Vittime del crimine organizzato, nessun beneficio per i familiari se l'autopsia non accerta le cause del decesso

Confermata una decisione del Tar Calabria che aveva respinto la richiesta di una donna presentata in seguito alla morte del marito avvenuta in maniera violenta

Vittime del crimine organizzato, se l'autopsia non chiarisce le cause della morte del coniuge e in sede penale gli imputati vengono prosciolti, alla moglie non può essere riconosciuto alcun beneficio. A chiarirlo è stata la sesta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 3434/06 depositata lo scorso 9 giugno e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha respinto il ricorso di una donna che si era vista negare il riconoscimento dei benefici previsti a favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata dalla legge 302/90. Ma facciamo un passo indietro. Nel 1997, il Paese di nascita del marito della donna era angustiato da lotte feroci tra clan mafiosi. Inoltre, il coniuge era stato prima colpito da un proiettile d'arma da fuoco e poi bruciato dalle fiamme. Tutti elementi, secondo la cittadina, tipici degli attentati criminali. Tuttavia, in sede penale gli imputati dell'omicidio erano stati assolti e la vicenda si era conclusa con un decreto di archiviazione. Del resto, in base agli esiti dell'autopsia non si era neppure in grado di accertare le cause della morte e neppure di escludere l'ipotesi di un suicido Per cui, dato che le indagini autoptiche non hanno consentito di stabilire l'esistenza di un quadro indiziario nel senso del delitto cosiddetto di mafia, i giudici di piazza Capo di Ferro hanno confermato la decisione del Tar Calabria. Quest'ultimo, infatti, secondo i consiglieri di Stato, ha correttamente deciso in base alle risultanze del provvedimento impugnato, conforme al suddetto decreto di archiviazione, non rinvenendosi i presupposti per un'integrazione istruttoria sugli elementi addotti da parte ricorrente, generici e comunque privi di riscontri contrastanti con le esaurienti risultanze dell'istruttoria espletata in sede penale, a cui, si ribadisce, l'Amministrazione si è legittimamente attenuta . cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione sesta - decisione 4 aprile-9 giugno 2006, n. 3434 Presidente Schinaia - Estensore Barra Caracciolo Ricorrente Repaci Fatto Con la sentenza in epigrafe, il Tar della Calabria, Sezione distaccata di Reggio Calabria, ha respinto il ricorso proposto da Repaci Giuseppa avverso il provvedimento del ministero dell'Interno, in data 2 aprile 1999, con cui era rigettata la sua istanza per il riconoscimento dei benefici previsti, a favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, dalla legge 302/90, istanza motivata dalla morte del coniuge. Riteneva il Tar che dall'esame degli atti, in particolare dal decreto di archiviazione del 28 maggio 1998, adottato dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria, su conforme richiesta del Pm, non appariva dimostrato il presupposto per il riconoscimento del beneficio richiesto, mentre parte ricorrente non aveva documentato, indicato o riferito, nessun ulteriore elemento in positivo, per far ritenere almeno la verosimiglianza della riconducibilità dell'episodio alle fattispecie ex lege 302/90. Appella l'interessata deducendo i seguenti motivi di gravame Violazione e falsa applicazione dell'articolo 7 legge 301/90. Omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione in ordine al punto decisivo della controversia prospettato dalla ricorrente. Il Tar non avrebbe accolto la richiesta, formulata dalla difesa della ricorrente alla pubblica udienza, per l'acquisizione del fascicolo del procedimento penale, da cui potrebbero emergere, nella contraddittorietà degli indizi acquisiti dall'Ufficio di Procura presso il Tribunale di Reggio Calabria, elementi necessari ai fini della decisione del giudizio. Sia l'Amministrazione prima, e sia il Tar successivamente non accogliendo la richiesta, hanno disatteso la rilevanza di circostanze quali nel 1997, la zona di nascita della vittima era angustiata da lotte feroci tra clan mafiosi, e non si sono considerate le modalità dell'efferato delitto, verificatosi in zona premontana a molti chilometri di distanza dal luogo di residenza del defunto, né l'azione macabra vittima prima colpita con arma da fuoco poi bruciata dalla fiamme , tutti elementi tipici di attentati criminali. Non si è considerata la possibilità di aver ucciso il buon Palermo per colpire qualche lontano parente coinvolto nella detta lotta tra clan. Si è costituita l'Amministrazione senza svolgere particolari difese. Diritto Con l'atto di appello