Attività forensi degli ex magistrati, solo il passare del tempo evita le sanzioni

di Francesco Antonio Genovese

In tema di illeciti disciplinari degli esercenti la professione forense, incorre legittimamente nella sanzione disciplinare di cui all'articolo 26, terzo comma, Rdl 1578/33, l'avvocato che, avendo in passato ricoperto le funzioni di magistrato dell'ordine giudiziario, abbia svolto la professione legale avanti l'autorità giudiziaria presso la quale aveva esercitato, negli ultimi tre anni, le sue funzioni, non essendo trascorso un biennio dalla cessazione delle funzioni medesime. È quanto emerge dalla sentenza 22218/06 delle Sezioni unite civili della Cassazione, depositata il 16 ottobre e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. di Francesco Antonio Genovese* 1. In applicazione di tale principio, le Sezioni unite hanno confermato la decisione del Consiglio nazionale forense che ha inflitto la sanzione della censura ad un avvocato, ex procuratore della Repubblica presso una Pretura, il quale aveva esercitato l'attività difensiva, nell'ambito delle indagini penali svolte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale della stessa città, ove aveva svolto le funzioni giudiziarie negli ultimi tre anni. Il caso esaminato nella sentenza appare inedito, sul piano dei principi giurisprudenziali, dove non risultano precedenti riguardanti lo svolgimento di attività forensi da parte di ex magistrati presso gli uffici di ultima attribuzione, prima della cessazione dall'ordine giudiziario. A proposito dello specifico caso esaminato, in cui l'ex procuratore circondariale aveva svolto l'attività presso la locale Procura della Repubblica che quella soppressa ha assorbito , la sentenza ha dovuto superare due difficoltà giuridico-argomentative la soppressione dell'albo dei procuratori legali cui pure sembra riferirsi la condotta sanzionata la soppressione dell'Ufficio giudiziario di procuratore della Repubblica presso la pretura alle cui funzioni l'ex magistrato era stato addetto nell'ultimo periodo della sua carriera . 2. In ordine alla prima questione, quella che descrive l'illecito come attività procuratoria presso l'ex ufficio giudiziario, la Corte ha affermato che l'incolpato non avrebbe potuto essere tenuto indenne dalla sanzione perché la funzione di procuratore legale non è scomparsa ma, a seguito della riforma introdotta dalla legge 27/1997, è stato solo soppresso il relativo albo, con identificazione della professione con quella di avvocato. Sulla soppressione dell'albo dei procuratori legali la sezione III, sentenza 15414/04, ha stabilito, in materia di esercizio della professione forense, che l'articolo 8, legge 479/99, ha attribuito efficacia retroattiva alla abrogazione, disposta dall'articolo 6, legge 27/1997, dell'articolo 5, Rdl 1578/33, convertito nella legge 36/1934 che ammetteva il procuratore legale ad esercitare la professione solo entro il distretto della corte d'appello , estendendone gli effetti a tutti i processi in corso alla data di entrata in vigore della citata legge 27/1997, dovendosi ritenere per processi in corso tutti quelli a tale data ancora non esauriti, anche se in fase diversa rispetto a quella in cui sia precedentemente intervenuto un procuratore extra districtum, quindi con il solo limite del formarsi del giudicato sulla nullità dell'atto, e conseguentemente, l'effetto sanante deve essere dichiarato anche nel corso del giudizio di legittimità, in quanto continuazione del processo in fase di impugnazione. In ordine alla seconda, riguardante la pretesa non sanzionabilità del comportamento per la soppressione dell'Ufficio giudiziario dove erano state svolte, per ultimo, le funzioni giudiziarie, la decisione ha stabilito che vi è identità di ufficio tra Procura della Repubblica presso la Pretura ora soppresso e Procura della Repubblica presso il tribunale, dato che la soppressione del primo ufficio articolo 2 D.Lgs 51/1998 è stata segnata dalla incorporazione dell'ufficio soppresso nell'ufficio maggiore, con il relativo trasferimento di funzioni e connesse situazioni di incompatibilità. 