Gli ermellini contro la Pecorella: fra le prime sentenze una lettura forzata

di Paolo Ferrua

Pubblichiamo l'analisi del professor Ferrua, che sarà anche sul numero 19 di D& G, che costituisce la prima ricognizione della giurisprudenza sull'inappellabilità delle sentenze di assoluzione di Paolo Ferrua * Giungono dalla Cassazione le prime sentenze che definiscono l'effettiva portata delle modifiche introdotte dalla cosiddetta 'legge Pecorella' nell'articolo 606 Cpp e, in particolare, nella lettera e relativa al vizio di motivazione. Prima di analizzare gli argomenti e le conclusioni dei giudici di terza istanza, è opportuno svolgere alcuni rilievi sulla diversa fisionomia del vizio di motivazione nel vecchio e nel nuovo testo dell'articolo 606 Cpp. IL VIZIO DI MOTIVAZIONE NELL'ORIGINARIO TESTO DELL'ARTICOLO 606 CPP Il codice vigente, sulla scia di quello del 1930, assegna al ricorso per cassazione connotati strutturali ben diversi dall'appello. In terza istanza non è dato assumere prove né pronunciare una condanna i motivi di ricorso sono tassativamente predeterminati dalla legge e, infine, la cognizione del giudice verte direttamente sui 'motivi' di ricorso, secondo il modello dell'azione di impugnativa. A differenza dell'appello dove i motivi individuano i 'punti' della decisione interamente devoluti al giudice di secondo grado, i motivi di ricorso aprono un'alternativa decisoria segnata dall'accoglimento o dal rigetto a seconda che siano o no fondati, esclusa la possibilità di una cognizione oltre quell'ambito ristretto salvo, s'intende, le questioni rilevabili in ogni stato e grado del procedimento . Quanto precede non autorizza, tuttavia, a concludere, come dice un falso luogo comune, che all'interno del nostro sistema processuale il giudizio di cassazione rappresenti in giudizio di pura legittimità, estraneo alle questioni di fatto. L'articolo 606 lettera e Cpp prevede, come motivo di ricorso, la mancanza o manifesta illogicità della motivazione la mancanza va intesa in senso logico, essendo quella materiale fonte di nullità ex articolo 125 comma 3 Cpp e, quindi, già deducibile ai sensi della lettera c e, attraverso il vizio di motivazione, il ricorrente può far valere ogni errore, ovviamente non irrilevante, da cui sia affetto il percorso argomentativo che dalle prove conduce alla proposizione da provare, id est al tema storico della colpevolezza se alla Cassazione fosse vietato sindacare le inferenze induttive, sulla cui base il giudice di merito ha ricostruito i fatti, sarebbe incensurabile una condanna per omicidio fondata sulla sola prova dei pessimi rapporti tra vittima e imputato . Il testo originario della lettera e poneva, tuttavia, un pesante limite alla deducibilità delle questioni attinenti al tema del fatto il vizio di motivazione deve risultare dal testo del provvedimento impugnato . Diventano così incensurabili in cassazione i vizi documentabili solo tramite il raffronto con gli atti del processo, ad esempio la mancata valutazione o il travisamento di una prova. La Cassazione resta investita del controllo sulla correttezza della giustificazione, ossia dell'iter argomentativo seguito dal giudice per affermare o negare la proposizione accusatoria ma le è precluso il sindacato sulla corrispondenza tra premesse probatorie fissate nella motivazione e materiale legittimamente acquisito al processo. Di qui la possibile scissione tra giustizia della decisione che implica fedeltà agli atti del processo e correttezza della giustificazione a una decisione ingiusta, perché contraddetta dalle prove effettivamente assunte, può corrispondere una motivazione in sé pienamente logica e coerente. La giurisprudenza della Cassazione provvedeva a definire il senso della formula con varie massime, spesso ribadite dalle Sezioni unite e destinate a divenire punti fermi nell'esegesi dell'articolo 606 lettera e Cpp la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione devono risultare dal testo del provvedimento