Palazzo Spada dà ragione a Vitalone

Confermata la decisione del Tar Lazio che riconosceva al giudice la nomina a presidente di sezione in Cassazione. Il Csm aveva già provveduto tramite il commissario ad acta Nicola Mancino

Il Consiglio di Stato ha dato ragione a Claudio Vitalone. Con la decisione 401/07 leggibile tra i documenti correlati Palazzo Spada, respingendo il ricorso presentato dal Consiglio superiore della magistratura, ha confermato la decisione già presa dal Tar Lazio riconoscendo al giudice la ricostruzione della carriera e ad essere nominato presidente di sezione in Cassazione. Nello stesso giorno del deposito della decisione del Consiglio di Stato, comunque, il vicepresidente dell'organo di autogoverno della magistratura, Nicola Mancino, aveva già dato seguito alla sentenza del Tar Lazio essendo stato nominato commissario ad acta, nominando Vitalone presidente di sezione della Suprema corte. La sentenza del 21 luglio del 2006, infatti, aveva riconosciuto a Vitalone il diritto alla ricostruzione della carriera e al relativo conferimento delle funzioni direttive una decisione che il Consiglio superiore della magistratura aveva contestato facendo ricorso al Consiglio di Stato. Il 31 gennaio, però sono scaduti i termini per il commissario ad acta e Mancino non ha potuto fare altro che revocare la pubblicazione del bando per la copertura di uno dei posti di Presidente di sezione della Cassazione. Lo stesso giorno arrivava anche la pubblicazione della decisione del Consiglio di Stato che a questo punto mette definitivamente la parola fine al capitolo. Claudio Vitalone, già sottosegretario con i Governi Andreotti VI e VII e quindi ministro per del Commercio estero, era stato coinvolto nel processo per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli dal quale ne uscì con un proscioglimento. Chiusa la vicenda giudiziaria, Vitalone ha chiesto l'applicazione della legge Carnevale 126/04 di conversione del decreto 66/2004 , così chiamata perché dissero i maligni scritta a favore del giudice Corrado Carnevale, meglio conosciuto come l'ammazza sentenze , assolto dalle accuse di legami con la mafia. La legge, infatti, prevede il diritto al reintegro e alla ricostruzione della carriera per i pubblici dipendenti sospesi dal servizio in conseguenza di un procedimento penale concluso con l'assoluzione. Dopo la nomina di Vitalone, quindi che ha già fatto domanda anche per il concorso di primo presidente di Cassazione , seguirà anche il reintegro di Corrado Carnevale.

Consiglio di Stato - Sezione quarta - decisione 23-31 gennaio 2007, n. 401 Presidente Salvatore - Estensore De Felice Ricorrente ministero di Giustizia Fatto Con cinque ricorsi proposti in diversi momenti dal 2002 al 2005 su indicati in epigrafe, tutti proposti innanzi al Tar per il Lazio, Roma, Claudio Vitalone, magistrato ordinario dal 1961, impugnava una serie di atti con i quali l'organo di autogoverno della magistratura ordinaria gli negava una effettiva ricostruzione della carriera. Il giudice di primo grado dichiarava la improcedibilità dei ricorsi 12476/02, 12477/02 e 2362/04 aventi ad oggetto l'annullamentodi precedenti dinieghi ali ricostruzione di carriera o limitati accoglimenti , in quanto, per espressa dichiarazione del ricorrente, l'accoglimento del ricorso 5989/05 faceva venire meno l'interesse alla prosecuzione del giudizio. Dichiarava la improcedibillità del ricorso 10518/05, in quanto esso riguardava il provvedimento di pubblicazione della sopravvenuta vacanza di due posti di presidente di Sezione della Corte di Cassazione, sulla base della violazione del giudicato nascente dalla sentenza 7549/03 del Tar Lazio, nel frattempo riformata in secondo grado accoglieva in parte il ricorso proposto avverso la delibera del CSM del 18.5.2005. Con riguardo al menzionato ricorso 5989/05, accolto nei sensi di cui in motivazione dal primo giudice, esso riguardava la delibera del CSM del 18.5.2005, avente ad oggetto il diniego alla ricostruzione della carriera e il conferimento delle funzioni di Presidente di Sezione della Corte di Cassazione. Con l'atto impugnato si tratta della tesi sostenuta sostanzialmente con l'atto di appello proposto dall'organo di autogoverno - il Consiglio Superiore della Magistratura riteneva di accogliere la richiesta del Vitalone di prolungamento del rapporto di impiego oltre i limiti di età previsti dalla legge deliberava di non poter tenere conto ai fini del prolungamento del rapporto di impiego del primo periodo di sospensione per il tempo intercorso dal 25.1.1994 al 17.6.1994, per essere intervenuta nel frattempo la sentenza di assoluzione del Tribunale di Roma, trattandosi di epoca anteriore al quinquennio di cui all'articolo 3, comma 57 legge 350/03, come modificata e integrata dalla legge 126/04 considerava utile il periodo dal 15.12.1995 al 22.10.1999, in quanto la vicenda si era conclusa cori sentenza di assoluzione passata in giudicato emessa dalla Corte di Assise di appello di Perugia in data 17.11.2002. In ordine alla richiesta di ricostruzione della carriera, essa veniva respinta in base alla considerazione che per il Vitalone non ricorreva la ipotesi dell'anticipato collocamento in quiescenza, perché la norma farebbe riferimento alla ipotesi di ripristino ma non a quella di prolungamento del rapporto, si osservava inoltre cheil Vitalone era stato dichiarato idoneo ad essere ulteriormente valutato per le funzioni direttive il 7.12.1990 con valutazione favorevole a decorrere dal 31.10.1989. L'organo di autogoverno riteneva pertanto che al Vitalone non spettasse la ricostruzione della carriera con piena reintegrazione delle funzioni direttive superiori negategli, non