Il voto di scambio con la mafia è reato di pericolo

Non è necessario dimostrare nei fatti la pressione sulla volontà degli elettori e può essere contestato non solo al candidato ma anche a chi agisce in suo favore

Articoli 416ter del Codice penale e 97 del Dpr 361/57, due strumenti differenti ma entrambi validi a contrastare l'infiltrazione della mafia nelle campagne elettorali. Il reato elettorale previsto dall'articolo 97, hanno detto i giudici di Piazza Cavour, è posto a tutela del regolare e democratico svolgimento delle campagne elettorali e sanziona ogni comportamento che realizzi o possa realizzare una forma di pressione sulla libera determinazione della volontà degli elettori. In sostanza, ha natura di reato di pericolo e si realizza con la mera messa in pericolo del bene tutelato. È poi un reato comune e non proprio e può essere commesso da chiunque, sia dal candidato che da altri soggetti che agiscano in suo favore, che ne rispondono a titolo di concorso ai sensi dell'articolo 110 Cp. Invece, ai fini della configurabilità del reato di scambio elettorale politico-mafioso 416ter Cp è necessaria oltre all'elargizione di denaro a un soggetto aderente a consorteria di tipo mafioso in cambio dell'appoggio elettorale, anche che il soggetto stesso faccia ricorso all'intimidazione ovvero alla prevaricazione mafiosa con le modalità precisate nel comma 3 dell'articolo 416bis Cp cui l'articolo 416ter fa esplicito richiamo , per impedire ovvero ostacolare il libero esercizio del voto e falsare il risultato elettorale . Ne consegue, che il reato di cui all'articolo 416ter Cp si differenzia da quello di cui all'articolo 97 Dpr 561/97 per la necessità, nel primo e non anche nel secondo, della dazione di una somma di denaro e di una modalità di esercizio della pressione in forma diretta. Per la Cassazione, insomma, il reato di scambio elettorale politico-mafioso non può essere ritenuta un doppione di quello elettorale. Non solo, per la sussistenza di quest'ultimo non è necessaria la prova dell'effettiva coartazione della volontà dell'elettore e della dazione di somme di denaro . È quanto emerge dalla sentenza 39554/05 - depositata lo scorso 28 ottobre e qui leggibile tra gli allegati - con cui la terza sezione penale del Palazzaccio si è occupata di una fattispecie in cui era stata ipotizzata una illecita pressione sul corpo elettorale, in occasione delle elezioni alla Camera dei Deputati e al Senato del 1992, esercitata mediante l'intervento di un'organizzazione mafiosa.

Cassazione - Sezione terza penale - sentenza 23 settembre-28 ottobre 2005, n. 39554 Presidente Lupo - Relatore De Maio Motivazione Luigi Foti e Gaetano Bandiera furono rinviati al giudizio del Tribunale di Siracusa perché rispondessero entrambi del delitto di cui all'articolo 97 Dpr 361/57 il Foti, perché candidato nelle liste della Democrazia Cristiana alle elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati del 1992, al fine di ottenere a proprio vantaggio voti elettorali, versava denaro al gruppo criminale di stampo mafioso capeggiato da Urso Agostino, consegnando la somma di lire 100.000.000 a Capodicasa Giovanni, affiliato all'associazione mafiosa dell'Urso, in tal modo agevolando economicamente la predetta associazione a delinquere in conseguenza di tale condotta venendo svolta la campagna elettorale, almeno in parte, da soggetti appartenenti ad associazione per delinquere di stampo mafioso, diminuiva la libertà degli elettori del proprio collegio, perché esercitava pressioni anche in modo indiretto, nei confronti degli stessi per convincerli a votare a proprio favore, con l'aggravante di cui all'articolo 7 Dl 152/91 per aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416bis Cp e al fine di agevolare l'attività della predetta associazione, in Siracusa, in epoca antecedente e prossima all'aprile 1992 il Bandiera, perché, essendo candidato per il rinnovo del Senato della Repubblica del 1992, alfine di ottenere voti elettorali a vantaggio del proprio partito e della propria corrente, versava denaro al gruppo criminale di stampo mafioso capeggiato da Urso Agostino, consegnando personalmente la somma di lire 150.000. 000 a Di Paola Ernando, affiliato all'associazione mafiosa dell'Urso, in tal modo agevolando la predetta associazione a delinquere in conseguenza di tale condotta venendo svolta la campagna elettorale, almeno in parte, da soggetti appartenenti ad associazioni per delinquere di stampo mafioso, diminuiva la libertà degli elettori del proprio collegio, perché esercitava pressioni, anche in modo indiretto, nei confronti degli stessi per convincerli a votare in proprio favore, con l'aggravante di cui all'articolo 7 Dl 152/91 per aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416bis Cp e alfine di agevolare l'attività della predetta associazione, in Siracusa nel 1992. Con sentenza in data 28 maggio 2004 del menzionato Tribunale, i predetti Foti e Bandiera furono riconosciuti colpevoli del reato loro ascritto e condannati rispettivamente, il Foti, alla pena di anni tre di reclusione e lire 90.000 di multa e il Bandiera alla pena di anni due e mesi sei di reclusione e lire 60.000 di multa. A seguito di impugnazione di entrambi i condannati, la Corte d'appello di Catania, con sentenza in data 28 maggio 2004 in parziale riforma di quella di primo grado, ridusse per entrambi gli imputati le pene inflitte a mesi quattro di reclusione ed euro venti di multa, con il beneficio della sospensione condizionale. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione entrambi gli imputati, deducendo con atti distinti quattro motivi comuni, sostanzialmente identici, ai quali il Bandiera aggiunge un quinto a lui personale. Il Collegio ritiene di dover precisare, prima ancora di procedere all'esame dei motivi di ricorso, che le due sentenze di merito, di primo e di secondo grado, sono state considerate in questa sede come un tutto organico, un prodotto unitario, dal momento che l'affermazione di responsabilità ad opera della sentenza del Tribunale è stata in sostanza confermata da quella di appello e che le due sentenze sono con ogni evidenza basate su criteri omogenei e hanno seguito un apparato logico-argomentativo uniforme sulla possibilità di confluenza delle sentenze conformi di primo e secondo grado in unico prodotto organico, v. tra le molte, Cassazione Sezione terza, 10163/02, Lombardozzi, rv. 221116 . A tale unica risultante e alla relativa valutazione complessiva, quindi, dovrà essere inteso il riferimento che si farà in questa sede al giudici di merito o alle sentenze di merito senza ulteriore precisazione, e cioè quando non sarà richiamata specificamente una delle due sentenze. Con il primo motivo viene censurata, per inosservanza dell'articolo 420 Cpp, l'ordinanza con cui il Tribunale di Siracusa aveva rigettato l'istanza di rinvio per legittimo impedimento presentata per l'udienza del 2 marzo 2000 dal difensore, per l'asserita non tempestività della stessa e per la mancata indicazione delle ragioni dell'impossibilità da parte del difensore stesso di provvedere alla sostituzione i ricorrenti rilevano, tra l'altro, che l'istanza era stata presentata otto giorni prima dell'udienza e che la possibilità di una sostituzione era esclusa dalla natura e complessità dei procedimenti fissati per la medesima data innanzi ad altri giudici. Il motivo è infondato, dovendo ritenersi ineccepibile l'ordinanza sul punto del Tribunale, dal momento che, in base al testuale disposto dell'articolo 486 comma 5 Cpp, ai fini della valutazione del dedotto impedimento sono decisivi i criteri della tempestività dell'istanza e della insostituibilità del difensore nel diverso procedimento. È, infatti, pacifico che, perché l'impegno professionale del difensore possa essere assunto, in forza della norma citata, quale legittimo impedimento che dà luogo ad assoluta impossibilità di comparire, occorre che esso sia non soltanto comunicato tempestivamente, ma documentato anche in riferimento all'essenzialità e non sostituibilità della presenza del difensore in altro processo. Questa Corte fin dalla non recente sentenza Su, 4708/92, Fogliari ha costantemente chiarito che il giudice del processo di cui si chiede il rinvio deve essere in grado di effettuare il bilanciamento tra l'interesse difensivo e l'interesse pubblico all'immediata trattazione del procedimento. Nel caso in esame, quindi, esattamente i giudici hanno rilevato che tale possibilità non esisteva, essendo l'istanza stata presentata solo otto giorni prima della trattazione della causa di cui si chiedeva il rinvio e non essendo stati indicati in modo preciso i motivi della non sostituibilità del difensore nel diverso processo. A fronte di tali rilievi, va ritenuta meramente apodittica, generica e comunque non decisiva l'affermazione del ricorrente che la possibilità di sostituzione era esclusa dalla natura e complessità dei procedimenti fissati per la medesima data innanzi a giudici di differenti sedi territoriali . All'esame dei successivi motivi è necessario premettere brevi cenni sul reato contestato di cui all'articolo 97 Dpr 361/57, che punisce. chiunque usa violenza o minaccia ad un elettore o ad un suo congiunto, per costringere l'elettore a firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura od a votare in favore di una determinata lista o di un determinato candidato, o ad astenersi dal firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura, o dall'esercitare il diritto elettorale o, con notizie da lui conosciute false, con raggiri o artifici, ovvero con qualunque mezzo illecito atto a diminuire la libertà degli elettori, esercita pressione per costringerli a firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura od a votare in favore di determinate liste o di determinati candidati, o ad astenersi dal firmare una dichiarazione di presentazione di candidatura o dall'esercitare il diritto elettorale . Con ogni evidenza, la norma tutela l'interesse al regolare, fisiologico e democratico svolgimento delle campagne elettorali e, di conseguenza, sanziona penalmente tutti quei comportamenti che comunque comportino