Gli assegni fuori busta non sono per forza evasione fiscale

Non è valido l'avviso di accertamento che si limita ad indicarli senza dimostrare a che titolo sono stati emessi

Gli assegni ricevuti dal datore di lavoro fuori busta, non provano nulla. Non è infatti sufficiente, ai fini dell'accertamento per un compenso non tassato, indicarli nell'avviso senza dimostrare a quale titolo sono stati emessi. Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 24067 del 10 novembre 2006 leggibile tra i documenti correlati , ha accolto il ricorso di una lavoratrice che aveva ricevuto degli assegni dal datore di lavoro, oltre lo stipendio. La soluzione del caso non è stata semplice. Infatti, mentre il primo giudice aveva dato ragione alla contribuente il secondo aveva accolto il ricorso del fisco. La commissione provinciale, aveva espressamente sostenuto che l'avviso di accertamento andava annullato perché l'ufficio non aveva allegato agli avvisi copia o estratto del processo verbale di constatazione e non aveva indicato a quale titolo gli assegni che si affermavano relativi a compensi non tassati sarebbero stati percepiti. Pertanto gli elementi difettavano di certezza, precisione e concordanza, essendo basati su un atto non probante, prodotto dall'ufficio soltanto in giudizio . A parere della commissione regionale, invece, i primi giudici avevano sbagliato perché non avevano considerato che la contribuente avrebbe dovuto essere a conoscenza dei documenti, compresi gli assegni. Tanto più che erano state accertate, dalle fiamme gialle, ore lavorate in più rispetto a quelle indicate in busta paga. Quindi la donna ha presentato ricorso in Cassazione. I giudici della sezione tributaria, lo hanno accolto evidenziando come, tanto prima quanto dopo lo statuto, che ha formalizzato l'obbligo per l'ufficio di allegare i documenti sui cui si fonda un accertamento induttivo, è necessario che il contribuente sia stato a conoscenza del contenuto di tale atto, nella parte che lo riguarda . Insomma ha detto il Collegio, non è sufficiente affermare che il debitore d'imposta può e deve conoscere i movimenti di denaro che lo riguardano, compresi gli assegni. Dev'essere sempre provato a che titolo sono stati incassati. Deb.Alb.

Cassazione - Sezione tributaria - sentenza 21 settembre-10 novembre 2006, n. 24067 Presidente Saccucci - Relatore Altieri Pm Caliendo - difforme - Ricorrente Pezzolato - Controricorrente ministero delle Finanze ed altri Svolgimento del processo Sulla base di processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza nei confronti della Artigiana Pitture di Berteggia Roberto & C. Snc, esercente attività di tinteggiature, l'ufficio delle imposte dirette di Adria notificava il 29 ottobre 1997 a Stefania Pezzolato avvisi di accertamento, per aver ricevuto dalla predetta società. compensi fuori busta per lire 10. 381. 000 per il 1989, lire 13. 131. 000 per il 1990, lire 29. 926. 000 per il 1991 e lire 26.994. 000 per il 1994, per il maggior reddito ai fini Irpef non dichiarato. Tali riprese si fondavanosu assegni emessi dalla ditta a favore della Pezzolato. Quest'ultima ricorreva alla commissione tributaria provinciale, deducendo l'illegittimità degli avvisi per carenza di motivazione, in quanto motivati per relationem. La commissione accoglieva il ricorso, osservando che l'ufficio non aveva allegato agli avvisi copia o estratto del processo verbale di constatazione e senza indicare a quale titolo gli assegni - che si affermavano relativi a compensi non tassati - sarebbero stati percepiti che, pertanto, gli elementi difettavano di certezza, precisione e concordanza essendo basati su un atto non probante, prodotto dall'ufficio soltanto in giudizio. La commissione. tributaria regionale del Veneto accoglieva l'appello dell'ufficio con sentenza 28 giugno 27 settembre 2001, con la seguente motivazione -i primi giudici non avevano considerato che tutti i documenti indicati negli accertamenti avrebbero potuto essere conosciuti dalla contribuente - era legittimo il rinvio al processo verbale di constatazione e l'utilizzo di informazioni comunque raccolte dall'ufficio, - nel merito, era stato accertato che le ore lavorate erano superiori a quelle indicate in busta paga, come risultava in modo inconfutabile dagli assegni che la Pezzolato aveva percepito, in relazione ai quali non era stata fornita alcuna plausibile spiegazione. Avverso tale sentenza la Pezzolato ha proposto ricorso per cassazione,fondato su tre motivi. Resistono con controricorso il ministero dell'Economia e delle Finanze e l'Agenzia delle Entrate. 