Eccessiva durata del processo, riconosciuta a Laura Antonelli la rivalutazione del danno psicofisico

Dopo un primo risarcimento di diecimila euro che la Cassazione aveva definito incongruo, fissato uno di 108 mila. Accolto il ricorso dell'attrice che, coinvolta in una vicenda di droga, era stata assolta dopo un iter giudiziario durato nove anni

L'eccessiva durata di un processo penale può destabilizzare psichicamente l'imputato. In pratica, l'ingiustificata dilatazione dei tempi processuali può trasformarsi in fonte prolungata di stress al punto da provocare scompensi psicopatologici nella persona accusata. A maggior ragione se, poi, quest'ultima viene assolta. Per questi motivi la Corte d'appello di Perugia ha condannato il ministero della Giustizia al pagamento in favore di Laura Antonelli della somma di 108 mila euro, oltre agli interessi, per i danni alla salute e all'immagine patiti a causa della irragionevole durata del procedimento a suo carico decreto depositato il 23 maggio e qui leggibile tra gli allegati . Il dicastero di via Arenula dovrà, quindi, indennizzare l'Antonelli per i nove anni di processo per droga da lei subiti. Nove anni, finiti con un'assoluzione, che hanno minato gravemente la sua salute psichica. Nell'estate del 1991 nella villa dell'attrice furono trovati 24 grammi di cocaina e la protagonista di Malizia fu accusata di detenzione di sostanze stupefacenti. Le lungaggini processuali determinarono un crollo psichico ma anche fisico dell'attrice che decise, tramite i suoi legali, di presentare alla Corte d'appello di Perugia una richiesta di indennizzo ex legge Pinto per l'eccessiva durata del processo che l'aveva coinvolta. A distanza di cinque anni dalla domanda il verdetto della Corte perugina, nel procedere ad una nuova liquidazione della somma, ha deciso per l'importo di 108.000,00 euro. La pronuncia del collegio, infatti, è arrivata dopo che la Corte di cassazione - accogliendo un ricorso degli avvocati della Antonelli, Lorenzo Contrada e Dario Martella - aveva giudicato non adeguata la somma di diecimila euro precedentemente assegnata dalla stessa Corte d'appello all'attrice per il decreto 337/03 del primo collegio della Corte d'appello di Perugia si veda negli arretrati on line del 10 luglio 2003 e nel numero 30/2003 del settimanale D& G . Il ministero della Giustizia dovrà pagare, infine, anche i costi di una consulenza tecnica d'ufficio svolta dal neurologo e psichiatra Francesco Bruno. In base alla relazione di quest'ultimo si affermò, infatti, che la lunghezza della vicenda giudiziaria aveva senz'altro influito in modo determinante sulla destabilizzazione psichica dell'Antonelli .