spettandogli quindi il cosiddetto prolungamento del rapporto la normativa invocata consentirebbe la sola ricostruzione della cosiddetta tecnica progressione nelle qualifiche di ruolo , ma non anche della cosiddetta carriera funzionale cioè la ricostruzione anche della progressiva maturazione di specifici incarichi e funzioni, di livello corrispondente alla qualifica la normativa inoltre sarebbe applicabile esclusivamente ai magistrati collocati in quiescenza e non anche a quelli ancora in servizio, anche se hanno subito ritardi nella progressione di carriera. In ordine ai rilievi formulati dall'organo autogoverno, i giudice di primo grado riteneva di accogliere le proposte censure di violazione di legge e di eccesso di potere, ritenendo che la legge richiamata facesse riferimento letteralmente non solo al ripristino ma anche al prolungamento inoltre, si riteneva spettante la ricostruzione non solo della carriera tecnica, ma anche di quella funzionale si riteneva infine di doversi tenere conto anche del periodo dell'anno 1994, in quanto la legge di conversione del Dl 66/2004 legge 126 del 2004 faceva espressamente salvi gli effetti delle domande presentate prima della entrata in vigore del Dl. Avverso la suddetta sentenza propongono appello sia il ministero della Giustizia che il Csm, ribadendo in sostanza la legittimità dell'atto impugnato in primo grado. Va premesso che l'Avvocature dello Stato, con appello notificato in data 27 settembre 2006, depositato in data 6 ottobre 2006, ha proposto appello sia per il ministero che per il Csm a sua volta, il CSM, con atto notificato in data 29.9.2006, depositato in data 25 ottobre 2006, ha proposto appello rivolgendosi ad avvocato del libero foro. In entrambi gli atti di appello, nella sostanza si sostiene che il trattamento preteso vale in caso di collocamento anticipato in quiescenza, ma non anche in caso di prolungamento del rapporto si continua a sostenere che è ammessa la ricostruzione della c.d. carriera tecnica, ma non anche di quella funzionale si sostiene che il magistrato, sia pure ingiustamente sospeso, non può godere di un trattamento più favorevole rispetto a colleghi che sono stati valutati a concorsi per funzioni direttive si sostiene la mancanza del requisito del triennio per partecipare al posto di Presidente di sezione della Corte di cassazione si sostiene di non potersi tenere conto del periodo dell'anno 1994 in quanto antecedente al quinquennio anteriore alla entrata in vigore della legge stessa in ultima analisi, si sostiene la possibile illegittimità costituzionale questione già prospettata in sede di conflitto di attribuzione della legge, se interpreta come voluto dal Vitalone, in quanto lesiva delle prerogative dell'organo di autogoverno, che si vedrebbe menomato della discrezionalità garantita ad esso dalla Costituzione per l'assegnazione delle maggiori funzioni direttive dei magistrati. La norma in questione - comma 57 della legge 350/03, richiamata dall'articolo 2 comma 3 del Dl 66/2004, convertito in legge 126/04 - stabilisce che il pubblico dipendente che sia stato sospeso dal servizio o dalla funzione e, comunque, dall'impiego o abbia chiesto di essere collocato anticipatamente in quiescenza a seguito di un procedimento penale conclusosi con sentenza definitiva di proscioglimento perché il fatto non sussiste o l'imputato non lo ha commesso o se il fatto non costituisce reato ovvero con decreto di archiviazione per infondatezza anche se pronunciati dopo la cessazione dal servizio, e, nei cinque anni antecedenti la entrata in vigore della legge medesima, anche se collocati in quiescenza alla data di entrata in vigore della stessa legge, ha diritto di ottenere, su propria richiesta, dalla amministrazione di appartenenza, il prolungamento o il ripristino del rapporto di impiego, anche oltre i limiti di età previsti dalla legge, comprese eventuali proroghe, per un periodo -pari a quello della durata complessiva della sospensione ingiustamente subita C del periodo di. servizio non espletato per l'anticipato collocamento in quiescenza, cumulati tra loro, anche in deroga ad eventuali divieti di riassunzione previsti dal proprio ordinamento, con il medesimo tratta-mento giuridico ed economico a cui avrebbe avuto diritto in assenza della sospensione. Si è costituito il dott. Vitalone con controricorso e ricorso incidentale nei quali deduce quanto segue. innanzitutto, deduce-la inammissibilità degli appelli, in quanto il ministero della Giustizia, delegato alla impugnazione dal CSM, - aveva già proposto appello al quale poi ha rinunziato, come rappresentato dalla Avvocatura dello Stato. Anzi, più precisamente, l'Avvocatura dello Stato aveva proposto appello il Ministero avesse espresso volontà contraria alla nonostante . impugnativa invece, per quanto riguarda il CSM, una volta invitato il ministero della Giustizia a appellare e una volta pro osta la impugnazione, l'appello sarebbe inammissibile. Pertanto, per il principio della c.d. consumazione della impugnazione, sarebbero inammissibili entrambi gli appelli. Nel merito, in via subordinata, chiede il rigetto degli appelli perché infondati. Ripropone le censure considerate assorbite in primo grado, sotto forma di appello incidentale condizionato. Si è costituito il dott. Caselli chiedendo l'accoglimento dell'appello. Alla udienza pubblica del 23 gennaio 2007 la causa è stata trattenuta in decisione. In via preliminare, va disposta la riunione dei su indicati appelli, siccome proposti avverso la medesima sentenza, ai sensi dell'articolo 335 Cpcomma . In relazione alla dedotta inammissibilità degli appelli va osservato quanto segue. Va premesso che l'Avvocatura dello Stato, con