L'omicidio avviene in un 'cantiere stradale', alla presenza di più cause: su chi ricade la colpa?

Il principio ispiratore, in caso di danni determinati dall'esistenza di un cantiere stradale, è che qualora il cantiere risulti interamente delimitato e affidato all'esclusiva vigilanza dell'appaltatore, è questi il custode dell'area e, dunque, l'unico responsabile per quanto ivi accade.

Ma qualora la detta area di cantiere risulti ancora, seppure parzialmente, adibita al traffico, la posizione di garanzia, derivante dal dovere di vigilanza stabilito dal Codice della Strada, è assunta sia dall'appaltatore che dall'ente appaltante, quale proprietario della strada. E il relativo riparto di responsabilità viene determinato dal criterio ex art. 2051 c.c Ad affermarlo è la Corte di Cassazione, nella sentenza n. 11453 depositata l’11 marzo 2013. Il cantiere stradale aperto al transito pubblico. La nozione di 'cantiere stradale' non è incompatibile con quella di 'strada aperta al pubblico'. Difatti, la circostanza della esistenza di un cantiere su di una strada non impedisce che ivi si possa permettere il traffico automobilistico, sebbene ridotto, per garantire l'accesso di chi risiede in quella area e che, in caso contrario, rimarrebbe intercluso. Tuttavia, la contemporanea presenza su di un percorso sia del cantiere di regola attribuito alla custodia dell'appaltatore sia del traffico veicolare allorquando, in linea di principio, della strada ne è custode l'ente titolare comporta una corresponsabilità a carico di entrambi i suddetti soggetti giuridici ex art. 2051 c.c. Rimane salva, però, l'eventuale azione di regresso dell'ente nei confronti della ditta esecutrice dei lavori a norma dei comuni principi sulla responsabilità solidale. La vicenda. Nel caso di specie, due ragazzi, dopo aver trascorso la serata con delle amiche, percorrendo una strada a loro sconosciuta per ritornare a casa, finivano per collidere col motorino contro un blocco di calcestruzzo ivi posto per delimitare un cantiere stradale. Dall'istruttoria emergeva che tali blocchi non solo si erano riversati su di un lato, rendendosi così meno visibili agli automobilisti, per quanto non erano neppure segnalati. A ciò si doveva aggiungere che la zona era buia perché priva di illuminazione, sebbene predisposta dalla ditta esecutrice dei lavori, e che parte del cantiere era comunque aperta al pubblico transito. A causa dell'urto uno dei due ragazzi decedeva mentre l'altro subiva lesioni personali. Risultavano responsabili dell'accaduto - il responsabile del procedimento e capo dell'ufficio tecnico del comune - l'amministratore unico e legale rappresentante della ditta appaltatrice dei lavori. Gli Ermellini rammentavano come, in virtù degli artt. 14 e 21 C.d.S., in situazioni di tal genere esista la corresponsabilità - da un lato dell'ente art. 14 , investito della posizione di garanzia derivante dalla proprietà della strada e dalla destinazione di essa al pubblico uso che comporta il dovere di far sì che ciò si svolga senza pericolo per gli utenti - dall'altro dell'appaltatore art. 21 , anche egli investito della posizione di garanzia derivante dall'effettuazione in loco dell'area di cantiere. Le concause e l'evento interruttivo del nesso di causalità. Gli avvocati dei due condannati più volte avevano puntato la difesa dei propri assistiti sottolineando come fosse stato il comportamento imprudente dei due ragazzi, in realtà, a causare l'evento dannoso. Infatti, dall'istruttoria era emerso che il conducente del ciclomotore e l'altro ragazzo trasportato procedevano su di una strada buia, privi di faro anteriore e di casco di protezione, con una condotta che, di per sé, era sola condizione necessaria e sufficiente per la produzione dell'evento. Infatti, anche ammettendo la presenza della segnaletica catarifrangente sui blocchi di calcestruzzo, l'inutilizzo del fascio di luce - per l'assenza del faro anteriore del ciclomotore - ne avrebbe impedito la funzionalità. La Cassazione, in merito a tale argomento, era netta neppure il comportamento, certamente imprudente e concausale dei giovani, poteva ritenersi interruttivo sul nesso di causalità. Tanto sul rilievo logico che ove la strada non fosse stata sbarrata dai blocchi di cemento impropriamente collocati, l'assenza del faro anteriore sul ciclomotore e del casco protettivo,non avrebbe avuto alcuna possibilità di causare l'incidente. Dunque, nell'evento de quo tali circostanze si mostravano quali concause rispetto alle omissioni delle due summenzionate figure professionali amministratore unico della impresa esecutrice dei lavori e responsabile del procedimento del comune e non certo come eventi interruttivi del nesso di causalità. Infatti, la condotta di guida dei ragazzi, sebbene sopravvenuta, non poteva ritenersi abnorme o imprevedibile atteso che si deve ritenere sempre prevedibile la possibilità che gli automobilisti e/o gli altri utenti della strada non rispettino le norme stabilite dal Codice della Strada.