, in possesso dell'abilitazione all'esercizio della professione forense, esponeva di aver chiesto all'amministrazione, ai sensi dell'articolo 1, comma 58, legge 662/96, la trasformazione del proprio rapporto lavorativo a tempo pieno in rapporto part-time, al fine di poter esercitare la professione di avvocato che l'amministrazione, con decreto in data 16 dicembre 2002 aveva negato l'autorizzazione alla richiesta, motivando il diniego con il conflitto di interessi che sarebbe scaturito dalla prosecuzione del rapporto di dipendenza con l'Avvocatura e dal contestuale esercizio della professione forense. Lamentava il ricorrete l'illegittimità del provvedimento, avverso il quale aveva proposto separata istanza in sede cautelare ai fini della rimozione del provvedimento di diniego, istanza respinta in prime cure e accolta all'esito del procedimento di reclamo al Collegio ex articolo 669terdecics del Cpc. Assumendo l'illegittimità della condotta dell'amministrazione la quale, ai sensi dell'articolo 1, comma 58 cit. Avrebbe solo dovuto prendere atto dell'opzione formulata da esso ricorrente, non essendo prevista dalla norma richiamata alcuna autorizzazione, chiedeva dichiararsi l'avvenuta trasformazione del rapporto di dipendenza dall'Avvocatura a tempo pieno in rapporto a tempo parziale, condannando l'amministrazione al risarcimento del danno da perdita di chance, determinato dalla temporanea impossibilità di accettare incarichi difensivi, quantificato in complessivi euro 30.000, 00, oltre accessori, con vittoria di spese ed onorari del procedimento cautelare e di merito. Costituitasi ritualmente, la Presidenza del Consiglio dei ministri eccepiva l'infondatezza delle ragioni poste a base della domanda concludendo per il suo rigetto. Si costituiva in qualità di interventore volontario l'associazione ADIP - Avvocati dipendenti pubblici a tempo parziale - che deduceva l'entrata in vigore della legge 339/03 la quale disponeva l'inapplicabilità dell'articolo l, comma 56, 56bis, 57 della legge 662/96 all'iscrizione agli albi degli avvocati per i pubblici dipendenti, per i quali erano da ritenersi fermi i divieti di cui al Rdl 1578/33 convertito con modificazioni dalla legge 36/1934 e successive modificazioni. Assumeva l'associazione interventrice l'illegittimità costituzionale degli articoli 1 e 2 della legge 339/03 sotto numerosi profili, concludendo per la rimessione degli atti alla Corte costituzionale ed, in ogni caso, perché fosse dichiarata la legittimazione del Brandi alla propria collocazione in part-time dal 23 gennaio 2003. Interrogato il ricorrente, acquisita documentazione, all'udienza del 28 settembre 2005, questo giudicante si riserva la decisione. Ritenuto in diritto L'articolo 1 della legge 339/03 prevede che Le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 56, 56bis e 57 della legge 662/96, non si applicano all'iscrizione agli albi degli avvocati per i quali restano fermi i limiti e i divieti di cui al Rdl 1578/33 convertito con modificazioni dalla legge 22 gennaio 1934 e successive modificazioni . L'articolo 1 della legge 662/96 così come richiamato prevede rispettivamente comma 56 Le disposizioni di cui all'articolo 58, comma 1, del decreto legislativo 29/1993, e successive modificazioni ed integrazioni, nonché le disposizioni di legge e di regolamento che vietano l'iscrizione in albi professionali non si applicano ai dipendenti delle Pa con rapporto di lavoro a tempo parziale, con prestazione lavorativa non superiore al 50 per cento di quella a tempo pieno . comma 56bis Sono abrogate le disposizioni che vietano l'iscrizione ad albi e l'esercizio di attività professionali per i soggetti di cui al comma 56. Restano ferme le altre disposizioni in materia di requisiti per l'iscrizione ad albi professionali e per l'esercizio delle relative attività. Ai dipendenti pubblici iscritti ad albi professionali e che esercitino attività professionale non possono essere conferiti incarichi professionali dalle amministrazioni pubbliche gli stessi dipendenti non possono assumere il