appello notificato in data 27 settembre 2006, depositato in data 6 ottobre 2006, ha proposto appello sia per il Ministero che per il Csm a sua volta, il Csm, con atto notificato in data 29 settembre depositato in data 25 ottobre 2006, ha proposto appello rivolgendosi ad avvocato del libero foro. Nella specie, sia il ministero della Giustizia che il Csm hanno proposto appello, in via separata il ministero e il Csm hanno proposto appello per il tramite della difesa dell'Avvocatura dello Stato, patrocinante ex lege l'organo di autogoverno della magistratura ordinaria ha altresì proposto successivamente appello rivolgendosi ad avvocato del libero foro. In disparte la situazione dell'appello proposto prima dal ministero della Giustizia - la particolarità è data dalla Circostanza che la parte sostanziale, il Ministero, aveva espresso, come riferisce nel suo successivo atto di rinuncia-ritiro dell'appello l'Avvocatura dello Stato, volontà contraria alla impugnazione, mentre la difesa, titolare dello jus postulandi, ha in effetti proposto appello, al quale tuttavia ha rinunciato - va tenuto conto del fatto che il ministero della Giustizia e il Csm rivestono posizione autonome e differenziate, se pure connesse, nelle ipotesi di impugnazioni che riguardano lo status dei magistrati. La particolarità del caso è data dalla circostanza che, ammessa la rinuncia o ritiro successivo da parte Ministero, l'organo di autogoverno ha proposto due appelli, il primo, notificato in data 27 settembre 2006, depositato in data 6 ottobre 2006, proposto per il tramite dell'Avvocatura dello Sttoo, il secondo, notificato in data 29.9.2006, depositato successivamente in data 25 ottobre 2006, proposto tramite avvocato del foro libero. Pertanto, o la rinuncia formulata dalla Avvocatura in relazione al CSM deve intendersi condizionata alla salvezza del successivo appello, oppure, nella ipotesi in cui si ritenesse nullo o inammissibile 2 secondo appello, in quanto già altrimenti proposto, la rinuncia dovrebbe intendersi limitata all'appello del Ministero. Il Collegio ritiene che, dal punto di vista sostanziale, debba salvaguardarsi la posizione sostanziale del CSM, che, sia pure in modo contraddittorio, ha espresso chiaramente la volontà di proporre appello a mezzo di avvocato del libero foro. Non va trascurata, inoltre, la particolare posizione dell'organo di autogoverno della magistratura ordinaria, che ne eleva il ruolo al punto tale da non poterlo qualificare come amministrazione statale. In ognicaso, viene richiamato in maniera non pertinente il principio della cosiddetta consumazione della impugnazione. Il principio della consumazione della impugnazione - che consente a chi stesso soggetto, o organo abbia già proposto rituale impugnazione di -proporne una successiva di diverso o identico contenuto - non esclude che, fatti salvi determinati limiti, una impugnazione possa essere integrata o sostituita con un nuovo atto. In particolare, per espressa previsione normativa articoli 358 e 387 Cpc, rispettivamente per l'appello e per il ricorso per cassazione , la consumazione del diritto di impugnazione -presuppone la esistenza, al tempo della proposizione della seconda impugnazione, di una declaratoria di inammissibilità della precedente pertanto, in mancanza di tale preesistente declaratoria, è consentita la proposizione di una altra impugnazione di contenuto identico o diverso , in aggiunta o in sostituzione di altra pur se viziata , sempre che il relativo termine non sia scaduto e tenendo presente altresì, a tale riguardo, che la tempestività della seconda impugnazione va verificata con riferimento sia al termine annuale sia al termine breve, il quale decorre, in mancanza di anteriore notifica della sentenza impugnata, dalla data di proposizione della prima impugnazione, che fa decorrere il termine per lo stesso impugnate, equivalendo essa alla conoscenza legale della sentenza da parte dell'impugnante in tale senso con riferimento alla impugnativa di appello, CdS, Sezione quinta, 661/00 . Con riguardo alla rinuncia al ricorso o al giudizio da parte dell'Avvocatura dello Stato per quanto riguarda il Csm, essa è condizionata alla salvezza degli effetti del successivo appello. Per il principio generale di conservazione degli atti articolo 1367 Cc e considerando che il secondo appello è stato proposto quando i termini per appellare non erano ancora scaduti - e quindi non sia era consumato il relativo potere - si ritiene di doversi dare atto della rinunzia presentata dall'Avvocatura dello Stato e affrontare nel merito il secondo appello proposto a mezzo del patrocinio dell'avvocato del libero foro. Per completezza va osservato che, in pratica e nella sostanza, i due appelli proposti dal Csm contengono le medesime censure a difesa del suo operato. Non può rilevare, inoltre, la rinuncia al giudizio da parte dell'Avvocature dello Stato per il ministero, in quanto si tratta di posizioni autonome. Né può considerasi la decisione presa da parte dell'organo di autogoverno di rivolgersi direttamente, per la propria difesa, ad avvocato del libero foro. Non sussiste violazione dell'articolo 5 Rd 1611/33, perché la disposizione di cui all'articolo 5 del Rd 1611/33, secondo cui nessuna Amministrazione dello Stato può richiedere l'assistenza di avvocati del libero foro se non per ragioni assolutamente eccezionali, inteso il parere dell'Avvocato generale dello Stato e secondo norme stabilite dal Consiglio dei ministri, e secondo cui l'incarico nei singoli casi dovrà essere conferito con decreto del capo del Governo di concerto col Ministro dal quale dipende l'amministrazione interessata e col ministro delle Finanze, non si attaglia