Corte di appello di Perugia - decreto 27 aprile-23 maggio 2006 Presidente Matteini Chiari - Relatore Zanetti Il 26 aprile 1991 la signora Laura Antonelli, nota attrice, veniva tratta in arresto in quanto ritenuta responsabile del reato previsto dall'articolo 73 Dpr 309/90, essendo stata rinvenuta presso la sua abitazione della sostanza stupefacente cocaina contenente grammi 24,3 di principio attivo. Il 30 aprile successivo il GIP presso il Tribunale di Civitavecchia convalidava l'arresto, sostituendo la misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari, sino al 9 maggio 1991. Citata a giudizio dinanzi al Tribunale per rispondere con il rito direttissimo, l'Antonelli chiedeva la prosecuzione del processo secondo il rito abbreviato. Il Tribunale nella stessa data del 9 maggio 1991 la riconosceva colpevole condannandola alla pena di anni tre, mesi sei giorni 20 di reclusione e lire 24 milioni di multa, oltre alle sanzione accessorie. Con sentenza del 16 marzo 2000 divenuta irrevocabile il 31 ottobre 2000 , però, la Corte di appello di Roma l'assolveva con la formula perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato . Con ricorso depositato il 20 febbraio 2000 la signora Antonelli si rivolgeva alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo al fine di vedere accertata l'avvenuta violazione da parte dello Stato Italiano dell'articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell'uomo e delle Libertà Fondamentali e di conseguire una equa soddisfazione al pregiudizio subito in conseguenza della irragionevole durata del processo. Intervenuta la legge 89/2001, non essendo ancora intervenuta una pronuncia di irricevibilità del ricorso, si rivolgeva a questa Corte di appello chiedendo la condanna del ministero della Giustizia a titolo di equa riparazione per il danno subito a causa della irragionevole durata del processo. Il Ministero si costituiva in giudizio chiedendo la reiezione del ricorso. Questa Corte - in altra composizione - , espletata consulenza tecnica d'ufficio, con decreto del 4.6.2003, determinava in cinque anni l'eccedenza della durata del processo rispetto a quella ragionevole e condannava il Ministero al pagamento di euro 10.000,00. Perveniva a tale decisione ritenendo che nel caso in esame, poiché la pronuncia di assoluzione della Corte di appello di Roma e prima ancora la stessa richiesta di assoluzione avevano trovato ragione nella diversa normativa sopravvenuta rispetto alla decisione di primo grado cioè nel Dpr 171/93 , il termine iniziale, per valutare la ragionevolezza o meno della durata del processo, doveva essere individuato nella entrata in vigore di tale decreto e che, tenuto conto che un processo del genere in secondo grado avrebbe potuto ragionevolmente avere una durata di due anni, la eccedenza veniva ad ammontare a cinque anni. Disattendeva almeno in parte le conclusioni del Ctu e liquidava in via equitativa a titolo di indennizzo la somma di euro 10.000,00, compensando le spese processuali. Avverso tale decreto proponeva ricorso per Cassazione la signora Antonelli Con il primo motivo sosteneva la erroneità del decreto in ordine alla valutazione della eccedenza della durata del processo penale rispetto a quella ragionevole argomentando che la Corte non avrebbe dovuto procedere ad alcuna compensazione tra il primo ed il secondo grado cosicché il processo d'appello non avrebbe dovuto superare la data del 9 maggio 1993 due anni dalla pronuncia della sentenza di primo grado . Con il secondo motivo sosteneva la erroneità del decreto per avere individuato il termine iniziale del processo penale, al fine di valutarne la ragionevole durata, dalla entrata in vigore del Dpr 171/91 in quanto, così operando, la Corte aveva attribuito rilevanza alla considerazione che il processo era stato definito con sentenza di assoluzione, sulla base dello jus superveniens, trascurando di considerare che il diritto all'equa riparazione sussiste indipendentemente dall'esito del giudizio. Con il terzo motivo sosteneva la erroneità del decreto per avere disatteso le conclusioni del Ctu il quale aveva accertato la sussistenza del nesso di causa tra durata del processo e quadro psicopatologico riscontrato. Il ministero della Giustizia resisteva al ricorso e proponeva, a propria