Noukà Kesseng Paul, accusato di violenza carnale, forse innocente, espulso: la storia vista dall'ex direttore del carcere

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello* Non avesse il dr. Andrea Ferrari, assessore alla cultura del comune di Lodi, richiamato la mia attenzione, l'altra sera non avrei visto il programma di Italia 1 Le Iene che non guardo abitualmente e non avrei provato, oserei dire, raccapriccio per la vicenda umana di questo signore del Camerun, venuto in Italia in cerca di fortuna, trovandovi invece una condanna a 6 anni di reclusione per violenza carnale su una ragazza di età minore dei 12 anni. È stato detenuto nel carcere di Lodi mentre io ne ero il direttore. Mi fu segnalato dalla psicologa dr.ssa Maria L. Romanini il soggetto in esecuzione di pena detentiva definitiva era in osservazione , ponendo in particolare l'accento sulla circostanza che quel soggetto aspirava ad essere ammesso al lavoro esterno per giocare presso la squadra di calcio del Fanfulla di Lodi, proposito che io subiti giudicai irrealizzabile, posto che avesse anche superato il provino. È di tutta evidenza la irrealtà di una simile aspirazione, non tanto per il colore della pelle quanto per il reato per il quale era stato condannato, un reato di pedofilia. Ricevuto in udienza dal sottoscritto, il soggetto si presentava affetto da una grave forma di balbuzie, complicata da una molto imperfetta conoscenza della lingua italiana. Fu da me ricevuto alcune altre volte, nel corso delle quali leggemmo la sua sentenza di condanna, ma sempre, sistematicamente, egli fu fermo ed irremovibile nel proclamare la sua innocenza e nell'addebitare la sua condanna ad un vendetta per gelosia di un suo cugino residente in Pavia, mentre un suo fratello abitava in Vigevano. Si trattava di una attività di osservazione molto delicata, nella quale non poté essere assicurato l'apporto dell'indagine socio-familiare da parte dell'allora Centro di Servizio Sociale per Adulti oggi si chiama Ufficio Esecuzione Penale Esterna , il quale non riuscì a mettersi in contatto con il cugino geloso, la cui figlia o supposta tale si assumeva essere stata oggetto di violenza carnale erano irreperibili e poi si è saputo del loro rientro in Camerun. Il servizio de Le Iene sarà sicuramente acquisito quanto meno dall'avvocato difensore, che ha già chiesto inutilmente la riapertura del processo a Brescia il soggetto ha scontato 5 anni e 5 giorni di pena detentiva ed è rientrato, per espulsione, nel Camerun . Il Gruppo di Osservazione e trattamento, da me presieduto, credé all'innocenza del detenuto, ma, sopratutto, all'inesistente pericolosità sociale del soggetto, che appariva in possesso di un solido codice morale il rifiuto di ammissione di colpevolezza, anche a prezzo di non poter aspirare alle misure alternativa alla detenzione . Il 19 settembre 2003 la Relazione di sintesi ed annesso Programma di trattamento furono pronti. Conviene riportarne un singolo passo, molto significativo Nei numerosi colloqui di approfondimento effettuati con gli Operatori del trattamento, nella prima fase della detenzione, il soggetto si mostrava intimorito, confuso e poco capace di farsi capire anche l'uso della lingua francese, da lui sempre parlata sin dall'infanzia, non facilitava la comunicazione. Faticosamente, si apprendeva che avrebbe sempre avuto la grande speranza di sfondare nel calcio ma il reato in espiazione gli ha tolto questa possibilità. Riguardo il reato si proclama assolutamente estraneo alla violenza contestatagli, affermando di una macchinazione contro di lui o meglio, di una vendetta contro la sua famiglia, centrando il colloquio ed insistendo sulla possibilità di chiarire i fatti, al punto da sembrare poco consapevole che ormai la condanna era divenuta irrevocabile. Con il passare del tempo e con un deciso miglioramento delle capacità espositive il soggetto accusa una leggera balbuzie , assume toni e comportamenti relazionali più costruttivi, continua a professarsi innocente ma racconta meglio la sua vita passata, i progetti, i lavori svolti e la sua vita sentimentale, delineando una personalità semplice, forte attaccamento a valori etici positivi, rafforzando la propria totale abiura al reato di violenza sessuale, lontana dai propri valori morali e per questo particolarmente affranto per l'accaduto, sperando, inoltre, nella possibilità di giungere ad una revisione del processo, il tutto raccontato con equilibrio seppure con profondo dolore. Nella vita detentiva appare più integrato e