patrocinio in controversie nelle quali sia parte una pubblica amministrazione . comma 57 Il rapporto di lavoro a tempo parziale può essere costituito relativamente a tutti i profili professionali appartenenti alle varie qualifiche o livelli dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni . L'articolo 2 della legge in esame, a sua volta dispone I pubblici dipendenti che hanno ottenuto l'iscrizione all'albo degli avvocati successivamente alla data di entrata in vigore della legge 662/96 e risultino ancora iscritti, possono optare per il mantenimento del rapporto di impiego, dandone comunicazione al consiglio dell'ordine presso il quale risultino iscritti, entro trentasei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge. In mancanza di comunicazione entro il termine previsto, i consigli degli ordini degli avvocati provvedono alla cancellazione d'ufficio dell'iscritto al proprio albo. Il pubblico dipendente nell'ipotesi di cui al comma 1 ha diritto ad essere reintegrato nel rapporto a tempo pieno. Entro lo stesso termine di trentasei mesi di cui al comma 1, il pubblico dipendente può optare per la cessazione del rapporto di impiego e conseguentemente mantenere l'iscrizione all'albo degli avvocati. Il dipendente pubblico part-time che ha esercitato l'opzione per la professione forense ai sensi della presente legge, conserva per cinque anni il diritto alla riammissione in servizio a tempo pieno entro tre mesi dalla richiesta purché non in soprannumero nella qualifica ricoperta al momento dell'opzione presso l'amministrazione di appartenenza. In tal caso l'anzianità resta sospesa per tutto il periodo di cessazione dal servizio e ricomincia a decorrere dalla data di riammissione . Orbene, ritiene questo giudicante che appaiono sussistere dubbi di illegittimità degli articoli 1 e 2 cit con alcuni principi costituzionali. Il contrasto riguarderebbe anzitutto l'articolo 3 Costituzione e ciò sotto alcuni profili. Il primo attiene alla preclusione alla sola categoria dell'avvocato che sia, al contempo, dipendente pubblico, di svolgere la libera professione collocandosi part-time, laddove tale preclusione non sussiste per altri dipendenti pubblici abilitati all'esercizio di altre libere professioni es. commercialista, ingegnere posto che per le categorie indicate a titolo di esempio non sussiste alcuna disposizione di legge analogamente limitativa, di guisa che ad essi è consentito svolgere la libera professione previa collocazione in part-time nel rapporto di impiego. Tale discriminazione appare peraltro irragionevole e non suffragata da alcuna argomentazione giuridica. Ulteriore dubbio di incostituzionalità per disparità di trattamento sembrerebbe emergere nell'ambito della stessa categoria di pubblici dipendenti. Difatti l'articolo 3 Rdl 1578/33 ritenendo incompatibile la professione di avvocato con quella di pubblico dipendente pone al IV comma la seguente eccezione sono eccettuati dalla disposizione del secondo comma i professori degli istituti secondari dello Stato . Orbene, per questi ultimi, pur essendo dipendenti statali, purtuttavia alcuna limitazione sussiste ai fini dell'esercizio della professione forense, neanche essendo richiesta la loro collocazione a tempo parziale nel rapporto di pubblico impiego. Di contro, la limitazione all'esercizio della professione si pone nei confronti di chi, come il ricorrente, è anch'egli impiegato dello Stato ma non avente la qualifica di professore di istituto secondario. Ulteriore disparità di trattamento lesiva dell'articolo 3 Costituzione appare poi profilarsi nei confronti di quegli impiegati che, essendosi collocati in part-time prima della legge 339/03 ed essendo riusciti ad iscriversi nell'albo degli avvocati prima dell'entrata in vigore di tale legge, hanno acquisito il diritto di fruire di un periodo di tempo di 36 mesi al fine di poter optare tra l'impiego pubblico con conseguente cancellazione dall'albo e la professione forense, con l'ulteriore possibilità, entro cinque anni dalla eventuale decisione di proseguire esclusivamente