Niente porto d'armi se c'è il rischio di uso improprio

Chi è indagato per reati gravi non può avere fucili, carabine e pistole. Palazzo Spada corregge per fortuna il Tar Lombardia

Porto d'armi, la licenza può essere revocata se il cittadino è indagato per alcuni reati ed esiste il pericolo concreto che possa abusare dei fucili in suo possesso. A chiarirlo è stata sesta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 4604/06 depositata lo scorso 20 luglio e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha accolto il ricorso della Prefettura di Milano che si era visto annullare dal Tar Lombardia il decreto con cui aveva vietato a un cittadino di detenere armi, poiché non solo era indagato per alcuni reati ma esisteva il pericolo concreto che potesse abusare dei fucili e delle carabine in suo possesso. I giudici milanesi avevano accolto il ricorso dell'uomo sostenendo che il decreto dell'autorità prefettizia era illegittimo, in quanto non avrebbe valutato autonomamente i fatti posti a base delle informative anzidette e si sarebbe basata su dati formali di per sé inidonei a far ritenere il ricorrente capace di abusare delle armi . Di diverso avviso i giudici di piazza Capo di Ferro. In effetti, hanno aggiunto i consiglieri di Stato i fatti, ai quali la Prefettura si è richiamata nella specie per revocare la licenza di porto d'armi precedentemente rilasciata al titolare, sono certamente sufficienti a comprovare la scarsa affidabilità del medesimo nella custodia delle numerose armi da lui denunziate e poi sequestrate . Del resto, ha concluso il Consiglio di Stato, in materia di autorizzazioni di polizia, l'ambito valutativo di cui dispone l'amministrazione è particolarmente esteso e incontra il solo limite dell'arbitrio, sicché la motivazione del provvedimento negativo non richiede una particolare estensione dell'apparato giustificativo ed il successivo vaglio giurisdizionale deve limitarsi ad un esame circa la sussistenza dei presupposti idonei a far ritenere che le valutazioni effettuate non siano irrazionali o manifestamente incoerenti . cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione sesta - decisione 16 maggio - 20 luglio 2006, n. 4604 Presidente Giovannini - estensore Cafini Ricorrente prefettura di Milano Fatto e diritto 1.Con il ricorso di primo grado il sig. Michele Coccia chiedeva l'annullamento, con tutti gli atti comunque connessi, del decreto del Prefetto di Milano in data 20.10.1998 - emesso sulla base di apposite informative della Stazione dei Carabinieri di Limbiate con cui si segnalava che il predetto era indagato per alcuni reati e che era persona capace di abusare delle armi in suo possesso - decreto con il quale gli veniva vietato di detenere armi, munizioni ed esplosivi. A sostegno del gravame, l'interessato deduceva censure di eccesso di potere per travisamento dei fatti e falsità di presupposti, nonché per difetto di motivazione. Nel giudizio si costituiva l'Amministrazione intimata che si opponeva all'accoglimento dell'impugnativa, concludendo per il suo rigetto. 1.1. Il Tar adito accoglieva il ricorso, avendo ritenuto fondata la censura con la quale era stata prospettata l'illegittimità dell'operato dell'autorità prefettizia, in quanto non avrebbe valutato autonomamente i fatti posti a base delle informative anzidette e si sarebbe basata su dati formali di per sè inidonei a far ritenere il ricorrente capace di abusare delle armi. 1.2. Avverso tale sentenza è proposto l'odierno appello, con il quale la Prefettura ricorrente critica l'impugnata pronuncia, deducendo, con ampio richiamo a precedenti giurisprudenziali in ordine alla questione in esame, l'erroneità della stessa per avere ritenuto inadeguata la motivazione posta alla base del provvedimento impugnato in prime cure, provvedimento che, al contrario, sarebbe sufficientemente motivato sulla base dei richiami e delle considerazioni svolte nelle sue premesse. L'appellato non si è costituito. 1.3. Alla udienza pubblica udienza del 16 maggio 2006 la causa è stata assunta in decisione. 2. Il ricorso è fondato. 