partecipe rispetto all'inizio. Da quanto si è constatato nei colloqui, non c'è traccia di fanatismo religioso, né spirito di vendetta verso chi, secondo la sua narrazione, ha voluto il suo male per colpire la famiglia. Nell'attuale, è buona la capacità di far fronte alle frustrazioni ed alle lentezze che la vita da recluso gli propone quotidianamente. Riguardo la progettualità, è desideroso di dimostrare le sue doti, ricongiungersi alla compagna, integrarsi nel mondo del lavoro e, magari, riprendere a studiare, non rinnegandosi la possibilità di ritentare con il calcio, comunque ormai non più al centro dei propri obbiettivi . Il programma di trattamento prevedeva due misure rieducative 1 la previsione dell'ammissione al lavoro esterno presso la Cooperativa San Nabore, che aveva dato la disponibilità all'assunzione come socio lavoratore 2 la previsione della concessione di permessi-premio. Il giorno 25 settembre 2003 il Magistrato di Sorveglianza di Milano approvava il programma di trattamento con proprio decreto 513/03. Conseguentemente, veniva elaborato il provvedimento di ammissione la lavoro esterno, datato 29 novembre 2003. Il 13 febbraio 2004 il Magistrato di Sorveglianza di Milano, con propria decreto 532/03, rifiutava l'approvazione dell'ammissione al lavoro esterno, che pertanto non veniva autorizzato, con la seguente motivazione il detenuto risulta sprovvisto di permesso di soggiorno . La Questura di Lodi, interessata al rinnovo del permesso di soggiorno, con nota n. 12/2004 Imm. del 21 aprile 2004, da una parte dava conto della impossibilità di tale rinnovo, dall'altra conveniva con la direzione del carcere che tale permesso di soggiorno non appariva necessario. La prefettura di Lodi a sua volta con atto n. 3270/04 del 3 marzo 2004, rigettava il ricorso presentato dal suddetto di rinnovo del permesso di soggiorno, rinnovo già rigettato una prima volta il 26 settembre 2002 dalla Questura di Lodi. Per chiudere il cerchio di ferro delle 'impossibilità' il Magistrato di Sorveglianza di Milano rigettava anche la concessione di un permesso premiale, con proprio decreto 4681/03 del 27 febbraio 2004,con la medesima motivazione il detenuto risulta sprovvisto di permesso di soggiorno . Parlare con quel soggetto era diventato davvero penoso, perché mentre ammirevole era il suo autocontrollo tranne che per la balbuzie , molto chiaro era nel suo sguardo un grido di aiuto che non possibile non cogliere ed era impossibile raccogliere. Oggi è un uomo libero che ancora insegue quello che non è più un sogno, il riscatto da una accusa che appare ingiusta, come era sembrato agli operatori del carcere di Lodi, e da una condizione umana di miglioramento. Singolare appare la circostanza che mentre il Magistrato di Sorveglianza di Milano negava sia l'ammissione al lavoro esterno sia la concessione di un permesso premiale, lo stesso Tribunale aveva sentenziato nel senso delineato dalla direzione e dalla Questura di Lodi, e cioè La situazione di cittadino extracomunitario privo di valida autorizzazione alla permanenza sul territorio nazionale, non può essere di per sè solo valido motivo di rigetto dell'istanza di affidamento in prova al servizio sociale, qualora sussistano gli ulteriori presupposti richiesti dalle norme sull'ordinamento penitenziario. L'espiazione di pena detentiva consente infatti a tutti i detenuti condannati in Italia anche se stranieri, non risultando nella legislazione italiana alcuna deroga in questo senso, di poter usufruire degli strumenti trattamentali previsti dalla legge. Non pare di ostacolo in tal senso l'articolo 22 Dl 256/92 che sanziona penalmente il datore di lavoro che assume alle proprie dipendenze un cittadino extracomunitario privo di permesso di soggiorno. Dalle circolari ministeriali sul punto si evince, infatti, che non è richiesto il permesso di soggiorno per i detenuti e gli internati stranieri avviati al lavoro in misura alternativa ai sensi dell'articolo 21 ordinamento penitenziario, dovendo in tali casi gli Uffici del lavoro territorialmente competenti rilasciare un apposito atto di avviamento al lavoro. Diversamente, infatti, ne discenderebbe che i condannati extracomunitari privi di permesso di soggiorno, pur non potendo essere espulsi, di fatto non potrebbero accedere a quelle misure alternative che fondano sullo svolgimento di attività lavorativa il loro momento qualificante . Sezione Sorveglianza Milano, 15 luglio 2003 in Foro ambrosiano 2003, 521 . *Ispettore generale dell'Amministrazione penitenziaria, in pensione