la professione forense, di poter rientrare nell'amministrazione di appartenenza. La indicata disparità di trattamento si verificherebbe inoltre anche nei confronti degli avvocati iscritti all'albo prima dell'entrata in vigore della legge 662/96 e che dopo tale legge siano stati assunti da una Pa come dipendenti pubblici a tempo parziale tali dipendenti non sarebbero neanche soggetti alla cancellazione d'ufficio in mancanza di opzione nel triennio. Difatti, questi ultimi andrebbero incontro alla cancellazione dall'albo solo nell'eventuale ipotesi in cui, a seguito di una revisione dell'albo, risultasse la loro situazione di incompatibilità. Ogni obbligatoria attivazione del procedimento di cancellazione d'ufficio sarebbe però esclusa per tali soggetti dal testo dell'articolo 2, legge 339/03 con dubbi di incostituzionalità del diverso e deteriore trattamento degli avvocati iscritti all'albo dopo l'entrata in vigore della legge 662/96 dei quali, l'articolo 2 dispone la cancellazione d'ufficio da attuare da parte dei consigli dell'ordine. Ritiene quindi questo giudicante che il solo requisito temporale, cioè a dire l'essere l'Avvocato iscritto all'albo in data anteriore e successiva all'entrata in vigore della legge 662/96, purtuttavia non apparirebbe, di per se, un elemento idoneo a giustificare una diversità di trattamento, laddove nessun onere di opzione tra avvocatura e pubblico impiego è posto a carico degli avvocati iscritti all'albo prima dell'entrata in vigore della legge 662/96. Ulteriore profilo di illegittimità costituzionale sembrerebbe emergere dal contrasto della norme richiamate della legge 339/03 con l'articolo 4 Costituzione che garantisce il diritto al lavoro rimettendone l'attuazione, quanto a modi e tempi, alla discrezionalità del legislatore. Tale discrezionalità, tuttavia, risulterebbe esercitata, in specie, in modo irragionevole nella misura in cui le disposizioni soggette a censura sono intese a impedire, ovvero a limitare, l'accesso di tutti i soggetti, in possesso dei prescritti requisiti, alla libera professione, nell'ambito di un mercato concorrenziale. E ciò tanto più se si tiene conto, avuto riguardo all'attività forense, di recenti interventi del legislatore D.Lgs 96/2001 volti a facilitare l'esercizio permanente della stessa attività da parte degli avvocati cittadini di uno stato membro dell'Unione europea. Alla stregua delle considerazioni esposte, atteso che le questioni di illegittimità costituzionale degli articoli 1 e 2 legge 339/03 con gli articoli 3 e 4 della Costituzione, così come sollevate dalla difesa del Brandi non appaiono prima facie manifestamente infondate, e considerato il carattere pregiudiziale delle questioni rispetto alla decisione di merito del presente giudizio, ragion per cui questo giudicante ritiene necessaria la delibaziorie sui punti indicati da parte del Giudice delle leggi, letto l'articolo 23 legge 87/1953. PQM Sospende il procedimento n. 7618/2003 RG. Lavoro, Trib. Napoli Ordina l'immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale. Manda alla cancelleria per la notifica della presente ordinanza alle parti costituite del presente giudizio e per la sua comunicazione al Presidente del Consiglio dei ministri, al Presidente della Camera dei deputati ed al Presidente del Senato.

Tribunale di Cuneo - ordinanza 24-25 febbraio 2006, n. 139 Giudice Cavallo - Ricorrente Ciravegna Il Tribunale ha emesso la seguente ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale. Con ricorso depositato in cancelleria il 19 settembre 2005 il dott. Vincenzo Ciravegna, dipendente della Provincia di Cuneo con qualifica di impiegato di livello C3, profilo di agente caccia e pesca, ha impugnato avanti a questo tribunale il provvedimento con cui la datrice di lavoro in data 10 marzo 2001 ha respinto la domanda di trasformazione del rapporto da rapporto di lavoro a tempo pieno a rapporto di lavoro a tempo parziale, con orario pari al 50 per cento di quello a tempo pieno, domanda presentata dal medesimo in data 1 marzo 2005 e motivata