alla natura e alla particolare disciplina costituzionalmente dettata per il Csm. La sua istituzione, come risulta dall'articolo 104 della Costituzione, ha corrisposto all'interno di rendere effettiva, fornendola di apposita garanzia costituzionale, l'autonomia della magistratura, così da collocarla nella posizione di ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere e conseguentemente sottrarla ad interventi suscettibili di turbarne, comunque, l'imparzialità e di compromettere l'applicazione del principio consacra, o nell'articolo 101, secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alle legge Corte costituzionale 44/1968 . In funzione di tale garanzia ad esso articolo 105 Costituzione è stato riservato ogni provvedimento concernente lo status dei magistrati sicché l'effetto proprio del conferimento di tali attribuzioni è quello di escludere, in materia, la competenza di altri pubblici poteri e di impedireche l'esercizio di esse salvo il caso dell'azione disciplinare possa essere condizionato ad iniziative esterne. Se quindi tale autonomia esclude ogni intervento del potere esecutivo nelle deliberazioni concernenti lo status dei magistrati, non esclude peraltro che fra i due organi, nel rispetto delle competenze a ciascuno attribuite, possa sussistere un rapporto di collaborazione il quale importa che i servizi, affidati al guardasigilli dall'articolo 110 Costituzione comprendono sia l'organizzazione dei magistrati in base alle piante organiche, sia il funzionamento dei medesimi in relazione all'attività e al comportamento dei magistrati che vi sono ammessi Corte costituzionale 168/63 . Il Csm può rivolgersi ad avvocato del libero foro senza il passaggio procedurale di cui all'articolo 5 su menzionato e anche nella ipotesi in cui - come nella specie - l'Avvocatura dello Stato e/o anche il Ministero abbiano espresso volontà contraria alla impugnazione o vi abbiano poi rinunciato stante la differenza di posizioni. Il Csm in tal senso Cassazione civile, Su, 1617/97 non può considerasi come amministrazione dello Stato in senso stretto, poiché costituisce l'organo di autogoverno di un ordine autonomo e indipendente, il quale, storicamente e sul piano -positivo, si distingue dalla amministrazione, intesa come struttura che coadiuva le istituzioni -politiche nell'esercizio delle attività di governo, provvedendo alle attività per il conseguimento dei fini pubblici posti dalle stesse istituzioni politiche, e producendo beni e servizi a favore della collettività. Ne consegue che il ricorso, da parte di esso per il suo patrocinio difensivo, al foro libero, non si renda incompatibile con l'ordinario sistema della difesa in giudizio della Pa, affidata ex articolo 5 del Rd 1611/33, all'Avvocatura dello Stato. Il riconoscimento di unta tale libera facoltà del Consiglio superiore, esercitatile anche al di fuori delle complesse procedure di deroga espressamente previste dallo stesso art. 5 cit., si rende tanto più pregnante allorché l'oggetto dell'azione in giudizio del Csm sia rappresentano dalla impugnativa di atti posti in essere dal ministero di Grazia e giustizia, organo difeso, per legge, dall'Avvocatura dello Stato giudizio. Il ricorso al foro libero da parte del Consiglio superiore, in linea di principio non è incompatibile con il sistema della difesa in giudizio della Pa, affidata alla Avvocatura dello Stato in taluni casi, come quello di specie, raffigura l'unica possibilità per assicurare la difesa del Consiglio davanti al giudice amministrativo. La legittimazione processuale autonoma si argomenta con le ragioni esposte sopra in ordine alla autonomia del Consiglio superiore e si ribadisce avuto riguardo alla forma del provvedimenti consiliari, i quali costituiscono atti autonomi, che devono essere recepiti da un decreto presidenziale controfirmato dal Ministro. In definitiva, l'appello proposto nella specie del Csm con patrocinio di avvocato del foro libero è ammissibile. 3. Con riguardo alla questione di merito, riguardante la spettanza della ricostruzione della carriera del Vitalone, la fattispecie va risolta in base alla normativa invocata articolo 3 comma 57 legge finanziaria 2004, richiamata dall'articolo 2 del Dl 66/2004 . La norma in questione stabilisce che il pubblico dipendente che sia stato sospeso dal servizio o dalla funzione e, comunque, dall'impegno o abbia chiesto di essere collocato anticipatamente in queiscienza a seguito di un procedimento penale conclusosi con sentenza definitiva di proscioglimento perché il fatto non sussiste o l'imputato non lo ha commesso o se il fatto non costituisce reato ovvero con decreto di archiviazione per infondatezza anche se pronunciati dopo la cessazione dal servizio, e, nei cinque anni antecedenti la entrata in vigore della legge medesima, anche se collocati in quiescenza alla data di entrata in vigore della stessa legge, ha diritto di ottenere, su propria richiesta, dall'amministrazione di appartenenza, il prolungamento o il ripristinio del rapporto di impiego, anche oltre i limiti di età previsti dalla legge, comprese eventuali proroghe, per un periodo pari a quello della durata complessiva della sospensione ingiustamente subita e del periodo di servizio non espletato per l'anticipato collocamento in quiescenza, cumulati tra loro, anche in deroga ad eventuali divieti di riassunzione previsti dal proprio ordinamento, con il medesimo trattamento giuridico ed economico a cui avrebbe avuto diritto in assenza della sospensione. Il giudice di primo grado, con la sentenza impugnata, aveva ritenuto illegittimo l'operato dell'organo di autogoverno. Questo, con l'atto impugnato, e ora con tesi ribadita nell'atto di appello, aveva