o possano comportare una forma di pressione sulla libera determinazione della volontà degli elettori. li reato descritto si configura 1 come avente natura di pericolo, per cui deve ritenersi realizzato con la mera messa in pericolo del bene tutelato, senza cioè che sia necessaria una effettiva lesione della libertà dell'elettore o una effettiva alterazione del risultato elettorale 2 come reato comune, e cioè non proprio, che, in quanto tale, può essere commesso come appunto si esprime la norma da chiunque e, in particolare, senza che sia richiesta una partecipazione attiva e diretta all'attività illecita del candidato. In altri termini, soggetti attivi del reato possono essere sia il candidato, sia il soggetto che agisca in favore dello stesso, di guisa che in una fattispecie, come quella in esame, in cui viene ipotizzata una illecita pressione sul corpo elettorale esercitata mediante l'intervento del l'organizzazione mafiosa, la condotta del candidato si configura, a stretto rigore, come un'attività di tipo concorsuale, come tale soggetta, a norma degli articoli 110 e segg. Cp, ai criteri di atipicità e di equivalenza delle cause propri dell'istituto del concorso di persone nel reato. Nel rilevare che non molto ampia è stata fino ad oggi l'elaborazione, soprattutto giurisprudenziale, della figura di reato in esame, va precisato che la formulazione letterale della norma rende chiaro che l'evento giuridico del reato stesso consiste, come sostenuto dal ricorrenti, nell'esercizio di una pressione sugli elettori che tale pressione può essere esercitata in modo diretto, mediante l'uso di violenza o minaccia, ovvero indiretto mediante, in definitiva, l'uso di qualunque mezzo illecito atto a diminuire la libertà degli elettori. Non è richiesto, invece, il versamento di somme di denaro, che tuttavia è ricompresso nel capo di imputazione ma che, quindi, può essere riguardato solo come modalità dell'azione e come indizio, insieme ad altri eventualmente concorrenti, della sussistenza in capo agli imputati dell'elemento soggettivo del reato e/o del concorso morale degli stessi nel reato medesimo. Con il secondo motivo terzo del ricorso del Bandiera si deduce erronea applicazione della norma incriminatrice il teste esaminato articolo 97 Dpr del 1957 , in quanto i giudici di merito avrebbero ritenuto che il reato de quo si perfeziona a prescindere dalle pressioni o minacce, obiettivamente valutabili, sul corpo elettorale e che il pagamento da parte degli imputati di non meglio precisate somme in favore di Urso Agostino fosse sufficiente , pur prescindendo dalla prova di un effettivo intervento da parte degli affiliati al clan sugli elettori . I ricorrenti deducono per contro che è imprescindibile l'accertamento di una effettiva pressione psicologica posta in essere con condotte obiettivamente valutabili e riscontrabili, esigendosi un rapporto personale tra l'agente e gli elettori e che è altresì necessario che la pressione sia seria e concreta . La censura è infondata, pur dovendosi rilevare alcune inesattezze contenute nei passaggi della sentenza impugnata citati dal ricorrenti di quello, in particolare, in cui si afferma che sarebbe peraltro praticamente impossibile dare la prova dell'effettiva pressione esercitata sugli elettori, tenuto conto che il voto è segreto e che l'ordinamento giuridico non consente per nessun motivo di risalire al cittadino che l'ha espresso . Risulta, tuttavia, chiaro, anche alla luce delle precisazioni successivamente fornite dalla sentenza stessa e che qui di seguito saranno richiamate, che si è in presenza di alcune proposizioni imprecise solo parzialmente e comunque senza rilievo nella prospettiva del convincimento dei giudici di merito e della decisione adottata. In effetti, ciò che i giudici di merito hanno ritenuto praticamente impossibile provare non è la effettiva pressione esercitata sugli elettori, bensì le conseguenze concrete di quella pressione, e cioè le reali determinazioni assunte dagli elettori, come è reso palese -si dicevadalle precisazioni immediatamente successive tenuto conto che il voto è segreto e che correttamente non è stata ritenuta necessaria la Prova della effettiva coartazione della volontà déll'elettore . Solo nel limitato senso sopra indicato e, quindi, senza che l'imprecisione abbia avuto riflesso alcuno sulla decisione , può ritenersi con i ricorrenti sesta pag.del ric. Foti e settima del ric. Bandiera che i giudici di merito hanno confuso la pressione sul corpo elettorale elemento costitutivo del reato con il risultato della stessa postfactum non punibile . Risulta, per contro, chiaro che il percorso argomentativo delle sentenze di merito è stato condotto, sul punto in esame, proprio nel senso e nella direzione indicati dai ricorrenti e che, di conseguenza, l'affermazione di responsabilità è stata rispettosa dei connotati della figura delittuosa tracciata dall'articolo 97 Dpr 561/97, il cui elemento obiettivo è costituito, come sopra precisato, per l'appunto dall'illecita pressione sul corpo elettorale. Infatti, i giudici