Processo Imi-Sir, ecco perché Previti è un corruttore ma Squillante ha preso i soldi come privato cittadino

La motivazione integrale della sentenza che ha messo la parola fine quasi al più contestato processo della storia recente

A distanza di cinque mesi precisi dalla lunga camera di consiglio del quattro maggio scorso con cui la Cassazione ha messo la parola fine sul processo Imi-Sir con un verdetto di condanna a sei anni per l'ex ministro della Difesa, Cesare Previti, e di assoluzione invece per l'ex capo dei Gip della capitale Renato Squillante, la sesta sezione penale di piazza Cavour ha depositato le motivazione della sentenza ricostruendo, in 192 pagine vergate dal relatore Nicola Milo, il complicato mosaico giudiziario del più grave processo per corruzione della storia d'Italia. La vicenda Imi-Sir. Per comprendere fino in fondo la vicenda - si legge nella sentenza 33435/06 depositata ieri e qui leggibile in formato Pdf - è opportuno fare un passo indietro il caso giudiziario Imi-Sir comincia l'11 marzo 1982 quando Nino Rovelli cita davanti al Tribunale di Roma l'Istituto mobiliare italiano con l'accusa di non aver adempiuto agli impegni di una convenzione sottoscritta nel 1979 che prevedeva il risanamento del gruppo chimico Sir-Rumianca per circa 500 miliardi di lire. Nel 1986 il collegio capitolino condanna l'Imi al risarcimento dei danni subiti da Rovelli. Nel 1990 la Corte d'appello conferma la sentenza e nel dicembre, sempre di quell'anno, Nino Rovelli muore lasciando alla vedova e ai figli la richiesta di risarcimento arrivata a circa 800 miliardi di lire. Dopo tre anni arriva anche il verdetto della Cassazione nel 1993, infatti, la Suprema corte emette una sentenza che dà ragione ai Rovelli ed a gennaio del 1994 l'Imi versa agli eredi 980 miliardi, 300 dei quali finiscono nelle casse dell'Erario. Secondo la Procura di Milano - che ha iniziato ad indagare sulla vicenda - la causa sarebbe stata aggiustata grazie all'intervento, nei confronti dei giudici Squillante, Metta e Verde, degli avvocati Previti, Pacifico e Acampora dietro un compenso, da parte dei Rovelli, di circa 67 miliardi di lire. Il 29 aprile 2003 arrivano le prime condanne per corruzione in particolare, undici anni a Previti e otto anni e sei mesi a Squillante. Nelle motivazione della sentenza i giudici della quarta sezione del Tribunale di Milano parlano di rapporti inconfessabili tra i magistrati e un gruppo di avvocati d'affari , mentre definirono la causa civile Imi-Sir tutta frutto di una corruzione devastante . In appello, però, gli imputati ebbero una consistente riduzione di pena in particolare, sette anni furono inflitti a Previti e cinque a Squillante. Anche in quell'occasione i giudici d'appello sottolineano l'eccezionale gravità dei fatti e rilevarono un danno rilevantissimo in relazione alla causa Imi-Sir. La sentenza 33435/06 della Cassazione. Sei anni all'esponente di Forza Italia, Cesare Previti, assoluzione per Renato Squillante, ex presidente dell'ufficio Gip di Roma questo il verdetto finale degli ermellini sul processo Imi-Sir. Vediamo ora le motivazioni delle decisone in relazione ai due condannati Squillante. L'addebito mosso allo Squillante e agli altri concorrenti necessari, per come ricostruito dal giudice di merito, non è inquadrabile nel paradigma della corruzione propria antecedente in atti giudiziari, che vede lo Squillante nella veste di corrotto. L'attività di intermediazione posta in essere dallo Squillante tra Rovelli Felice e Berlinguer Francesco, perché quest'ultimo - a sua volta - contattasse un giudice della Corte di cassazione del quale era amico per segnalare la nota causa, certamente non è riconducibile all'esercizio delle funzioni pubbliche proprie della sfera di attribuzioni dello stesso Squillante, presidente dell'Ufficio Gip del Tribunale di Roma, ufficio che, per struttura, organizzazione e competenza, ha una sua ben precisa individualità ed autonomia, nulla ha a che vedere con la Corte di cassazione e non dispone di settori operativi che, in una qualche maniera, possano influire sulle decisioni civili della Suprema corte. In sostanza, l'intervento dello Squillante, certamente non in linea con i doveri deontologici di un magistrato, è equiparabile a quello che avrebbe potuto spiegare un qualsiasi altro privato, non investito di funzioni pubbliche e che si avvale unicamente della forza carismatica della sua persona. E lo Squillante aveva fatto leva proprio sul prestigio e sull'autorevolezza che gli derivavano dalla sua posizione sociale, per confidare nella disponibilità del destinatario della segnalazione e, magari, nel buon esito della stessa. È di palese evidenza che, in quanto accertato in sede di merito, non viene in gioco la funzione giudiziaria dello Squillante sotto alcun profilo, né come coinvolgimento diretto né