volta, ricorso incidentale per due motivi. Con il primo motivo sosteneva che la Corte di appello avrebbe dovuto imputare esclusivamente alle scelte processuali della Antonelli il ritardo nella definizione del giudizio penale. Con il secondo motivo sosteneva la erroneità della liquidazione del danno per non avere la Corte di appello considerato che in realtà il protrarsi del giudizio si era risolto in un vantaggio per l'imputata. La Suprema corte, con decisione del 20 giugno 2005 depositata il 23 agosto 2005 , mentre respingeva il ricorso incidentale proposto dal ministero della Giustizia, accoglieva il ricorso principale proposto dalla Antonelli cassando conseguentemente il decreto impugnato e rimettendo le parti di nuovo dinanzi a questa Corte, in diversa composizione, per un nuovo giudizio. Con ricorso depositato in data 5 dicembre 2005 la signora Laura Antonelli ha riassunto il giudizio dinanzi a questa Corte insistendo nelle conclusioni già formulate. Ha argomentato che, in base a quanto statuito dalla Suprema corte, la eccessiva durata del processo deve essere determinata in circa sette anni e la liquidazione del risarcimento operata tenendo presente che il Ctu ha accertato la sussistenza del nesso di causa tra la grave patologia che l'affligge e l'eccessiva durata del processo. Il ministero della Giustizia, costituendosi in giudizio, ha concluso per la reiezione della pretesa della ricorrente. Oltre a ribadire le argomentazioni già svolte in precedenza, ha anche argomentato che la Suprema Corte, pur cassando il decreto impugnato relativamente ai criteri di determinazione della durata, non lo ha affatto cassato in ordine alla liquidazione della somma dovuta a titolo di equa riparazione che non potrebbe, pertanto, essere rimessa in discussione. All'udienza del 6 marzo 2006 questa Corte si è riservata di decidere concedendo alle parti termini per il deposito di note illustrative fino al 30 marzo 2006 e per repliche fino al 20 aprile 2006 . La riserva viene sciolta con il presente provvedimento. Va in primo luogo osservato che la Suprema corte ha esaminato congiuntamente i tre motivi di ricorso proposti dalla signora Laura Antonelli ritenendoli fondati così testualmente a pag. 6 paragrafo 4 I tre motivi del ricorso principale possono essere esaminati congiuntamente e, per quanto di ragione, meritano accoglimento. . Dal che deriva che, sebbene la motivazione della Suprema corte faccia riferimento soltanto alla questione della determinazione della durata del processo oggetto specifico del primo e del secondo motivo di ricorso , avendo ribadito che la valutazione della durata deve essere operata con riferimento al processo nel suo complesso e che il diritto all'equa riparazione sussiste indipendentemente dal suo esito, sì da non potersi tenere conto del beneficio derivante all'imputato dalla modificazione della normativa nel frattempo sopravvenuta, deve ritenersi che rientra nel potere-dovere di questa Corte di appello, quale giudice in sede di rinvio, anche il riesame della liquidazione del danno sulla base della eventuale diversa durata del processo accertata sia perché - come rilevato - la Suprema Corte ha affermato che tutti e tre i motivi del ricorso principale meritano accoglimento sia perché risulterebbe all'evidenza del tutto inutile una pronuncia da parte del giudice di rinvio che, pur accertando in ipotesi una diversa e maggiore eccedenza della durata del processo rispetto a quella ragionevole, non pervenisse ad una diversa liquidazione della somma dovuta che rappresenta in realtà il vero petitum del ricorso. Ritiene, pertanto, questa Corte di non potersi limitare ad un nuovo accertamento circa la durata del processo ma di dovere, in ipotesi, procedere anche ad una nuova liquidazione della somma dovuta. Così precisato l'ambito del giudizio di rinvio, si può passare all'esame del merito. Ebbene, si deve ritenere, tenuto conto del grado di complessità media del giudizio, non necessitante di particolari indagini, che un processo di ragionevole durata non avrebbe dovuto in concreto superare nel complesso, la durata di tre anni, sì da potere individuare il termine oltre il quale iniziare a calcolare l'eccedenza, nella data del 26 aprile 1994 tre anni dalla data dell'arresto . Poiché è stata la