Avvocati, mai fregiarsi del titolo di ex giudice (anche se onorario)

Sanzioni disciplinari per i legali che inseriscono sulla carta intestata incarichi e riconoscimenti che nulla hanno a che vedere con la professione

Scattano sanzioni disciplinari per i difensori che si fregiano titoli che nulla hanno a che vedere con l'esercizio della loro professione. È quanto emerge dalla sentenza 486/06 delle Sezioni unite civili della Cassazione, depositata il 13 gennaio scorso e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. In particolare, i Supremi giudici hanno affermato che il possesso del titolo di giudice onorario non è compreso tra i dati che l'articolo 17, comma secondo, lettera a , del Codice deontologico forense consente all'avvocato d'inserire nella carta intestata utilizzata per lo svolgimento dell'attività professionale, trattandosi di un'informazione che non attiene alla professione di avvocato, ma all'esercizio di un'attività profondamente diversa, tanto da risultare incompatibile nel medesimo ambito territoriale . In altre parole, una tale notizia, riguardando l'appartenenza - sia pure temporanea - ad un ordine che ha un ruolo e compiti istituzionali sicuramente diversi rispetto a quelli che svolge l'avvocatura, ed aggiungendo un quid pluris alla posizione di chi la comunica, costituisce illecito disciplinare, in quanto contrasta con la ratio della disposizione citata. La norma di cui all'articolo 17, infatti, è diretta ad evitare che informazioni non attinenti alla professione di avvocato possano alterare i limiti di una concorrenza che deve svolgersi secondo regole ben precise, poste a garanzia della par condicio tra i professionisti. In giurisprudenza non sussistono precedenti in termini.