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 20 dicembre 2012 - 11 marzo 2013, n. 11453 Presidente Marzano Relatore Bianchi Ritenuto in fatto 1. Con sentenza del 10.6.2010 il Tribunale di Caltanisetta, in composizione monocratica, riteneva Z.M.A. , I.F. e C.G. responsabili del reato di cui all'art. 589 commi I, 2 e 3 cod. pen. e li condannava alla pena di mesi dieci di reclusione ciascuno, pena sospesa, nonché al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili. Veniva contestato ai predetti di avere cagionato la morte di N.E. e lesioni personali a S P. , per colpa consistita nella violazione di norme del codice della strada. I fatti si riferivano all'incidente stradale avvenuto in data omissis , verso le ore 22,30, in omissis , su quella che poi divenne la via , allorché un ciclomotore 50, condotto dal P. e con a bordo il N. , entrambi privi del casco protettivo, procedendo a luci spente, urtava con la ruota anteriore su un blocco di calcestruzzo, posto trasversalmente rispetto all'asse viario al fine di limitare la strada di recente realizzazione ed ancora in attesa di collaudo, ed impedire così l’accesso di veicoli i giovani cadevano a terra e riportavano varie lesioni, a seguito delle quali il N. decedeva. Si accertava che i due giovani, dopo aver trascorso la serata con delle ragazze in quella zona della città da loro non molto conosciuta e in cui erano in corso lavori per la realizzazione di un nuovo assetto viario, stavano rientrando, percorrendo, secondo quanto riferito dal P. , la stessa strada che le ragazze avevano loro indicato all'andata per trovare un luogo appartato, e cioè un tratto della via su cui si erano immessi provenendo da via omissis . Per impedire la circolazione sulla via , che nel punto in cui è avvenuto l'incidente era accessibile al traffico per un breve tratto di circa 100 metri - erano stati collocati dei blocchi di calcestruzzo delle dimensioni di 180 x 45 x 25 posizionati per tutta la lunghezza della strada sulla base di 25 cm. e sporgenti in altezza di 45 cm tali blocchi però si erano abbattuti su sé stessi, sul lato di 45 cm., di modo che sporgevano solo di 25 cm. e non erano visibili in assenza sugli stessi di pannelli o vernici catarifrangenti ed essendo la zona assolutamente buia l'impianto di illuminazione era stato realizzato ma non era ancora funzionante e priva di ogni altro segnale di pericolo. Si accertava altresì che l'appalto per l'opera viaria era stato stipulato nel 2002 tra l'ing. C. per conto del Comune di omissis e i responsabili dell'impresa appaltatrice che affidavano a Z. i compiti d Direttore tecnico, assistente di cantiere e responsabile della sicurezza all'epoca in cui era avvenuto l'incidente i lavori non erano ancora del tutto ultimati, essendo stati autorizzati in data 9.5.2005 lavori di finitura ed essendo avvenuto il collaudo in data 12.1.2006. All'esito delle indagini preliminari nelle quali venivano effettuate consulenze tecniche di ufficio, la procura della Repubblica di Caltanissetta chiedeva ed otteneva il rinvio a giudizio di I.F. , direttore del cantiere della società che aveva in appalto i lavori di costruzione della strada di C.G.F. , responsabile del procedimento e capo dell'ufficio tecnico di omissis e di Z.M.A. , amministratore unico e legale rappresentante della A.T.I. Turati s.r.l., appaltatrice dei lavori di realizzazione della strada, e responsabile del cantiere cui si addebitava il mancato rispetto delle norme del codice della strada rispettivamente artt. 14 e 21 che impongono la manutenzione delle strade aperte al transito, la vigilanza sui cantieri che eseguono lavori sulle strade e l'adozione di misure di sicurezza da parte dei responsabili dei cantieri. Nei confronti di S P. , alla guida del ciclomotore, procedeva la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni. La corte di appello di Caltanissetta, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha assolto il geometra I.F. per il rilievo che al medesimo erano stati attribuiti compiti di natura esclusivamente tecnica, mentre ha confermato la sentenza di primo grado per quanto riguarda gli altri due imputati cui competeva invece una posizione di garanzia nelle rispettive qualità. 2. Gli imputati hanno presentato ricorso per cassazione. 2 A. L'avvocato, professore G. A., nell'interesse di Z.M.A. , con un primo motivo deduce violazione di legge in relazione agli articoli 27 e 41 del capitolato speciale di appalto, cui i giudici hanno fatto riferimento come fonte della responsabilità. Secondo il ricorrente tali disposizioni hanno riguardo esclusivamente alla fase dell'esecuzione dei lavori e non, invece, a quella successiva, di attesa del collaudo ad opera ultimata, fase in cui si trovavano le opere quando si è verificato l'incidente in ogni caso, le cautele in esso previste fanno riferimento ad un rapporto di garanzia per la funzionalità e l'assenza di vizi dell'opera intercorrente tra impresa appaltatrice ed ente appaltante, ma non riguardano i terzi. Questa interpretazione è confermata dal fatto che la norma prevede, per il caso di omissione protratta dell'impresa, un potere sostitutivo di ufficio da parte della direzione dei lavori nonché dalla disposta archiviazione della posizione dei direttori dei lavori, inizialmente indagati. Non sussisteva dunque un dovere di vigilanza successivamente alla ultimazione delle opere, discendente degli articoli 27 e 41 del capitolato speciale a carico dell'impresa appaltatrice e quindi è insussistente la condotta omissiva contestata in relazione alle carenze riscontrate con riferimento ai dissuasori posti a sbarramento della strada e alla omessa loro segnalazione. Con un secondo motivo deduce la violazione di legge ed il difetto di motivazione in ordine all'accertamento del nesso di causalità per non avere il giudice