Le sentenze meramente istruttorie? Non passano in giudicato

di Francesco Lemetre

di Francesco Lemetre* Elemento qualificante della fattispecie della cosiddetta occupazione acquisitiva è l'irreversibile destinazione del bene per un fine pubblico legalmente dichiarato. L'integrale trasformazione del fondo e il concreto svuotamento del diritto di proprietà, dunque, non costituiscono elementi indefettibili per l'operatività della fattispecie in parola anche quella trasformazione che produce una situazione di fatto corrispondente all'esercizio di una servitù nella specie di elettrodotto implica un'immutazione non reversibile del bene privato. Si discorre di occupazione acquisitiva, pertanto, anche laddove si riscontri una mera compressione o limitazione del diritto di proprietà purché preordinata al soddisfacimento di ineludibili interessi pubblici. Ancora le sentenze non definitive del giudice amministrativo, e in particolare le pronunzie di carattere istruttorio, non sono suscettibili di passare in giudicato in quanto prive di contenuto decisorio nonché di immediata portata lesiva. È quanto icasticamente statuito dalla quarta sezione del Consiglio di Stato con la sentenza 6446/06 pubblicata tra i documenti correlati ove il collegio, traendo abbrivo dalla definizione dei presupposti operativi della cosiddetta occupazione acquisitiva , si cimenta con la quaestio della natura delle sentenze non definitive nel giudizio amministrativo, collocandosi nel solco di un invalso quanto costante orientamento dottrinal-giurisprudenziale. LA VICENDA Al fine di realizzare un elettrodotto il Comune di Roma autorizza con relativa delibera l'Acea spa ad occupare in via d'urgenza una porzione dell'area di proprietà dell'Eni spa e della Praoil spa. Difettando l'adozione del decreto d'esproprio nel termine di cinque anni dall'occupazione in parola, l'Eni e la Praoil adiscono il Tar capitolino onde conseguire la restituzione dell'area o, in subordine, il ristoro risarcitorio del danno patito a seguito dell'irreversibile trasformazione del suolo privato. Il giudici di prime cure con sentenza 11356/01, nel disattendere l'avanzata domanda di restitutio in integrum, accolgono la richiesta di risarcimento per equivalente, disponendo Ctu per la quantificazione del valore del suolo. Con sentenza 143/05, sempre il Tar capitolino condanna l'Acea a risarcire il danno cagionato dalla realizzazione dell'opera pubblica sul terreno di proprietà dell'Eni e della Praoil, ritenuto non edificabile. La vicenda approda dinanzi ai giudici della quarta sezione di Palazzo Spada su iniziativa gravatoria delle società da ultimo menzionate, le quali impugnano le sentenze di primo grado contestano il rigetto della domanda di reintegrazione in forma specifica e deducono il contrasto tra i criteri di valutazione dell'area ablata individuati con sentenza istruttoria e la statuizione contenuta nella pronuncia definitiva circa la non edificabilità del terreno. In appello il supremo consesso amministrativo rigetta le dedotte censure alla luce di puntuali quanto incontestabili asserzioni di principio a la destinazione irreversibile di un fondo privato, quale elemento qualificante la fattispecie della occupazione acquisitiva e preclusiva della reintegrazione in forma specifica, deve assumersi configurata anche nelle ipotesi in cui il diritto di proprietà non è privato in toto del suo contenuto bensì sic et simpliciter compresso e limitato, come nel caso della costituzione di una servitù di elettrodotto b deve escludersi il vizio di contrasto di giudicati con riferimento alle statuizioni contenute in una sentenza istruttoria, atteso il consolidato principio per il quale le decisioni meramente istruttorie non sono suscettibili di passare in giudicato in quanto prive di contenuto decisorio, nonché di immediata portata lesiva. COSTITUZIONE DI SERVITÙ E OCCUPAZIONE ACQUISITIVA Passando ad una concreta disamina della prima delle due asserzioni testé enunciate, il collegio vaglia la possibilità di applicare i principi giurisprudenziali elaborati in tema di occupazione acquisitiva all'ipotesi di specie in cui