Suprema Corte a ribadire, nella sentenza con la quale è stato cassato il decreto di questa Corte del 4 giugno 2003, che occorre procedere ad una valutazione del processo penale nella sua globalità ed in concreto, senza fare riferimento automatico a standard astratti, nel caso in esame, se è vero che non si può compensare la breve durata del giudizio di primo grado con quella del giudizio di secondo grado, è anche vero che non ci si deve necessariamente limitare a calcolare il criterio standard di due anni per il secondo grado a decorrere dalla pronuncia del primo grado, considerato che in realtà, se la pronuncia di secondo grado fosse intervenuta prima della entrata in vigore del Dpr 171/93, essa sarebbe stata certamente di condanna considerato che lo stesso appello era dapprima diretto ad ottenere una mera riduzione della pena , cosicché sarebbe stato proposto certamente ricorso per Cassazione, con la conseguenza di dovere tenere conto, ai fini della valutazione della durata ragionevole del processo, anche di tale evenienza. Il che induce a collocare il termine di una ragionevole durata alla data del 26 aprile 1994. Poiché non sono ravvisabili segmenti temporali imputabili alla ricorrente e comunque il ricorso incidentale proposto dal ministero della Giustizia sul punto è stato respinto dalla Corte di cassazione perché infondato , la eccedenza rispetto alla ragionevole durata, che rimane a carico dell'apparato giustizia, viene ad ammontare a circa sei anni e mezzo la sentenza della Corte di appello di Roma è infatti divenuta irrevocabile il 31 ottobre 2000 . Passando alla liquidazione della somma dovuta a titolo di equa riparazione, va osservato che il Ctu all'uopo nominato, prof. Francesco Bruno, ha accertato pag. 20 della relazione che la signora Laura Antonelli presenta un disturbo schizoaffettivo con componente depressiva instabile del tono dell'umore e tendenza alla elaborazione ed interpretazione della realtà in senso delirante religioso e paronoideo instauratosi su di un soggetto presentante un disturbo della personalità con componenti schizotipiche e istrioniche . Ed ancora pag. 21 della relazione a il quadro psicopatologico che interessa l'Antonelli può farsi risalire con certezza al novembre 1994/1995, periodo in cui ha iniziato a presentare disturbi evidenti di malessere psichico, tanto da dover essere ricoverata all'ospedale di Montreal e successivamente da essere seguita in Italia presso vari servizi di salute mentale con successivi diversi ricoveri, anche in regime di trattamento sanitario obbligatorio. Tali disturbi durano tuttora ed appaiono gravi tanto da abolire totalmente la capacità di intendere e di volere della paziente e da renderla stabilmente incapace di provvedere ai propri interessi b il suddetto quadro psicopatologico non può essere rapportato allo stato di tossicodipendenza dell'Antonelli quale causa efficiens , in quanto la durata e l'assunzione di sostanze stupefacenti e di alcool, le caratteristiche ed attività farmacologiche delle sostanze utilizzate cocaina in particolare , ma soprattutto la lunga latenza, più di 3 anni tra la fine dell'abuso e l'inizio della sintomatologia, non giustificano come effetto una patologia così ben definita, così durevole e così devastante sulla psiche del soggetto in questione. Non altrettanto può dirsi riguardo alla durata di ben nove anni del processo penale per il reato di cui all'articolo 73 Dpr 309/90 che l'ha coinvolta e che, per le sue caratteristiche di fattore grave e prolungato di stress, sia generico, ovvero valido per tutti, sia specifico, nel caso dell'Antonelli, per le ragioni su esplicitate, esercitato in modo continuato per un periodo di tempo estremamente lungo, ha senz'altro influito in modo determinante sulla destabilizzazione psichica dell'Antonelli portando all'insorgere di un quadro psicopatologico di siffatta definizione e complessità. Il nesso di causalità tra i due eventi appare dunque ben confermato sia per i criteri temporali, sia per quelli modali, sia per quelli di efficienza lesiva. . Ora, questa Corte ritiene di poter fare proprie le conclusioni del Ctu per la particolare accuratezza delle indagini, per la obiettività degli elementi sulle quali si fondano e soprattutto per la logicità e persuasività delle argomentazioni