del merito correttamente valutato la condotta delle presunte parti offese, essa sola sufficiente a determinare l'evento. Il ricorrente ricorda che il conducente del ciclomotore e l'altro ragazzo trasportato procedevano su una strada buia, privi di faro anteriore e di casco di protezione, con una condotta che è stata, essa sola, condizione necessaria e sufficiente per la produzione dell'evento. Una volta esclusa, per quanto detto con il primo motivo di ricorso, la sussistenza dell'obbligo giuridico dell'istante di posizionare segnali luminosi, unica condotta colposa addebitabile allo Z. rimane quella relativa all'abbattimento dei blocchi con il conseguente occultamento della faccia sulla quale era stata posta, o avrebbe dovuto essere posta, la vernice catarifrangente anche ammessa una tale omissione, la stessa non avrebbe rilevanza nella determinazione dell'evento infatti la vernice catarifrangente è efficace in quanto viene colpita da un fascio di luce la mancanza del faro anteriore del ciclomotore comporta che, anche in presenza di un blocco intriso di vernice catarifrangente, lo stesso non sarebbe stato visibile al conducente del ciclomotore per il semplice fatto che egli procedeva a luci spente. Ove si tenga conto che i due ragazzi procedevano in due su un ciclomotore non omologato al trasporto di persone è facile comprendere come la responsabilità dell'incidente sia integralmente addebitabile alle persone offese. Ed ancora di più ove, come sostenuto dalla difesa del Z. , gli stessi provenissero da via ben consapevoli di percorrere una strada chiusa al traffico su tale punto, di cui è evidente l'importanza ai fini della difesa dell'imputato, era stata sollecitata una perizia tecnica ma tale richiesta non è stata presa in considerazione, sia pure per motivarne il rigetto, fatto che determina ulteriore grave vizio dell'atto impugnato. Con un terzo motivo il ricorrente deduce contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato per quanto riguarda la qualificazione della strada teatro del sinistro. La sentenza, nell'affermare la responsabilità dell'imputato C. , qualifica la strada dove è avvenuto l'incidente come strada aperta al pubblico transito e, quindi, nella piena gestione del comune di omissis , mentre, nel momento in cui si è trattato di affermare la responsabilità dell'attuale ricorrente, ha qualificato questo tratto di strada quale cantiere, invocando, pertanto, gli articoli 27 e 41 del capitolato speciale di appalto. È evidente, rileva il ricorrente, la contraddittorietà della sentenza atteso che il medesimo tratto di strada non può al tempo stesso essere strada pubblica aperta al pubblico e cantiere. Con il quarto motivo deduce inosservanza o erronea applicazione della legge penale per violazione dell'articolo 51 del codice penale laddove non è stato valutato che il posizionamento dei blocchi di cemento armato in questione è avvenuto in adempimento di un preciso ordine impartito dalla direzione dei lavori, ciò che fa venir meno il necessario elemento psicologico in capo all'attuale ricorrente. Con un ulteriore motivo deduce vizio di motivazione laddove la corte d'appello, conformandosi alla decisione del giudice di primo grado, ha ritenuto inattendibile la disposizione del teste B. , brigadiere dei carabinieri che è intervenuto per primo sul luogo dell'incidente, nella parte in cui lo stesso ha affermato che allo sbocco di via sulla via aveva trovato una transenna che inibiva il passaggio della vettura dei carabinieri, tanto da costringerlo a scendere dall'auto e a spostarla. Tale affermazione è considerata dalla corte d'appello frutto di un erroneo ricordo del teste, perché le foto scattate qualche giorno dopo il fatto non ne riportano la presenza e attese le dichiarazioni dello stesso P. . Anche sul punto si sarebbe resa necessaria una più attenta e compiuta motivazione solo che si consideri che la presenza della transenna, determinerebbe l'esclusione dell'affidamento sulla transitabilità della strada in capo al conducente del ciclomotore e smentirebbe altresì la mancata predisposizione di segnaletica da parte dell'impresa. Da ultimo rileva il ricorrente che l'incidente è stato ricostruito sulla base della deposizione della persona offesa, indagata di reato connesso P.S. , unico testimone oculare dell'accaduto e che nonostante le falsità contenute nella sua deposizione, in particolare per quanto riguarda la presenza del faro, i giudici non spiegano la ragione per la quale hanno ritenuto invece attendibili le restanti deposizioni, laddove ha indicato il punto di ingresso sulla strada dove si è verificato l'incidente e laddove ha affermato che procedeva a velocità moderata. Le affermazioni di tale teste sono state ampiamente contraddetta dalla perizia tecnica dell'ingegner T. che ha messo in evidenza le incongruenze nella versione fornita dal medesimo e le cui osservazioni non sono state approfondite dalla corte d'appello. 