negato il diritto alla ricostruzione della carriera sostenendo che in forza della citata normativa il Vitalone non aveva diritto alla ricostruzione della carriera ed alla piena reintegrazione nelle funzioni direttive superiori finora negategli, con conseguente correlativo prolungamento del rapporto finalizzato al recupero del periodo di mancato esercizio delle stesse , in quanto il prolungamento non sarebbe previsto dalla normativa che la normativa invocata consente la sola ricostruzione della cosiddetta carriera tecnica e cioè della progressione nelle qualifiche di ruolo , con esclusione di ogni possibilità di ricostruire anche la cosiddetta carriera funzionale e cioè di ricostruzione anche la progressiva maturazione dei titoli per l'ottenimento di spesici incarichi e funzioni, di livello corrispondente alla qualifica che la normativa invocata sia applicabile esclusivamente ai magistrati che siano stati collocati in quiescenza e non anche a quelli che, pur avendo subito ritardi nella progressione funzionale di carriera, siano ancora in servizio che ai fini del cosiddetto prolungamento del rapporto di impiego ai sensi dell'articolo 3 comma 57 della legge 24 dicembre 2003 come modificato dal Dl 66/2004, convertito in legge 126/04 non potrebbe comunque, tenersi conto del periodo di sospensione corrente dal 25 gennaio 1994 al 17 giugno 1994, in quanto anteriore al quinquennio precedente alla data di entrata in vigore della stessa. Il giudice di primo grado ha ritenute fondate le censure proposte dal Vitalone. L'organo di autogoverno sostiene la erroneità della sentenza, in sostanza affermando e ribadendo la legittimità del suo operato. 4. L'appello è infondato. Da tempo risalente, e conformemente ad un orientamento pacifico consolidatosi in senso alla giurisprudenza amministrativa, il CdS questa sezione ha affermato il principio generale che il pubblico dipendetene illegittimamente allontanato dal servizio ha diritto alla piena restitutio in integrum, sia ai fini giuridici sia ai fini economici cfr. Cs V 3848/00, VI 2968/00 . Con la decisione 2227/06 - resa proprio nei confronti dell'attuale ricorrente, su fattispecie non coperta dalla nuova normativa, non ancora applicabile ratione temporis - la IV Sezione del CdS aveva però affermato che il principio della piena restitutio in integrum enucleabile dalla normativa generale sul pubblico impiego, non opera pienamente, automaticamente e con identiche modalità, anche nei confronti dei magistrati, i quali - infatti - sarebbero soggetti ad una specifica disciplina di settore. La delicata questione dei limiti di applicabilità ai magistrati del predetto principio, è stata, secondo il primo giudice, comunque infine risolta dallo stesso legislatore, ed appare pertanto ormai superata in considerazione del mutato quadro normativo. Il Collegio osserva che l'articolo 2 comma 3 del Dl 66/2004 come convertito dalla legge 126/04 - normativa applicabile alla fattispecie perché entrata in vigore prima dell'adozione del provvedimento impugnato - ha ormai esteso il predetto principio anche ai magistrati, pur se ponendo per essi proprio a salvaguardia della specificità dell'ordinamento che li riguarda, su cui il CdS aveva posto l'accento con la pronunzia richiamata speciali regole procedimentali, ma non i limiti oggettivi che ha ritenuto di ravvedere l'organo di autogoverno. La predetta norma stabilisce espressamente che anche al magistrato che riprenda servizio ai sensi dell'articolo 3 comma 57 della legge 350/03 norma, questa, prevista nella cosiddetta legge finanziaria 2004, che sancisce il diritto sia al ripristino del rapporto di impiego che al prolungamento dello stesso, per un periodo pari a quello del servizio non prestato, allorquando l'interruzione per anticipato collocamento in quiescienza o la sospensione siano state ingiustamente cagionate da procedimento penali conclusisi senza condanna , deve in ogni caso essere attribuita la posizione in ruolo che avrebbe avuto, ove il servizio non avesse subito interruzione, nel rispetto della normativa relativa alla progressione di carriera . Al fine di inquadrare la fattispecie va osservato quanto segue. Le misure di cautela disciplinare non incidono sulla posizione di ruolo del magistrato, la quale - infatti - non viene modificata per effetto di esse. La sospensione cautelare del rapporto d'impiego non incide in alcun modo sulla collocazione del magistrato nel ruolo, e ciò neanche se essa sia protratta per anni. Ciò significa che, ancorché sospeso, il magistrato continua ad avanzare nel ruolo a mano a mano che ne escono, per le più diverse ragioni, coloro che lo precedono e pertanto la cosiddetta tecnica non subisce pregiudizi di sorta. Lo stesso discorso non vale, però - ed è questa la considerazione che assume maggior rilievo ai fini della soluzione della controversia in esame - per la c.d. progressione funzionale sulla quale, invece, la sospensione cautelare incide negativamente anzi, certamente ha già inciso per il passato è sufficiente osservare, a conferma di tale assunto, che il magistrato sospeso non può partecipare ad alcun concorso per il conferimento di funzioni più elevate e neppure soltanto diverse da quelle dalle quali è stato cautelarmente sollevato. La sospensione disciplinare, dunque, paralizza, durante la sua pendenza, ogni sviluppo di. carriera. E' evidente che proprio su tale effetto la legge ha voluto intervenire con la novella normativa in esame, al dichiarato fine di neutralizzarlo, riparando il pregiudizio subito nei limiti del possibile e del ragionevole. Infatti, nella relazione al Dl, proprio con riferimento ai contenuti della citata norma e, più in generale, ai principi che