3. Il fondamento della sanzione è stato individuato, nella sentenza che si esamina, nella necessità di frapporre un intervallo temporale fra l'attività di magistrato e quella di avvocato, allo scopo di evitare il sospetto dell'utilizzazione, nella seconda attività, di notizie e rapporti personali inerenti alla prima. Ma su tale fondamento si può forse esprimere qualche dubbio. Più che l'utilizzazione privata di notizie e rapporti personali, il divieto sembra da collegare al principio dell'apparenza e allo svilimento delle funzioni giudiziaria e forense , che si avrebbe passando, senza soluzione di continuità, quasi impunemente, dalla prima alla seconda, senza segnare - tra l'una e l'altra - un minimo distacco temporale. A ben riflettere, è la stessa ragione che impedisce a chi ha svolto rilevanti cariche pubbliche di poter accedere ad altri uffici privati o pubblici, non importa prima che sia trascorso se vogliamo dirla rievocando un evento, che non sempre è luttuoso per chi lo mette in pratica un certo tempus lugendi. *Magistrato

Cassazione - Sezioni unite civili - sentenza 28 settembre-16 ottobre 2006, n. 22218 Presidente Carbone - Relatore Graziadei Pm Maccarone - difforme - Ricorrente Perna Svolgimento del processo Il Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Trieste, con provvedimento dell'11 luglio 2003, ha inflitto la sanzione disciplinare della censura a carico dell'avv. Marcello Perna, per aver violato l'articolo 26 comma 3 del Rdl 1578/33, il quale stabilisce che coloro che siano stati magistrati dell'ordine giudiziario non possono svolgere la professione di procuratore avanti l'autorità giudiziaria presso la quale abbiano esercitato negli ultimi tre ami le loro funzioni, se non sia trascorso un biennio dalla cessazione delle funzioni medesime. Il Cnf, respingendo con la sentenza dinanzi specificata il ricorso presentato dall'avv. Perna, ha premesso che questi, Procuratore della Repubblica presso la Pretura di Trieste fino al 15 luglio 1999, nel novembre dello stesso anno aveva esercitato attività difensiva nell'ambito di indagini penali svolte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trieste ha ritenuto che il fatto integrasse violazione del predetto ad. 26, fra l'altro rilevando che la riforma introdotta dalla legge 27/1997 non ha soppresso la figura del procuratore legale, ma solo il relativo albo, con identificazione della professione di procuratore con quella di avvocato ha ritenuto inoltre che tale violazione fosse ricollegabile a condotta volontaria ed incauta ha escluso che la norma, rispondente all'esigenza di evitare situazioni di disagio morale, potesse interferire sull'inviolabilità del diritto di difesa di cui all'articolo 24 della Costituzione ha infine osservato che il D.Lgs 51/1998, sull'istituzione del giudice unico di primo grado, non aveva determinato la sparizione della Procura della Repubblica presso la Pretura di Trieste, cui l'incolpato era stato addotto, ma aveva comportato solo il trasferimento delle corrispondenti funzioni alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trieste. L'avv. Perna, con ricorso proposto ai sensi dell'articolo 56 del citato Rdl 1578/33, ha chiesto la cassazione di detta sentenza, notificando il relativo atto il 21-22 febbraio 2005 al Consiglio dell'Ordine di Trieste ed al Cnf, e poi, il 7 gennaio 2006, al Procuratore generale presso questa Corte, in esecuzione di ordine d'integrazione del contraddittorio impartitogli con ordinanza del 17-28 novembre 2005. Le parti intimate non hanno presentato controdeduzioni, Il ricorrente ha anche sollecitato la sospensione dell'esecuzione della pronuncia del Consiglio nazionale. li procedimento n. 4893 bis/05, attinente all'istanza di sospensione, fissato per la decisione in camera di consiglio in data odierna previa acqu sizione delle conclusioni del Pg il quale ne ha chiesto il rigetto , è stato riunito al procedimento 4893/05, inerente al ricorso per cassazione, con provvedimento reso in udienza. Motivi della decisione L'avv. Perna pregiudizialmente denuncia la nullità della statuizione impugnata, per violazione del principio del contraddittorio, assumendo che l'avviso della seduta di discussione davanti al Consiglio nazionale sarebbe stato invalidamente notificato presso il suo studio, peraltro in un periodo in cui era assente per vacanza, anziché nel domicilio eletto in Roma presso l'avv. Tedeschini, ed