2 B. L'avvocato Sergio Monaco, per il ricorrente C. , con un primo motivo deduce violazione di legge e travisamento del fatto nella parte in cui è stato ritenuto che il tratto di strada della via , dove si è verificato l'incidente, era aperto al traffico veicolare sostiene che una più attenta considerazione della normativa applicabile ai rapporti sussistenti tra il comune di omissis e la società appaltatrice avrebbe invece dovuto indurre i giudici ad escludere che la via omissis e il tratto della via interessato dal sinistro oggetto del presente procedimento, fossero aperti al pubblico transito, e a ritenere che fossero comprese nell'area di cantiere consegnata all'impresa e per la quale non era ancora intervenuto il collaudo. Non vi è infatti prova, prova che non può esistere in quanto tali atti non sono mai intervenuti, della consegna al comune di omissis di una porzione dei lavori oggetto dell'unico appalto per la realizzazione della strada da parte dell'impresa di costruzione né del collaudo prima dell'incidente l'impresa costruttrice non aveva consegnato al comune di omissis alcuna porzione dei lavori oggetto dell'unico appalto concesso per realizzazione della strada e il collaudo dell'opera non era stato ancora effettuato, essendo il collaudo avvenuto solo nel omissis neppure vi era alcun provvedimento del comune di omissis che disponeva l'apertura al pubblico transito della strada medesima, ma il passaggio attraverso l'area di cantiere era possibile soltanto perché necessario per raggiungere due abitazioni, un ufficio ed un esercizio commerciale che si trovavano nelle vicinanze ed era stato consentito e tollerato dall'impresa appaltatrice in quanto rientrante negli obblighi assunti dalla stessa in sede di sottoscrizione del contratto di appalto in forza dell'articolo 41 e 27 del capitolato generale di appalto l'impresa aveva l’obbligo di consentire, durante l'esecuzione delle opere e fino al collaudo, i passaggi pubblici e privati preesistenti all'esecuzione dell'appalto e di curare la sicurezza dell'area di cantiere e pertanto i giudici avrebbero dovuto ritenere l'unica ed esclusiva responsabilità dell'appaltatore, in base al pacifico principio di diritto secondo cui in tema di contratto di appalto vi è autonomia dell'appaltatore nell'organizzazione e nello svolgimento imprenditoriale dell'opera o del servizio alla cui esecuzione si è obbligato e pertanto egli è l'unico responsabile dei danni così cagionati ai terzi, salve le eccezioni individuate dalla giurisprudenza di legittimità che riguardano l'esistenza dell'eventuale culpa in negligendo o di ingerenza del committente che nella specie non ricorrono. La sentenza era erronea anche dove aveva ritenuto un colpevole ritardo nel portare a termine il collaudo, imputabile alla amministrazione, richiamando a fondamento della responsabilità dell'ingegner C. la nota del 19/11/2004 in cui si rimandava espressamente ad un successivo intervento dell'amministrazione, mai posto in essere, per l'apposizione della segnaletica e rilevando che si trattava di elemento che contrassegna nel contempo sia la competenza che la responsabilità dell'ente sul tratto della via aperto alla circolazione . Il richiamo non è centrato in quanto a quella data le opere non erano state ancora completate o collaudate, senza che di tale scansione temporale si potesse far carico al comune di omissis . Rileva ancora il ricorrente che la ritenuta apertura al traffico del tratto di strada è frutto di travisamento del fatto per quanto riguarda l'apprezzamento delle dichiarazioni dei testi V.G. , S.V. , Sa.Gi. e B.R.M. , i quali si erano semplicemente riferiti ad una apertura di fatto del tratto di strada in esame e cioè alla circostanza che l'impresa consentiva per legge e per contratto articolo 16 del capitolato generale di appalto e 41 del capitolato speciale di appalto sin dall'inizio dei lavori il passaggio preesistente per l'accesso a due abitazioni private, ad uffici della DIA e ad un esercizio commerciale, attraverso il transito all'interno del cantiere. Testimonianza B. e transenne. Con un secondo motivo deduce inosservanza del d.p.r. 21 dicembre 1999 n. 554, della legge 11 febbraio 1994 n. 109 e della legge regionale 1 agosto 2002 numero con riferimento alla parte della sentenza impugnata in cui si è ritenuto sussistente una responsabilità dell'ingegner C. per omessa vigilanza riferendola al ruolo di responsabile del procedimento dal medesimo rivestito in forza del combinato disposto del d.p.r. 554 del 99 e della legge regionale numero del 2002. Il ricorrente eccepisce che la normativa vigente nel momento in cui era stato stipulato il contratto, e cioè alla data del 13 giugno 2002, era unicamente il regolamento sui lavori pubblici approvato con regio decreto del 25 maggio 1895 n. infatti il d.p.r. 554 del 92 veniva recepito dalla regione Sicilia con legge regionale numero del 2002, successiva alla data del predetto contratto stipulato appunto il 13 giugno 2002 ne è conferma la circolare interpretativa emessa dall'assessorato regionale dei Lavori Pubblici in data 24 ottobre 2002 che ciò chiariva espressamente rilevando, tra l'altro, che anche per ciò che concerne l'organizzazione della stazione appaltante ed in particolare la figura del responsabile del procedimento, la stessa assumerà i contorni delineati dalla nuova legge solo in relazione agli appalti i cui bandi risulteranno approvati dopo il omissis . Con un terzo motivo deduce erronea applicazione degli articoli 40 e 41 codice penale e 192 del codice di rito per quanto riguarda la valutazione della credibilità delle dichiarazioni rese dall'imputato del medesimo reato P. , costituitosi parte civile, la conseguente esclusione che la condotta del medesimo avesse avuto una rilevanza tale da essere da sola sufficiente a determinare la morte del N. il P. era stato chiamato a rispondere per lo stesso