viene in rilievo la costituzione di una servitù di elettrodotto . Nel dipanare il suo corredo motivazionale, l'arret pretorio in disamina prende le mosse dall'orientamento attualmente egemone in subiecta materia la Sc, infatti, ha statuito che l'occupazione senza titolo di un fondo privato per la realizzazione di un elettrodotto non può determinare la costituzione della consentaneo servitù giusta la fattispecie della cosiddetta occupazione acquisitiva. Siffatta ipotesi è da ritenersi estranea alla materia dei diritti reali ed è idonea, per converso, a configurare un illecito il quale perdura sino a quando non venga rimosso l'impianto di cui si tratti oppure ancora non risulti costituita la servitù anche per usucapione Cassazione 3153/98 . Che la quaestio iuris sia tutt'altro che pacifica è dimostrato da non poche pronunce di segno contrario che invece assumono applicabile il congegno dell'occupazione acquisitiva anche ai fini della costituzione della servitù coattiva di elettrodotto Cassazione 3403/03, 1144/04 . In realtà, ben può ridursi siffatto, adombrato contrasto di pronunce ove si tenga in debita considerazione il rilievo imprescindibile della dichiarazione di pubblica utilità il collegio, infatti, evidenzia che l'indirizzo prevalente cui si è fatto cenno, il quale assimila ad un illecito l'occupazione senza titolo di un fondo per la realizzazione di un elettrodotto , è limitato a quelle ipotesi in cui difetta la predetta dichiarazione e con essa, dunque, la preordinazione al soddisfacimento di rilevanti interessi pubblici. Nel caso di cui alla sentenza in commento, viceversa, il Consiglio di Stato rileva come l'Acea avesse occupato il suolo degli appellanti sulla scorta di un'autorizzazione provvisoria concessa dalla Giunta della Regione Lazio, cui l'articolo 9 Dpr 342/65 assegna l'efficacia di dichiarazione di indifferibilità e urgenza e di pubblica utilità. Di qui, dunque, l'operatività del meccanismo dell'occupazione acquisitiva, il cui alveo operativo non è limitato alle ipotesi in cui il diritto di proprietà è integralmente svuotato, ben potendosi innescare altresì nei casi in cui il medesimo sia semplicemente compresso o limitato, restando in ogni caso preclusa la reintegrazione in forma specifica. Di talché anche quella trasformazione che produce una situazione di fatto corrispondente all'esercizio della servitù - spiega il collegio - implica l'irreversibilità delle limitazioni che il tipo di servitù comporta per il fondo servente . NATURA DELLE SENTENZE MERAMENTE ISTRUTTORIE Il puntuale scrutinio del decisum de quo conduce poi a soffermarsi sulla seconda delle asserzioni chiaramente enunciate dalla quarta sezione onde le sentenze meramente istruttorie pronunciate nel corso del giudizio amministrativo rivestono natura di sentenze non definitive attraverso le quali il giudice dispone sull'andamento del processo, senza pronunciarsi sul merito della causa. Nel caso di specie le società ricorrenti lamentavano l'immotivato discostarsi della pronuncia definitiva dai criteri di valutazione dell'area ablata già individuati nella precedente sentenza parziale di carattere, appunto, istruttorio in ordine alla non edificabilità del terreno ne sarebbe derivato, pertanto, un patente contrasto di giudicati. I giudici di Palazzo Spada disattendono siffatto iter logico-argomentativo, confutandone la premessa maggiore le sentenze istruttorie, come pronunce meramente interlocutorie, non sono idonee a passare in giudicato in quanto prive di contenuto decisorio e di immediata portata lesiva. Sulla tematica de qua si è cimentato a più riprese il Consiglio di Stato enucleando un vero e proprio indirizzo uniforme dal quale la pronuncia in disamina non intende discostarsi CdS, sesta sezione, 314/99 quinta sezione, 472/96 . Dalla non idoneità delle sentenze istruttorie a passare in giudicato discende, quale immediato precipitato effettuale, la loro non appellabilità di talché la mancata impugnazione di una decisione con la quale il giudice si limiti ad acquisire elementi probatori, riservandosi ogni determinazione di rito e di merito, non determina l'inammissibilità