2.1. Al riguardo ritiene il Collegio di richiamare, in via preliminare, il prevalente, condivisibile orientamento giurisprudenziale cfr., ex plurimis, CdS, Sezione quarta, 2424/03, 4073/02 6347/00 , in base al quale, in materia di rilascio o di revoca del porto d'armi, l'Autorità di P.S, poiché deve perseguire la finalità di prevenire la commissione di reati e/o fatti lesivi dell'ordine pubblico, ha un'ampia discrezionalità nel valutare l'affidabilità del soggetto di fare buon uso delle armi e quindi anche nel valutare le circostanze che consiglino l'adozione di provvedimenti di sospensione o di revoca di licenze di porto d'armi già rilasciate , per cui il provvedimento di rilascio del porto d'armi e l'autorizzazione a goderne in prosieguo richiedono che l'istante sia una persona esente da mende e al disopra di ogni sospetto e/o indizio negativo e nei confronti della quale esista la completa sicurezza circa il corretto uso delle armi, in modo da scongiurare dubbi e perplessità sotto il profilo dell'ordine pubblico e della tranquilla convivenza della collettività . E ciò anche perché il rapporto giuridico che scaturisce dal rilascio di detta autorizzazione di polizia resta pur sempre subordinato, in tutto il suo svolgimento, alla coincidenza con l'interesse pubblico, rimesso appunto alla valutazione discrezionale della P.A., il cui giudizio non può essere sindacato se non sotto il profilo del rispetto dei canoni di ragionevolezza e della coerenza. Secondo la richiamata giurisprudenza, peraltro, la revoca dell'autorizzazione del porto d'armi può essere sufficientemente sorretta anche da valutazioni della capacità di abuso fondate su considerazioni probabilistiche e su circostanze di fatto assistite da meri elementi di fumus, in quanto nella materia de qua l'espansione della sfera di libertà dell'individuo è, appunto, destinata a recedere di fronte al bene della sicurezza collettiva in tal senso, cfr. dec. numero /2003 cit . 2.2. Premesso quanto sopra, la Sezione deve osservare che i fatti, ai quali la Prefettura si è richiamata nella specie per revocare la licenza di porto d'armi precedentemente rilasciata al titolare, sono certamente sufficienti a comprovare la scarsa affidabilità del medesimo nella custodia delle numerose armi da lui denunziate poi sequestrate cinque fucili, due carabine e una pistola e rende, pertanto, giustificato il provvedimento di revoca in questione per essere venute meno nella specie le condizioni obiettive di sicurezza, cui nell'interesse pubblico è subordinata la titolarità di ogni licenza di polizia in materia di armi. Tale provvedimento, peraltro, risulta basato oltre che sulle apposite segnalazioni del Comando Stazione dei Carabinieri di Limbiate che proponevano l'adozione del divieto di detenere armi, in considerazione di un sussistente ed attuale pericolo di abuso delle armi da parte dell'interessato, sulla specifica considerazione dell'autorità prefettizia che il medesimo doveva ritenersi capace di abusare delle armi, munizioni ed esplosivi detenuti , oltre che sulla opportunità , ritenuta dalla stessa autorità in ragione della gravità dei fatti addebitati al Coccia, di adottare le misure cautelari del caso al fine di sottrarre alla disponibilità del suddetto le armi, le munizioni ed esplosivi di cui era detentore. Nessun vizio logico e nessun difetto di motivazione, dunque, possono essere ravvisati nell'operato della Autorità procedente, dal momento che il provvedimento di revoca, contrariamente a quanto ritenuto dai primi giudici, risulta adeguatamente giustificato con riguardo all'inaffidabilità manifestata dal ricorrente nella custodia delle armi, oltreché sufficientemente motivato, non soltanto in relazione alle menzionate segnalazioni dei Carabinieri, ma anche alla stregua delle specifiche, seppur sintetiche, autonome valutazioni della stessa autorità prefettizia avanti menzionate. Del resto, in materia di autorizzazioni di polizia, l'ambito valutativo di cui dispone l'Amministrazione è particolarmente esteso e incontra il solo limite dell'arbitrio, sicchè la motivazione del provvedimento negativo non richiede una particolare estensione dell'apparato giustificativo ed il successivo vaglio giurisdizionale deve limitarsi ad un esame circa la sussistenza dei presupposti idonei a far ritenere che le valutazioni effettuate non siano irrazionali o manifestamente incoerenti in tal senso cfr. CdS, Sezione quarta, 2424/03 cit. , ipotesi questa che, per quanto sopra rilevato, nella fattispecie appunto non sussiste. Il ricorso in appello deve essere, pertanto, accolto e, per l'effetto, la sentenza in esame deve essere annullata, con conseguente rigetto del ricorso di primo grado. Non vi è luogo a pronunciarsi sulle spese non essendosi costituita in giudizio l'appellato. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, accoglie il ricorso in appello indicato in epigrafe e, per l'effetto, annulla la sentenza impugnata. Nulla per le spese. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.