reato, giudicato separatamente e condannato si era inoltre costituito parte civile nel presente procedimento la sua attendibilità avrebbe dovuto essere oggetto di ben più attenta valutazione per l'interesse dal medesimo portato e per la necessità che, anche a voler ritenere possibile una valutazione frazionata delle sue dichiarazioni, sussistessero elementi esterni di riscontro. Il ricorrente sottolinea che le dichiarazioni del P. dovevano ritenersi del tutto inattendibili poiché lo stesso aveva pacificamente dichiarato il falso per quanto riguarda il fatto che il ciclomotore fosse dotato di faro di illuminazione e per le discrepanze riscontrate con la testimonianza B. . Dunque il percorso che il ciclomotore aveva effettuato non poteva essere quello ricostruito dai giudici di merito con riferimento alla testimonianza del medesimo P. . Avrebbe dovuto prendersi atto che la corretta ricostruzione dell'incidente era quella operata dal consulente di parte, professor T. , secondo cui i due giovani a bordo del motociclo provenivano proprio dalla via omissis , avendo superato volontariamente e consapevolmente il primo sbarramento costituito da dissuasori in cemento non perfettamente allineati e proseguendo fino all'urto con il secondo dissuasore tale ricostruzione era sicuramente più idonea a dare atto della velocità del ciclomotore al momento dell'urto, tale da spostare una barriera inoltre era stata dimostrata la condotta palesemente colposa di P.S. , il quale conduceva un motociclo di cilindrata 50 cc con a bordo un passeggero, in violazione dell'articolo 170 comma due del codice della strada non avendo raggiunto la maggiore età , all'interno di un'area di cantiere chiusa al traffico, dopo essersi volontariamente introdotto all'interno della stessa superando i dissuasori in cemento posti a delimitazione. La condotta così descritta del P. era tale da costituire una causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l'evento ai sensi dell'articolo 41 codice penale con interruzione del nesso di causalità tra la condotta omissiva contestata all'ingegner C. e l'evento. Da ultimo lamenta violazione degli articoli 69, 114, e 133 del codice penale laddove la corte d'appello ha ritenuto non concedibile al ricorrente l'attenuante di cui all'articolo 114, motivando sul ruolo sicuramente nevralgico e non secondario svolto dall'imputato, che risulta parte in causa in tutti i momenti in cui si sono realizzati i lavori. Laddove si consideri la semplice contestazione di omessa vigilanza, a fronte dei concreti obblighi di attivarsi che sono stati riconosciuti sussistenti in capo alla direzione dei lavori e all'impresa, non è dato comprendere in cosa consista l'asserito ruolo nevralgico svolto dall'ingegner C. . Avrebbero dovuto essere riconosciute prevalenti le già concesse attenuanti generiche e la pena avrebbe dovuto essere più mitemente determinata. Con successiva memoria l'avvocato Monaco illustra ulteriormente i motivi dedotti. Considerato in diritto 1. I ricorsi non meritano accoglimento risultando correttamente apprezzate e motivate le responsabilità degli imputati. Giova premettere, per il corretto inquadramento giuridico della posizione dei ricorrenti, un breve cenno che precisi la situazione di fatto in cui si è verificato l'incidente. È stato definitivamente accertato dai giudici di merito, avendo la corte d'appello fornito puntuale e precisa risposta ai punti che ancora con l'atto di appello le parti avevano evidenziato in ordine alla ricostruzione degli elementi fattuali rilevanti ai fini dell'apprezzamento della fattispecie, che l'incidente si è verificato in una strada aperta al pubblico, e precisamente in un tratto intermedio di Via aperto al libero accesso e circolazione dei veicoli per circa 100 m, delimitato dalle due parti, rispetto alla prosecuzione della strada, da blocchi di calcestruzzo destinati ad impedire l'accesso dei veicoli blocchi che, originariamente posizionati sul lato più stretto e quindi destinati a sporgere da terra per un'altezza di circa 45 cm, erano però caduti e non ripristinati, e dunque sporgevano da terra di soli 25 cm. non vi era illuminazione alcuna e l'incidente si è verificato verso le ore 22,30 in una situazione di buio totale secondo la dettagliata ricostruzione effettuata dalla corte di appello, il ciclomotore condotto dal P. , privo del faro di illuminazione, proveniva dalla via omissis , immettendosi sulla via fino ad impattare con il blocco di cemento di cui si è detto, irrilevante essendo che il ciclomotore stesso avesse proseguito dopo aver effettuata la curva ad U che portava al punto dell'incidente ovvero avesse in un primo momento imboccato la strada che portava ad alcuni edifici e stesse tornando indietro in ogni caso si trovava a percorrere una strada, la via , che in quel tratto era aperta alla libera circolazione dei veicoli e dove la presenza dei blocchi di cemento che impedivano di proseguire oltre sulla stessa via, era assolutamente non percepibile e non segnalata. È evidente allora che la responsabilità dell'incidente deve essere addebitata, oltre che allo stesso conducente del ciclomotore la cui posizione, per quanto qui rileva, si valuterà più avanti a chi, avendo l'obbligo di segnalare la grave situazione di pericolo collegata alla presenza dei blocchi di cemento che impedivano la viabilità, tale obbligo non ha adempiuto rimanendo sostanzialmente inerte