delle censure che si fanno valere esclusivamente avverso la sentenza definitiva CdS, sesta sezione, 3212/00 . In effetti, puntualizza il collegio nell'arresto in esame, le sentenze istruttorie sono prive di portata lesiva sotto un duplice profilo. Da un lato, infatti, non determinano soccombenza attuale in quanto non è possibile sapere se le prove successivamente acquisite pregiudicheranno la parte su diverso crinale, invece, la decisione circa l'ammissibilità di un mezzo di prova non può mai precludere una eventuale decisione di merito difforme sul punto. SPUNTI DI RIFLESSIONE Alla luce dei principi generali, le sentenze non definitive sono quelle che non pongono fine al rapporto processuale, che è destinato a proseguire, in quanto esse risolvono soltanto uno o più punti della causa. Le sentenze non definitive vengono anche denominate interlocutorie Casetta, Manuale di diritto amministrativo VIII, Milano, 2006, 841 . Siffatte decisioni possono - afferire al rito e avere carattere preparatorio riunione di ricorsi, integrazione del contraddittorio nel caso, non sono autonomamente impugnabili - riguardare il merito, cioè a dire, accertare se sussistano i vizi denunciati dalla parte ricorrente in tal caso si dicono parziali ove decidano in modo definitivo solo su uno o più capi della domanda esse sono appellabili e suscettibili di passare in giudicato. Nel regime antecedente alla legge 205/00 si ammettevano altresì sentenze aventi un carattere meramente istruttorio si pensi alla decisione che dispone un mezzo istruttorio e ne regola l'assunzione , ritenute non autonomamente impugnabili nel tenore attualmente vigente l'articolo 44 Tu CdS specifica invece che le decisioni sui mezzi istruttori sono adottate dal collegio mediante ordinanza. Orbene, dal corredo motivazionale della sentenza in commento emerge il principio secondo cui la sentenza che si pronuncia anche su un mezzo istruttorio non è impugnabile e quindi non si configura idonea a passare in giudicato. In realtà, la sentenza gravata innanzi al Consiglio di Stato più che istruttoria pare doversi ritenere - in modo più corretto alla luce di quanto testé chiarito - una pronuncia parziale nel merito, infatti, essa respinge la domanda di reintegrazione in forma specifica, contestualmente disponendo la Ctu per la quantificazione del valore del suolo ai fini del risarcimento per equivalente. A fini riassuntivo-esplicativi, dunque, si rileva che - se la pronuncia del giudice concerne soltanto alcuni capi della domanda, il provvedimento adottato assume veste di sentenza cosiddetta parziale con i relativi precipitati effettuali in termini di impugnabilità e passaggio in giudicato - se, viceversa, riguarda solo l'assunzione di mezzi istruttori, il dictum del giudice assume veste di ordinanza e non può dirsi idoneo a formare cosa giudicata. Ciò posto, i giudici di Palazzo Spada qualificano la sentenza gravata come meramente istruttoria, ancorché contenga statuizioni sul merito della domanda, e non più esattamente come parziale in sostanza, il comando in ordine all'acquisizione del mezzo istruttorio nella specie, la Ctu riverbera efficacia espansiva sul provvedimento adottato sino al punto da incidere sulla impugnabilità dello stesso che i giudici, per l'appunto, escludono . Mutatis mutandis, il principio di prevalenza della sostanza di un provvedimento sulla sua forma deve assumersi come a geometria variabile. *Avvocato

Consiglio di Stato - Sezione quarta - decisione 16 maggio-27 ottobre 2006, n. 6446 Presidente Venturini - Estensore Anastasi Ricorrente Eni Spa Fatto Dietro autorizzazione provvisoria concessa dalla Giunta della Regione Lazio con delibera n. n. 3710 del 1991, il comune di Roma autorizzava con delibera di Giunta n. 3482 del 1992 l'occupazione di urgenza da parte di Acea Spa d'ora in avanti Acea di una porzione dell'area di proprietà delle appellanti sita in località Pantano di Grano, ai fini della costruzione dell'elettrodotto 50 KV Roma Ovest Enel - Valle Galeria - Dragona. Decorso il quinquennio dall'occupazione avvenuta nell'ottobre del 1992 senza l'adozione del decreto di