hanno ispirato l'intervento legislativo, viene precisato che è necessario che nei casi in cui il dipendente ha diritto al ripristino o al prolungamento del rapporto vada assicurato il conferimento di qualifica e funzione corrispondenti a quella spettante al momento dell'interruzione del rapporto o che sarebbe spettata se tale interruzione non vi fosse stata si osserva che la disposizione ha la funzione di indennizzare almeno in parte il grave pregiudizio morale subito dagli interessati, che consiste soprattutto nell'essere stati scavalcati, senza alcuna colpa, da colleghi che erano a loro proposti nel ruolo organico . Il riferimento all'indennizzo solo parziale si spiega per la considerazione che, poiché la sospensione è in ogni caso avvenuta per il passato, per il futuro va garantita quantomeno la spettanza di tutto ciò che si sarebbe ottenuto senza la ingiusta sospensione, rectius, ripristinare lo sviluppo di carriera che si sarebbe svolto senza la situazione lesiva . Identica spiegazione sulla ratio dell'intervento legislativo è contenuta anche nella relazione al provvedimento di conversione As 2841 nella quale si chiarisce altresì che scopo della legge è quello di apprestare una tutela risarcitoria in forma specifica a soggetti che abbiano effettivamente subito un'ingiusta sospensione o siano stati indotti ad abbandonare il pubblico impiego . Non appare dubitabile che il fatto lesivo causa del pregiudizio subito poiché esso è già avvenuto per il principio di cui al brocardo quod factum est infectum fieri nequit - può essere represso, ma non cancellato dal mondo dei fati, per l'ovvia ragione che esso è avvenuto. Attesa la natura non solo pecuniaria dei beni pregiudicati, si tratta di ristorazione in forma specifica, che però non può che avere una portata e degli effetti solo parziali, limitati al futuro, così come concepito dalla legge. Non appare pertanto contestabile che dalla normativa in esame derivi che il magistrato ingiustamente sospeso abbia diritto, per volontà di legge - alla pari di ogni pubblico impiegato - ad ottenere il cosiddetto prolungamento e la connessa ricostruzione della carriera, quando è innegabile che il medesimo, come nella specie, abbia subito - suo malgrado - un enorme ritardo nello sviluppo della stessa a cagione di una serie di procedimenti penali e di connessi procedimenti disciplinari ingiustamente promossi contro di lui sulla scorta di accuse rivelatesi poi tutte infondate. La tesi del Csm, secondo cui la normativa in vigore consentirebbe esclusivamente il ripristino e cioè la reintegrazione nel posto di lavoro e nelle funzioni, con ricostruzione della carriera dei magistrati collocati anticipatamente in quiescenza, che avrebbero diritto al tutto il reintegrabile, ma non anche il prolungamento della carriera di quelli ancora in servizio, che avrebbero diritto solo a parte del reintegrabile, è smentita dalla lettera e dalla ratio della norma. La tesi di parte appellante è contraria al testo, in quanto sia il comma 57 che il comma 57bis dell'articolo 3 della legge 350, come modificato dal Dl 66/2004 conv. in legge 126/04 , fanno espresso riferimento non soltanto al ripristino , ma anche al prolungamento , sicchè è evidente che il Legislatore ha inteso differenziare le fattispecie e riferirsi a ciascuna delle due differenti fattispecie. Va tenuto conto del fatto che l'articolo 2 comma 3 del Dl 66/2004 conv. in legge 126/04 richiama l'intero comma 57bis dell'articolo 3 della finanziaria 2004, che fa riferimento sia al ripristino che al prolungamento del rapporto. Mentre con l'espressione ripristino del rapporto di impiego il legislatore ha inteso accordare il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro, per un periodo corrispondente a quello di ingiusta sospensione dalle funzioni, ai soggetti già in quiescenza si tratta di ri-costruzione di rapporto estinto con il termine prolungamento del rapporto ha inteso accordare il diritto alla continuazione del rapporto di lavoro si tratta di rapporto pendente , per un periodo corrispondente a quello di ingiusta sospensione delle funzioni, ai soggetti ancora in servizio. È chiarificatrice in tal senso anche la relazione al provvedimento di conversione in legge del Dl 66/2004, laddove si afferma che scopo della legge è quello di apprestare una tutela risarcitoria in forma specifica a soggetti che abbiano effettivamente subito un'ingiusta sospensione o siano stati indotti ad abbandonare il pubblico impiego. La duplice previsione, riferita sia al caso di abbandono sia al caso di sospensione dalle funzioni, conferisce - infatti - portata generale al principio, il quale - pertanto - è evidentemente applicabile tanto ai magistrati rimasti in servizio, ancorché sospesi , quanto a quelli dimessisi o collocati rectius che abbiano chiesto di essere collocati anticipatamente in quiescenza. La tesi sostenuta dall'appellante organo è contraria anche alla logica, in quanto per coloro che sono ancora in servizio, il ripristino o ristoro in forma specifica non può avvenire che tramite il prolungamento del rapporto. È evidente che una lettura della norma - come suggerita in questa vicenda dall'organo di autogoverno - che pretendesse di limitare la specifica misura riparatrice, rendendone beneficiari soltanto i pensionati ed escludendo i magistrati che hanno già conseguito l'idoneità ad essere ulteriormente valutati per le funzioni direttive superiori , sarebbe violativi dell'elementare principio della parità di trattamento a fronte di situazioni sostanzialmente identiche. Sarebbe incomprensibile il trattamento di favore ai soli magistrati che abbiano chiesto di essere collocati in quiescenza sarebbe incomprensibile il