e consentendo che i blocchi stessi, ormai riversi sul lato più alto, dove i catarinfrangenti o la vernice luminescente potevano segnalarli, fossero diventati praticamente invisibili stante l'assenza dell'illuminazione e la mancanza di ogni altro segnale di pericolo. In tale situazione la difesa degli imputati ha sostenuto ed ancora sostiene, con i motivi sopra ampiamente riferiti, l'assenza di una posizione di garanzia dei propri assistiti, la responsabilità esclusiva l'uno dell'altro ovvero quella del conducente del ciclomotore. Si tratta però di censure che sono prive di pregio, avendo i giudici di merito correttamente inquadrato la responsabilità di entrambi gli imputati nell'ambito dei doveri collegati alle rispettive posizioni funzionali e di fatto. C. era direttore dell'ufficio tecnico del Comune di omissis ed in tale veste, per conto del Comune, aveva stipulato il contratto di appalto per la nuova rete viaria ed era poi intervenuto come dettagliatamente riferito alle pagg. 21 e 22 della sentenza di primo grado nelle varie fasi dei lavori, approvando o concorrendo ad approvare via via ulteriori perizie di variante o di assestamento, fino al definitivo collaudo avvenuto il omissis su suo incarico nella qualità di responsabile del procedimento. Su tali basi correttamente la corte di appello ha ritenuto provata la sua diretta e penetrante ingerenza in ogni fase dei lavori e altresì la consapevolezza della situazione di pericolo, in due occasioni omissis e omissis segnalato dallo stesso appaltatore e della quale lo stesso Comune aveva dimostrato di essere consapevole tanto da impegnarsi con nota del omissis ad interventi per l'apposizione di segnaletica, che in realtà non vennero mai realizzati. In tale veste di responsabile di un servizio che, come è per l'ufficio tecnico di un Comune, si occupa, tra l'altro, della gestione e della manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade di competenza municipale, qualifica cui, per quanto sopra detto, corrispondeva l'effettivo e concreto esercizio dei poteri alla stessa collegati, il C. era certamente titolare di una posizione di garanzia che gli imponeva di farsi carico della sicurezza degli utenti delle strade, secondo il disposto dell'art. 14 del codice della strada, peraltro correttamente già richiamato dai giudici di merito fin dal capo di imputazione, che attribuisce agli enti proprietari specifici compiti di manutenzione delle strade, degli impianti e servizi ad esse relativi e della apposizione di segnaletica. Con riferimento alla qualifica di responsabile del procedimento, cui ha fatto riferimento la Corte di appello, può osservarsi che la stessa è stata richiamata solo ad abundantiam dai giudici sia di primo che di secondo grado, volendo con ciò sottolineare il ruolo attivo assunto dall'ing. C. in relazione al contratto di cui si discute, in relazione al fatto che in tale veste il medesimo risultava aver partecipato ad alcuni specifici atti che si sono inseriti nello sviluppo dell'appalto in questione, come ad esempio nella perizia di variante del OMISSIS e nella disposizione di completamento del omissis , atti successivi alla entrata in vigore della legge regionale e sicuramente significativi in merito al ruolo dal medesimo assunto. Non è dunque possibile contestare, anche sotto questo profilo, che egli avesse l'obbligo di vigilare sul rispetto delle obbligazioni dell'appaltatore e soprattutto di controllare la concreta situazione della zona, al fine di garantire la sicurezza degli utenti, tanto più che lo stesso appaltatore aveva segnalato la pericolosità dello stato di fatto che si era venuto a creare. Quanto a Z.M. , non è contestata la qualifica di amministratore e legale rappresentante della società appaltatrice, per la quale rivestiva altresì la funzione di responsabile della sicurezza, ma la difesa, con il primo motivo, sostiene che poiché la fase di esecuzione dei lavori si era ormai conclusa, essendosi ormai solo in attesa di effettuare il collaudo, gli obblighi elencati dagli artt. 27 e 41 del capitolato di appalto erano ormai venuti meno perché si tratterebbe di obbligazioni collegate alla fase di esecuzione dell'appalto, ed invece sostanzialmente incompatibili con la specifica fase di attesa del collaudo, in cui si è verificato l'incidente. Si tratta di una tesi la cui fragilità appare dalla sua stessa prospettazione, atteso che lo stesso art. 41 prevede espressamente che 'Ma vigilanza e la guardiania del cantiere sia diurna che notturna si estendano anche ai periodi di sospensione dei lavori e a quello intercorrente tra l'ultimazione ed il collaudo, salvo il caso che ovviamente non ricorre dell'anticipata consegna e proprio l'obbligo di vigilanza risulta violato nel caso di specie per non avere lo Z. provveduto, come sopra si è detto, almeno al corretto posizionamento della barriera di calcestruzzo che delimitava il cantiere impedendo l'accesso al tratto di strada ancora chiuso al traffico. Ed in proposito è ancora il caso di chiarire, essendo stata la questione sollevata con il quarto motivo di ricorso, che la colpa di Z. non è quella di aver collocato i dissuasori, attività a cui ovviamente era tenuto, ma quella di non averne curato la manutenzione consentendo che gli stessi, che erano caduti sul lato alto ed erano diventati per come si è detto invisibili, costituissero un grave pericolo per la circolazione. Occorre ora riprendere