Collaborare con la giustizia non vuol dire comprare la libertà (e la protezione)

di Maurizio Fumo

L'articolo 16octies della legge 82/1991 come modificata dalla legge 45/2001 non prevede che la collaborazione con la giustizia da parte dell'indagato o dell'imputato comporti l'effetto automatico della revoca o della sostituzione della già disposta misura cautelare, atteso che la prestata collaborazione determina - con riferimento al delitto di cui all'articolo 416bis Cp o di quelli commessi avvalendosi delle condizioni di cui al predetto articolo, ovvero per agevolare le associazioni mafiose - solo l'affievolimento della presunzione di pericolosità di cui al terzo comma dell'articolo 275 Cpp. Ne consegue che il giudice procedente e il Tribunale del riesame è sempre libero di operare apprezzamenti, anche divergenti rispetto a quelli formulati dalla Commissione centrale per la definizione e applicazione per le speciali misure di protezione di cui all'articolo 10 della predetta legge , dovendo valutare in concreto gli elementi in base ai quali detta pericolosità possa essere esclusa o affermata. È quanto emerge dalla sentenza 32516/06 della quinta sezione penale della Cassazione, depositata il 3 ottobre e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. di Maurizio Fumo Con il ricorso l'indagato ha impugnato la decisione del Tribunale del riesame che aveva, a sua volta, rigettato istanza di sostituzione della misura cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il ricorrente, indagato per omicidio volontario di stampo mafioso, rappresentando di essere collaboratore di giustizia, si doleva della pretesa violazione dell'articolo 16octies, sostenendo che la presunzione di pericolosità sociale doveva ritenersi ex lege vinta dalla intervenuta collaborazione con la giustizia. La Suprema corte, enunziando il principio di cui in massima, ha ricordato come fosse emerso che il ricorrente, aveva tenuto una condotta collaborativa non pienamente coerente e, per altro, aveva tentato di incidere negativamente sulla collaborazione della moglie. Al proposito si vedano anche le sentenze della quinta sezione 40993/02 ric. Napoliano, rv 222983 e 91/2000 ric. Galliano, rv 215677 .