esproprio, le odierne appellanti hanno adito il Tar Lazio chiedendo la restituzione del terreno con modifica del tracciato della linea nonché in subordine l'integrale risarcimento del danno patito per l'effetto dell'irreversibile trasformazione dell'area. Con sentenza 11356/01 il Tribunale ha respinto la richiesta di reintegrazione specifica, ha accolto la domanda di risarcimento per equivalente ed ha disposto Ctu per la quantificazione del valore del suolo ablato. Con dichiarazione resa nella successiva Udienza le ricorrenti hanno formulato riserva d'appello. All'esito della consulenza il Tribunale, con la sentenza 143/05, ha condannato l'Acea a rifondere il danno patito dalle ricorrenti in conseguenza della realizzazione dell'opera pubblica sul terreno di proprietà di queste, ritenuto non edificabile. Con il ricorso all'esame le odierne appellanti hanno impugnato entrambe le sentenze, chiedendone l'integrale riforma. Si è costituita l'Acea, eccependo l'inammissibilità dell'appello differito avverso la sentenza 11356/01 ed instando comunque per il rigetto del gravame. Le Parti hanno presentato memorie. All'Udienza del 16 maggio 2006 il ricorso è stato trattenuto in decisione. Diritto L'appello è in parte inammissibile e in parte infondato. Con i primi tre motivi gli appellanti impugnano la sentenza 11356/01, nella parte in cui ha rigettato la domanda di reintegrazione in forma specifica, mediante restituzione del suolo di proprietà, con rimozione dell'elettrodotto realizzato dall'Acea. In tal senso gli stessi deducono - richiamando copiosa giurisprudenza della Sc nonché di questo Consiglio di Stato - che i principi giurisprudenziali elaborati in tema di occupazione acquisitiva non si attagliano al caso in esame, nel quale viene in rilievo la costituzione di una servitù. Sotto un diverso profilo, gli appellanti deducono che l'accoglimento della domanda di reintegrazione non sarebbe precluso dal rilievo dell'opera pubblica, la cui funzionalità potrebbe essere salvaguardata apportando modeste modifiche al tracciato originario. I mezzi, che possono essere unitariamente esaminati, non sono fondati il che dispensa il Collegio dall'approfondire le eccezioni di inammissibilità degli stessi dedotte dall'appellata. Prima di procedere all'esame, giova individuare le statuizioni contenute nelle sentenze impugnate che - in difetto di specifica impugnazione - risultano coperte da giudicato. In tal senso deve in primo luogo ricordarsi che la prima sentenza, disattendendo specifica eccezione dell'intimata, ha espressamente ricondotto la presente controversia alla giurisdizione del Giudice amministrativo. La questione non può quindi essere riesaminata in quanto, come chiarito da Ap. n. 5 del 2005, il principio della rilevabilità d'ufficio in ogni tempo del difetto di giurisdizione va coordinato col sistema delle impugnazioni, con la conseguenza che il giudice d'appello può affrontare d'ufficio la questione di giurisdizione solo se la sentenza di primo grado non l'abbia esplicitamente affermata. In secondo luogo, va precisato che nel caso all'esame la sentenza parziale n. 11356 ha altresì stabilito cfr. pag. 4 che la realizzazione dell'opera è stata preceduta da rituale dichiarazione di pubblica utilità, formulata con delibera G.R. Lazio n. 37 10 del 1991. Tale circostanza è contestata nella sentenza n. 143 con rilievi dai quali deve però prescindersi per la loro natura meramente incidentale, comprovata dall'ovvio rilievo che all'epoca della pronuncia definitiva la questione era già coperta da giudicato interno. In questa sede d'appello deve quindi tenersi per ferma l'esistenza della dichiarazione di Pu, non essendo stata specificamente contestata dagli appellanti la statuizione contenuta appunto nella sentenza non definitiva. In ogni caso - trattandosi di questione estremamente rilevante - si ritiene utile ricordare che inizialmente la giurisprudenza della Sezione ad es. Sezione quarta, 335/94 e 569/98 era orientata nel senso che in materia di costruzione di elettrodotti, l'autorizzazione provvisoria prevista dall'articolo 113 Rd 1775/33, non costituisce dichiarazione