il discorso sulla situazione del cantiere e delle strade interessate dagli avvenimenti di cui si discute, avendo entrambi i ricorrenti, ovviamente da opposti punti di vista sollevato la questione per addebitare l'uno all'altro la responsabilità in particolare secondo C. si trattava di un'area di cantiere affidata alla esclusiva responsabilità dell'appaltatore, mai, neppure in parte, dallo stesso riconsegnata e sulla quale dunque tutti i doveri di manutenzione e vigilanza dovevano essere esercitati dallo stesso appaltatore, obbligato soltanto, per contratto, a consentire ai terzi i passaggi pubblici e privati preesistenti, garantendo la sicurezza dell'area viceversa rileva la difesa di Z. che non è possibile considerare un'area allo stesso tempo strada pubblica aperta al pubblico e cantiere, esattamente ciò che avrebbe fatto la sentenza che, nell'affermare la responsabilità dell'imputato C. , qualifica la strada dove è avvenuto l'incidente come strada aperta al pubblico transito e, quindi, nella piena gestione del comune di OMISSIS , mentre, nel momento in cui si è trattato di affermare la responsabilità di Z. , ha qualificato questo tratto di strada quale cantiere, invocando, pertanto, gli articoli 27 e 41 del capitolato speciale di appalto. Tali argomenti evidenziano come allorché un incidente si verifica in un cantiere stradale, si pone il problema di chiarire i rapporti e i limiti della responsabilità dell'ente proprietario della strada appaltante e dell'appaltatore sia in relazione agli obblighi che il codice della strada pone a loro carico rispettivamente all'art. 14 per l'ente proprietario e all'articolo per chi esegue i lavori, sia in relazione al contratto tra gli stessi intervenuti e ad eventuali pattuizioni particolari convenute dalle parti. Osserva al riguardo il Collegio, che, come peraltro hanno già perspicuamente rilevato i giudici di primo e di secondo grado, non vi è alcuna incompatibilità tra i due termini sopra richiamati, area di cantiere e strada aperta al pubblico, atteso che vale al riguardo il principio ben articolato dalla giurisprudenza civile Sez. III civ. numero del 2012 Rv. 623374 e n. 12425 del 2008, Rv. 603160 , peraltro dai giudici di merito espressamente richiamato, secondo cui in tema di danni determinati dall'esistenza di un cantiere stradale, qualora l'area di cantiere risulti completamente enucleata, delimitata ed affidata all'esclusiva custodia dell'appaltatore, con conseguente assoluto divieto su di essa del traffico veicolare e pedonale, dei danni subiti all'interno di questa area risponde esclusivamente l'appaltatore, che ne è l'unico custode. Allorquando, invece, l'area su cui vengono eseguiti i lavori e insiste il cantiere risulti ancora adibita al traffico e, quindi, utilizzata a fini di circolazione, denotando questa situazione la conservazione della custodia da parte dell'ente titolare della strada, sia pure insieme all'appaltatore, consegue che la responsabilità ai sensi dell'art. 2051 c.c, sussiste sia a carico dell'appaltatore che dell'ente, salva l'eventuale azione di regresso di quest'ultimo nei confronti del primo a norma dei comuni principi sulla responsabilità solidale. Venendo al caso di specie, è appena il caso di sottolineare come la stessa riconosciuta esistenza di specifiche disposizioni del capitolato di appalto che imponevano all'impresa l'obbligo di consentire, durante l'esecuzione dei lavori e fino al collaudo, i passaggi preesistenti per garantire, come si è detto, l'accesso ad alcuni edifici che diversamente sarebbero rimasti interclusi dimostra a tutta evidenza la esistenza di una situazione in cui - stante la perdurante destinazione della zona di cantiere, almeno in parte anche al traffico veicolare - il Comune rimaneva investito della posizione di garanzia derivante dalla proprietà della strada e dalla destinazione di essa al pubblico uso che comporta il dovere per l'ente di far si che quell'uso si svolga senza pericolo per gli utenti. Posizione di garanzia dunque a tutela della collettività, direttamente derivante dalle norme del codice della strada art. 14 , così come quella, parallela, a carico dell'appaltatore, anch'essa riconducibile, come già si è rilevato, al codice della strada art. 21 e pertanto a tutela proprio dell'incolumità dei terzi utenti della strada che, esattamente come avvenuto nel caso di cui ci si occupa, potessero subire le conseguenze di una situazione di pericolo non debitamente gestita. Né risulta, o viene specificamente invocato, che esistessero pattuizioni tali da far ritenere che ogni obbligo di sorveglianza fosse stato trasferito all'impresa dello Z. , atteso che le norme rilevanti a questo fine, artt. 27 e 41 del capitolato speciale di appalto, a vario titolo invocate da entrambi i ricorrenti e riportate nella sentenza di primo e secondo grado, dimostrano esattamente il contrario esse fanno riferimento ad obblighi dell'impresa di provvedere alla formazione del cantiere, alla attività di recinzione e protezione mantenendo la continuità delle comunicazioni già esistenti, alla installazione di tabelle e segnali luminosi , ma specificano che l'appaltatore avrebbe comunque dovuto dare esecuzione a tutti i provvedimenti che la Direzione dei lavori avesse ritenuto indispensabile per garantire la sicurezza delle persone e dei veicoli e la continuità del traffico. È evidente da tale disposizione che lo stesso committente