impugnato, sicché dedurre tale vizio in sede di legittimità significa dimostrare che il testo del provvedimento è manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non già opporre alla logica valutazione degli atti effettuata dal giudice di merito una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica Su 19 giugno 1996, Di Francesco, in Cassazione pen. 1997, n. 191, p. 360 il testo del provvedimento impugnato costituisce l'esclusivo termine di riferimento del sindacato sulla logicità della motivazione, nel senso che il controllo del giudice di legittimità deve essere esercitato unicamente sulle proposizioni e sulla coordinazione della motivazione, senza alcuna possibilità di verificare se i risultati dell'interpretazione delle prove siano realmente corrispondenti agli atti processuali. Ne consegue che non possono essere prese in considerazione le censure che sottendono la denuncia di travisamento del fatto in quanto tendono ad infirmare la correttezza delle proposizioni inserite nella motivazione attraverso il diretto riferimento alle acquisizioni probatorie risultanti dagli atti Sez. I, 4 aprile 1995, Ghiza, ivi, 1996, n. 1863, p. 3349 . Dal canto suo la dottrina si è divisa in opposti orientamenti. Per alcuni la lettera e dell'articolo 606 Cpp condensa in una regola ideale l'essenza del sindacato di mera legittimità v, al riguardo, la recente e documentatissima analisi di A. Nappi, Il sindacato di legittimità nei giudizi civili e penali di cassazione, Giappichelli, Torino, 2006 . Per altri è una formula infelice e irrazionale F. Cordero, Procedura penale, 7 ed., Giuffrè, Milano, 2003, p. 1148 P. Ferrua, in Cassazione pen. 1990, p. 964 e seguenti G. Lozzi, in Riv. it. dir. proc. pen. 1992, p. 766 e seguenti . Il divieto di accesso agli atti del processo, lungi dal separare il fatto dal diritto, spezza arbitrariamente la quaestio facti in due sottotemi quello attinente alla corrispondenza tra gli atti del processo e le premesse probatorie assunte dal giudice di merito tema della fedeltà agli atti e quello attinente a ciò che le premesse probatorie significano - id est 'provano' - sul tema dell'imputazione tema dell'inferenza induttiva o del passaggio dalle prove alla proposizione da provare . Il primo sottotema è sottratto al sindacato di terza istanza il secondo si trova assoggettato. Scelta certamente vantaggiosa per il lavoro della Cassazione, sensibilmente alleggerito ma scarsamente giustificabile da un punto di vista razionale e tanto meno sulla base della distinzione tra fatto e diritto. LA NUOVA FISIONOMIA DEL VIZIO DI MOTIVAZIONE La prospettiva muta radicalmente con la nuova legge. Nella lettera e dell'articolo 606 Cpp alla mancanza e alla manifesta illogicità della motivazione si aggiunge la contraddittorietà , mentre si specifica che il vizio può risultare non solo dal testo del provvedimento impugnato ma anche da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame l'espressione 'gravame', qui usata come sinonimo di 'impugnazione', appare palesemente impropria riferita al ricorso per cassazione, modellato secondo la logica dell'azione di impugnativa e non certo del gravame . Più concisamente l'originaria versione della legge Pecorella, censurata dal Quirinale, riduceva la lettera e dell'articolo 606 Cpp alla formula se manca o è contraddittoria o è manifestamente illogica la motivazione , sopprimendo la clausola quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato . Per rispetto, o meglio per esibire rispetto, verso i rilievi del capo dello Stato che aveva lamentato la mutazione della Corte di cassazione da giudice di legittimità a giudice di merito, nel nuovo passaggio parlamentare si ripristina la clausola ma, poiché si aggiunge che il vizio può risultare anche da altri atti del processo , nulla cambia nella sostanza riguardo alla primigenia versione della legge. Dato che in terza istanza è vietato assumere nuove prove, il vizio di motivazione può risultare solo o dal testo