di pubblica utilità, preordinata alla servitù coattiva perpetua, ma semplice dichiarazione anticipata di indifferibilità ed urgenza dei lavori articolo 9 comma 9 Dpr 342/65 , che consente l'emissione dell'ordinanza prefettizia di occupazione di urgenza temporanea, prima della autorizzazione definitiva e prima dell'asservimento pure definitivo di cui all'articolo 121 Rd citato. Pertanto, secondo tale indirizzo. l'Ente munito di autorizzazione provvisoria costruisce a proprio rischio, dovendosi impegnare a rimuovere i tralicci e la linea in caso di mancato ottenimento del provvedimento definitivo. Più di recente è stato invece chiarito da Sezione quarta, 606/99 che l'articolo 9 comma 9 Dpr 342/65 - a tenore del quale i decreti di autorizzazione in via provvisoria di cui all'articolo 113 Tu 1775/33 hanno anche essi efficacia di dichiarazione di indifferibilità ed urgenza - va interpretato sistematicamente in relazione al contenuto del comma 8 dello stesso articolo 9, in base al quale i decreti di autorizzazione degli elettrodotti da costruirsi da parte dell'Ente nazionale per la energia elettrica hanno efficacia di dichiarazione di pubblica utilità, nonché di indifferibilità ed urgenza delle opere relative agli elettrodotti medesimi, ai sensi e per gli effetti dell'articolo 71 legge 2359/1865 pertanto, deve ritenersi che nel comma 9 il Legislatore minus dixit quam voluit, nel senso che i decreti di autorizzazione provvisoria hanno anche ma non solo efficacia di dichiarazione di indifferibifità ed urgenza, avendo altresì -come i decreti ordinari di cui al comma 8 - efficacia di dichiarazione di pubblica utilità. Alla stregua di tale interpretazione - che il Collegio pienamente condivide - esigenze di sistema impongono che la dichiarazione di Pu preceda quella di indifferibilità, non avendo senso ritenere urgente un'opera che non sia stata prima e formalmente ritenuta utile per il soddisfacimento di interessi pubblici, mediante la dichiarazione di pubblica utilità la quale appunto qualifica la res composita come opera pubblica ponte, strada, elettrodotto, ecc. , dando rilevanza all'esito di un accertamento compiuto dall'Amministrazione cfr. dec. n. 606 citata . Tanto premesso, deve darsi atto che secondo la ora prevalente giurisprudenza della Sc l'occupazione senza titolo di un fondo privato per la realizzazione di un elettrodotto non può determinare la costituzione della corrispondente servitù secondo il principio della c.d. occupazione acquisitiva, estranea alla materia dei diritti reali su beni altrui, ma si configura piuttosto come un illecito, il quale perdura sino a quando non venga rimosso l'impianto di cui si tratti, oppure ancora non risulti costituita la servitù anche per usucapione. ad es. Sezione prima, 3153/98 . A tale impostazione - cui ha aderito la Sezione con decisione 5071/01 - si contrappongono altre pronunce che sembrano invece predicare l'applicabilità dell'occupazione acquisitiva ai fini della costituzione della servitù coattiva di elettrodotto ad es. Cassazione, Sezione prima 3403/03 e 1144/04 sia pure nel contesto - come precisamente evidenziano gli appellanti - di peculiari vicende processuali. In questo quadro di riferimento giurisprudenziale va comunque evidenziato che l'indirizzo ora prevalente si rapporta, esclusivamente, a controversie nelle quali mancava la dichiarazione di Pu e nelle quali la imposizione della servitù avrebbe dovuto avvenire mediante successivo asservimento del fondo. Nel caso in esame invece - come opportunamente evidenziato dall'Acea - risulta dagli atti e dalla stessa impostazione del ricorso di primo grado che la servitù, come consentito dall'articolo 116 del Tu 1775/33, doveva costituirsi con l'adozione di un decreto di esproprio, sulla base della pregressa dichiarazione di Pu. Ciò premesso, è noto che fuori dai casi di mero comportamento materiale della Pa l'elemento qualificante della fattispecie acquisitiva è la realizzazione dell'opera pubblica che segna la trasformazione dell'immobile privato e ne impedisce la restituzione. Decisiva risulta così non la mera modificazione del bene ma la