di merito, sulla base dei rilievi esposti nella indicata direzione hanno a ritenuto un dato di fatto acquisito che in effetti venne svolta campagna elettorale da parte dell'organizzazione in favore dei politici che avevano versato il loro per cosi dire contributo pag. 10 sentenza app. b precisato, per l'appunto nella direzione specifica della effettività della pressione sul corpo elettorale, anche le modalità concrete dell'intervento dell'organizzazione a sostegno degli attuali ricorrenti, quali accertate sulla base, in particolare, delle dichiarazioni dei collaboranti Garofalo, Oddo, Sparatore, Vasile e Pattarino. Decisivo, al fine di chiarire il punto messo in discussione, è un passaggio della sentenza di primo grado pag. 31 , secondo cui il clan, in cambio di rilevanti somme di denaro, si era attivato in favore di svariati politici siracusani, tra i quali sia il Foti Luigi che il Bandiera Gaetano, sguinzagliando i propri accoliti in modo da rendere palese a una parte dell'elettorato che il clan mafioso all'epoca dominante in città gradiva che il voto andasse a quei partiti e a quei candidati per cui il clan medesimo si adoperava. Particolarmente illuminanti sono le dette dichiarazioni del Garofalo per far capire con quale sottile e subdolo metodo intimidatorio il clan, senza giungere ad eclatanti manifestazioni di violenza o minaccia, riusciva ad assoggettare al proprio volere una buona parte dell'elettorato che viveva nei quartieri e negli ambienti sociali del clan medesimo più facilmente controllabili si faceva credere all'elettore a cui si era richiesto di votare per un determinato partito o candidato che si sarebbe stati in grado, ad elezione avvenuta, di controllare se effettivamente il voto fosse andato nella direzione voluta dal clan, con ciò rafforzando la valenza intimidatoria di una richiesta proveniente già da pericolosi e tristemente noti criminali . In una siffatta prospettiva, deve, quindi, concludersi che l'impostazione seguita dai giudici di merito è allineata in pieno con l'interpretazione di questa Corte, secondo cui, ai fini della configurabilità del delitto di cui all'articolo 97 Dpr 361/57, costituisce mezzo illecito atto a diminuire la libertà degli elettori -e quindi mezzo di pressione per costringere gli stessi a votare in favore di un determinato candidato - il procurato sostegno alla candidatura da parte di una associazione mafiosa operante nella zona interessata alle elezioni, comunque esso si manifesti pubblicamente ovvero con modalità tali da darne sicura contezza nella specie, attraverso la propaganda elettorale, mediante la presenza del capo dell'associazione o degli associati nei luoghi della campagna elettorale, ovvero dinanzi alle sezioni elettorali nei giorni delle votazioni in forza della capacità di intimidazione dell'associazione, non essendo necessaria l'adozione di mezzi violenti o di specifiche minacce nei confronti dei singoli elettori. Pertanto, i giudici di merito -avendo accertato l'accordo intervenuto tra gli attuali ricorrenti e l'organizzazione criminale e l'effettivo intervento di questa nella campagna elettorale con la conseguente pressione su determinate categorie di elettori - non hanno affatto operato quella illegittima anticipazione della soglia di punibilità al mero contatto tra gli imputati e l'Urso , di cui parlano i ricorrenti settima pag. ric. Foti e che è, invece, propria dei reati, solo successivamente ai fatti di causa introdotti dal legislatore del 1992, di cui all'articolo 416 comma Cp associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al controllo del libero esercizio del diritto di voto e 416ter Cp scambio elettorale politico-mafioso , in relazione al quale ultimo è utile precisarne la differenza rispetto al reato in esame. Ai fini della configurabilità del reato di cui all'articolo 416ter Cp, è necessaria, come chiarito da questa Corte Sezione prima, 27777/03, C. e altro , oltre all'elargizione di denaro a un soggetto aderente a consorteria di tipo mafioso in cambio dell'appoggio elettorale, anche che il soggetto stesso faccia ricorso all'intimidazione ovvero alla prevaricazione mafiosa con le modalità precisate nel comma 3 dell'articolo 416bis Cp cui l'articolo 416ter fa esplicito richiamo , per impedire ovvero ostacolare il libero esercizio del voto e falsare il risultato elettorale. Ne deriva che il reato di cui all'articolo 416ter Cp si differenzia da quello di cui all'articolo 97 Dpr 561/97 per la necessità, nel primo e non anche nel secondo, della dazione di una somma di denaro e di una modalità di esercizio della pressione che più sopra è stata indicata come diretta. Anche sotto tali profili, quindi, va rilevato che esattamente i giudici di merito hanno ritenuto 1 che la figura criminosa successivamente introdotta dall'articolo 416ter Cp non può essere ritenuta un doppione di quella in esame di cui all'articolo 97 Dpr 561/57 II che per la sussistenza di tale secondo reato non è necessaria la prova dell'effettiva coartazione della volontà dell'elettore e della dazione di somme di denaro