dall'intenzione di esercitare la professione di avvocato. Il part time è stato negato dall'Amministrazione sul rilievo che la legge 339/03, ha sancito l'incompatibilità tra la posizione di pubblico dipendente, anche in regime di part time c.d. ridotto e cioè con prestazione lavorativa non superiore al 50 per cento di quella a tempo pieno e l'esercizio della professione di avvocato, stabilendo che le disposizioni di cui all'articolo 1, commi 56, 56bis e 57, della legge 662/96, non si applicano all'iscrizione agli albi degli avvocati e facendo in tal modo rivivere i limiti e i divieti di cui articolo 3 del Rdl 1578/33, convertito, con modificazioni, dalla legge 36/1934. L'articolo 3 del Rdl 1578/33 Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore stabiliva, al comma 2, che l'esercizio delle professioni di avvocato e di procuratore è incompatibile con qualunque impiego od ufficio retribuito con stipendio sul bilancio dello Stato, delle province, dei comuni ed in generale di qualsiasi altra amministrazione o istituzione pubblica soggetta a tutela o vigilanza dello Stato, delle province e dei comuni . Dalla suddetta disposizione erano eccettuati, in virtù del comma 4 dell'articolo 3, i professori e gli assistenti delle università e degli altri istituti superiori ed i professori degli istituti secondari della Repubblica nonché gli avvocati ed i procuratori degli uffici legali istituiti sotto qualsiasi denominazione ed in qualsiasi modo presso gli enti di cui allo stesso secondo comma, per quanto concerne le cause e gli affari propri dell'ente presso il quale prestano la loro opera . L'articolo 1, comma 56, della legge 662/96 Misure di razionalizzazione della finanza pubblica c.d. legge finanziaria per l'anno 1997 ha abrogato il divieto di iscrizione all'albo degli avvocati prevista dall'articolo 3, comma 3, stabilendo che le disposizioni di cui all'articolo 58, comma 1, del D.Lgs 29/1993, e successive modificazioni ed integrazioni nonché le disposizioni di legge e di regolamento che vietano l'iscrizione in albi professionali non si applicano ai dipendenti delle Pa con rapporto di lavoro a tempo parziale, con prestazione lavorativa non superiore al 50 per cento di quella a tempo pieno . Il successivo comma 57 ha precisato che il rapporto di lavoro a tempo parziale può essere costituito relativamente a tutti i profili professionali appartenenti alle varie qualifiche o livelli dei dipendenti delle Pa, ad esclusione del personale militare, di quello delle forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco . Il richiamato articolo 58, comma 1, del 3 D.Lgs 29/1993 Razionalizzazione dell'organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, a norma dell'articolo 2 della legge 421/92 disponeva che resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 ss. del Tu approvato con Dpr 3/1957, nonché, per i rapporti di lavoro parziale, dell'articolo 6, comma 2, del Dpcm 117/89 . L'articolo 1 della legge 339/03 Norme in materia di incompatibilità dell'esercizio della professione di avvocato ha infine ripristinato l'incompatibilità tra la posizione di pubblico dipendente e l'esercizio della professione di avvocato, stabilendo che le disposizioni di cui all'articolo 1, commi 56, 56bis e 57, della legge 662/96, non si applicano all'iscrizione agli albi degli avvocati, per i quali restano fermi i limiti ed i divieti di cui al Rdl 1578/33, convertito, con modificazioni, dalla legge 36/1934, e successive modificazioni . Orbene, secondo il ricorrente, l'articolo 1 della legge 339/03 violerebbe gli articoli 3, 4, 35 e 41 della Costituzione. L'eccezione di incostituzionalità, ad avviso di questo giudice, è rilevante e non manifestamente infondata. In punto rilevanza, va osservato che dagli atti risulta che il dott. Ciravegna, laureato in giurisprudenza, ha conseguito in data 16 ottobre 2003 l'idoneità all'esercizio della professione di avvocato. L'unico ostacolo allo svolgimento della suddetta libera professione da parte del ricorrente è rappresentato, pertanto, dal divieto reintrodotto