Cassazione - Sezione quinta penale cc - sentenza 3 maggio-3 ottobre 2006, n. 32805 Presidente Calabrese - Relatore Marasca Pm De Sandro - Ricorrente Russo Osserva Nei confronti di Russo Alfredo è stata emessa dal Gip presso il Tribunale di Napoli una ordinanza di custodia cautelare in carcere perché indagato per i delitti di omicidio volontario in danno di Mele Vincenzo e detenzione e porto di armi. Con istanza del 18 ottobre 2005 il Russo chiedeva al Gip la sostituzione della misura con quella degli arresti domiciliari ai sensi dell'articolo 16octies della legge 45/2001 perché nel frattempo aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Acquisiti i pareri della Procura di Napoli - DDA -, favorevole alla sostituzione della misura, e della Procura Nazionale Antimafia, sfavorevole all'accoglimento dell'istanza del Russo, il Gip, con provvedimento del 29 settembre 2005 rigettava l'istanza suddetta sul presupposto che la collaborazione del Russo non fosse integrale e fosse caratterizzata da contrasti che inducevano a ritenere non avvenuto il distacco completo dalle logiche del gruppo criminale del quale faceva parte. Il Tribunale del riesame, con ordinanza del 29 novembre 2005, rigettava l'appello del Russo perché, pur riconosciuto che in astratto la collaborazione faceva venire meno la presunzione di pericolosità di cui all'articolo 275 Cpp, ha rilevato che il Russo aveva manifestato perplessità in molte sue dichiarazioni, aveva tentato di incidere negativamente sulla collaborazione della moglie, con conseguente pericolo di inquinamento probatorio, aveva commesso un reato gravissimo, aveva incominciato a collaborare da poco tempo ed aveva un precedente per evasione che incideva sulla adeguatezza della misura cautelare richiesta in sostituzione. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per cassazione Russo Alfredo che ha dedotto i seguenti motivi di impugnazione 1 Inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale in relazione all'articolo 16octies della legge 45/2001 essendo non corrette alcune valutazioni del Tribunale, dal momento che la norma citata fa venire meno la presunzione di pericolosità, a meno che non sussistano elementi dai quali si desuma l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata o l'indagato abbia violato le disposizioni impostegli dal programma di protezione non corretti in tale prospettiva sono i richiami alla caratura criminale del Russo ed al breve tempo trascorso dalla scelta collaborativa. 2 Inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale in relazione all'articolo 310 Cpp perché il Tribunale ha violato il principio del giudicato cautelare in quanto ha fatto riferimento ad elementi, quali la gravità dei precedenti penali ed il breve tempo trascorso dalla scelta collaborativa, che non erano stati considerati e valutati dal Gip e che non formavano, quindi, oggetto dei motivi di appello. 3 Illogicità della motivazione del provvedimento impugnato perché si fa riferimento a perplessità in ordine alla genuinità della collaborazione che andrebbero risolte in sede di merito. Il ricorrente chiedeva l'annullamento, con o senza rinvio, della ordinanza impugnata. I motivi posti a sostengo del ricorso proposto da Russo Alfredo non sono fondati. Deve essere i primo luogo esaminato il secondo motivo di impugnazione. li richiamo alla violazione del principio del giudicato cautelare, per avere il Tribunale fatto riferimento a motivi diversi da quelli utilizzati dal Gip per rigettare l'appello del Russo, è, invero, incongruo. Infatti il giudicato - ed il principio vale, evidentemente, anche in materia di appello de libertate - si forma sui capi e sui punti della decisione espressa nel dispositivo Cassazione, Sezione quarta, 1147/99, in CP 01, 1265 e non sugli elementi logico argomentativi riferiti a circostanze di fatto o a valutazioni di diritto tali elementi, quindi, possono essere utilizzati ai fini della motivazione della decisione in ciascun grado del giudizio senza che l'opinione di un giudice, nell'argomentare la sua decisione, possa condizionare quella del successivo, funzionalmente preposto a rivedere e riconsiderare, nei limiti dei punti e dei capi attinti dalle deduzioni della parte, la decisione del giudice che lo ha preceduto così Cassazione 24 maggio 1993, Rech, in GP 94, 111, 330 . Nel caso di specie alla cognizione del giudice di appello erano state portate questioni concernenti la sussistenza o meno della pericolosità dell'indagato e siffatto problema ha risolto il Tribunale utilizzando in parte argomenti logico -giuridici non adottati dal giudice di primo grado trattasi di comportamento che non merita censure in virtù del principio dinanzi indicato. Infondato è anche il primo motivo di impugnazione. La collaborazione processuale dell'indagato non può invero, comportare automaticamente la revoca o la sostituzione della misura cautelare in carcere essendo essa esclusa dalla prima parte dell'articolo 16octies della legge 45/2001. Si può, invece, ritenere, come del resto hanno fatto nel caso di specie i giudici del Tribunale, che la presunzione di pericolosità di cui al comma 3 dell'articolo 275 Cpp venga meno nel caso in cui la persona nei cui confronti sia stata disposta la misura cautelare tenga taluna delle condotte di collaborazione. È necessaria, pertanto, una specifica valutazione di pericolosità sociale dell'indagato e la indicazione di eventuali altre esigenze cautelari. Il giudice del procedimento incidentale è, pertanto, libero di operare apprezzamenti, che possono anche essere divergenti sul piano della valutazione della pericolosità del collaboratore da quelli operati per la ammissione al programma di protezione previsto per i collaboratori di giustizia, quando essi siano fondati però su specifiche e significative emergenze vedi Cassazione 20612/04, rv 229525, che ha svolto analoghe riflessioni anche se in materia di applicazione di misure di prevenzione . Naturalmente il giudice non può trascurare di valutare positivamente la circostanza della,avvenuta collaborazione e l'eventuale giudizio che sia già stato dato sulla importanza del contributo collaborativo e sull'attendibilità intrinseca del collaboratore. Erra, quindi, il ricorrente quando sostiene che gli unici elementi che si oppongono alla revoca o alla sostituzione della misura, e che possano essere perciò valutati dal giudice, siano l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata e la violazione delle misure adottate ai sensi dell'articolo 12 della legge citata. In effetti a ben vedere questi sono gli elementi specifici sui quali sono chiamati ad esprimere il parere - obbligatorio, ma non vincolante per il giudice - la DDA e la PNA, ma è fuori dubbio che il giudice possa desumere la pericolosità dell'indagato anche da altri significativi elementi cosicché in tale prospettiva non è censurabile il richiamo operato dal Tribunale alla caratura criminale del Russo ed al breve tempo trascorso dalla scelta collaborativa. È, infine, infondato anche il terzo motivo di impugnazione, che è anzi ai limiti della ammissibilità In effetti bisogna considerare che mentre il parere della DDA era positivo quello della PNA era negativo ed, inoltre, che nel caso di specie non vi era stato ancora nessun vaglio del giudice del merito in ordine alla importanza della collaborazione del Russo ed in ordine alla sua intrinseca attendibilità. È allora evidente che in mancanza di siffatto giudizio ancora minori vincoli agli apprezzamenti che il giudice ha il dovere di compiere erano ipotizzabili, tanto è vero che proprio la PNA aveva avvertito che sussisteva il pericolo che il Russo potesse convincere la moglie, pure collaboratrice di giustizia a modificare le dichiarazioni accusatorie rese in contrasto con quelle del marito. Correttamente allora il Tribunale, pur tenendo conto positivamente della collaborazione ma escludendo che essa potesse comportare automaticamente la attenuazione della misura cautelare, ha posto in evidenza che sussistevano ancora numerose esigenze cautelari concernenti il pericolo di inquinamento probatorio già indicato, il non accertato venir meno dei collegamenti mafiosi, tenuto conto del breve tempo trascorso dall'inizio della collaborazione e delle contraddizioni esistenti tra la versione dei fatti fornita dal Russo e quelle fornite da altri collaboratori di giustizia, la indubbia pericolosità sociale dell'indagato desumibile dalla caratura criminale, circostanza che può, ed anzi deve, essere valutata dal giudice, ed, infine, il pericolo di fuga dal momento che il Russo ha un precedente per evasione che porterebbe ad escludere l'adeguatezza di altre misure cautelari diverse dalla custodia in carcere. Si tratta di una motivazione non censurabile in sede di legittimità perché conforme, come si è già detto, ai precetti legislativi ed agli indirizzi giurisprudenziali, e perché del tutto logica oltre che congrua Per tutte le ragioni indicate il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente condannato a pagare le spese del procedimento. La Cancelleria è tenuta ad inviare gli avvisi e le comunicazioni previste dall'articolo 94 delle disposizioni di attuazione del Cpp. PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a pagare le spese del procedimento manda alla Cancelleria per l'invio degli avvisi e delle comunicazioni di cui all'articolo 94 delle disposizioni di attuazione del Cpp.