anche se nel caso in esame, come già precisato, la detta dazione è inserita nel capo di imputazione . Con il terzo motivo quarto del ricorso del Bandiera si censura, sotto il profilo della mancanza di motivazione in merito alla valenza probatoria dei testi dell'accusa , l'affermazione della C.A. secondo cui non può essere messo in dubbio che in occasione della campagna elettorale del 1992 soldi vennero dagli imputati all'organizzazione i ricorrenti precisano che non v'è riscontro dell'ammontare delle stesse , né dell'epoca delle asserite dazioni, né del luogo, né tantomeno dei soggetti che furono parti della consegna che, di conseguenza, tra le dichiarazioni dei testi, imputati di reato connesso , viene meno quella convergenza del molteplice, indispensabile per il dettato dell'articolo 192 Cpp ai fini della valenza probatoria delle dichiarazioni in questione. Secondo i ricorrenti si tratterebbe, quindi, di una insufficienza motivazionale che deriva dalla assoluta incertezza in merito ai soggetti politici asseritamente appoggiati dai clan . All'esame della censura va premesso che esattamente le dichiarazioni in questione dei collaboranti sono state ritenute dai giudici di merito, in relazione alla loro entità e alla natura del reato contestato, delle chiamate in correità, il che comporta la necessaria applicazione del limite di valutazione imposto dai commi e 4 dell'articolo 192 Cpp, in base ai quali il giudice è tenuto a valutare le dichiarazioni stesse insieme ad altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità, con conseguente impossibilità di ritenere provato un fatto o una circostanza sulla base di una singola chiamata in correità. Ciò premesso, deve ritenersi che anche tale motivo, innanzi tutto sul punto specifico della consegna di denaro da parte degli attuali ricorrenti per fini elettorali, è infondato, in quanto già i giudici di primo grado -all'esito di una esemplare disamina, snodatasi per ben 51 pagine della sentenza 18-69 , delle dichiarazioni dei collaborantine avevano dimostrato, con logicità e persuasività indiscutibili, la rispondenza al vero e la centralità ai fini della decisione, di talché risulta ineccepibile la conclusione secondo cui costituiva un 'fatto storico che sia il Foti Luigi che il Bandiera Gaetano, come del resto altri politici ancora, avevano consegnato delle rilevanti somme al defunto Urso Agostino in cambio del detto interessamento elettorale in particolare 110-130 milioni il Foti e almeno 50 milioni il Bandiera incisiva, sul punto della dazione del danaro da parte dei due imputati, è anche la motivazione della sentenza di appello alle pagg. 7-8 e, sempre su tale punto, opportunamente i giudici di primo grado hanno sottolineato le dichiarazioni del Garofalo circa quanto riferitogli personalmente dal Foti circa l'entità della somma da questo data all'Urso, pag. 23 sentenza di primo grado v., invece, pag. 28 circa la somma versata dal Bandiera Quanto poi alla valutazione, da un punto di vista più generale, delle dichiarazioni dei collaboranti, i giudici di merito - hanno accuratamente vagliato le dichiarazioni rese dai collaboranti Garofalo, Oddo, Vasile, Caruso, Sparatore e Pattarino in dettaglio il giudice di primo grado nei passi salienti i giudici di appello - all'esito, ne hanno rilevato l'attendibilità intrinseca e i reciproci riscontri le dichiarazioni rese dai collaboranti in questo processo sono caratterizzate da un alto tasso di credibilità, manifestandosi le stesse come sufficientemente specifiche, logicamente congruenti, concordanti tra loro negli aspetti fondamentali delle vicende narrate e quindi reciprocamente riscontratesi , secondo la sentenza di primo grado a pag.15 si tratta di dichiarazioni inserite in un preciso contesto, che si integrano vicendevolmente , secondo la sentenza di appello a pag. 7 - hanno preso in considerazione le divergenze rilevabili nelle dichiarazioni stesse, traendone, con deduzione logicamente corretta, il convincimento che le stesse, per la loro natura particolare e l'entità limitata, confermassero il giudizio di attendibilità con qualche piccola discrasia, dovuta al fatto che sono state rese ad anni di distanza dai fatti, che indirettamente dimostra che i collaboranti hanno detto quello che sapevano e quello che ricordavano, senza nulla di preventivamente concordato . Per tale motivo, inoltre, non è censurabile, sotto il profilo del vizio di motivazione, l'affermazione della sentenza impugnata, secondo cui l'esistenza delle citate imprecisioni nelle dichiarazioni dei collaboranti non sono tali da escluderne, o anche soltanto da infirmarne, l'attendibilità. È ben noto, al riguardo, che l'esigenza di convergenza e di concordanza fra le dichiarazioni accusatorie provenienti da diversi soggetti, in funzione di reciproco riscontro tra varie dichiarazioni, non può essere spinta al punto da richiedere che le stesse siano totalmente sovrapponibili tra di loro in ogni particolare, spettando invece pur sempre al giudice il potere-dovere di valutare se eventuali discrasie possano trovare plausibile