Comune di omissis riservava a sé medesimo, per il tramite del Direttore dei lavori, il controllo sulla sicurezza della circolazione e la disciplina del traffico. E ciò a prescindere dalla circostanza che i direttori dei lavori non siano stati ritenuti responsabili, questione su cui non compete a questa Corte alcuna valutazione. Così chiariti i termini della responsabilità di C. e Z. , restano da valutare le questioni che i medesimi hanno sollevato circa la posizione del P. . In primo luogo quella della valutazione della deposizione resa dal medesimo circa la strada che aveva percorso. A fronte dei rilievi formulati al riguardo, in particolare dalla difesa dell'imputato C. , può osservarsi che trattasi di questione sulla quale la Corte di appello ha svolto osservazioni puntuali e congruenti, con un approfondito esame del percorso che il medesimo dichiarava di avere effettuato, confrontato con quanto risultante dalle altre testimonianze e consulenze e dalle rilevazioni effettuate durante le indagini solo all'esito di tale complessa valutazione la Corte di appello ha ritenuto di poter affermare con piena certezza che il medesimo proveniva da una strada liberamente accessibile al traffico, ed ha escluso che avesse incontrato barriere sul suo percorso tale compiuto approdo valutativo e motivazionale non merita censura avendo la Corte di appello indicato puntualmente le ragioni che inducevano a ritenere veritiera in tale parte la deposizione del ragazzo, confermata dalla consulenza tecnica di ufficio, fornendo puntuale risposta a tutti i dubbi avanzati dai consulenti della difesa, privi di effettiva consistenza a riscontro della genuinità della deposizione del P. sulla strada da lui seguita e sulla assenza di transenne, la corte ha richiamato le deposizioni del vigile urbano e dei dipendenti comunali che avevano dichiarato che il tratto di strada era stato sempre aperto al pubblico ed ha rilevato che l'affermazione del teste B. sulla presenza di transenne risultava smentita dal fatto che la circostanza non era stata accertata nei sopraluoghi effettuati subito dopo l'incidente. Ed ha altresì aggiunto che doveva riferirsi ad un comprensibile desiderio di sminuire la propria responsabilità il fatto che il giovane, pur essendo già stata emessa a suo carico dal tribunale per i minorenni sentenza di condanna anche a suo carico, avesse continuato ad affermare che il faro del ciclomotore era funzionante, circostanza invece esclusa nel corso del processo. Neppure può ritenersi che il comportamento, certamente imprudente e concausale del giovane come riconosciuto dalla sentenza di condanna a suo carico abbia avuto effetto interattivo sul nesso di causalità. Deve infatti escludersi che il P. abbia volontariamente superato un qualche tipo di sbarramento che segnalava la presenza di una strada chiusa al traffico, essendo rimasta esclusa, per quanto sopra detto circa la corretta ricostruzione dei fatti da parte dei giudici di merito, la presenza di transenne sul percorso dal medesimo seguito neppure può ritenersi che egli abbia ignorato un qualche segnale di pericolo, atteso che nessun segnale di tal tipo era stato collocato. Il suo comportamento dunque non si è volontariamente sovrapposto a quello degli attuali ricorrenti, nel qual caso potrebbe ritenersi l'interruzione del nesso causale, ma si è inserito, colposamente, in un contesto rappresentato dalla situazione di grave pericolosità, sopra evidenziata. Il fatto che procedeva senza faro e senza casco connotano una sicura colpa ed hanno evidentemente contribuito a determinare l'urto con l'ostacolo che gli si era parato davanti. Ma correttamente è stato ritenuto che tali circostanze non siano state eventi interruttivi del nesso di causalità, e ciò essenzialmente per l'ovvio rilievo che ove la strada non fosse stata sbarrata dai blocchi di cemento impropriamente collocati, le due circostanze di cui sopra, riferibili al comportamento del P. , non avrebbero avuto alcuna possibilità di cagionare l'incidente. Così come è altrettanto evidente che senza l'imprudenza del P. l'urto si sarebbe potuto evitare. Si tratta dunque di un tipico caso di concorso di cause di cui quella costituita dalla condotta di guida del P. , se pure sopravvenuta, non può ritenersi abnorme o imprevedibile atteso che deve ritenersi sempre prevedibile la possibilità che gli utenti della strada non rispettino le norme stabilite dal codice della strada. Resta da esaminare il motivo di C. relativo alla mancata concessione dell'attenuante prevista dall'art. 114 cod.pen. e della determinazione della pena, che risulta inammissibile a fronte della motivazione resa dalla corte di appello circa il ruolo nevralgico e non secondario avuto dal C. in tutta la gestione dell'appalto e durante lo svolgimento dei lavori e circa l'assenza di valide ragioni per un più favorevole trattamento sanzionatorio. 2. In conclusione i ricorsi devono essere rigettati e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali nonché, in solido tra loro, alla rifusione in favore delle costituite parti civili delle spese di questo giudizio che liquida in Euro 2500,00 oltre IVA e CPA nelle misure di legge. P.Q.M. Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali nonché, in solido tra loro, alla rifusione in favore delle costituite parti civili delle spese di questo giudizio che liquida in Euro 2500,00 oltre IVA e CPA nelle misure di legge.