del provvedimento impugnato o dal raffronto con gli atti processuali. Dunque, sopprimere la clausola limitativa o aggiungervi le parole altri atti del processo sono innovazioni assolutamente equivalenti la sola variante sta nel richiamo all'esigenza che gli atti siano specificamente indicati nei motivi di ricorso sebbene il medesimo requisito fosse già enucleabile dalla lettera c dell'articolo 581 Cpp, relativa all' indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta . Diventano così censurabili in sede di ricorso due gravi errori che in precedenza sfuggivano al controllo della Cassazione in quanto non risultanti dal testo del provvedimento impugnato la mancata valutazione e il travisamento delle prove. Ed è proprio in rapporto a questi due vizi che acquista autonoma rilevanza il richiamo alla 'contraddittorietà' della motivazione, assente nell'originario testo dell'articolo 606 Cpp. La 'mancanza' e la 'manifesta illogicità' vanno riferite alla coerenza del discorso giustificativo svolto nella sentenza dal giudice di merito. La 'contraddittorietà' riguarda essenzialmente il contrasto tra il medesimo discorso e quanto risulta dal materiale acquisito al processo, dunque la mancata valutazione o il travisamento delle prove. Riferita al solo testo del provvedimento impugnato, la contraddittorietà sarebbe assorbita nella manifesta illogicità della quale è una sottospecie ogni discorso 'contraddittorio' è manifestamente illogico . Naturalmente, non è sufficiente che la parte documenti la mancata acquisizione o il travisamento di prove legittimamente acquisite al processo. Occorre che il contrasto tra gli atti del processo e le premesse probatorie assunte dal giudice di merito sia tale da ripercuotersi sul percorso argomentativo e sulle sue conclusioni la mancata valutazione di una prova sovrabbondante o irrilevante non giustifica l'annullamento della decisione e così il travisamento, quando questo sia ininfluente sull'esito finale. Ora, per quanto concerne l'alternativa condanna/assoluzione, il canone della verifica non può che essere rappresentato dalla formula della 'colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio', oggi codificata nell'articolo 533 comma 1 Cpp sul significato dell'espressione, P. Ferrua, Il giudizio penale fatto e valore giuridico, in AA.VV., La prova nel dibattimento penale, 2 ed., Giappichelli, Torino, 2005, p. 340 e seguenti . La condanna è meritevole di annullamento in quanto il ricorrente dimostri che la prova non valutata o travisata introduce un ragionevole dubbio sulla colpevolezza dell'imputato. Diverso, ovviamente, il discorso per le misure cautelari, dove la proposizione non è la colpevolezza ma la presenza di gravi indizi di colpevolezza id est, la probabilità della colpevolezza . Il vizio di motivazione si profila quando il materiale probatorio non valutato o travisato mostra l'insussistenza o la fragilità degli indizi di colpevolezza assunti come 'gravi' dal giudice di merito. Pretendere di più non sarebbe corretto. È vero che anche nella nuova formulazione il controllo della Cassazione continua a vertere sulla motivazione e non direttamente sulla colpevolezza dell'imputato. Ma, una volta ammesso il raffronto con gli atti del processo, non si vede come si possa ritenere corretta la motivazione di una condanna quando, a causa della mancata valutazione o del travisamento di una prova, sopravvive un ragionevole dubbio sulla colpevolezza. Il modello legale di motivazione esige che la colpevolezza sia provata oltre ogni ragionevole dubbio. Sarebbe derisorio riconoscere che gli atti esibiti dal ricorrente incrinano questa conclusione e, nondimeno, considerare corretta la motivazione che li ignora o li travisa. Né, tanto meno, si potrebbe, dopo la legge Pecorella, negare alla Cassazione il potere di verificare il conflitto tra gli atti probatori e l'affermazione della colpevolezza confutare un simile potere equivale ad abrogare in via interpretativa le modifiche apportate