spiegazione in ragioni diverse da quelle ipotizzabili nel mendacio di uno o più dichiaranti Cassazione Sezione sesta, 4821/95 - hanno, infine, rilevato l'esistenza di significativi riscontri esterni, nella specie, costituiti dalle dichiarazioni del maresciallo Genovese disposta intercettazione ambientale nell'abitazione del defunto Urso Agostino, veniva registrato frequentemente che si parlava a volte dell'onorevole Foti, Bandiera, Cortese ed altri dal fermo di un'auto con a bordo tre personaggi ritenuti fiancheggiatori del clan Urso tali Campanella, Cassia e Scarso con i manifesti elettorali dell'imputato Bandiera dal fatto che il Garofalo aveva dimostrato di conoscere bene l'ufficio elettorale dell'imputato Foti per i particolari sul punto, v. la sentenza di primo grado alle pagg.21-22 dal rilievo che le dichiarazioni del Garofalo sull'incontro con l'on. Foti, avvenuto tramite Giovanni Capodicasa, hanno trovato conferma in quanto detto dal Caruso, che appunto era colui che li accompagnò e che rimase in macchina ad aspettarli dal fatto che la circostanza riferita dal Garofalo che i soldi vennero dati in occasione del compleanno dell'Urso ha trovato conferma nelle dichiarazioni del Caruso dal rilievo che la circostanza che fosse stato l'Oddo a interessarsi della riscossione dei soldi ha trovato conferma a sua volta nelle dichiarazioni del Vasile dalla notevole rilevanza attribuibile al quasi incontro dell'Urso con il Bandiera avvenuto al motel Agip in corso Galeone e del quale ha riferito il Vasile - hanno infine disatteso le smentite rese da altri collaboranti Capodicasa, Gambizza, Di Paola e Mascitelli , anche qui persuasivamente, rapportandole da un lato alla concludenza delle dichiarazioni accusatorie, e,, dall'altro, al rilievo che un'eventuale ammissione da parte loro avrebbe significato un coinvolgimento in fatti di rilevanza penale pag. 12 sentenza app. . Per contro, la censura di manifesta illogicità di tale ultimo argomento va ritenuta infondata, avendo la sentenza impugnata fornito alle pagg. 12-13 a conforto dell'argomento stesso ulteriori precisazioni, specificamente relative ai vari autori delle smentite, oltre che logiche e convincenti. Risulta evidente che si è trattato di una indagine particolarmente rigorosa, approfondita e logicamente corretta e, perciò, rispettosa dei parametri indicati dai commi 2 e 3 dall'articolo 192 Cpp, anche ove si volessero ritenere de relato, come sostenuto dai ricorrenti, alcune o alcuni punti delle dichiarazioni accusatorie. È, infatti, ben noto, per giurisprudenza consolidata, che, ai fini della prova, la chiamata di correo de relato non perde, per ciò solo, la sua natura e la sua valenza, ma comporta la necessità di una valutazione di maggior rigore, dovendo essere controllata non solo con riferimento al suo autore immediato, ma anche in relazione alla fonte originaria dell'accusa ciò a cui i giudici di merito, come si è visto, hanno adempiuto . Deve, in definitiva, concludersi che i giudici di merito, in piena aderenza al costante insegnamento di questa Corte regolatrice, hanno valutato, anche alla luce dei riscontri indicati, globalmente e con prudente apprezzamento, il materiale indiziario e affermato, con adeguata e logica motivazione, la concludenza degli elementi che indicavano la credibilità dell'accusa. Con il quarto motivo quinto del ric.Bandieri i ricorrenti denunciano violazione dell'articolo 521 Cpp., rilevando che i giudici di merito avrebbero omesso di verificare, oltre che l'attività materiale, ipoteticamente posta in essere dal gruppo malavitoso, anche la natura del rapporto tra l'imputato e Urso Agostino che, sulla base di alcuni passaggi dell'istruzione dibattimentale, sarebbe stato di natura estorsiva che tale circostanza, evidentemente incompatibile con l'ipotesi dell'accordo, è stata superata dal Tribunale prima e dalla Corte d'appello dopo, argomentando che l'imputato, pur costretto a pagare, si sarebbe avvantaggiato dell'opera di persuasione del clan sugli elettori ciò avrebbe comportato che, mentre, secondo il capo di imputazione l'imputato versava somme di denaro dolosamente al fine di ottenere l'appoggio del clan , nella pronuncia di condanna di primo grado, l'imputato stesso non avrebbe denunciato l'ingerenza del clan nella campagna elettorale su tali premesse, i ricorrenti sostengono che la condotta omissiva cui fa riferimento il Tribunale è concettualmente antitetica a quella commissiva contestata e che differente è pure l'evento, consistente nella corresponsione di somme nel costrutto dell'imputazione e viceversa nella omissione di denuncia nella sentenza la violazione dei diritti della difesa emergerebbe chiaramente dalla stessa sentenza di appello, nella quale si afferma che tutta l'istruzione dibattimentale è stata diretta ad accertare l'avvenuta o meno dazione di denaro, ossia la sussistenza di. quello elemento che alla fine viene escluso dal fatto ritenuto in sentenza . Anche tale motivo è infondato, innanzi tutto, perché prende le mosse da una premessa l'avere i giudici di merito omesso di