Cassazione - Su civili - sentenza 17 novembre 2005 - 13 gennaio 2006, n. 486 Presidente Nicastro - relatore Falcone Svolgimento del processo L'avv. Mariarosa Porfilio è stata sottoposta a procedimento disciplinare dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Trani per avere inserito nella carta stampata, utilizzata nell'esercizio della attività professionale, il titolo di Giudice onorario del Tribunale di Brindisi . Il Consiglio ha inflitto la sanzione della censura e la decisione è stata confermata dal Consiglio Nazionale Forense, che ha ritenuto che l'indicazione di svolgere funzioni di giudice onorario non rientra nelle informazioni che è consentito dare dall'avvocato ai sensi dei primo e del secondo comma dell'articolo 17 del codice deontologico forense e che la funzione di magistrato onorario è estranea all'esercizio della professione di avvocato ed è disciplinata dall'ordinamento giudiziario e non dall'ordinamento forense. Avverso questa decisione ha proposto ricorso l'avv. Porfilio. Il Consiglio dell'Ordine non ha svolto attività difensive in questa sede. Motivi della decisione Con il primo motivo la ricorrente ha dedotto violazione di legge e/o falsa applicazione di norme di diritto in riferimento agli articoli 3 e 17 codice deontologico forense sul presupposto che è errato sostenere che le funzioni di giudice onorario sono estranee alla professione di avvocato, sia perché l'esercizio di questa professione è titolo di preferenza per la nomina dei magistrati onorari, e sia perché al magistrato onorario è rìservato un trattamento economico soggetto a fatturazione, essendo nella funzione prevalente la componente professionale dell'avvocato. Ha aggiunto che l'informazione per cui è causa non è tra quelle vietate e che essa non può essere ritenuta illecita per il solo fatto dì non essere prevista tra quelle consentite. Ha evidenziato la mancanza nella decisione impugnata di una indagine intesa a stabilire l'esistenza dell'elemento soggettivo. Ritiene la Corte che la censura è infondata. La norma che occorre esaminare è quella contenuta nell'articolo 17, II, lett. A, del codice deontologico che è del seguente tenore Sono consentiti e possono essere indicati ì seguenti dati I dati personali necessari nomi, indirizzi, anche web, numeri di telefono e fax e indirizzi dì posta elettronica, dati di nascita e di formazione del professionista, fotografie, lingue conosciute, articoli e libri pubblicati, attività didattica, onorificenze, e quant'altro relativo alla persona, limitatamente a ciò che attiene all'attività professionale esercitata . La lettera della norma induce a ritenere che la qualità di giudice onorario di un tribunale non è sicuramente una qualità della persona che attiene all'attività professionale dì avvocato esercitata. L'attività dell'avvocato è disciplinata dal Rd 1578/33 e si distingue ontologicamente da quella del giudice onorario, che è disciplinata dagli articoli 42 septies e seguenti del Rd 12/1941, contenente l'ordinamento giudiziario. L'articolo 42 septies citato significativamente stabilisce che il giudice onorario di tribunale è tenuto all'osservanza dei doveri previsti per i magistrati ordinari, in quanto compatibili , mentre l'articolo 42 quater, comma 2, del decreto sancisce l'ncompatibilità tra l'attività di giudice onorario e quella di avvocato nell'ambito del circondario nel quale si svolge il ruolo di giudice onorario. Queste norme dimostrano, se ve ne fosse bisogno, che le due attività sono profondamente diverse tra loro tanto da essere incompatibili in uno stesso ambito territoriale. La conclusione. allora, deve essere nel senso che l'informazione che l'avvocato dà in ordine alla attività di giudice onorario non attiene alla professione di avvocato, ma attiene alla qualità di giudice onorario, e cioè di un organo che - sia pure temporaneamente - appartiene alla giurisdizione. La ratio della norma deontologica qui esaminata, la cui lettera fornisce già una risposta esaustiva, conferma che alla base del principio che legittima soltanto le informazioni che attengono alla professione di avvocato c'è la giusta preoccupazione che notizie di altro genere possano alterare i limiti di una concorrenza che deve svolgersi secondo regole molto precise, poste a garanzia della par condicio. Una informazione che esplicita per quel soggetto lo svolgimento di una attività di giudice, pur se onorario, indicando una appartenenza ad un ordine che ha un ruolo e compiti istituzionali, sicuramente diversi rispetto a quelli che svolge l'avvocatura, aggiunge oggettivamente, nella posizione dì chi comunica quella informazione, un elemento in più idoneo a violare in astratto quella par cond cio. Anche la censura relativa alla pretesa mancata indagine in ordine all'elemento psicologico non è fondata poiché il Consiglio Nazionale Forense ha esaminato questo profilo ed ha formulato una valutazione di fatto, congruamente motivata, e quindi non censurabile in sede di legittimità. Con il secondo motivo la ricorrente ha dedotto nullità della sentenza ex articolo 161, comma 2, Cpc per violazione dell'articolo 132, comma 2, sub numero in combinato disposto con l'articolo 64 Rd 37/1934 perché la decisione a lei notificata è siglata nei primi tre fogli, mentre al quarto foglio non vi è né alcuna sigla, né la firma di segretario e presidente, bensì solo l'indicazione delle firme f.to . Ritiene la Corte che. la censura è infondata poiché nell'ultima pagina della sentenza, c'è l'attestazione di conformità della copia all'originale da parte del Consigliere Segretario, e poiché quella pagina viene data per firmata sia da parte del Presidente avv. Piero Alpa e sia da parte del Segretario avv. Ubaldo Perfetti. E questo è sufficiente per ritenere che l'originale della decisione è stato firmato. Con il terzo motivo l'avv. Porfilio ha denunciato eccesso di potere e/o omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia in quanto il Consiglio Nazionale Forense non ha preso in esame tutti i rilievi mossi negli scritti difensivi. Questa censura, per la sua estrema genericità, contrasta con il principio di autosufficienza del ricorso ed è quindi inammissibile. Nulla va disposto per le spese non avendo il Consiglio dell'Ordine svolto attività difensive in questa sede. PQM Rigetta il ricorso.