concreta ed irreversibile utilizzazione dello stesso per un fine pubblico legalmente dichiarato. In tale ottica, l'integrale trasformazione del fondo ed il concreto svuotamento del diritto di proprietà del privato non sembra potersi elevare a elemento indefettibile della fattispecie, tale cioè da escluderne l'operatività nelle ipotesi in cui tale diritto non sia svuotato ma solo compresso e limitato. La diversa entità della modificazione materiale del bene è indubbiamente rilevante ai fini della individuazione dell'esatto diritto che per effetto della destinazione irreversibile la Pa può acquisire, ma non condiziona il relativo meccanismo, dal momento che in entrambe le ipotesi indicate si riscontra il medesimo presupposto dell'occupazione finalizzata al soddisfacimento di un interesse pubblico e lo stesso effetto limitativo per la tutela del privato. In sostanza, anche quella trasformazione che produce una situazione di fatto corrispondente all'esercizio della servitù implica l'irreversibilità delle limitazioni che il tipo di servitù comporta per il fondo servente. Del resto sarebbe estremamente contraddittorio - come rileva l'Acca - considerare reversibile la modificazione derivante dalla costruzione in base a inoppugnata dichiarazione di Pu di un elettrodotto destinato a servire ampia parte della città di Roma e invece irreversibile l'immutazione conseguente alla realizzazione di altra opera pubblica anche della più modesta entità. In conclusione - dal momento che nel valutare la consistenza e la finalità dell'opera deve tenersi conto non soltanto dell'entità dell'impianto realizzato sul singolo fondo ma dell'intero opus come mezzo per assicurare il soddisfacimento dell'interesse pubblico ritenuto prioritario - la domanda di reintegrazione in forma specifica non può essere accolta. Con il quarto motivo l'appellante ripropone la domanda di risarcimento dei danni patiti dopo la scadenza del periodo di occupazione legittima e fino al momento della richiesta reintegra, domanda sulla quale il Trìbunale non si è pronunciato. Per questa parte l'appello è inammissibile in quanto il mezzo in rassegna attiene - nella prospettazione degli appellanti - a danni asseritamente provocati da un mero comportamento della Pa e dunque a questioni in ordine alle quali dopo Corte costituzionale 204/04 il Giudice amministrativo è sfornito di giurisdizione. Con la prima parte del quinto motivo, rivolto all'impugnazione della sentenza n. 143, gli appellanti deducono che il Tribunale nella pronuncia definitiva si è immotivatamente discostato dai criteri di valutazione dell'area ablata già individuati nella precedente sentenza parziale, incorrendo in sostanza in un contrasto di giudicati. In particolare, secondo gli appellanti, la sentenza parziale -demandando al Consulente di accertare il valore del suolo ai sensi del comma 7bis dell'articolo 5bis del Dl 333/92 -aveva già acclarato la natura edificabile dello stesso, poi invece disconosciuta dalla sentenza definitiva. Il mezzo non è fondato. Sotto il profilo formale, si ricorda che per le sentenze istruttorie del Tar l'uniforme indirizzo del Consiglio di Stato è nel senso della non impugnabilità, sia perché le stesse non determinano soccombenza attuale non essendo detto che le prove eventualmente acquisite pregiudichino una delle parti sia soprattutto perché l'ammissione dei mezzi di prova è provvisoria e non può precludere, malgrado le espressioni eventualmente usate, una diversa decisione finale del Collegio sul punto. cfr fra le risalenti Sezione quinta 741/83, fra le recenti sesta 3212/00 . Ne discende che nel processo amministrativo le pronunzie istruttorie rese in primo grado - in quanto non destinate a definire la controversia ma finalizzate esclusivamente all'acquisizione di materiale probatorio sui fatti e sulle circostanze su cui dovrà formarsi il giudizio - sono prive di contenuto decisorio e come tali non passano in giudicato. Non può quindi ipotizzarsi che la sentenza definitiva sia viziata per contrasto con le affermazioni o qualificazioni contenute nella sentenza istruttoria. Sotto il profilo