2. I motivi di ricorso. 2.1. Col primo motivo, denunciando omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, nonché violazione e falsa applicazione degli articoli 39, comma 1, e 40 del Dpr 600/73, in relazione all'articolo 3, comma 3, della legge 241/90, e 7, comma 1, della legge 212/00 Statuto del contribuente , la ricorrente deduce - non può essere condiviso quanto statuito dalla sentenza circa la correttezza della motivazione. Essendo questa . incontestabilmente per relationem, secondo l'articolo 7 dello Statuto del contribuente e il nuovo testo dell'articolo 42, secondo comma, del Dpr 600/73, come modificato dall'articolo 1 del D.Lgs 32/2001, gli atti cui l'accertamento si riferiva avrebbero dovuto essere a questi allegati - l'affermazione della sentenza che la contribuente avrebbe conosciuto il contenuto del processo verbale di constatazione non corrisponde al vero inoltre, di tale atto non era mai stata data comunicazione alla contribuente, essendo stato redatto nei confronti di altro soggetto, con un mero richiamo negli avvisi di accertamento d'altra parte, la mera conoscibilità del documento non consente di affermare che il dovere di motivazione per relationem sia assolto mediante un mero rinvio al contenuto di un processo verbale della Guardia di Finanza, il quale deve essere sottoposto a vaglio critico - non può essere accolta la tesi dell'ufficio, secondo cui la contribuente avrebbe potuto esercitare il diritto di accesso. Pur avendo l'articolo 3 della legge sul procedimento amministrativo riconosciuto la legittimità della motivazione per relationem nei casi in cui il documento richiamato sia indicato e reso disponibile, occorre considerare che tale norma ha la funzione di accrescere le garanzie dei privati nei confronti della Pa, e non per ridurre quelle già riconosciute da specifiche disposizioni nel la specie l'articolo 42 del Dpr 600/73, che, fin dalla sua formulazione originaria, richiede che l'avviso di accertamento indichi le ragioni di fatto e di diritto della pretesa fiscale. 2.2. Col secondo motivo, denunciando violazione dei principi in materia di onere della prova e erronea motivazione, la ricorrente deduce che la statuizione della percezione di compensi fuori busta sia stata fondato su assegni che sarebbero stati incassati dalla ricorrente, assegni sui quali risultava apposta la girata della stessa. Tale elemento non era sufficiente per affermare che la somma fosse entrata nella effettiva disponibilità della contribuente. Inoltre, occorreva considerare che alcuni degli assegni non risultavano intestati, altri erano stati sottoscritti da persona diversa dal titolare della società. 2.3. Col terzo motivo la ricorrente, denunciando omessa motivazione in riferimento. al giudicato formatosi sulla pronuncia della commissione tributaria provinciale di Rovigo 11 giugno 1999,. deduce che tale decisione aveva statuito favorevolmente nei suoi confronti in relazione allo stesso rapporto, sia pure per anno diverso 1993 , affermando che il movimento di assegni dedotto dall'ufficio a dimostrazione del pagamento di compensi fuori busta, non costituiva prova sufficiente della percezione dei compensi, né della loro esatta natura. Tale pronuncia, secondo - la ricorrente, svolge efficacia di giudicato anche per gli anni d'imposta oggetto del presente procedimento, trattandosi di presupposti di fatto decisivi, comuni a entrambi i rapporti in contestazione. 3. Motivi della decisione. 