esposte per illustrarle, tanto più che la difesa del ministero della Giustizia non ha opposto osservazioni tecniche idonee a far dubitare della esattezza delle stesse. Ora, però, mentre è certa, in base alla consulenza tecnica d'ufficio, la sussistenza di un nesso di causa tra processo penale come fattore continuato di stress e causa determinante della patologia e la patologia che affligge la signora Antonelli, vi è ragione di ritenere che la patologia sia stata determinata dapprima dalla insorgenza del processo in sé e dal grave stress costituito dall'arresto, a prescindere cioè dal contenimento della durata del processo entro limiti di ragionevolezza e che poi, però, sia andata peggiorando a causa, questa volta sì, dell'eccessivo protrarsi del processo nel tempo. Vero è che il Ctu - come sopra riportato - ha individuato le prime manifestazioni di disturbi evidenti nel novembre 1994 il che, considerato il meccanismo di azione della malattia, tale da rendersi evidente soltanto a distanza di qualche periodo di tempo dalla verificazione dei fattori patogeni, induce a ritenere che prima ancora di quello che avrebbe dovuto essere il termine del processo penale se avesse avuto una ragionevole durata 26 aprile 1994 , la signora Antonelli, per effetto dell'instaurarsi del processo in sé e dell'arresto subito, aveva iniziato ad essere affetta dalla psicopatologia andata poi via via a peggiorare. Certo è, però, che tale patologia, considerato quanto evidenziato dal Ctu, non avrebbe raggiunto la gravità attuale se il processo non si fosse ulteriormente e notevolmente protratto nel tempo. Donde la necessità, di imputare alla eccessiva durata del processo soltanto il 50% del danno biologico riscontrato attualmente. A questo proposito va osservato che il Ctu, pur valutando come gravissimo il quadro psicopatologico accertato, non lo ha in realtà rappresentato in termini percentuali. Questa Corte, però, ritiene di poter quantificare, in via equitativa, ma tenuta anche presente la tabella vigente al fine dell'attribuzione dei punti di invalidità civile, la invalidità della signora Laura Antonelli in misura del 50%, il che, tenuto conto dell'età della stessa al momento della definizione del processo penale, induce, operando in base alle tabelle per la liquidazione del danno biologico in uso presso questa Corte, a liquidare il danno complessivo in euro 216.000, e dunque la somma dovuta a titolo di equa riparazione in euro 108.000,00, considerato che - come osservato - è imputabile alla eccessiva durata del processo soltanto il 50% del danno complessivo, vale a dire il peggioramento della patologia già prodotta dal processo in sé e dall'arresto prima ancora del superamento della ragionevole durata del processo. Non vi sono, invece, elementi di prova per liquidare altra somma a titolo di danno patrimoniale e, del resto, non lo consentirebbero i limiti del giudizio di rinvio. Il ministero della Giustizia, considerato che risulta comunque soccombente in larga misura, va condannato alla rifusione delle spese processuali di tutti i gradi del giudizio, come pure a quelle della consulenza tecnica d'ufficio. PQM Condanna il ministero della Giustizia al pagamento in favore di Antonelli Laura della somma di euro 108.000,00 oltre ad interessi legali dalla data della domanda, nonché al pagamento delle spese processuali sostenute dall'istante in tutti i gradi del giudizio così liquidate per il giudizio svoltosi dinanzi a questa Corte di appello e definito con decreto del 4.6.2003 euro 50,00 per spese, euro 2.800,00 per diritti ed onorari, oltre a rimborso forfettario, CNA ed IVA come per legge per il giudizio dinanzi alla Corte Suprema di Cassazione euro 100,00 per spese, euro 4.700,00 per diritti ed onorari, oltre a rimborso forfettario, CNA ed IVA come per legge per il presente giudizio di rinvio euro 50,00 per spese, euro 2 500,00 per diritti ed onorari, oltre a rimborso forfettario, CNA ed IVA come per legge pone, relativamente ai rapporti tra le parti, le spese di Ctu a carico esclusivo del ministero della Giustizia. Dispone che copia del presente decreto sia trasmessa al Pg della Repubblica presso la Corte Suprema di Cassazione, al Procuratore Generale presso la Corte dei conti ed al ministro della Giustizia. ?? ?? ?? ?? 4