Assistenti volontari: partecipazione della comunità esterna all'azione rieducativa

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello Il Nuovo Ordinamento Penitenziario N.O.P. disciplina queste due singolari figure giuridiche, rispettivamente 1 gli assistenti volontari all'art. 78, 2 la partecipazione della comunità esterna all'azione rieducativa all'art. 17 del N.O.P. ed all'art. 120 del Regolamento di Esecuzione d.P.R. 230/00 - R.E. . Si tratta di operatori le cui funzioni e la cui attività sono sconosciute e non solo all'opinione pubblica. Vediamo di tracciarne un profilo con intento meramente divulgativo. L'art. 78 N.O.P. conferisce all'Amministrazione penitenziaria comma 1 la facoltà di autorizzare a frequentare gli istituti di pena persone che manifestino un marcato e motivato interesse e non una mera curiosità. Non si tratta di persone qualsiasi, dunque, ma di soggetti appiano e siano emotivamente idonee a partecipare all'opera di assistenza e di educazione . Tale partecipazione deve volgere al sostegno morale dei detenuti e degli internati in previsione del futuro reinserimento nella vita sociale . Deve essere acquisita la proposta del magistrato di sorveglianza. Gli stessi possono cooperare nelle attività culturali e ricreative dell'istituto, sotto la guida del direttore dell'istituto, il quale ne coordina l'azione con quella di tutto il personale addetto al trattamento comma 2 . La loro attività è assolutamente gratuita comma 3 . Inoltre, gli assistenti volontari possono comma 4 collaborare con gli Uffici Locali per l'Esecuzione Penale Esterna U.L.E.P.E. . Il Regolamento di Esecuzione R.E. del N.O.P. detta norma delegate particolarmente significative ed idonee a sottolineare l'alto valore sociale della funzione di tali operatori, che la svolgono - è opportuno ribadire questo profilo - a titolo assolutamente gratuito. Il comma 1 stabilisce che devesi trattarsi di persone che dimostrano interesse e sensibilità per la condizione umana dei detenuti ed hanno dato prova di concrete capacità nell'assistenza a persone in stato di bisogno . Non c'è che dire, questa volta il legislatore delegato ha dimostrato di sapere il fatto suo, ha centrato l'essenza di queste figure istituzionali. Prosegue il comma 1 concedendo la possibilità di rilasciare l'autorizzazione anche a più persone appartenenti ad organizzazioni di volontariato, ma si tratta pur sempre di singole autorizzazioni, rilasciate sulla base di convenzione da stipularsi a cura delle direzione degli istituti di pena e degli U.L.E.P.E,, per cui il decadere delle convenzioni fa decadere anche le singole autorizzazioni. Il comma 2 specifica che il provvedimento di autorizzazione deve contenere il tipo di attività che l'assistente volontario può svolgere, in uno od anche più istituti di pena od in collaborazione con gli U.L.E.P.E. L'autorizzazione ha durata annuale, rinnovabile previo parere positivo della direzione del carcere e degli U.L.E.P.E. Il comma 4 si preoccupa di ricordare ai direttori di carcere e degli U.L.E.P.A. che devono curare la loro piena integrazione con gli operatori istituzionali. Soprattutto la partecipazione degli assistenti volontari ha assunto proporzioni di tutto riguardo, sopratutto nei grandi istituii penitenziari metropolitani, sintomo di una grande presenza della società del territorio in cui l'istituto penitenziario insiste. Nel corso dell'iter parlamentare, di approvazione della legge-delega c.d. Meduri L. 254/05 , contenente le linee guida di un nuovo ed autonomo ordinamento del personale dirigenziale dell'Amministrazione penitenziaria, per l'inserimento dell'art. 3, relativo alla creazione degli U.L.E.P.E., le associazioni di volontari entrarono in fibrillazione, in quanto si temeva che il 'volontariato' inteso in senso ampio stesse per essere espunto dall'ordinamento penitenziario, timore del tutto infondato come poi è stato possibile verificare, ma testimoni in modo incontrovertibile le radici profondo della solidarietà sociale. Questo timore era da una parte sintomatico della Grande Passione, dall'altra l'esternazione della Grande Paura, che gli operatori penitenziari più avveduti hanno saputo apprezzare. Non v'è dubbio, infatti, che l'ingresso degli assistenti volontari e, più in generale, la partecipazione della comunità esterna, oltre ad essere un sintomatico di grande sensibilità è anche la chiara testimonianza di grande generosità, da parte di persone che ritagliano fette, più o meno sostanziose del loro tempo libero questo 'totem' del mondo moderno per dedicarlo agli umili ed agli oppressi, posti ai margini della società anche per le loro azioni criminose, in cui l'oppressione del contenuto meramente affittivo e retributivo della pena detentiva è bilanciato anche da queste istanze di partecipazione a fini rieducativi. I detenuti comuni non si sentono più così tanto isolati e tagliati fuori dal mondo civile lungo tutta la durata della esecuzione della pena. È, comunque, una presenza molto utile, una 'stanza di compensazione', una valvola di sfogo di tensioni non solo fisiologiche, originate dalla privazione della libertà personale, ma anche patologiche tipiche della convivenza forzata, con tutte le implicazioni della quali non si parla e non si porta a sufficientemente a conoscenza di quell'opinione pubblica oggi importante strumento di linee di condotta e di tendenza, che in questo modo almeno proietta, butta un occhio disinteressato ma vigile all'interno del carcere, riportandone nella società esterna le impressioni, negative e positive, e fungendo da strumento di controllo sociale. Il carcere deve essere aperto, nel suo interno, nella sua conduzione deve regnare la trasparenza. Senza di che sono inevitabili pericolosi arretramenti, che non fanno onore ad un complesso normativo fra i più moderni ed all'avanguardia del mondo occidentale.