trattamento di sfavore per coloro che sono rimasti in servizio. Non può essere condivisa neanche l'altra tesi sostenuta dall'appellante, secondo cui la normativa invocata dal ricorrente consentirebbe la sola ricostruzione della cosiddetta carriera tecnica e cioè della progressione nelle qualifiche di ruolo , con esclusione di ogni possibilità di ricostruire anche la cosiddetta carriera funzionale e cioè di ricostruire anche la progressiva maturazione dei titoli per l'ottenimento di specifici incarichi e funzioni, di livello corrispondente alla qualifica . La nozione di carriera in senso tecnico , elaborata dal Csm per rifiutare al Vitalone la progressione in carriera, trova smentita proprio nel sistema della legge, che ha espressamente previsto - quale specifica riparazione, tra l'altro, come detto, solo parziale - il conferimento di funzione di livello immediatamente superiore e quindi anche di funzioni al magistrato reintegrato in servizio che abbia maturato nella funzione precedentemente esercitata almeno dodici anni di anzianità. In entrambe le relazioni ai due distinti testi normativi, la spiegazione della specifica misura riparatrice è significativa e risiede nella considerazione della circostanza che nella magistratura ordinaria l'attribuzione della qualifica è indipendente rispetto allo svolgimento delle funzioni di livello corrispondente . Appare pertanto evidente che il legislatore non ha affatto ignorato - contrariamente a quanto il Csm sostiene - che la carriera del magistrato si svolte anche per progressione funzionale, oltre che naturalmente per progressione di qualifica. Anzi, proprio a tale specifico valore la legge ha fatto esplicito riferimento non soltanto nel prevedere il conferimento di funzione di livello immediatamente superiore in presenza di determinate condizioni al magistrato reintegrato in servizio, ma nel fissare il principio generale che il magistrato ha diritto, in ogni caso , alla ricostruzione della carriera nel rispetto della normativa relativa alla progressione in carriera articolo 2, comma 3 del Dl 66/2004 . Se così non fosse, del resto, la novella normativa sarebbe stata perfettamente inutile, dal momento che - come già osservato - la sospensione disciplinare non incide affatto sulla posizione in ruolo. Il dato testuale conferma in pieno le sopra esposte conclusioni. Il comma 3 dell'articolo 2 fa riferimento espresso alle funzioni, oltre che alla qualifica il limite del descritto meccanismo di conferimento di funzioni superiori mediante ricostruzione di carriera riguarda solamente le funzioni di Presidente aggiunto e di Pg della Corte di cassazione, nonché le funzioni apicali di uffici giudiziari, lasciando pertanto desumere a contrario che tutti gli altri incarichi funzionali fra cui quello di presidente di sezione della Corte di cassazione ben possono essere conferiti in sede di ripristino e/o di prolungamento della carriera a seguito di ingiusta anticipata interruzione o di ingiusta sospensione della stessa . Pertanto, la legge, nella lettura combinata che se ne deve dare alla luce sia dell'articolo 3, commi 57 e seguenti legge 350/03 sia dell'articolo 2 comma 3 del Dl 66/2004 convertito con legge 126/04, si è riferita anche alla progressione della carriera funzionale e non solamente alla progressione della cosiddetta carriera tecnica poiché altrimenti il riferimento alle funzioni di presidente aggiunto e di Pg della Corte di cassazione non avrebbe alcun senso . Soltanto garantendo al magistrato il recupero della progressione funzionale nella carriera può dirsi soddisfatto il principio secondo cui l'Amministrazione ha il dovere di adottare - nei confronti del dipendente inquisito penalmente e poi riconosciuto innocente - tutti i provvedimenti idonei ad elidere e ristorare le conseguenze di danno che egli abbia eventualmente subito ed a ristorarne - quantomeno per il futuro - le legittime aspettative di progressione di carriera. 5. Non merita di essere condivisa - infine - neanche l'altra argomentazione su cui è basata parte della motivazione negativa del provvedimento impugnato, secondo cui ai sensi dell'articolo 3 comma 57 della legge 24.12.2003 come modificato dal Dl 66/2004, conv. in legge 126/04 , ai fini del cosiddetto prolungamento del rapporto di impiego non potrebbe, comunque, tenersi conto del periodo di sospensione corrente dal 25 gennaio 1994 al 17 giugno 1994, in quanto anteriore quinquennio precedente alla data di entrata in vigore della stessa. L'argomentazione non merita accoglimento in quanto la legge 126/04, nel convertire il Dl 66/2004 e conferendo assetto definitivo al comma 57 dell'articolo 3 della legge 350/03 ha espressamente stabilito di far salvi gli effetti delle domande presentate prima dell'entrata in vigore del predetto decreto e cioè gli effetti delle domande presentate prima che l'arco di tempo di sospensione dalle funzioni da ritenere rilevante ai fini dell'esercizio del diritto al prolungamento in funzione di recupero reintegratorio del rapporto di lavoro, venisse limitato dal decreto in questione ai periodi ricadenti nel quinquennio antecedente all'entrata in vigore dello stesso . Il ricorrente aveva presentato le sue ultime domande il 26 febbraio 2004 e 7 aprile 2004 poi reiterate con diffida dell'11 maggio 2005 , quindi è evidente che il periodo di ingiusta sospensione dalle funzioni ricadente nell'anno 1994 vada computato. 