3.1. I primi due motivi, da esaminarsi congiuntamente, meritano accoglimento nei termini che saranno di seguito precisati. Si deve premettere che il Collegio non condivide la tesi secondo cui, quando l'accertamento si fonda su un processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza, l'ufficio impositore al fine di adempiere all'obbligo di motivazione - ha l'obbligo di valutare criticamente a in modo autonomo le conclusioni e gli accertamenti cui la Guardia di Finanza è pervenuta. Come la giurisprudenza della Corte ha costantemente affermato da ultima, sentenza 1236/06 , l'obbligo di motivazione dell' accertamento può ritenersi assolto anche mediante, il mero rinvio ad un processo verbale di constatazione, purché, ovviamente, dallo stesso si colgano gli elementi che consentano una precisa identificazione della pretesa tributaria e una adeguata tutela giurisdizionale del contribuente. Peraltro, prima dell'entrata in vigore dell'articolo 7, comma 1, dello Statuto dei diritti del contribuente, non applicabile nella specie ratione temporis, secondo il quale il diverso atto cui la motivazione fa riferimento deve essere necessariamente allegato all'atto che ne fa menzione, è pur sempre necessario che il contribuente sia stato a conoscenza del contenuto di tale atto, nella parte che lo riguarda. Orbene, nella specie, la sentenza ha affermato genericamente che Pezzolato era in grado dì conoscere i movimenti di denaro che la riguardavano, nonché gli assegni che, secondo l'ufficio, documentavano tali movimenti e la loro causa inoltre, che dalle indagini della Guardia di Finanza erano emersi elementi che confermavano l'esistenza di pagamenti fuori busta, e che erano stati portati a conoscenza dell'interessata. Tale motivazione non consente, pertanto, di verificare la correttezza del ragionamento del giudice di merito circa l'indicazione di sufficienti elementi che consentissero una adeguata difesa della contribuente, anche in relazione all'esatto ammontare dei compensi che si assumevano-non dichiarati. 3.2. Merita accoglimento anche il terzo motivo. Secondo il principio affermato dalle Su nella sentenza 13916/06, il giudicato esterno deve essere rilevato d'ufficio e anche per la prima volta nel giudizio di legittimità, purché la parte che lo invoca produca copia autentica della sentenza, recante attestazione del passaggio in giudicato. Tale principio, secondo la citata sentenza opera anche nel processo tributario e in relazione ad altro anno d'imposta. Ovviamente, il giudicato non copre tutti i punti che costituiscono antecedente logico della pronuncia, in particolare la valutazione di prove o la ricostruzione di fatti. In proposito il Collegio richiama i principi affermati dalla giurisprudenza della Corte, da ultimo nella sentenza 11365/06. Applicando tali principi al caso di specie, deve ritenersi che la commissione tributaria aveva l'obbligo di verificare il contenuto della sentenza richiamata, al fine di accertare se lo stesso contenesse una statuizione che, secondo i principi sui limiti oggettivi del giudicato, estendesse i propri. effetti alla controversia in esame. 3.3. La sentenza deve, pertanto, essere cassata, con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della commissione tributaria regionale del Veneto. I giudici di merito dovranno a esaminare la sentenza della commissione tributaria di Rovigo 133/1/99 e, ove ne sia dimostrato il passaggio in giudicato, verificare se la stessa possa svolgere un'efficacia di giudicato in relazione al presente procedimento b in caso negativo, compiere un esame sulla motivazione dell'accertamento, sugli atti del procedimento impositivo e sul processo verbale di constatazione, al fine dì verificare se la Pezzolato sia stata resa edotta del contenuto dei documenti che, secondo l'ufficio, dimostravano l'avvenuto pagamento di emolumenti non dichiarati. Di tale esame dovrà essere dato conto con adeguata motivazione. Ai giudici di rinvio è affidata anche la decisione sulle spese del presente giudizio di legittimità. PQM La Corte di cassazione accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questa fase, ad altra sezione della commissione tributaria regionale del Veneto.