alla lettera e dell'articolo 606 Cpp. L'ESTENSIONE DEI MOTIVI DI RICORSO E L'ESEGESI RESTRITTIVA DELLA GIURISPRUDENZA L'INDIRIZZO DELLA SESTA SEZIONE In sé la nuova versione della lettera e non è priva di ragionevolezza. Come si accennava, è difficile spiegare, se non sulla base di mere esigenze di economia processuale, la distinzione che il codice vigente traccia nell'ambito delle questioni di fatto censurabili, perché risultanti dal testo del provvedimento impugnato, i vizi attinenti alle inferenze induttive del giudice di merito insindacabili, perché documentabili solo con l'accesso agli atti processuali, la mancata valutazione o il travisamento delle prove. Discriminazione arbitraria, perché i secondi sono altrettanto gravi dei primi e, a ben vedere, meglio si adattano al controllo di legalità della Cassazione. È, infatti, la legge stessa a pretendere che il giudice valuti le prove legittimamente acquisite e le riassuma fedelmente nella sentenza, mentre nessuna formula legale - diversa dal generico richiamo alla prova 'oltre ogni ragionevole dubbio' - consentirà mai di individuare i passi induttivi degni di censura. Resta il fatto che l'estensione del vizio di motivazione ex articolo 606 Cpp - comprensibile per il ricorso proposto da chi non sia autorizzato ad appellare o a fronte di una condanna pronunciata in secondo grado come riforma dell'assoluzione nei residui casi di appello per scoperta o sopravvenienza di prove decisive o di conversione in appello del ricorso del pubblico ministero - appare del tutto ingiustificata davanti ad una sentenza che confermi la condanna disposta in prima istanza. Qui la via da seguire era opposta. Lungi dall'estendere, occorreva escludere o, comunque, ridurre al minimo il controllo della Cassazione sulle questioni di fatto, ormai passate al vaglio di due giudici di merito con esito conforme su questa esigenza v. già di chi scrive Il 'giusto processo', Zanichelli, Bologna, 2005, p. 209 e seguenti . L'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento doveva, in sostanza, costituire la premessa per una restrizione dei motivi di ricorso contro le condanne confermate in appello è divenuta, invece, l'occasione per dilatare al massimo il sindacato della Cassazione. L'esito prevedibile è un'inflazione di ricorsi che, aggravata dagli effetti della 'ex Cirielli', ha buone probabilità di risolversi nella prescrizione di gravi reati. In questo quadro matura la prima giurisprudenza sulla legge Pecorella. Davanti alla prospettiva di una crescita esponenziale dei ricorsi si può comprendere la tendenza a interpretare restrittivamente la nuova formulazione della lettera e dell'articolo 606 Cpp tendenza senza dubbio incoraggiata dal fatto che i dicta della Suprema corte non sono sanzionabili, se non in sede di controllo di legittimità costituzionale. Come scrive Iacoviello in Il Sole24Ore , Guida al Diritto , 10/2006, p. 96 , in questo campo le norme valgono fino ad un certo punto. In fondo, da sempre, la Cassazione è il giudice della propria competenza più brutalmente, si potrebbe concludere che in terza istanza error facit ius. Ma passiamo all'analisi della giurisprudenza, per ora rappresentata da tre sentenze che propongono due diverse linee interpretative, la seconda delle quali, come vedremo, più che restringere, nega ogni effetto innovativo alle modifiche sul vizio di motivazione. Il primo indirizzo è espresso da due sentenze della sesta sezione che dettano le quattro condizioni cui deve uniformarsi il ricorrente quando lamenti un vizio di motivazione risultante dagli atti del processo Cassazione 10951/06, Casula, in D& G , 16/2006, p. 40 14054/06, Strazzanti, in Dirittoegiustizia.it quotidiano on line del 21 aprile 2006, l'una su ricorso avverso ordinanza di custodia cautelare, l'altra avverso sentenza di appello, ma di identico tenore nei profili qui in esame . Sulla prima e sulla seconda condizione si può, senz'altro, convenire, essendo logicamente deducibili dalla