sostanziale, l'espresso richiamo alle contrastanti perizie prodotte dalle parti e dunque anche a quella prodotta dall'Acea nella quale infatti si affermava l'inedificabilità del terreno ed ai vincoli gravanti sull'area occupata consente comunque di escludere che la sentenza 11356 abbia sic et simpliciter affermato l'edificabilità del compendio, come invece sostiene l'appellante. Del tutto infondato è poi il motivo mediante il quale gli appellanti deducono che ai sensi del comma 3 dell'articolo 5bis più volte citato l'edificabilità dell'area andava valutata al momento della apposizione del vincolo preordinato all'esproprio. Come acquisito in giurisprudenza, infatti, in tema di criteri per la determinazione dell'indennità d'espropriazione, il tenore letterale del ridetto articolo 5bis nella parte in cui prevede che ai fini della valutazione dell'edificabilità delle aree si deve fare riferimento al momento dell'apposizione del vincolo preordinato all'esproprio intende solo riaffermare il principio dell'irrilevanza del vincolo espropriativo ai fini dell'accertamento del valore del bene. La disposizione citata non opera quindi uno spostamento nel tempo del momento al quale bisogna aver riguardo per determinare il valore del bene, imponendo invece di tener conto delle caratteristiche dell'area espropriata allorquando il proprietario ne è privato, senza che possano avere influenza gli aumenti o le diminuzioni del valore del suolo dipendenti dall'espropriazione o dalla realizzazione dell'opera pubblica. Cassazione Sezione prima 425/05 . Del tutto condivisibilmente pertanto la sentenza impugnata ha fatto riferimento ai vincoli sussistenti al momento in cui l'occupazione è divenuta illegittima. A ciò deve aggiungersi che - avendo la Ca di Roma con sentenza 3215/02 resa inter partes acclarato l'inedificabilità dell'area proprio ai fini della quantificazione dell'indennità di occupazione legittima - le deduzioni degli appellanti in ordine al minor rilievo qualitativo e quantitativo dei vincoli esistenti al 1991 risultano del tutto generiche. Infondati - per le considerazioni sopra esposte in ordine al carattere non vincolante delle indicazioni contenute nella sentenza istruttorie - sono poi i motivi mediante i quali si deduce che la sentenza definitiva ha errato nel quantificare il risarcimento in relazione alla diminuzione del valore del suolo anziché all'integrale valore dello stesso e nel quantificare in modo riduttivo l'estensione dell'area effettivamente occupata. Da disattendere sono infine i motivi mediante i quali gli appellanti lamentano il rigetto delle domande di risarcimento dei danni ulteriori, proposte con atto di motivi aggiunti. In via preliminare si osserva che i predetti motivi erano in realtà inammissibili, investendo questioni già conosciute o conoscibili dai ricorrenti al momento della proposizione del gravame introduttivo. In disparte quanto sopra, si rileva che gli stessi sono - come rilevato dal Tribunale - non assistiti da sufficiente concretezza e quindi in definitiva del tutto generici. La valutazione equitativa che si richiede al Giudice può infatti ovviare a difficoltà nella determinazione del quantum da risarcire ma non esonera la parte dal provare nell'an il danno subito. Tale prova non è stata invece offerta per i profili ora in esame, rispetto ai quali le appellanti si sono limitate in buona sostanza a lamentare in via meramente assertiva la perdita -conseguente all'imposizione della servitù - di chances solo presuntivamente ricollegabili alla loro attitudine industriale. Sulla scorta delle considerazioni che precedono l'appello va quindi in parte dichiarato inammissibile e in parte respinto. Le spese di questo grado del giudizio seguono come di norma la soccombenza e sono forfettariamente liquidate in dispositivo. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione quarta, pronunciando sull'appello, in parte lo dichiara inammissibile e in parte lo respinge. Condanna gli appellanti al pagamento in favore dell'Acea di euro 5.000,00 oltre accessori di legge per le spese del grado. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.