dall'articolo 1 della legge 339/03 divieto che costituisce altresè l'unico motivo in base al quale la Provincia di Cuneo ha negato il part time al ricorrente, avendo quest'ultimo dichiarato nella relativa domanda che la richiesta di trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale era finalizzata allo svolgimento dell'attività di avvocato . Dubbi sulla legittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 339/03 sorgono, anzitutto, con riferimento all'articolo 3 Costituzione. Nel quadro legislativo attuale in cui vige il principio generale secondo il quale il pubblico dipendente in regime di part time c.d. ridotto può esercitare la libera professione per la quale abbia conseguito la richiesta abilitazione, il divieto di iscrizione agli albi degli avvocati fatto rivivere dall'articolo 1 della legge 339/03 rappresenta una lex specialis dettata con riferimento ad una sola, specifica, libera professione. Al dipendente delle Pa, anche se in regime di part time c.d. ridotto, è inibito, in via generale ed astratta, l'esercizio della professione di avvocato, mentre analogo divieto non vale con riferimento a tutte le altre libere professioni medici, ingegneri, architetti, commercialisti, geometri, ragionieri, eccetera . La normativa censurata dovrebbe, per essere rispettosa dell'articolo 3 della Costituzione ossia per non creare una ingiustificata disparità di trattamento, trovare giustificazione in principi di rango costituzionale o comunque in ragioni che rendano effettivamente diversa la situazione del pubblico dipendente che esercita la professione di avvocato da quella del pubblico dipendente che svolge qualsiasi altra professione liberale . Una ragione giustificatrice della deroga alla lex generalis di cui all'articolo 1, comma 56, della legge 662/96 non sembra rinvenibile né se si guarda il problema dal punto di vista della professione forense né se lo considera dal punto di vista della Pa. Sotto il primo profilo va osservato che nel corso dei lavori preparatori della legge 339/03 è stato frequentemente affermato che il divieto di esercizio della professione di avvocato da parte del pubblico dipendente in regime di part time c.d. ridotto avrebbe come finalità quella di assicurare l'indipendenza del difensore intesa in senso ampio e tecnico di mancanza di subordinazione e l'inviolabiità del diritto di difesa garantito dall'articolo 24 della Costituzione. Tale motivazione non appare convincente. L'idoneità allo svolgimento della professione di avvocato, per quanto riguarda il possesso delle capacità e delle cognizioni tecniche, è attestata dal superamento dell'esame di Stato che l'aspirante deve obbligatoriamente sostenere per conseguire l'abilitazione all'esercizio di detta professione. Quanto alla fedeltà al mandato conferito dal cliente, essa non appare affatto pregiudicata dal rapporto di dipendenza con la Pa, in quanto nell'esercizio della professione di avvocato il pubblico dipendente non è soggetto agli ordini e alla direttive della datrice di lavoro, ma esclusivamente alle norme deontologiche valide per tutti gli iscritti all'ordine e al riguardo vengono in considerazione il Codice deontologico approvato dal Consiglio nazionale forense il 17 aprile 1997 e quello europeo, approvato dal Consiglio degli Ordini forensi europei il 28 ottobre 1998 , norme a garanzia dell'osservanza delle quali sono contemplate sanzioni disciplinari e, ove occorra, anche sanzioni penali articoli 380 e 622 c.p. . Nei lavori preparatori ricorre poi sovente l'affermazione secondo la quale la possibilità che i dipendenti delle Pa possano essere iscritti agli albi degli avvocati verrebbe ad instaurare uno strano rapporto di interazione pubblico-privato per cui il prestigio del difensore non sarà più basato sulla sua professionalità, ma sul suo potere nell'ambito dell'amministrazione con creazione di una clientela al di fuori di una corretta concorrenza professionale e di una commistione di interessi privati in attività pubbliche relazione alla proposta di legge n. 543 d'iniziativa dei