aggiunge che la tale inosservanza gli ha precluso di partecipare al dibattito. La censura è inammissibile, in ragione della sua formulazione in termini generici e puramente enunciativi, senza alcuna indicazione circa l'atto che avrebbe comportato tempestiva ed efficace elezione di domicilio secondo le previsioni dell'articolo 60 del Rd 37/1934. Il ricorrente contesta poi l'interpretazione ed applicazione a suo carico dell'articolo 26 comma 3 del Rdl 1578/33. Sostenendo che la norma riguarda l'attività procuratoria in senso stretto, quella cioè svolta in sede civile in forza di procura rilasciata dal cliente, ed inoltre opera solo in caso di effettiva identità dell'ufficio giudiziario presso il quale siano svolte prima le funzioni di magistrato e dopo quelle di avvocato, il Perna afferma la mancanza nella specie di detti presupposti, dato che la sua attività si era esaurita in assistenza difensiva nell'ambito di un procedimento penale, e comunque era stata espletata presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Trieste, della quale non aveva mai fatto parte. Le deduzioni sono infondate. Con riguardo alla prima, si osserva che la disposizione in esame, in quanto riferita alla professione di procuratore ora di avvocato, dopo la soppressione dell'albo dei procuratori di cui alla legge 27/1997 , e, quindi, alla complessiva attività giudiziale abbisognante dell'iscrizione nel relativo albo, non si presta all'interpretazione restrittiva proposta dal ricorrente, non autorizzando alcuna distinzione a seconda che il singolo atto sia o meno compiuto in base a mandato rappresentativo, né, più in generale, a seconda che si tratti di attività svolta in sede civile od in sede penale come invece ha ritenuto Cassazione Sezione terza, 5268/00, peraltro in via soltanto argomentativa nell'esame di una questione di costituzionalità , l'una e l'altra configurano infatti esercizio della professione forense. La distinzione, del resto, non sarebbe coerente con la ratio della norma, dato che in tutti i casi sopra delineati parimenti sussiste l'esigenza di frapporre un intervallo temporale fra l'attività di magistrato e l'attività di avvocato, per evitare anche il semplice sospetto di utilizzazione nella seconda di notizie e rapporti personali inerenti alla prima. Il requisito poi dell'identità dell'ufficio sussiste, con riguardo al magistrato che sia stato procuratore della Repubblica presso una pretura e che successivamente abbia svolto la professione forense nell'ambito di indagini della procura della Repubblica presso il tribunale cui siano state trasferite le relative funzioni con l'istituzione del giudice unico di primo grado , dato che la soppressione dell'ufficio del Pm presso la pretura circondariale articolo 2 del D.Lgs 51/1998 opera ex nunc, e segna sostanzialmente l'incorporazione dell'ufficio soppresso nell'ufficio del Pm presso il tribunale, con il trasferimento, unitamente alle funzioni, delle connesse situazioni d'incompatibilità. Detti principi manifestamente non autorizzano dubbi sulla compatibilità dell'articolo 26 in esame con l'articolo 24 della Costituzione, dato che la facoltà di scegliere il difensore di fiducia, insita nel diritto di difesa, non può che essere esercitata nell'ambito dei soggetti che l'ordinamento, con criteri predeterminati e ragionevoli, proprio a tutela di quel diritto, considera abilitati al corrispondente incarico. L'avv. Perna, infine, critica la sentenza impugnata nella parte in cui ha affermato la presenza dell'elemento soggettivo dell'infrazione disciplinare, osservando che in proposito non è sufficiente la mera volontarietà dell'azione, occorrendo la coscienza del suo carattere illecito. Anche tale deduzione è infondata. Il Cnf, con apprezzamento non sindacabile in questa sede, ha ravvisato un contegno del Perna non solo volontario, ma anche incauto, e dunque cosciente, per la piena possibilità di cogliere l'incompatibilità dell'attività difensiva in concreto svolta con le precorse funzioni di procuratore della Repubblica In conclusione il ricorso deve essere respinto, con il conseguenziale assorbimento dell'istanza di sospensione. Non vi è da provvedere sulle spese, in assenza d'attività difensiva delle parti intimate. PQM La Corte rigetta il ricorso.