come concreta possibilità di incidere, strumentalizzando le sue attribuzioni istituzionali, sulle determinazioni di altri magistrati del suo ufficio, alla cui sfera di competenza la controversia civile Imi/Sir era assolutamente estranea. Ciò che la sentenza impugnata, a prescindere dalle già rilevate incongruenze logiche in cui incorre, suggestivamente enfatizza, per giustificare la conclusione alla quale perviene, è la venalità della carica, l'avere cioè lo Squillante fatto leva sull'autorevolezza connessa al suo status di alto magistrato, per assicurare il suo intervento, retribuito, a favore dei Rovelli nel giudizio di legittimità. Ma la mera venalità della carica, disgiunta dal mercimonio dell'attività funzionale, non integra - per deficit di tipicità - la corruzione, che sanziona, invece, l'accettare la promessa o il ricevere denaro al fine di compiere un atto contrario ai doveri di ufficio connessi alla funzione e non alla qualità. L'interferenza addebitata allo Squillante, in quanto non diretta nell'ambito del suo ufficio, ma indirizzata verso l'esterno giudici della Cassazione , non ha alcun collegamento con l'attività funzionale del pubblico ufficiale, limitatosi a sfruttare rapporti interpersonali privati e ad agire quindi non da intraneus. Sintomatico è il fatto che l'imputato non contattò direttamente il magistrato componente il collegio giudicante della Cassazione, ma si limitò a sollecitare la mediazione dell'amico Berlinguer, che quel magistrato conosceva. Ma anche se avesse instaurato un diretto contatto con quest'ultimo, la conclusine non sarebbe diversa, considerato che avrebbe agito a titolo personale e da extraneus e mai avrebbe potuto fare valere i suoi poteri istituzionali, stante l'appartenenza di quel magistrato ad altro ufficio. L'interferenza, in tanto può assumere rilievo ai fini della corruzione passiva, in quanto va ad influire sulla sequenza procedimentale che sfocia nell'adozione di un atto rientrante nella competenza dell'ufficio al quale appartiene l'agente . Previti. Il coinvolgimento del Previti, col ruolo di difensore occulto , nella vicenda e quindi il suo concorso nella corruzione del giudice Metta, passaggio centrale e decisivo del piano delittuoso studiato e concordato con Rovelli Nino, trova, secondo la sentenza in verifica, il suo riscontro oggettivo, al di là di quanto innanzi precisato circa lo stretto rapporto interpersonale che legava il professionista al giudice, in tre dati ben precisi a subito dopo la morte di Nino Rovelli, il Previti, al pari di quanto avevano fatto il Pacifico e l'Acampora, aveva incontrato, lo si è già precisato, Felice Rovelli per rivendicare sulla parola il suo credito , ricevendo l'assicurazione che sarebbe stato soddisfatto al momento della definizione della vertenza contro l'Imi, il che era chiaramente sintomatico - per così dire - di una sorta di linea di continuità che l'imputato aveva voluto affermare tra quanto concordato con il defunto e conseguito sino a quel momento dalla Sir era stata già emessa la sentenza Metta e quanto era nelle sue aspettative in dipendenza del pregresso accorso stipulato b il bonifico di ben 18.000.000 CHF in favore del Previsti, in quanto in stretta successione cronologica alla provvista che al Rovelli era rivenuta dalla esecuzione della favorevole sentenza pronunciata all'esito della nota controversia civile, altro non poteva rappresentare che il corrispettivo pattuito per la occulta e non certo limpida prestazione offerta nella vicenda Imi/Sir, al di fuori della normale attività professionale di assistenza legale, compito quest'ultimo affidato ad altri professionisti formalmente ed ufficialmente nominati c le giustificazioni reticenti, contraddittorie e manifestamente inverosimili offerte in progressione dall'imputato in ordine alla causale del detto bonifico non svilivano, ma confermavano la valenza probatoria del dato oggettivo di cui al punto che precede. In sostanza, il ruolo di intermediario-corruttore svolto dal Previsti emerge, secondo i giudici di merito, in maniera eclatante, proprio dalla constatazione che lo stesso aveva agito in perfetta sintonia col Pacifico, il suggeritore della sentenza Metta , per rivendicare ed ottenere concretamente da Felice Rovelli il compenso miliardario connesso alla definizione della controversia civile, il che, sul piano logico, portava imprescindibilmente a ritenere che con il Pacifico oltre che con l'Acampora aveva condiviso, ed in esse aveva concorso, tutte quelle sotterranee iniziative spiegate a margine dell'attività giudiziaria ufficiale e sollecitate da Nino Rovelli, nella prospettiva di conseguire, ricorrendo ad ogni mezzo, il risultato desiderato e tra tali iniziative, rilievo centrale assumeva proprio la provata corruzione del Metta .

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