deputati Bonito, Leoni, Finocchiaro, Kessler, Carboni, Lucidi, Crucianelli, Grillini, Mancini, Siniscalchi, presentata alla Camera dei deputati il 6 giugno 2001 . Si tratta di situazioni di mero fatto che vanno, se del caso, affrontate e risolte con la previsione di limitazioni territoriali all'esercizio della professione di avvocato da parte del pubblico dipendente occupante, in seno all'amministrazione, una posizione suscettibile di fungere da richiamo di clientela si pensi all'avvocato che contemporaneamente è anche cancelliere o ufficiale giudiziario e non già con l'introduzione di un divieto generale ed indiscriminato avente come destinatario qualsiasi pubblico dipendente e quindi anche quello che dalle mansioni svolte presso l'Amministrazione di appartenenza non può trarre alcun indebito vantaggio ai fini del reperimento della clientela come è il caso del ricorrente, dipendente della Provincia di Cuneo con qualifica di impiegato di livello C3, profilo di agente caccia e pesca . In ogni caso la medesima considerazione varrebbe anche per altre professioni liberali , con riferimento alle quali, tuttavia, non è previsto analogo divieto si pensi, ad esempio, all'esercizio della professione di architetto o di geometra da parte di un impiegato in servizio presso un ufficio tecnico comunale . Va evidenziato, del resto, che il timore che il prestigio del difensore possa basarsi, anziché sulle qualità personali, sulle funzioni pubbliche ricoperte non ha impedito al legislatore di sancire la compatibilità dell'esercizio della professione di avvocato con l'attività di professore di università o istituti secondari statali o con incarichi quali quelli di giudice di pace, giudice tributario, giudice onorario di tribunale e vice procuratore onorario anzi addirittura i V.P.O. possono esercitare la professione di avvocato anche nella stessa circoscrizione purché in sedi distaccate . Sotto altro punto di vista il divieto reintrodotto dall'articolo 1 della legge 339/03 non può essere giustificato con l'esigenza di garantire l'imparzialità e il buon andamento dell'amministrazione. La normativa vigente, invero, già prevede una serie di limiti che appare idonea a salvaguardare l'anzidetta esigenza, come ha avuto modo di mettere in luce la Corte costituzionale nella sentenza 189/01, con la quale sono state dichiarate non fondate tutte le questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 1, commi 56 e 56bis, della legge 662/96 sollevate dal Consiglio nazionale forense con riferimento agli articoli 3, 4, 24, 97 e 98 della Costituzione. Anzitutto, l'articolo 1 della legge 662/96, nell'abrogare il divieto di iscrizione agli albi degli avvocati nei confronti dei pubblici dipendenti in regime di part time c.d. ridotto, ha stabilito, al comma 56bis introdotto dal Dl 79/1997, convertito, con modificazioni, nella legge 140/97 che ai suddetti dipendenti non solo non possono essere conferiti incarichi da parte della Pa, ma che non è neppure consentito loro di assumere il patrocinio in controversie in cui questa sia parte. L'articolo 1, comma 58, della legge 662/96 consente poi all'Amministrazione di negare la trasformazione del rapporto a tempo pieno in part time nel caso in cui l'ulteriore attività di lavoro subordinato o autonomo del dipendente comporti un conflitto di interessi con la specifica attività di servizio svolta , ovvero di differire la trasformazione stessa, per un periodo non superiore a sei mesi, allorchè possa derivarne grave pregiudizio alla funzionalità dell'amministrazione medesima. Il successivo comma 58bis anch'esso introdotto dal citato Dl 79/1997 ha demandato alle singole amministrazioni - ferma la valutazione in concreto dei singoli casi di conflitto di interesse - di individuare con decreto ministeriale emanato di concerto con il Ministro per la funzione pubblica le attività da considerare comunque non consentite , in ragione della interferenza con i compiti istituzionali . In attuazione di tale norma sono state emanate istruzioni generali da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri in particolare, la circolare del 18 luglio 1997 e specifiche previsioni ad opera delle singole amministrazioni, tra cui il ministero della Giustizia Dm 6 luglio 1998 , il ministero delle Finanze per i dipendenti dell'Amministrazione dei Monopoli di Stato Dm 20 settembre 2000 e per i propri dipendenti Dm 15 gennaio 1999 , il ministero per i Beni culturali e ambientali Dm 5 giugno 1998 e circolare del 4 febbraio 1999 , il ministero dei trasporti e della navigazione Dm 14 maggio 1998 . Infine, il comma 2-ter dell'articolo 18 della legge 109/94 inserito dall'articolo 9, comma 30, della legge 415/98 esclude in modo assoluto che i pubblici dipendenti possano espletare, nell'ambito territoriale del proprio ufficio, incarichi professionali per conto delle amministrazioni di appartenenza. La disparità di trattamento creata dal denunciato articolo 1 della legge 339/03 risulta ancor più accentuata ove si ponga mente alla normativa comunitaria. L'articolo 2 della direttiva n. 98/5/CE stabilisce che gli avvocati hanno diritto di esercitare stabilmente le attività di avvocato in tutti gli Stati membri con il proprio titolo professionale di origine . Il successivo articolo 5, comma 1, dispone che l'avvocato che esercita con il proprio titolo professionale di origine svolge le stesse attività professionali dell'avvocato che esercita con il corrispondente titolo professionale dello Stato membro ospitante . La stessa direttiva prevede inoltre la possibilità di costituire società tra avvocati e società con avvocati di altri Stati membri. Orbene, come ha osservato il ricorrente, il dipendente pubblico italiano, anche se in regime di part time c.d. ridotto e anche se in possesso dell'abilitazione professionale, non può, in base alla legge 339/03, iscriversi agli albi degli avvocati italiani e conseguenzialmente non può esercitare la professione di avvocato neppure negli altri Stati membri in quanto l'articolo 3 della direttiva, al comma 2, stabilisce che lo Stato membro ospitante procede all'iscrizione dell'avvocato straniero su presentazione del documento attestante l'iscrizione di questi presso la corrispondente autorità competente dello Stato membro di origine . Viceversa, l'avvocato straniero che sia anche pubblico dipendente può esercitare in Italia e può partecipare a società di avvocati con professionisti italiani. L'ostacolo frapposto dalla norma censurata allo svolgimento dell'attività professionale per la quale si è conseguita la prescritta abilitazione appare inoltre in contrasto non solo con l'articolo 3 della Costituzione, ma anche con altre norme della Carta fondamentale e segnatamente con l'articolo 4, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, e con l'articolo 35, che tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Appare infine vulnerato anche l'articolo 41 della Costituzione, in quanto il divieto posto dall'articolo 1 della legge 339/03 all'esercizio della professione di avvocato da parte dei pubblici dipendenti non può dirsi dettato da fini sociali , laddove, come ha evidenziato l'Autorità garante della concorrenza e del mercato nel parere n. 48/01 e come ha affermato anche la Corte costituzionale nella citata sentenza 189/01, le disposizioni della legge 662/96, delle quali la norma qui impugnata esclude l'applicazione con riguardo alla sola professione forense, sono intese a favorire l'accesso di tutti i soggetti in possesso dei prescritti requisiti alla libera professione e cioè ad un ambito del mercato del lavoro che è naturalmente concorrenziale . PQM Visto l'articolo 23 della legge 87/1953 ritenuta la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 339/03, in riferimento agli articoli 3, 4, 35 e 41 della Costituzione sospende il giudizio in corso ed ordina la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale dispone che la presente ordinanza venga comunicata alla parte costituita e indi notificata, a cura della cancelleria, al Presidente del Consiglio dei ministri e comunicata ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.