accertare con precisione la natura, se estorsiva o meno, dei rapporti instaurati tra l'Urso e gli attuali ricorrenti non rispondente alla ricostruzione dei fatti operata dalle sentenze di merito. È vero, che i giudici di appello, in particolare, hanno rilevato pag.9 sentenza aspetti di ambiguità nel rapporto instauratosi, in particolare, tra il Foti e l'Urso a tali aspetti essi riconducono, con piena logicità, anche il motivo per cui il Garofalo, allorché gli si chiese se l'onorevole Foti era un estorto, rispose lapidariamente anche Anche, appunto senza nulla togliere -precisa la sentenza impugnataal fatto che nelle campagne elettorali l'apporto dell'associazione veniva utile e a questo scopo si elargivano generosi contributi . Ineccepibilmente, peraltro, tale ambiguità è stata già dal giudice di primo grado riferita al fatto notorio, tante volte rilevato anche in sede di legittimità, che un'associazione mafiosa non concepisce mai alcun rapporto - anche con autorevoli esponenti della società civile o della Pa o della politicacome un rapporto paritario o in cui addirittura l'associazione mafiosa sia subordinata alla volontà altrui, in quanto il nucleo fondamentale del rapporto rimane sempre l'assoggettamento, ottenuto utilizzando la forza di intimidazione che promana dall'esistenza stessa del clan, delle persone organicamente non inserite con le quali si instaurano rapporti, di qualsiasi natura essi siano . In secondo luogo, in siffatta linea di discorso puntualmente richiamata a pag. 10 sentenza imp. , i giudici di appello, subito dopo aver accennato alla ambiguità di cui si è detto, hanno precisato che a più specifiche domande i collaboranti hanno meglio chiarito il senso di quelle parole hanno, in particolare, esattamente ritenuto illuminanti e decisive le dichiarazioni del già menzionato Garofalo, che aveva risposto affermativamente alla domanda se in occasioni di precedenti consultazioni elettorali il Foti avesse sempre dato somme di denaro al gruppo il collaborante medesimo aveva poi precisato che ogni qualvolta si avvicinava una campagna elettorale era una cosa garantita dai fratelli Urso a favore di Foti . Nella stessa linea di coerenza, è stata sottolineata la rilevanza anche delle dichiarazioni del collaborante Salvatore Oddo, il quale aveva affermato che il rapporto instauratosi non era affatto di natura estorsiva questi soldi non è che loro ce li hanno dati perché qualcuno gli ha fatto le estorsioni e ancora la contropartita consisteva nel fatto che noi ci dovevamo attivare a far votare le persone di cui stiamo parlando adesso dovevamo essere noi a procurare i voti a queste persone . Tali rilievi giustificano pienamente la conclusione dei giudici di merito, secondo cui quale che fosse stata all'inizio la natura del rapporto con alcuni politici, non può revocarsi in dubbio che in occasione delle consultazioni elettorali quel rapporto acquistava il carattere di una precisa intesa., soldi in cambio dell'impegno dell'organizzazione a procurare voti . Risulta, quindi, evidente sul punto che la più volte citata ambiguità di rapporti è stata dai giudici di merito risolta nel senso e nella direzione dell'accusa, per cui non può a nessun titolo parlarsi di mancata correlazione tra il fatto contestato e quello ritenuto in sentenza dai giudici di entrambi i gradi di merito né di violazione dell'articolo 521 Cpp. Del pari inesatta è l'affermazione secondo cui sarebbe differente l'evento consistente nella corresponsione di somme nel costrutto dell'imputazione e viceversa nella omissione di denuncia nella sentenza . Va, quindi, ribadito, da un lato, che, come già sopra precisato, la sentenza impugnata ha ritenuto pag.8 che non può essere messo in dubbio che in occasione della campagna elettorale del 1992 soldi vennero dati dagli imputati al l'organizzazione , con accertamento di fatto che, in quanto sorretto da adeguata e logica motivazione, è incensurabile in sede di legittimità e dall'altro, che l'evento giuridico è stato ravvisato, in esatto parallelismo con il capo di imputazione e con la norma incriminatrice, nella illecita pressione esercitata dall'organizzazione in favore degli attuali ricorrenti. Ai motivi fin qui presi in esame, comuni come si è detto ad entrambi i ricorrenti, il difensore del Bandieria aggiunge un quinto motivo allo stesso personale secondo del suo ricorso , con cui lamenta violazione dell'articolo 416 Cpp, nella formulazione antecedente alla riforma del 16 dicembre 1999, da parte del Pm, in quanto l'invito a rendere interrogatorio sarebbe stato dato per fatti sostanzialmente diversi da quelli poi riportati nella richiesta di rinvio a giudizio l'invito avrebbe riguardato l'accusa di aver versato denaro in cambio di voti per la propria corrente politica impegnata alle elezioni alla Camera dei Deputati nella lista del PSI , mentre sarebbe stato giudicato per aver violato l'articolo 97 Dpr 361/57 quale candidato alle elezioni al Senato nella lista della DC al fine di ottenere voti in proprio vantaggio . Il ricorrente chiarisce che la relativa eccezione