6. Le disposizioni sin qui citate che evidenziano la illegittimità del provvedimento impugnato hanno trovato conferma nella normativa successiva sia nella legge delega 150/05 sia nel D.Lgs 109/06, che pur se non applicabili, ratione temporis, alla fattispecie in esame, sono tuttavia indicative di fondamentali linee di principio già esistenti nella nostra legislazione. La legge delega articolo 1 comma 6 ha posto il principio secondo cui il magistrato sottoposto a procedimento penale e cautelarmene sospeso abbia diritto ad essere reintegrato a tutti gli effetti nella situazione anteriore qualora sia prosciolto con sentenza irrevocabile ovvero sia pronunciata nei suoi confronti sentenza di non luogo a procedere non più soggetta ad impugnazione . L'articolo 23 del D.Lgs 109/06 ha stabilito che il magistrato sottoposto a procedimento penale e sospeso in via cautelare, qualora sia pronunciata nei suoi confronti sentenza di non luogo a procedere non più soggetta ad impugnazione, ha diritto ad essere reintegrato a tutti gli effetti nella situazione anteriore, con attribuzione, nei limiti dei posti vacanti, di funzioni di livello pari a quelle più elevate assegnate ai magistrati che lo seguivano nel ruolo al momento della sospensione cautelare previa valutazione, da parte del Csm, delle attitudini desunte dalle funzioni da ultimo esercitate . Tale normativa, anche se successiva rispetto al provvedimento e dunque formalmente non applicabile ratione temporis, come già detto, sancisce un principio ed una regola validi anche per il Vitalone, e cioè il diritto alla piena reintegrazione nelle funzioni. Conseguentemente, tale principio, che si concreta in una posizione soggettiva pienamente tutelabile, proprio in forza della sua sopravvenienza, potrebbe essere attivato oggi dal Vitalone, con spettanza au fond delle sue pretese. Pur formalmente non applicabile, tale nuova normativa non può non assumere valenza logico-ermeneutica per l'interprete. 7. In ordine alla pretesa incostituzionalità sostenuta nell'atto di appello, si osserva quanto segue. In sede di conflitto di attribuzioni il giudice delle leggi aveva ritenuto che è inammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato proposto dal Csm nei confronti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica in relazione alle disposizioni di cui all'articolo 3 comma 57 legge 350/03, e all'articolo 2 comma 3 Dl 66/2004, convertito con modificazioni, in legge 126/04 nella parte in cui prevedono che il Csm debba, senza procedere ad alcuna valutazione, riammettere in servizio il magistrato prosciolto in sede penale con una formula piena dopo che questi sia volontariamente cessato, a causa di tale pendenza, dall'ordine giudiziario, e laddove stabiliscono che a questi venga convertita in casi di anzianità non inferiore a dodici anni nell'ultima funzione esercitata, una funzione di livello immediatamente superiore previa valutazione della sola anzianità di ruolo e delle attitudini desunte dalle ultime funzioni esercitate, e, nel caso di anzianità inferiore, una funzione, anche in soprannumero, dello stesso livello . I ricorsi per conflitto di attribuzione sono infatti ammissibili nei confronti di atti legislativi ove da essi possano derivare lesioni dirette all'ordine costituzionale delle competenze, ma solo nel caso in cui non esiste un giudizio nel quale questi debbano trovare applicazione e quindi possa essere sollevata la q.l.c. in via incidentale e nella specie, il Csm, nel corso di uno di giudizi comuni che possono essere attivati dagli interessati a seguito dell'adozione, da parte dello stesso Csm, dei provvedimenti regolati dalle norme de quibus , o comunque a seguito dell'inerzia serbata su istanze tendenti alla emanazione di tali provvedimenti, dispone della possibilità di eccepire, in via incidentale, l'illegittimità costituzionale delle norme legislative presentate in questa sede come asseritamene lesive delle proprie attribuzioni Corte costituzionale 284/05 . Pertanto, in questa sede giurisdizionale, il Csm, propone le medesime critiche sotto forma di censure di incostituzionalità della normativa applicabile, che è certamente rilevante, ma manifestamente infondata. A sostegno della manifesta infondatezza della questione o censura di illegittimità costituzionale, va evidenziato come rientri nella assoluta discrezionalità - e sotto certi aspetti l'intervento legislativo si pone addirittura come doveroso, sia pure nei limiti del ristoro solo parziale - del legislatore la restaurazione nella forma maggiore possibile quam maxime per lesioni ingiuste subite da categorie particolari di dipendenti come i magistrati ordinari. Non pare irragionevole che sia limitata la prerogativa dell'organo di autogoverno in una situazione nella quale il probabile sviluppo della progressione in carriera del magistrato abbia subito un arresto poi rivelatosi ingiusto. Il parziale indennizzo, che si ottiene a seguito di sicure lesioni nella progressione nella carriera, non pare attribuire ai magistrati ingiustamente sospesi benefici ultronei rispetto ai magistrati in competizione con essi. 8. Per le considerazioni sopra svolte, in relazione ai proposti appelli, previa riunione dei medesimi, va dato atto della rinunzia degli appelli formulata dall'Avvocatura dello Stato sia per il ministero della Giustizia che per il Csm va rigettato l'appello proposto dal Csm, con conseguente conferma della impugnata sentenza. Sussistono giusti motivi per disporre tra le parti la compensazione delle spese di giudizio. PQM Il CdS in sede giurisdizionale, sezione quarta, definitivamente pronunciando sui ricorsi in appello su indicati in epigrafe, previa riunione dei medesimi, così provvede dà atto della rinunzia relativamente all'appello di cui al ricorso rgn 8263/06 respinge l'appello di cui al ricorso rgn 8642/06, con conseguente conferma della impugnata sentenza. Spese compensate. Ordina che la presente decisione sia eseguita dalla autorità amministrativa.