formula atti specificamente indicati nei motivi di gravame articolo 606 lettera e Cpp a identificare l'atto processuale cui [il ricorrente] fa riferimento b individuare l'elemento fattuale o il dato probatorio che da tale atto emerge e che risulta incompatibile con la ricostruzione adottata dalla sentenza impugnata . Meno limpido il senso della terza condizione c dare la prova della verità dell'elemento fattuale o del dato probatorio invocato nonché della effettiva esistenza dell'atto processuale su cui tale prova si fonda . Nulla da eccepire sulla circostanza che il ricorrente debba provare, come poco oltre si precisa, l'esistenza degli atti che invoca attraverso un onere di inequivoca individuazione e di specifica rappresentazione da assolvere nelle forme di volta in volta più adeguate alla natura degli atti stessi integrale esposizione e riproduzione, nel testo del ricorso, allegazione in copia, precisa identificazione della collocazione dell'atto nel fascicolo del giudice et similia . Non è chiaro, invece, a cosa si alluda con la prova della verità dell'elemento fattuale o del dato probatorio invocato sul punto, criticamente, G. Spangher, in D& G n. 16/2006, p. 38 . Supponiamo che l'atto probatorio, travisato o ignorato, sia costituito da una testimonianza o da una fotografia. Se con 'prova della verità' si allude alla loro effettiva presenza negli atti del processo, si ricade nell'onere di documentazione, appena segnalato. Per converso, sarebbe assurdo pretendere che la parte provi anche la veridicità degli asserti testimoniali o la corrispondenza al reale della rappresentazione fotografica. Il giudice di merito non era certo vincolato a ritenere attendibili quelle prove ma se il ricorrente documenta che le ha ignorate o travisate, pur essendo regolarmente acquisite e influenti a fini decisori, non si vede quale ulteriore onere si possa imporre per la denuncia del vizio di motivazione. Sulla quarta condizione il discorso è più complesso d indicare le ragioni per cui l'atto inficia e compromette, in modo decisivo, la tenuta logica e l'interna coerenza della motivazione, introducendo profili di radicale incompatibilità all'interno dell'impianto argomentativo del provvedimento impugnato . Cosa si intende con profili di radicale incompatibilità ? Non è sufficiente - precisano le sentenze - che gli atti del processo invocati dal ricorrente siano semplicemente contrastanti con particolari accertamenti e valutazioni del giudicante o con la sua ricostruzione complessiva e finale dei fatti e delle responsabilità né che siano astrattamente idonei a fornire una ricostruzione più persuasiva di quella fatta propria dal giudicante. Ogni giudizio implica infatti l'analisi di una più o meno ampia mole di elementi di segno non univoco e l'individuazione, nel loro ambito, di quei dati che - per essere obiettivamente più significativi, coerenti tra di loro e convergenti verso un'unica spiegazione - sono in grado di superare obiezioni e dati di segno contrario, di fondare il convincimento del giudice e di consentirne la rappresentazione, in termini chiari e comprensibili, ad un pubblico composto da lettori razionali del provvedimento. Occorre, invece, che gli atti del processo su cui fa leva il ricorrente per sostenere l'esistenza di un vizio della motivazione siano autonomamente dotati di una forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l'intero ragionamento svolto dal giudicante e determini al suo interno radicali incompatibilità così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione . Nell'ambito del contrasto che si profila tra i dati probatori e le conclusioni raggiunte dal giudice di merito si pratica così una distinzione di grado. Per il vizio di motivazione non basta il semplice conflitto con singole valutazioni del giudicante o con l'accertamento complessivo dei fatti e nemmeno che dagli atti invocati scaturisca una ricostruzione dei fatti più attendibile di quella effettuata in sentenza. Il vizio sussiste solo quando il contrasto sia 'radicale', 'macroscopico', tale da scardinare l'intero impianto argomentativo della decisione impugnata. In sostanza viene riproposto, sul terreno della mancata valutazione o del travisamento delle prove, uno standard analogo o addirittura più severo di quello seguito dalla giurisprudenza per i vizi risultanti dal testo del provvedimento impugnato Sezioni unite 24 novembre 1999, Spina, in Cassazione pen. 2000, p. 862 l'illogicità della motivazione come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze indirizzo che parrebbe trovare un appiglio nell'aggettivo manifesta con cui la lettera e dell'articolo 606 Cpp connota la illogicità . Sennonché - a prescindere dai rilievi critici che si possono muovere alla categoria della manifesta illogicità e alla sua interpretazione giurisprudenziale ogni errore logico che infici le conclusioni della sentenza è degno di censura, sia o no 'manifesto' cfr. P. Ferrua, in Cassazione pen. 1990, p. 964 e seguenti - vi è da dubitare che quell'indirizzo possa valere anche in rapporto al contrasto tra atti del processo e motivazione. Qui, infatti, il riferimento non è alla 'illogicità', ma alla 'contraddittorietà' che si profila tra le premesse probatorie, ossia tra le prove assunte a base della decisione, e gli atti del processo un dato probatorio presente in questi ultimi non figura o è travisato nelle prime al più, l'omessa valutazione della prova può configurarsi come mancanza di motivazione in rapporto al dato ignorato . Naturalmente il semplice divario tra premesse probatorie e atti del processo non è sufficiente a determinare l'annullamento della decisione impugnata occorre che la 'contraddittorietà' si ripercuota sullo sviluppo argomentativo della decisione. Ma quando si determina l'effetto? Quando, come dicono le nostre sentenze, gli atti sono dotati di una forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l'intero ragionamento svolto dal giudicante ? Volendo, si può anche concludere in questo senso. Purché si ammetta che, per quanto riguarda le sentenze di condanne, a disarticolare l'intero discorso giudiziale è sufficiente che le prove ignorate o travisate mettano ragionevolmente in dubbio la colpevolezza secondo la formula introdotta nell'articolo 533 comma 1 Cpp esito che a maggior ragione si realizza quando emerga una dinamica dei fatti più persuasiva di quella offerta dal giudice di merito e con essa incompatibile naturalmente su circostanze rilevanti per l'accertamento della responsabilità . Ancora un rilievo. Le sentenze in esame affermano che al giudice di legittimità resta preclusa - in sede di controllo sulla motivazione - la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perché ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa e aggiungono che queste operazioni trasformerebbero la Corte nell'ennesimo giudice del fatto e le impedirebbero di svolgere la peculiare funzione assegnatale dal legislatore di organo deputato a controllare che la motivazione dei provvedimenti adottati dai giudici di merito rispetti sempre uno standard di intrinseca razionalità e di capacità di rappresentare e spiegare l'iter logico seguito dal giudice per giungere alla decisione . Discorso del tutto coerente quando alla Cassazione era precluso l'accesso agli atti processuali e, dunque, le era impedito esprimere valutazioni sulla base di premesse probatorie diverse da quelle assunte dal giudice di merito. Ma ora che il vizio di motivazione può risultare anche dagli atti del processo , è pienamente ragionevole che il ricorrente possa prospettare, sulla base del materiale ignorato o travisato, diversi e più plausibili parametri di valutazione dei fatti. Certo, la Corte non potrebbe, di propria iniziativa, adottare quei paramenti, dovendo decidere nel ristretto ambito dei motivi proposti, secondo la logica dell'azione di impugnativa ma, in quanto li proponga il ricorrente, non può esimersi dal vagliarne la fondatezza. L'INDIRIZZO DELLA QUINTA SEZIONE E LA RATIFICA DELL'ORDINE ESISTENTE Ma vi è un secondo e più radicale indirizzo che, di fatto, nega ogni portata innovativa alle modifiche introdotte nella lettera e dell'articolo 606 Cpp. È l'orientamento che emerge dalla sentenza della quinta sezione Cassazione 12634/06, Cugliari, in Dirittoegiustizia.it quotidiano on line del 20 aprile 2006 e, a quanto pare, sentenze di analogo tenore sono state pronunciate dalla medesima sezione . I giudici di terza istanza citano la comune interpretazione giurisprudenziale secondo cui l'articolo 606 Cpp, non consente alla Corte di cassazione una diversa lettura dei dati processuali o una diversa interpretazione delle prove perché è estraneo al giudizio di legittimità il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali ricordano che l'articolo 606 lettera e Cpp, quando esige che il vizio della motivazione risulti dal testo del provvedimento impugnato, si limita a fornire solo una corretta definizione del controllo di legittimità sul vizio di motivazione . Dopodichè concludono lapidariamente che questi principi [sono] ancora validi pur dopo la recente modifica dell'articolo 606, lettera e Cpp introdotta dalla legge 46/2006, posto che anche nel vigore del codice di procedura abrogato, e, dunque, in mancanza della limitazione normativa alla necessità che il vizio della motivazione risultasse dal testo della sentenza, non si dubitava che la Corte suprema non potesse esprimere alcun giudizio sulla rilevanza e sull'attendibilità delle fonti di prova . Di conseguenza, il riferimento del vizio di motivazione nel nuovo testo dell'articolo 606 lettera e Cpp anche agli altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame a prescindere dalla dubbia riferibilità di tale ultimo termine al ricorso per cassazione non vale, a fortiori - stante l'inesistenza di tale limitazione nel codice abrogato - a mutare la natura del giudizio di legittimità come innanzi delimitato, rimanendo oggetto di tale giudizio la contrarietà di un provvedimento a norme di legge ed estraneo ad esso, invece, il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali . Ora, come è possibile, dopo la riforma 'Pecorella', continuare a sostenere che sia estraneo al giudizio di cassazione il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali ? Non dice, forse, il nuovo testo dell'articolo 606 lettera e Cpp che il vizio di motivazione può risultare anche dagli atti del processo ? Evidentemente si è in presenza di una lettura dell'inciso atti del processo tale da escludere che esso autorizzi il raffronto tra le premesse probatorie della motivazione e le prove legittimamente acquisite al processo. Ma, se quell'inciso non riguarda gli atti probatori, a quali altri 'atti' si riferisce? La sentenza in esame non lo dice, ma lo si può facilmente ipotizzare, anche sulla base dei primi commenti alla legge Pecorella. Come si sa, la Suprema corte, vigente l'originario articolo 606 Cpp, tentava di attenuare le inique conseguenze di un controllo rigidamente limitato al testo del provvedimento. E, a tal fine, si era orientata ad ammettere, in via per così dire indiretta, il sindacato sulla mancata valutazione o sul travisamento di una prova quando il vizio fosse documentabile senza necessità di accedere agli atti probatori , ma prendendo in esame il testo della sentenza impugnata e confrontandola con quella di primo grado e con gli apporti difensivi nel giudizio d'appello così, da ultimo, Su 30 ottobre 2003, Andreotti, commentata da chi scrive in D& G , 46/2003, p. 8 e seguenti . La mancata risposta dei giudici d'appello alle prospettazioni della difesa circa la portata di decisive risultanze probatorie inficerebbe la completezza e la coerenza logica della sentenza di condanna e, a causa della negativa verifica di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, la renderebbe suscettibile di annullamento. Solo una verifica del genere sembra compatibile con le funzioni della Corte di cassazione, in quanto essa non richiede la individuazione del risultato probatorio, ma comporta un confronto tra la richiesta di assunzione o di valutazione di una prova e il provvedimento impugnato e presuppone che la richiesta sia stata correttamente formulata e documentata il che nel giudizio di appello non è certo precluso alla parte non impugnante, la quale, con memorie, atti o anche dichiarazioni verbalizzate, ben può sollecitare la considerazione di una prova trascurata dalla sentenza di primo grado . Ecco allora, nella prospettiva qui criticata, il senso dell'inciso altri atti del processo . Lungi dall'aprire l'accesso agli atti probatori, quella formula alluderebbe soltanto al potere della Corte di confrontare i motivi di appello, le memorie e le richieste difensive con l'esame che ne ha compiuto il giudice cfr. Nappi, Il sindacato di legittimità, cit., p. 186 gli altri atti del processo, cui opportunamente la norma allude, sono appunto quelli dai quali risultino domande o eccezioni dalle quali derivava per il giudice un dovere di decisione che si assume violato analogamente, A. Morgigni, in D& G , 10/2006, p. 13 il termine 'atti del processo' sembra riferirsi a tutti gli atti processuali a contenuto non probatorio cioè a quelli che presentano già un contenuto valutativo di risultanze probatorie . Il nuovo testo dell'articolo 606 lettera e Cpp si ridurrebbe, nella sostanza, a ratificare l'indirizzo già espresso nella menzionata sentenza delle Sezioni unite così ancora Morgigni, op. cit., p. 129 la modifica della legge 46/2006 potrebbe rappresentare la trasposizione in norma processuale del frutto del progressivo sforzo d'aggiornamento interpretativo della massima giurisprudenza . Dunque, dopo gli allarmi, le proteste, la catastrofe annunciata sulla conversione della terza istanza in giudice del merito, si scoprirebbe con stupore che la tanto deplorata legge si è limitata a ribadire l'ordine esistente. È plausibile una simile interpretazione? Come altrove ho sostenuto D& G , 9/2006, p. 82 e seguenti , si tratta di una palese forzatura delle formule legislative, costruita sull'idea, senza dubbio coerente con l'originaria versione dell'articolo 606 Cpp, di un controllo della Cassazione limitato al solo testo della sentenza. Ma quell'idea ha ricevuto la più netta smentita nel momento stesso in cui si è precisato che il vizio di motivazione può risultare non solo dal testo del provvedimento impugnato , ma anche dagli altri atti del processo . Gli atti del processo includono necessariamente quelli probatori e nulla nel tenore dell'articolo 606 Cpp o di altre norme del codice di rito lascia spazio ad una contraria conclusione. Estromettere le prove dalla categoria degli atti processuali , più che ad un'interpretazione, equivale alla parziale abrogazione del dettato codicistico. Capita alle migliori elaborazioni dottrinali di essere archiviate dalla penna del legislatore 'provvisoriamente', perché le leggi passano, mentre le idee restano . Un breve inciso della legge Pecorella ha liquidato il divieto di accesso agli atti probatori, allo stesso modo in cui la sentenza 255/1992 della Corte costituzionale ha mandato in fumo il contraddittorio nella formazione della prova, dichiarando incostituzionale il terzo comma dell'articolo 500 Cpp. Con la differenza che una legge ordinaria può essere modificata con relativa facilità, mentre per superare quella sentenza costituzionale è stato necessario costituzionalizzare i principi del giusto processo. Chi con ottime ragioni persegue l'idea di un controllo di terza istanza limitato al testo della sentenza impugnata o, ancora più radicalmente, circoscritto alle sole questioni di diritto, non ha alcun motivo per abbandonare la sua prospettiva ma non può pensare di realizzarla in sede interpretativa con un'operazione degna di Procuste. L'impegno va apertamente indirizzato verso la revisione della legge Pecorella. *Professore ordinario di Procedura penale Università di Torino ?? ?? 8