si lamenta essenzialmente che il Tar, disattendendo la richiesta istruttoria di acquisizione del fascicolo del procedimento penale, dal quale avrebbero potuto emergere elementi necessari ai fini della decisione, nella contraddittorietà degli indizi acquisiti dall'Ufficio della Procura della Repubblica , avrebbe omesso di motivare su un punto decisivo della controversia, come già a suo tempo la stessa Amministrazione, che avrebbe dovuto tener conto, in particolare, del contesto di lotta tra clan mafiosi nel periodo del decesso del coniuge della ricorrente e delle modalità efferate del delitto, tipiche di attentati criminali. Tali deduzioni non hanno peraltro pregio. Posto infatti che l'articolo 7 della legge 302/90, ai fini dell'accertamento della natura dell'evento criminoso presupposto della speciale elargizione prevista dalla legge in favore dei parenti delle vittime della criminalità organizzata, fa riferimento alle risultanze della sentenza emessa in sede penale, l'esigenza che, nel caso in cui detta sentenza pronunci il proscioglimento degli imputati, l'Amministrazione debba procedere a ulteriori riscontri e ad un'analitica valutazione degli elementi desumibili dagli atti di indagine, non è ragionevolmente riscontrabile nel caso in esame. Ed infatti, l'indagine ha portato a un decreto di archiviazione che, in base alle risultanze dell'autopsia, ha preso atto che non si era neppure in grado di stabilire le cause della morte e quindi la stessa natura di omicidio del fatto. Ciò, si accompagnava, oltretutto, al rilievo che, pur accedendosi all'indimostrabile ipotesi dell'omicidio, le indagini svolte nell'ambito familiare e lavorativo del coniuge della ricorrente, attraverso l'audizione di persone informate sui fatti, la predisposizione di servizi di intercettazione, l'esecuzione di rilievi tecnici e di esami autoptici, non avevano condotto a nessun esito tale da suffragare l'ipotesi di un delitto nell'ambito della criminalità organizzata, non sussistendo, perciò, elementi tali da giustificare l'ulteriore prosecuzione dell'attività investigativa . A fronte di tali elementi a cui era pervenuta l'Ago, ai quali ha fatto puntuale riferimento il parere della Commissione consultiva di cui al Dpr 364/94, nonché il motivato provvedimento di diniego che ne condivide le conclusioni, le allegazioni in fatto della ricorrente, riproposte con l'atto di appello, rimangono indimostrate asserzioni di parte, contrastanti con un quadro di indagini le cui emergenze depongono chiaramente nel senso che non può configurarsi il presupposto per la concessione dell'invocato beneficio. In particolare, anche in appello, si dà per scontata sia la natura di omicidio del decesso, ignorandosi le indagini autoptiche che non hanno consentito di accertare la stesse cause della morte e neppure di escludere il suicidio, sia l'esistenza di un quadro indiziario nel senso del delitto c.d. di mafia che, invece, le approfondite indagini effettuate in sede penale non hanno suffragato. Si trascura cioè di considerare che a tali conclusioni, in base ad un apprezzamento ragionevole e di per sé esauriente, l'Amministrazione non poteva non attenersi, senza poter procedere ad indagini ulteriori le cui modalità e direzione non sono chiarite dalla stessa ricorrente, che al di là delle surriferite allegazioni sprovviste di prova, non ha invero indicato quali sarebbero state le contraddizioni dell'istruttoria svolta in sede penale e gli elementi indiziari concreti e specifici che sarebbero emersi a sostegno della propria versione del fatto. In tali circostanze, essendo il quadro di fatto emergente dalla sede penale sufficientemente univoco e non smentito da specifiche circostanze contrarie dotate di sufficiente verosimiglianza, il Tar ha correttamente deciso in base alle risultanze del provvedimento impugnato, conforme al suddetto decreto di archiviazione, non rinvenendosi i presupposti per un'integrazione istruttoria sugli elementi addotti da parte ricorrente, generici e comunque privi di riscontri contrastatanti con le esaurienti risultanze dell'istruttoria espletata in sede penale, a cui, si ribadisce, l'Amministrazione si è legittimamente attenuta. L'appello va perciò respinto giusti motivi consigliano di compensare le spese del presente grado di giudizio, atteso anche il mancato svolgimento di sostanziali difese da parte dell'Amministrazione. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, respinge il ricorso in appello indicato in epigrafe, confermando per l'effetto la sentenza impugnata. Compensa le spese di giudizio. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa. 3 N.R.G. 307/2001 FF