di nullità, che la Corte d'appello non avrebbe affatto preso in considerazione, era stata sollevata dal difensore, a causa del mancato accoglimento dell'istanza di rinvio , con i motivi d'appello, dal momento che per scelta difensiva si era proceduto con il giudizio immediato . La censura è inammissibile per manifesta infondatezza, essendo evidente che le lamentate discrasie contenute nell'invito a rendere interrogatorio limitate all'indicazione della Camera per la quale il ricorrente era candidato e del partito politico di appartenenza non erano tali da infirmarne il diritto di difesa, dal momento che l'imputato stesso era ovviamente ben a conoscenza dei reali dati di fatto che connotavano la propria candidatura nelle elezioni politiche del 1992 relativamente, per l'appunto, al partito di appartenenza e alla Camera per la quale era candidato . Il nucleo fondamentale ed essenziale della contestazione era, fin da quel momento, costituito dall'accusa di avere esercitato -in forza dell'intervento nella campagna elettorale del 1992 del l'organizzazione criminale cui erano state versate somme di denaropressioni sul corpo elettorale l'esattezza di tali dati nell'invito a comparire rendono indiscutibili la completezza della conoscenza della contestazione e la consequenziale pienezza del diritto di difesa in quella fase. Tale rilievo rende infondato, e comunque irrilevante, la deduzione difensiva secondo cui il Bandiera avrebbe reso una dichiarazione finalizzata solo a smentire il fatto di non essere mai stato candidato alla Camera nella predetta lista una smentita in questo senso, infatti, poteva costituire una precisazione su quei dati stessi, ben delimitati e circoscritti, mentre, come già precisato, ben diversa era la sostanza dell'accusa da cui il Bandiera era stato chiamato a discolparsi e sulla quale doveva rendere interrogatorio. Quelle imprecisioni erano, pertanto, del tutto inidonee a deviare, dalla citata parte sostanziale della contestazione, l'esercizio concreto del diritto di difesa dell'imputato. Anche sotto il profilo in esame, va ribadito il principio, assolutamente pacifico, in base al quale la diversità del fatto, tale da incidere negativamente sul diritto di difesa, deve essere valutata solo in relazione alla descrizione del fatto tipico, di guisa che la detta diversità non è ipotizzabile quando risultino non corrispondenti solo in taluni dettagli le modalità di realizzazione della condotta, mentre risultino esattamente delineati gli elementi essenziali descritti dalla norma, In altri termini, è ravvisabile l'immutazione del fatto rispetto alla contestazione solo quando si sia verificata la modifica radicale della struttura della contestazione, consistente in una alterazione del fatto tipico, del rapporto di causalità o dell'elemento psicologico del reato e, per conseguenza di essa, la condotta posta in essere risulti completamente diversa da quella contestata cosi da pregiudicare le possibilità di difesa dell'imputato. In questa sede stati depositati memoria difensiva per il Foti e motivi aggiunti per il Bandiera, coi quali, oltre a ribadirsi quanto già dedotto con i motivi principali, è stata denunciata l'insussistenza dell'aggravante di cui all'articolo 7 Dl 152/91. Tale censura è inammissibile perché non può essere considerata un motivo aggiunto, consentito a norma dell'articolo 585 comma 4 Cpp. È, infatti, assolutamente pacifico fin dalla non recente sentenza delle Su, di questa Corte 4683/98, rv.210259 che i motivi nuovi a sostegno dell'impugnazione -consentiti sia dalla disposizione generale contenuta nell'articolo 585 comma 4 Cpp, quanto nelle norme concernenti il ricorso per cassazione in materia cautelare articolo 311 comma 4 Cpp - devono avere ad oggetto i capi e i punti della decisione impugnata che sono stati enunciati nell'originario atto di impugnazione. E, nel caso in esame, risulta evidente che il discorso della sussistenza o meno dell'aggravante in questione non è riferibile a nessuno dei motivi principali oggetto dei due ricorsi e fin qui esaminati, cosi come a nessuna delle questioni sollevate con gli stessi. Va al riguardo chiarito -come questa Corte ha costantemente chiaritoche i motivi nuovi che il comma 4 dell'articolo 585 Cpp consente di depositare in cancelleria fino a quindici giorni prima dell'udienza non possono porre questioni non proposte con quelli principali e ciò per i motivi seguenti a il tenore testuale dell'articolo 167 disp. att. precisa che nella presentazione dei motivi nuovi devono essere specificati i capi e punti enunciati a norma dell'articolo 581 comma 1 lettera a Cpp ai quali i motivi si riferiscono b diversamente sarebbe vanificato il principio del tempestivo e completo contraddittorio c l'appello incidentale, impossibile contro i motivi nuovi, sarebbe completamente vanificato se fosse possibile prospettare nuovi profili di annullamento con i motivi nuovi. I ricorsi vanno pertanto rigettati con conseguente condanna dei ricorrenti in solido alle spese. PQM La Corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali.