Condanna irrevocabile anche se per la Corte europea è ingiusta

I giudici italiani indicano una carenza legislativa in questo caso per le sentenze passate in giudicato non è possibile riaprire il procedimento. E la palla torna alla Cedu

Mani legate per i giudici italiani sui verdetti di condanna giudicati non equi dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. La mancanza nel nostro ordinamento di un rimedio ad un procedimento penale che, secondo i magistrati di Strasburgo, si è svolto in violazione del diritto di difesa dell'imputato, ha, almeno per il momento, una sola conseguenza l'esecuzione della pena e la carcerazione definitiva del condannato. Così la pensa la prima sezione della Corte d'assise d'appello di Milano nell'ordinanza - depositata il 30 gennaio scorso e qui integralmente leggibile tra gli allegati - con la quale ha respinto, in sede di incidente di esecuzione, la richiesta del signor Franco Cat Berro di annullare, revocare o dichiarare ineseguibile l' ordine di esecuzione relativo alla condanna irrevocabile emessa nei suoi confronti il 10 aprile 1984 dalla stessa Corte d'assise d'appello di Milano , per la quale è detenuto. La storia processuale dell'uomo, di 56 anni, è davvero infinita in primo grado, fu condannato a Bergamo a 24 anni di reclusione per omicidio e rapina. In appello l'imputato venne assolto, ma la Procura generale di Brescia fece ricorso alla Corte di cassazione che, a sua volta, annullò la sentenza assolutoria, mandando gli atti a Milano. Lì, la Corte d'assise d'appello confermò la prima condanna a 24 anni, che diventò esecutiva. A questo punto Cat Berro decide di fare ricorso alla Corte europea, sostenendo che l'ultimo grado di giudizio si sarebbe svolto in maniera irregolare cioè mentre lui si trovava in Olanda, detenuto per fatti commessi in quel Paese. I giudici di Strasburgo gli hanno dato ragione, riconoscendo nel caso in esame la violazione dell'articolo 6 Cedu, perché nel giudizio d'appello non era stato garantito all'accusato il diritto di difendersi personalmente. Ma il verdetto europeo non ha cambiato di una virgola il suo stato detenzione, restando disatteso dai magistrati italiani. In pratica, una decisione della Corte di Strasburgo non ha il potere di bloccare l'esecutività di una sentenza italiana passata in giudicato e considerata ingiusta dai giudici europei. Il motivo? La mancanza nel nostro ordinamento di un apposito rimedio non permette alla magistratura italiana alcuna soluzione, altrimenti vestirebbe i panni del legislatore. Ecco quindi la conclusione della Corte d'assise d'appello di Milano nell'ordinanza del 30 gennaio 2006 la quale ritiene che, nella specie, una volta intervenuta sentenza di rigetto della Cassazione, la condanna sia divenuta irrevocabile e non sia previsto, de iure condito, alcuno strumento giuridico che consenta a questo giudice di incidere su sulla sua esecutività e sulla conseguente detenzione del condannato nonché, nel contempo, di provocare la riapertura del procedimento in modo che si possa procedere alla celebrazione di un nuovo processo secondo le regole del giusto processo di non potersi sostituire al legislatore nell'introdurre tale strumento giuridico scegliendolo tra le varie opzioni in astratto ipotizzabili .

Corte d'assise d'appello di Milano - Sezione prima - ordinanza 30 gennaio 2006 Presidente Passerini - estensore Grisolia Ordinanza La sentenza di annullamento 22 settembre 2005 della Corte di Cassazioneazione La Corte d'assise d'appello di Milano, con ordinanza emessa il 23/11/2004 - ai sensi dell'articolo 666, secondo comma, Cpp - dichiarava inammissibile l'istanza avanzata, ai sensi dell'articolo 670 Cpp, dal condannato Franco CAT BERRO, nato a Settimo Milanese il 20/5/1949, volta ad ottenere l'annullamento o la revoca o la dichiarazione di ineseguibilità dell'ordine di esecuzione emesso dal P.G. in relazione alla sentenza di condanna alla pena di anni 24 di reclusione pronunciata dalla Corte d'assise d'appello di Milano in data 9/4/1984. Quest'ultimo giudizio di merito - conseguente a rinvio della Corte di Cassazioneazione - si era svolto in contumacia dell'imputato in quanto era stato ritenuto non provato il legittimo impedimento a comparire, costituito dallo stato di detenzione all'estero, mentre la notifica del decreto di citazione era avvenuto a mani della madre del CAT BERRO. La sentenza Corte d'assise d'appello di Milano era stata poi impugnata anche sotto questo profilo di vizio procedurale e, nel corso del nuovo giudizio di legittimità, la sentenza 13/11/1985 della Corte di Cassazioneazione aveva ritenuto non provato l'impedimento e, soprattutto, l'omessa prova dovuta a negligenza dell'imputato. Divenuta così definitiva la ricordata sentenza di condanna alla pena di anni 24 di reclusione pronunciata dalla Corte d'assise d'appello di Milano in data 9/4/1984, il condannato, senza esperire alcuno dei mezzi previsti dall'ordinamento, si era rivolto alla Commissione Europea dei Diritti dell'Uomo denunciando la violazione dell'articolo 6 della Convenzione Europea e la Commissione, ritenuta fondata la doglianza, aveva rimesso le parti davanti alla Corte Europea di Strasburgo che con decisione del 28/8/1991 aveva riconosciuto la violazione del predetto articolo 6 CEDU, in quanto nel giudizio d'appello non era stato riconosciuto all'accusato il diritto di difendersi personalmente. L'accennata ordinanza emessa il 23/11/2004 dalla Corte d'assise d'appello di Milano, in sede di incidente di esecuzione, rilevava, in particolare, che la predetta decisione del 28/8/1991 della Corte Europea di Strasburgo non potesse in alcun modo né eliminare gli effetti della decisione della Cassazioneazione - pur contraria agli obblighi sanciti dal trattato - in ordine al passaggio in giudicato della condanna né, quindi, determinare l'ineseguibilità di quest'ultima, con l'unica conseguenza del diritto riconosciuto al condannato in ordine ad un equo indennizzo. Contro la decisione presentava nuovo ricorso in Cassazioneazione il condannato il quale deduceva 1 illogicità della motivazione nella parte in cui aveva ritenuto che la sentenza della Corte di Strasburgo gli avesse riconosciuto il diritto ad un equo indennizzo, mentre questo era stato negato perché nel caso concreto veniva ritenuta equa riparazione già il riconoscimento della violazione dell'articolo 6 della Convenzione 2 violazione dell'articolo 666 comma 2 Cpp perché la dichiarazione di inammissibilità de plano non poteva consentire un esame anche del merito della norma contenuta nella Convenzione Europea dei diritti dell' uomo 3 violazione dell'articolo 696 Cpp in quanto lo Stato Italiano ha l'obbligo di eseguire le sentenze dell'organismo europeo e quindi è obbligato a revocare l'ordine di esecuzione della sentenza. La Corte di Cassazioneazione, con sentenza 22 settembre 2005 emessa ex articolo 623 comma 1 lett. a Cpp, ha ritenuto che il ricorso dovesse essere accolto in relazione al secondo dei motivi presentati, allo stato assorbente su tutti gli altri, in quanto la dichiarazione di inammissibilità de plano è stata pronunciata fuori dai casi consentiti non trattandosi di un'ipotesi di infondatezza della pretesa evidenziata ictu oculi , coinvolgendo la questione sottoposta all'esame il problema di diritto della immediata eseguibilità delle sentenze della Corte di Strasburgo che contengano una condanna ai sensi dell'articolo 6 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo e della sua incidenza su un giudicato. La sentenza di annullamento, con rinvio, ha precisato al riguardo che il caso in questione coinvolge una tematica molto dibattuta nella giurisprudenza comunitaria che si è pronunciata su casi analoghi. Ha in particolare ricordato come la sentenza pronunciata dalla Corte Europea dei diritti umani in data 3 marzo 2005 nel procedimento contro la Repubblica Bulgara, instaurato da Emil Georgiev Stoichkov, abbia affrontato il problema se, una volta riconosciuto che il procedimento penale si sia svolto in violazione dei principi contenuti nell'articolo 6 della Convenzione, la privazione della liberta conseguente debba considerarsi o meno giustificata ai sensi dell'articolo 5 della stessa convenzione. La conclusione cui è giunta la Corte di Strasburgo in quella sede paragrafi da 51 a 57 è stata di ritenere giustificata ai sensi dell'articolo 5 della convenzione la detenzione in conseguenza del giudicato, ma ingiustificata la stessa detenzione dal momento in cui, dopo aver ottenuto una condanna dello Stato ai sensi dell'articolo 6 e dopo aver attivato una procedura di riapertura del processo secondo una norma introdotta ad hoc nel codice bulgaro, questa gli era stata negata. Come si legge nella stessa sentenza 22 settembre 2005, pertanto, la Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata con rinvio alla stessa Corte d'assise d'appello di Milano, la quale, - le norme della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ratificata con legge 848/55, sono state introdotte nell'ordinamento italiano con la forza di legge propria degli atti contenenti i relativi ordini di esecuzione, sono, dunque, vigenti nell'ordinamento italiano e, in quanto derivanti da una fonte riconducibile a una competenza atipica, sono, come tali, insuscettibili di abrogazione o di modificazione da parte di disposizioni di legge ordinaria Corte Costituzionale, 10/1993 le disposizioni della Convenzione, devono essere, pertanto, applicate dal giudice ita1iano Cassazione, Su, 23 novembre 1988, Polo, rv., 181288 Sezione prima, 12 maggio 1993, Medrano, rv. 195661 - stabilire, poi, se la disposizione di cui all'articolo 5, comma 2, lett. a della Convenzione europea Nessuno può essere privato della libertà salvo che nei casi seguenti e nei modi previsti dalla legge a> se è detenuto regolarmente [rectius legittimamente] in seguito a condanna da parte di un tribunale competente precluda l'esecuzione nell'ordinamento italiano di una sentenza di condanna emessa a conclusione di un processo giudicato non equo dalla Corte di Giustizia a norma dell'articolo 6 della Convenzione, ovvero se, in assenza di un apposito rimedio previsto nell'ordinamento interno, debba comunque prevalere il giudicato.>> La requisitoria scritta del P.G. della Cassazione del 26/5/2005 Stante il rilievo che assumerà nelle successive argomentazioni, appare opportuno richiamare in questa sede anche la requisitoria scritta redatta, in data 26/5/2005, dal P.G. della Cassazione il quale, innanzi tutto, individua > Il P.G. passa quindi ad esaminare nel caso di mancato adeguamento, da parte del legislatore italiano, della normativa interna a quella sovranazionale le possibilità ed i limiti del giudice ordinario nazionale nel riformare o annullare - in sede di giudizio di merito o in sede di legittimità - una precedente decisione che egli ritenga conforme alla legge italiana ma emessa in violazione della normativa CEDU. In particolare, la richiamata requisitoria sottolinea come, a certe condizioni, anche in fase di esecuzione, il giudice possa - alla pari di quello di cognizione - rilevare direttamente l'avvenuta violazione della normativa CEDU, osservando al riguardo che, in linea generale, >. Tale soluzione sarebbe stata, invero, adottabile anche nel caso in esame se non si fosse verificata, nello specifico, l'ulteriore condizione negativa > analoga situazione si sarebbe verificata nell'ipotesi di esame ex professo a seguito di istanza ex articolo 175 Cpp, o di proposizione di appello cd. tardivo . Si è già accennato, infatti, come - secondo quanto emerge in atti - la sentenza 13/11/1985 della Corte di Cassazione abbia rigettato il ricorso, presentato dal difensore del CAT BERRO avverso la sentenza Corte d'assise d'appello di Milano in data 9/4/1984, ritenendo infondato il motivo del ricorrente il quale sosteneva la illegittimità della contumacia, dichiarata dalla Corte di merito sulla base della mancata prova dell'impedimento invocatoi. Eliminata l'accennata possibilità offerta, a certe condizioni , dall'articolo 670 Cpp, requisitoria del P.G. passa a ad esaminare l'altro aspetto del problema, rappresentato dall'eventuale incidenza che la sentenza emessa nel singolo caso dalla Corte di Strasburgo potrebbe avere sul giudicato penale, formatosi a seguito della sentenza emessa dal giudice interno nello stesso caso. La diversità dei due problemi risulta di intuitiva evidenza secondo il P.G. il quale, al riguardo, sottolinea che > In realtà, ad avviso del P.G., > che passa subito ad elencare. Viene, infatti, >ii Il secondo argomento prospettato dal P.G. Secondo un 'autorevole dottrina, è difficile negare alla Corte di Strasburgo il carattere di Corte Costituzionale dei diritti. E' certo, però, che la Corte Costituzionale italiana, nelle sue più recenti sentenze sul punto, è rimasta attestata sulla constatazione che la normativa CEDU ha natura di fonte ordinaria, sia pure particolarmente vincolante ed autorevole. Ma, sia che si consideri la Convenzione fonte normativa ordinaria, sia che la si consideri fonte primaria, il giudice che, nel corso del giudizio, accertasse la violazione della norma, a che tipo di nullità dovrebbe fare riferimento? Anche se considerasse tale nullità come assoluta, insanabile e rilevabile anche di ufficio in ogni stato e grado del procedimento assimilandola, quindi, alle più gravi delle nullità previste dal nostro sistema processuale, quelle elencate negli articoli 178 e 179 Cpp , essa comunque, come è principio pacifico nonché caposaldo del nostro ordinamento, è destinata ad essere coperta dal giudicato, ex articolo 648 Cpp. Se, quindi, l'accertamento postumo , da parte del giudice italiano, di una nullità assoluta ed insanabile, verificatasi nel corso del giudizio, non è idoneo ad incidere sul giudicato, perché tale idoneità dovrebbe, invece, avere l'accertamento postumo della stessa nullità ad opera del giudice di Strasburgo? Nel momento in cui si è accettato il principio secondo cui la normativa CEDU è immediatamente applicabile dal giudice italiano, perché la prima tutela dei diritti umani compete al giudice interno, non si può accettare il principio che l'accertamento della violazione della stessa norma abbia effetti diversi, secondo che sia effettuato dal giudice interno o da quello sovranazionale. In altri termini, o l'accertamento postumo della violazione della normativa CEDU ha la capacità di incidere sul giudicato, oppure questa capacità non ha, indipendentemente dalla circostanza che tale accertamento sia effettuato dal giudice italiano o dal giudice sovranazionale. E poiché, allo stato, il giudice interno non possiede uno strumento tecnico mediante il quale conferire a tale accertamento postumo la capacità di incidere sul giudicato, ancor meno tale operazione é possibile effettuare, a seguito di una sentenza della Corte Europea.>> L'argomento che precede risulterebbe, tra l'altro, avvalorato dall'affermazione della sentenza 31/1/1987 delle Su, Corigliano, secondo cui è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 552 Cpp in relazione a 'articolo 6 n. 3 lett. c della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, in quanto il carattere non sindacabile delle pronunce emesse dalla Corte di Cassazione e la conseguente sanatoria di tutte le eventuali nullità sino a quel momento verificatesi - anche se concernenti violazione dei diritti della difesa - risponde alla inderogabile necessità, propria di ogni ordinamento, che il procedimento penale non permanga indefinitivamente aperto . Ciò detto, il P.G. esclude la sostenibilità della ardita tesi - fondata sulla esistenza di un ordine giuridico espanso di regole di diversa origine, applicabili alla stessa situazione - che vorrebbe posticipare la formazione del giudicato all'esito negativo del ricorso alla Corte di Strasburgo e passa, quindi, a dimostrare l'inapplicabilità, nella specie, dei vari strumenti giuridici esistenti nel nostro ordinamento. Così è per il ricorso straordinario per la correzione dell'errore di fatto, nel quale sia incorsa la Corte di Cassazione, che il nostro legislatore ha introdotto nel sistema con l'articolo 625 bis Cpp, proprio al fine di mitigare il rigore del principio della irrevocabilità, incensurabilità ed inoppugnabilità delle decisioni della Corte di Cassazione. Le Su 27 marzo 2002, Di Lorenzo , infatti, proprio occupandosi di tale istituto, hanno riaffermato la immanenza e centralità nel sistema del principio di inoppugnabilità dei provvedimenti del giudice supremo, principio che, pertanto, non potrà essere messo in discussione con mezzi o strumenti diversi da una espressa previsione legislativa, che modifichi l'attuale assetto normativo. Il Pg ritiene, altresì, non agevolmente praticabile la strada della questione di legittimità costituzionale - che pure da qualche parte è stata prospettata - in quanto in generale, è difficile individuare la norma denunciata di incostituzionalità, perché le situazioni che si possono prospettare sono molteplici e vari sono, almeno in teoria, gli strumenti tecnico-giuridici, rimessi alla valutazione del legislatore, potenzialmente idonei a porre rimedio al problema in esame nel caso specifico, le ragioni della infondatezza della istanza del CAT BERRO sono state individuate anche nella parte motiva della stessa sentenza della Corte di Strasburgo. La requisitoria si conclude sottolineando che Successivamente, con l'entrata in vigore del IX Protocollo aggiuntivo alla Convenzione del 10 ottobre 1994 e, soprattutto, del Protocollo n. 11, ratificato dall'Italia in data I ottobre 1997 - che ha previsto la creazione di una Corte Unica con la scomparsa della Commissione europea e con l'eliminazione della competenza decisionale del Comitato dei Ministri ed ha completamente ristrutturato l'originario meccanismo di controllo - si è realizzata la piena giurisdizionalizzazione anche a livello sovranazionale dei diritti fondamentali. A questa evoluzione della struttura e dei meccanismi di controllo ha corrisposto analoga evoluzione della incisività della tutela e della individuazione dei rimedi, tant'è che le sentenze della Corte sono passate da una generica condanna dello Stato soccombente al pagamento di una somma di denaro a titolo di equa soddisfazione ex articolo 41 CEDU , alla esplicita richiesta di una integrale restitutio in integrum - ritenuta obbligazione primordiale dello Stato inadempiente - realizzabile attraverso una nuova celebrazione del processo vedi le sentenze Somogyi e Sejdovic, già citate . Poiché, nel caso di specie, è la stessa sentenza della Corte a prevedere in favore del CAT BERRO un equo indennizzo, come conseguenza della propria pronuncia, sarebbe ben strano che fosse il giudice interno a dare alla sentenza del giudice sovranazionale un contenuto che essa non ha iii>>. A quest'ultimo riguardo, infatti, proprio con riferimento all'allora vigente articolo 50 CEDU, la sentenza 28 agosto 1991 della Corte di Strasburgo, a fronte della richiesta da parte del CAT BERRO di un non quantificato indennizzo, ha ritenuto che nella fattispecie l'accertamento di una violazione dell'articolo 6 rappresenti un'equa riparazione da giudicarsi sufficiente . le argomentazioni esposte nei successivi scritti dalle parti La memoria difensiva 9/1/2006 La Difesa, nella memoria presentata il 9/1/2006, insiste nella richiesta di accoglimento dell'incidente di esecuzione proposto e, oltre a riassumere la vicenda processuale e richiamare le decisioni prese da Autorità Giudiziarie straniere in relazione alle richieste di estradizione inoltrate dall'A.G. italiana, critica, innanzi tutto, l'affermazione dell'ordinanza emessa il 23/11/2004 dalla Corte d'assise d'appello di Milano secondo cui, >. Sostiene, in particolare, che il predetto ormai annullato provvedimento avrebbe comunque travisato completamente il disposto dell'articolo 50 CEDU nonché la statuizione della sentenza emessa dalla Corte Europea, ritenendo la Difesa che l'affermazione di quest'ultima pagina 10 secondo cui, nella fattispecie in esame, l'accertamento di una violazione dell'articolo 6 rappresenti una equa riparazione da giudicarsi sufficiente vada interpretata nel senso che, nel caso di specie, non debba essere applicato il predetto disposto dell'articolo 50 ma debba, piuttosto, essere data concreta esecuzione alla sentenza emessa dalla medesima Corte. Ciò premesso, la memoria sottolinea come, nella specie se da una parte, per espressa previsione dell'articolo 696 Cpp, deve trovare applicazione la normativa internazionale pattizia e consuetudinaria dall'altra, l'articolo46 CEDU prevede espressamente che le Alte Parti contraenti s'impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte nelle controversie nelle quali sono parti. La sentenza definitiva della Carte è trasmessa al Comitato dei Ministri che ne sorveglia 1'esecuzione pertanto, la predetta Convenzione nonché tutte le sue norme devono essere applicate in Italia e dall'Italia, sia perché contenute in una fonte del diritto internazionale ossia nel predetto trattato, sottoscritto e ratificato dall'Italia , sia per il fatto che il medesimo è stato ulteriormente recepito dal nostro ordinamento, con la richiamata Legge di esecuzione del 04.08.1955 n. 848. La conclusione così raggiunta troverebbe, infine, un'ulteriore conferma nel rilievo che lo Stato Italiano non ha mai esperito la speciale procedura prevista dall' articolo 57 CEDU che prevede la possibilità, per uno Stato, di formulare una riserva nell'ipotesi in cui le disposizioni della Convenzione collidano con il diritto interno dimostrando pertanto pieno accordo in merito alla vigenza della normativa contenuta nella Convenzione e, quindi, alla sua vincolatività e immediata efficacia all'interno del nostro ordinamento. Il parere 20/1/2006 del P.G. presso questa Corte Nel suo parere, il P.G. presso questa Corte parte dalla premessa che l'unico principio di diritto derivante, ai sensi dell'articolo 627 c.p.p, dalla sentenza di annullamento sia quello generalissimo per cui le disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo devono essere applicate dal giudice italiano mentre resterebbe da risolvere la diversa e centrale questione se dalla decisione della Corte europea, che ha affermato la violazione dei principi dell'equo processo articolo 6 1 e 3 e conseguentemente ha condannato lo Stato ad un equo indennizzo, debbano discendere ulteriori conseguenze che incidano sul giudicato. Lo stesso parere ritiene non appaganti nessuna delle due diverse soluzioni richiamate dalla Corte di Cassazioneazione e prospettate in giurisprudenza ed in dottrina * né quella secondo cui il contenuto della decisione della Corte europea si limiterebbe ad affermare una violazione di principi, con l'unica conseguenza della decisione della stessa Corte in ordine all'equo indennizzo ciò in mancanza di un espressa previsione legislativa nazionale che consenta di riaprire viene usato dal P.G. deliberatamente un termine atecnico il procedimento, dovendo prevalere il giudicato e, conseguentemente, essere eseguita la sentenza di condanna si richiamano, in questo senso, sia l'annullata ordinanza delle Corte d'assise d'appello di Milano sia - pur all'esito di un parzialmente diverso iter argomentativo - l'ord. 5.12.2005 Corte Assise Udine, allegata al parere * né quella, diametralmente opposta, che - prendendo le mosse dalla sentenza CEDU 3 marzo 2005 Stoichkov , che ha ritenuto ingiusta una detenzione fondata su una condanna all'esito di un giudizio in contumacia ritenuto non giusto dalla Corte europea dopo che al condannato era stata dal giudice nazionale negata la revisione del processo - sostiene la conseguente non eseguibilità della condanna nazionale in tal senso sembrerebbe muoversi il ricorso per Cassazioneazione del 15.12.2005 numero /1996 RES del Procuratore della Repubblica di Udine - avverso la sopra citata Ord. 5.12.2005 Corte Assise Udine - pure allegato al parere . In particolare, secondo l'accennato parere > >. Una volta accennato che l'emanazione del recentissimo del DPR 28.11.2005 numero , in G.U numero /06 iscrizione nel casellario giudiziale delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo non fornisce uno strumento giuridico per la soluzione della questione e che non essendosi concluso l'iter parlamentare di alcuni disegni di legge presentati allo scopoiv nessuna innovazione legislativa è stata introdotta nell'ordinamento interno per dare una attuazione significativa alle decisioni della CEDU, il P.G. presso questa Corte * esclude il ricorso all'istituto della revisione in quanto nessuna delle ipotesi attualmente previste dall'articolo 630 cpp si attaglia al caso in esame * ritiene, invece, percorribile la strada di sollevare una questione di legittimità costituzionale, opponendo agli argomenti prospettati in senso contrario dal PG della Cassazioneazione nella requisitoria del 22.5.2005 che Il giudice dell'esecuzione, chiamato a pronunciarsi sul titolo esecutivo, ove rilevi la esistenza di una sentenza della CEDU, eventualmente iscritta sul casellario, che abbia dichiarato la non equità del processo, dovrebbe poter attivare il procedimento di revisione presso il giudice competente. L'articolo 630 cpp in quanto non prevede, tra i casi di revisione, l'avvenuto accertamento con sentenza della CEDU di violazione dell'equo processo e l'articolo 631 cpp in quanto prevede, anche in questo caso che, a pena di inammissibilità, gli elementi prospettati dimostrino, se accertati, che il condannato deve essere assolto, si pongono in contrasto con gli articolo11 seconda parte consente, in condizioni di parità con gli altri Stati,alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la Giustizia tra le nazioni , 24 e 111 della Costituzione.>> Sulla base di quanto precede il P.G. chiede, quindi che questa Corte d'assise d'appello rigetti la richiesta di dichiarare non eseguibile la sentenza in data 10.4.1984 della Corte d'assise d'appello di Milano emessa nei confronti di CAT BERRO Franco dichiari non manifestamente infondata la questione di costituzionalità degli articolo e 631 cpp per contrasto con gli articolo ,24 e 111 Costituzionale nei sensi di cui in motivazione. La decisione di questa Corte premessa Questa Corte deve - per il combinato disposto degli artt. 623 comma lett. a e 627 comma Cpp, 173 comma disp. attz Cpp - sicuramente uniformarsi ai principi di diritto enunciati nella sentenza di annullamento con rinvio e riportati all'inizio. Appare nondimeno evidente che il primo dei due passaggi logico-giuridici - indicati, come da seguire, in chiusura della predetta sentenza della Cassazione - non risolva, da solo, il problema posto dal secondo di tali passaggi infatti, l'indiscutibile obbligo del giudice ita1iano di applicare le disposizioni della Convenzione Cassazione Sezione Un., 23 novembre 1988, Polo, rv., 181288 Sezione I, 12 maggio 1993, Medrano, rv. 195661 non è sufficiente a stabilire se la disposizione di cui all'articolo 5, comma 2, lett. a della Convenzione europea Nessuno può essere privato della libertà salvo che nei casi seguenti e nei modi previsti dalla legge a> se è detenuto regolarmente [rectius legittimamente] in seguito a condanna da parte di un tribunale competente precluda l'esecuzione nell'ordinamento italiano di una sentenza di condanna emessa a conclusione di un processo giudicato non equo dalla Corte di Giustizia a norma dell'articolo 6 della Convenzione, ovvero se, in assenza di un apposito rimedio previsto nell'ordinamento interno, debba comunque prevalere il giudicato E' altrettanto evidente, poi, come occorra tenere ben distinti i due diversi piani in cui vengano a trovarsi 1 da una parte, lo Stato Italiano, in ordine all'obbligo che si è assunto, a norma dell'articolo 46 CEDU, di conformarsi alle sentenze definitive della Corte di Giustizia 2 dall'altra, il giudice dell'esecuzione che, sottoposto a sua volta all'obbligo di applicare le disposizioni della Convenzione, deve preliminarmente, accertare se e in che modo possa - in base al disposto del ricordato articolo 5, comma 2, lett. a - non dare esecuzione ad una sentenza irrevocabile di condanna emessa a conclusione di un processo giudicato non equo dalla predetta Corte di Giustizia a norma dell'articolo 6 della Convenzione, in assenza di un apposito rimedio previsto nell'ordinamento interno in caso di esito negativo, verificare l'eventuale possibilità di provocare l'introduzione di un tale rimedio nell'ordinamento attraverso la proposizione di una questione di illegittimità costituzionale. l'obbligo assunto dallo Stato Italiano, a norma dell'articolo 46 CEDU, di conformarsi alle sentenze definitive della Corte di Strasburgo Come è noto l'articolo 46 CEDU prevede espressamente che le Alte Parti contraenti s'impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte nelle controversie nelle quali sono parti. La sentenza definitiva della Corte è trasmessa al Comitato dei Ministri che ne sorveglia 1'esecuzione . Le argomentazioni sviluppate al riguardo nella ricordata memoria difensiva si infrangono contro l'insuperabile rilievo contenuto nel parere del P.G. della Cassazione - più sopra riportato -, secondo il quale, > Se è vero poi che, secondo lo stesso P.G. della Cassazione >, è altrettanto vero che * nessuna indicazione in tal senso è contenuta nella decisione del 28/8/1991 della Corte Europea di Strasburgo all'origine del presente procedimento * anche secondo la dottrinav, nell'eventualità di una indicazione più specifica da parte della Corte Europea di possibili misure generali, lo Stato mantiene comunque una propria discrezionalità, tant'è che il citato articolo 46, nella sua seconda parte, come si è appena visto, prevede espressamente che la sentenza definitiva della Corte è trasmessa al Comitato dei Ministri che ne sorveglia 1'esecuzione . Ciò detto, risulta altresì infondato l'ulteriore assunto difensivo secondo cui la Corte Europea - con la statuizione pagina 10 della sentenza che, nella fattispecie in esame, l'accertamento di una violazione dell'articolo 6 rappresenti una equa riparazione da giudicarsi sufficiente - abbia inteso dire che nella specie non debba essere applicato il predetto disposto dell'articolo 50 ora articolo 41 CEDUvi ma debba, piuttosto, essere data concreta esecuzione alla sentenza emessa dalla medesima Corte. Secondo questa Corte, infatti, innanzi tutto la richiamata statuizione a pagina 10 della sentenza va necessariamente interpretata in conformità della funzione di riparazione sul piano individuale , propria dell'articolo 50 ora 41 CEDU in particolare nel senso che la decisione del 28/8/1991 della Corte Europea di Strasburgo abbia ritenuto che l'avvenuto riconoscimento delle violazioni dell'articolo dell'articolo 6 1 e 3 c CEDU costituisse un adeguato indennizzo per i dannivii subiti dal CAT BERRO, nell'ipotesi in cui l'ordinamento dello Stato Italiano non permettesse, se non in modo imperfetto, di annullare le limitate conseguenze già provocate all'interessato dalla sentenza di condanna passata in giudicato e riconducibili alle accertate violazioni. In secondo luogo, l'accennato margine di discrezionalità - riconosciuto dall'articolo 46 CEDU allo Stato - circa le modalità attraverso le quali conformarsi alle sentenze definitive della Corte di Giustizia permane, invero, anche nell'ipotesi in cui la predetta Corte ritenga invece di indicare - ai sensi dell'attuale articolo 41 già articolo 50 CEDU - la forma che dovrebbe assumere la riparazione delle conseguenze della violazione riscontrata. E' quanto viene sostenuto dalla dottrinaviii secondo cui anche la statuizione della Corte di Giustizia - che, a proposito del già ricordato caso Sejovic , ha individuato il risarcimento più appropriato , ai sensi dell'articolo 41 CEDU, in un nuovo giudizio a carico dell'imputato cui, a suo tempo, era stato disconosciuto il diritto a partecipare al giudizio - non possa essere intesa come un vero e proprio obbligo per lo Stato ma, semplicemente, come una indicazione per la sorveglianza ex articolo 46 comma CEDU da parte del Comitato dei Ministri sull'esecuzione della sentenza della stessa Corte Europea. E' quanto, soprattutto, si ricava dalla sentenza pronunciata in data 3 marzo 2005, nel procedimento instaurato da Emil Georgiev Stoichkov contro la Repubblica Bulgara richiamata dalla sentenza di annullamento 22 settembre 2005 della Corte di Cassazioneix in cui la Corte di Giustizia, ha esplicitamente affermato 80-82 che a fronte dell'accertata violazione dell'articolo 5 1, 4, 5 CEDU nell'esaminato caso di detenzione conseguente ad una condanna passata in giudicato secondo il diritto bulgaro l'articolo 46 CEDU imponesse allo Stato di porre fine a tale violazione e di eliminarne le conseguenze in maniera tale da ripristinare, nei limiti del possibile, la situazione preesistente a tale violazione d'altra parte, se la legge nazionale non avesse consentito una tale integrale riparazione o ne avesse consentito solo una parziale , l'articolo 41 CEDU permetteva alla Corte di Giustizia di garantire alla parte danneggiata una appropriata soddisfazione, tra l'altro, imponendo allo Stato l'obbligo non solo di pagare la somma costituente un adeguato risarcimento ma anche di scegliere, sotto la supervisione del Comitato dei Ministri, rimedi generali e/o - se appropriati - individuali da adottare nell'ordinamento giuridico nazionale per porre fine alla violazione accertata dalla Corte e provvedere a ripararne, nel miglior modo possibile, le conseguenze in modo da ripristinare, nei limiti del possibile, la situazione preesistente alla violazione nella specie, come negli analoghi casi in cuix la detenzione seguisse una condanna emessa in violazione del diritto dell'imputato a presenziare al processo la più appropriata forma di riparazione dovesse ravvisarsi, in via principale, nel consentire la riapertura del procedimento e giudicare nuovamente l'imputato con il rispetto delle regole del giusto processo poiché non spettava alla Corte fare congetture sul possibile risultato di un processo che, come nella specie, non risultava in contrasto con i principi contenuti nell'articolo 6 CEDU, il caso in questione non richiedesse che l'imputato fosse necessariamente rilasciato, a meno che mancasse la garanzia da parte del Governo di assicurare la immediata riapertura del procedimento ed un nuovo giudizio in presenza dell'imputato. In conclusione, alla luce di quanto precedexi, per un verso, va ribadita la discrezionalità dello Stato nella scelta del rimedio sia generale sia individuale per riparare le conseguenze della violazione accertata, per altro verso, nel caso quest'ultima riguardi - come nella specie - il diritto dell'imputato a presenziare al processo conclusosi con la condanna in espiazione, la forma di riparazione più appropriata va individuata nella riapertura del procedimento ed in un nuovo giudizio che rispetti le regole del giusto processo , con l'avvertenza che, solo ove il Governo non garantisca tale forma di riparazione, l'imputato dovrà essere scarcerato. La posizione del giudice italiano E' opportuno ricordare, in premessa, che la richiesta qui in esame ha investito questa Corte d'Assise di Appello, in funzione di giudice dell'esecuzione ex articolo 670 Cpp, perché sia annullato, revocato o, comunque, dichiarato ineseguibile l'ordine di esecuzione relativo alla ricordata condanna irrevocabile 10/4/1984 Corte Assise d'Appello di Milano, emesso in data 1/7/2004 dalla Procura Generale in sede, in virtù del quale il CAT BERRO è detenuto dal 4/6/2004. Il citato articolo 670 c.p.p questioni sul titolo esecutivo , come è noto, prevede al comma 1 che >. Sino ad oggi si è sempre ritenuto che, una volta rigettato dalla Cassazione il ricorso avverso una sentenza di condanna, non potesse più farsi questione sulla esecutività di quest'ultima, avendo l'intervenuto giudicato coperto le questioni procedurali sia deducibili sia - a maggior ragione - quelle in concreto dedotte e risolte dalla S.C. come nel caso della dichiarata legittimità della contumacia del CAT BERRO dinanzi alla Corte d'assise d'appello di Milano in data 9/4/1984 . Tale conclusione, invero, discende - in maniera incontestata ed incontestabile - sia dal sistema delineato dagli articoli 648, 649, 650 Cpp, sia dal meccanismo previsto dal citato articolo 670 comma Cpp Quest'ultima norma, infatti, - come si è visto - mette in correlazione la declaratoria di non esecutività del provvedimento e di sospensione della sua concreta esecuzionexii, da una parte, alla rinnovazione della notificazione non validamente eseguita con nuovo termine per l'impugnazione, dall'altra ciò appunto al fine di permettere quel giudizio di impugnazione di cui, secondo il giudice dell'esecuzione, l'interessato sarebbe stato ingiustamente privato. Nel caso del CAT BERRO, non solo secondo questa Corte ma anche secondo la stessa sentenza di annullamento con rinvio della Cassazione 22/9/2005xiii deve ritenersi invece pacifico sia che ci si trovi di fronte ad una condanna passata in giudicato sia che il nostro ordinamento non preveda un apposito rimedio che permetta di precludere l'esecuzione di una tale sentenza irrevocabile di condanna ancorché sia stata emessa a conclusione di un processo giudicato non equo dalla Corte di Giustizia a norma dell'articolo 6 della Convenzione. Sulla mancanza di un tale apposito rimedio giuridico convergono, invero, sia i ricordati pareri del P.G. della Cassazione e del P.G. in Sede, sia la dottrina che si è recentemente occupata della questionexiv. Non sono, pertanto, condivisibili le argomentazioni della Difesa CAT BERRO sia nella ricordata memoria 9/1/2006, sia in una memoria di replica depositata il 30/1/2006, sia in sede di discussione orale che chiedono l'annullamento e/o la revoca e/o la declaratoria di ineseguibilità dell'ordine di esecuzione a suo tempo emesso, limitandosi a generici richiami che, nella sostanza, eludono le problematiche sinora sollevatexv. Meritano, invece, un approfondimento le argomentazioni - prospettate in sede di discussione orale - che valorizzano gli espliciti richiami operati dalla sentenza di annullamento 22/9/2005 della Cassazione a la richiamata decisione del 3 marzo 2005, nel procedimento instaurato da Emil Georgiev Stoichkov contro la Repubblica Bulgara, ove la Corte di Giustizia 51-57 ha, tra l'altro, affermato che, una volta accertato che si sia pervenuti ad una sentenza di condanna all'esito di un processo celebrato in violazione dell'articolo 6 CEDU anche nella specie per violazione del diritto dell'imputato a presenziarvi , deve ritenersi che la conseguente detenzione violi, a sua volta, l'articolo 5, 1, lett. a della Convenzione europea Nessuno può essere privato della libertà salvo che nei casi seguenti e nei modi previsti dalla legge a> se è detenuto legittimamente in seguito a condanna da parte di un tribunale competente xvi la nota sentenza interpretativa di rigetto 19/1/1993 n. 10 della Corte Costituzionale che ha dichiarato non fondata la sollevata questione di legittimità costituzionale, dopo aver interpretato l'articolo 143 Cpp in conformità, tra l'altro, dell'articolo 6 3 lett. a CEDU ed aver, al riguardo, puntualizzato che >xvii In sentesi - sembra sostenersi da parte della Difesa - con gli accennati richiami la stessa Cassazioneazione inviterebbe ad una interpretare l'articolo 670 Cpp alla luce del ricordato articolo 5, 1, lett. a CEDU e, quindi, del duplice presupposto della iniquità del processo conclusosi con la condanna irrevocabile del CAT BERRO e della conseguente illegittimità della sua attuale detenzione, sospendere quest'ultima. Ebbene, questa Corte non ritiene di poter, purtroppo, accogliere tale argomentata conclusione. Infatti, se fu relativamente facile per la ricordata sentenza 10/1993 della Corte Costituzionale, fornire un'interpretazione dell'articolo 143 comma Cpp conforme, tra l'altro, al citato articolo 6 3 lett. a CEDUxviii, analoga operazione non sembra possibile nella specie, atteso che il giudice dell'esecuzione dovrebbe necessariamente intervenire non solo sull'articolo 670 Cpp ma sull'intero sistema dell'esecuzione della sentenza passata in giudicato sostituendosi al legislatore nello scegliere l'una o l'altra tra le varie opzioni ipotizzabili. In particolare, come sottolineato nel precedente paragrafo, dai 80-82 della richiamata decisione Stoichkov emerge esplicitamente come, a fronte dell'accertata violazione dell'articolo 5 CEDU, la forma di riparazione più appropriata venga individuata nella riapertura del procedimento ed in un nuovo giudizio che rispetti le regole del giusto processo , con l'avvertenza che, solo ove il Governo non garantisca tale forma di riparazione, l'imputato dovrà essere scarcerato. Se ne deduce come - oltre che logica e coerente con il sistema - sia anche del tutto conforme al disposto dell'articolo 5 1 lett a CEDU l'accennata correlazione posta dall'articolo670 comma Cpp tra la declaratoria di non esecutività del provvedimento e di sospensione della sua concreta esecuzione, da una parte, e la possibilità di celebrare quel giudizio di impugnazione di cui, secondo il giudice dell'esecuzione, l'interessato sarebbe stato ingiustamente privato. Sennonché, dall'interpretazione dell'articolo 670 Cpp alla luce dell'articolo 5 1 lett a CEDU non discenderebbe per il giudice dell'esecuzione che abbia eventualmente dichiarato la non esecutività della sentenza di condanna passata in giudicato a carico del CAT BERRO e sospeso il conseguente ordine di esecuzionexix alcuna indicazione univoca su come riaprire il procedimento e garantire un nuovo giudizio . Infatti - come si accennava poc'anzi -sono in astratto ipotizzabili varie opzioni, Anche tralasciando tesi considerate un po' troppo ardite xx, infatti, si potrebbe contemplare innanzi tutto la possibilità di un nuovo ricorso in Cassazione, magari estendendo il ricorso straordinario di cui all'articolo625 bis Cpp a suo tempo già introdotto proprio al fine di mitigare il rigore del principio della irrevocabilità, incensurabilità ed inoppugnabilità delle decisioni della S.C. anche all'ipotesi di violazione di norme CEDU successivamente accertata dalla Corte di Giustizia. Ovvero, si potrebbe estendere l'istituto della revisione mezzo straordinario di impugnazione sinora riservato alle sole situazioni sostanziali di merito di cui all'articolo 630 Cpp alle violazioni procedurali di cui all'articolo 6 CEDU accertate dalla Corte Europea. Alla luce di quanto precede, si tratterebbe, pertanto, di una interpretazione che non solo estenderebbe in via analogica norme sicuramente di stretta interpretazione come i richiamati articoli 625 bis e 630 Cpp ma, soprattutto, sostituirebbe il giudice al legislatore nella scelta di questa piuttosto che di quell'altra soluzione. Analoghe considerazioni inducono questa Corte a ritenere non praticabile la strada - da nessuno, per la verità, prospettata - di investire la Corte Costituzione della questione di legittimità dell'articolo 670 Cpp atteso che tale questione, ancorché sicuramente rilevante in questa sede, risulterebbe finalizzata ad ottenere qualora fosse accertato il denunciato contrasto con norme costituzionalixxi una sentenza additiva del tipo precluso alla Consulta, in quanto - appunto - implicante una scelta tra varie opzioni riservate, invece, alla valutazione del legislatorexxii. Da quanto precede discende, inoltre, l'infondatezza della soluzione prospettata dal P.G. in sede, nel tentativo - pur apprezzabile - di non lasciare >. Va premesso che la questione di legittimità costituzionale - prospettata dal P.G. - degli articoli 630 e 631 cpp per contrasto con gli articoli 11, 24 e 111 Costituzionale in tanto potrebbe essere ritenuta rilevante nel presente incidente di esecuzione in quanto venisse estesa all'articolo 670 Cpp ma, in tal modoxxiii, si rientrerebbe nell'ipotesi più sopra scartata sulla base delle esposte obiezioni. Né tali obiezioni potrebbero essere superate sulla scorta dell'assunto del P.G. in sede secondo cui > E' di tutta evidenza, infatti, che l'asserita convergenza tra le soluzioni adottate in altri paesi europei e quella prospettata nei disegni di legge pendenti dinanzi al Parlamento Italiano non esclude affatto l'accennato ambito di valutazione esclusivamente riservato al nostro legislatore tra varie soluzioni - come si è appena visto - praticabili e diverse da quella di estendere il mezzo di impugnazione straordinario della revisione oltre i casi di cui agli articoli 630 e 631 cpp. D'altronde, che la stessa CEDU presupponga, comunque, un certo ambito di valutazione riservato al legislatore è dimostrato dalle considerazioni svolte nel precedente paragrafo a proposito sia del meccanismo previsto dall'articolo 46 CEDU sia del limite operativo delle stesse indicazioni fornite dalla Corte di Giustizia circa la forma che dovrebbe assumere la riparazione individuale di cui all'articolo 41 CEDU.xxiv Sulla scorta delle argomentazioni che precedono, questa Corte ritiene in conclusione che, nella specie, una volta intervenuta sentenza di rigetto della Cassazione, la condanna sia divenuta irrevocabile e non sia previsto, de iure condito, alcuno strumento giuridico che consenta a questo giudice di incidere su sulla sua esecutività e sulla conseguente detenzione del condannato nonché, nel contempo, di provocare la riapertura del procedimento in modo che si possa procedere alla celebrazione di un nuovo processo secondo le regole del giusto processo di non potersi sostituire al legislatore nell'introdurre tale strumento giuridico scegliendolo tra le varie opzioni in astratto ipotizzabili, pur nella consapevolezza che, qualora la presente decisione divenga definitiva, un prevedibile nuovo ricorso del CAT BERRO dinanzi alla Corte Europea di Strasburgo possa portare ad un'altrettanto prevedibile decisione di quest'ultima che, accertata l'ulteriore violazione delle norme CEDUxxv, imponga allo Stato l'obbligo non solo di pagare la somma costituente adeguato risarcimento della carcerazione nel frattempo sofferta ma anche di di scegliere, nella sua discrezionalità e sotto la supervisione del Comitato dei Ministri, un rimedio generale che, nella specie, consenta la riapertura del procedimento e la celebrazione di un nuovo giudizio nel rispetto delle regole del giusto processo di procedere, in mancanza di garanzie da parte del Governo in tal senso, alla scarcerazione dell'imputatoxxvi. PQM respinge l'istanza avanzata, ai sensi dell'articolo 670 Cpp, dal condannato Franco CAT BERRO, nato a Settimo Milanese il 20/5/1949, volta ad ottenere l'annullamento o la revoca o la dichiarazione di ineseguibilità dell'ordine di esecuzione emesso dal P.G. in relazione alla sentenza di condanna alla pena di anni 24 di reclusione pronunciata dalla Corte d'assise d'appello di Milano in data 9/4/1984. i Il parere del P.G, tra l'altro, sottolinea anche che - diversamente dal caso CAT BERRO - * nel noto caso Sejdovic, questi, prima di rivolgersi alla Corte di Strasburgo, fece istanza solo di rimessione in termini ex articolo 175 c.p.p nel testo previgente alla modifica normativa conseguente proprio alla condanna dell'Italia ma non incidente di esecuzione ex articolo 670 Cpp, nell'ambito del quale - come si è detto - già il giudice nazionale, in mancanza di una espressa pronuncia ex professo del giudice della cognizione, avrebbe potuto rilevare la violazione delle garanzie previste in caso di irreperibilità o secondo il diritto interno o secondo la normativa CEDU * nell'altro noto caso Somogyi, questi condannato in 1^ grado con sentenza divenuta definitiva il 22/6/1999 , dopo aver presentato al Tribunale di Rimini un'istanza di restituzione in termini ex articolo175 Cpp, non impugnò con ricorso per Cassazioneazione l'ordinanza 23/10/2000, che respingeva la predetta istanza, ma propose alla Corte di Appello di Bologna un appello cd. tardivo, che fu dichiarato inammissibile con sentenza del 24/5/2001, confermata dalla Corte di Cassazioneazione. ii Sottolinea, al riguardo, il P.G. che >. iii Sul punto il parere richiama Andrea Tamietti, Processo contumaciale e Convenzione europea dei diritti dell'uomo, sentenza 10 novembre 2004, Sejdovic c/Italia, Cassazioneazione Penale 3/2005, numero iv Disegno di legge numero approvato dalla Camera dei Deputati il 28 luglio 2003 Modifiche al codice di procedura penale in materia di revisione a seguito di sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo disegno di legge S/3354 di iniziativa del sen. Borea, presentato sempre al Senato che si muove nella stessa linea. v Cfr. Andrea Tamietti, Processo contumaciale e Convenzione europea dei diritti dell'uomo, sentenza 10 novembre 2004, Sejdovic c/Italia, Cassazioneazione Penale 3/2005, numero p. 995-998 citato nella richiamata requisitoria del P.G. della Cassazioneazione. vi Il previgente articolo 50 CEDU * così recitava Se la determinazione della Corte prevede che una decisione adottata o una misura ordinata da uan autorità giudiziaria o da qualsiasi altra autorità di una Parte Contraente si trovi interamente o parzialmente in opposizione con degli obblighi derivanti dalla Convenzione, e se il diritto interno di detta Parte non permette se non in modo imperfetto di annullare le conseguenze di tale decisione o misura, la decisione della Corte, se vi è luogo a procedere, accorda alla parte lesa un'equa riparazione. * è stato sostituito dal Protocollo 11, firmato a Strasburgo l'11 maggio 1994 e ratificato con la l. 28/8/1997 n. 296, con l'attuale articolo 41 che così recita Se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi protocolli e se il diritto interno dell'Alta Parte contraente non permette che in modo incompleto di riparare le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, quando è il caso, un'equa soddisfazione alla parte lesa. vii Indennizzo - come sottolineato dalla stessa Corte di Giustizia - rivendicato ma non quantificato dal CAT BERRO il quale si era solo limitato a dichiarare che avrebbe voluto devolvere l'eventuale somma all'Associazione per la Ricerca sul Cancro. viii Cfr. Andrea Tamietti cit p. 998s ix Questa Corte, stante il mancato reperimento di una traduzione in italiano, ha dovuto basarsi sul testo in inglese della sentenza 3/3/2005 della Corte Europea reperito presso il sito ufficiale www.echr.coe.int/echr della quale sono apparsi rilevanti ai fini della soluzione da adottare in questa sede - non solo i paragrafi 51-57 espressamente richiamati dalla sentenza di annullamento 22 settembre 2005 della Corte di Cassazioneazione e sui quali si tornerà nel prosieguo , ma anche - i successivi paragrafi 80-82 di cui, ad ogni buon conto, si riporta qui di seguito il testo ufficiale in inglese 81. The Court notes that the violation of Article 5 1 found in the present case stems exclusively from the fact that the applicant had been imprisoned as a result of a conviction pronounced after proceedings which, having been conducted in absentia and not having been reopened, were manifestly contrary to the principles embodied in Article 6 see paragraph 58 above . In these circumstances, it would be appropriate to recall the case-law according to which, when the Court finds that an applicant has been convicted despite the existence of an infringement of his or her right to take part in his or her trial, the most appropriate form of redress would, in principle, be to reopen the proceedings in due course and retry the person concerned in keeping with all the requirements of a fair trial see Somogyi v. Italy, no. 67972/01, 86, ECHR 2004-IV . It is not for the Court to speculate on the outcome of a trial which is not, as in the present case, manifestly contrary to the principles embodied in Article 6. Therefore, the case at hand does not call for the applicant's unconditional release, unless the respondent Government fail to secure the immediate reopening of the criminal proceedings against him and a retrial in his presence. 82. As regards the applicant's claim for compensation for non-pecuniary damage, the Court notes that the reopening of the proceedings against the applicant cannot retroactively wipe out the fact that he has spent several years in detention which is found to be in breach of Article 5 1. Held in pursuance of a sentence delivered after proceedings which were conducted in absentia, the reopening of which he was unable to obtain, and having no possibility to obtain judicial review of the legality of his deprivation of liberty or compensation therefor, the applicant has remained in a frustrating position that he has been powerless to rectify. Consequently, having regard to the nature of the violations found in the present case and ruling on an equitable basis, the Court awards the applicant EUR 8,000>> x Viene richiamato espressamente al riguardo il caso Somogyi v. Italy, no. 67972/01, 86, ECHR 2004-IV xi Non sembra meritevole di approfondimento l'argomentazione prospettata nella memoria difensiva e fondata sul mancato ricorso alla facoltà di riserva riconosciuto dall'articolo 57 1 CEDU >. Una volta letta la norma nella sua interezza, appare evidente come, in particolare, l'inciso richiamato dalla Difesa e sopra sottolineato sia sicuramente inconferente rispetto alla questione qui in esame, in quanto si limita a stabilire che, mentre lo Stato può formulare una riserva circoscritta ad una particolare disposizione della Convenzione , non sono, invece, consentite invero, del tutto ragionevolmente riserve di carattere generale . xii Con - ove occorra - la liberazione del condannato. xiii Allorché pone l'alternativa finale > xiv Cfr. Andrea Tamietti p. 999 nonché Eugenio Selvaggi, I dispositivi della Corte Europea possono travolgere il giudicato, in Guida al Diritto, numero ,5 novembre 2005,p 86 ss, in particolare pag. 89 xv Così è per il generico richiamo al combinato disposto degli artt. 670, 696 Cpp, 10 e 11 Costituzionale tanto più ove si pensi che l'articolo 696 c.p.p regola una materia tutt'affatto diversa dall'esecuzione penale . Così è per il richiamo all'affermazione dell'Ord. 5.12.2005 Corte Assise Udine allegata al parere del P.G. in Sede secondo cui, nel caso Cat Berro, si porrebbero effettivamente questioni riguardanti la corretta formazione del giudicato, come tali perfettamente coerenti con la finalità e natura dell'incidente di esecuzione , senza però tener conto che - come puntualizzato da questa Corte nel testo - la richiamata sentenza della Cassazioneazione non mette in dubbio né l'avvenuto passaggio in giudicato della sentenza né la mancanza di un apposito rimedio che permetta di precludere l'esecuzione di una tale sentenza. Così è, infine, per l'oscuro richiamo dell'istituto - elaborato nell'ambito del diritto amministrativo - della disapplicazione di un provvedimento appunto amministrativo . xvi Espressamente richiamato dalla sentenza della Cassazioneazione 22/9/2005, ancorché erroneamente indicato come articolo 5 comma 2 lett. a della Convenzione. xvii Cui sempre la sentenza di annullamento con rinvio della Cassazioneazione 22/9/2005 affianca le sentenze Cassazione. SezioneUn., 23 novembre 1988, Polo, rv., 181288 e Sezione I, 12 maggio 1993, Medrano, rv. 195661, secondo cui le disposizioni della Convenzione devono essere applicate dal giudice italiano. xviii Interpretando l'articolo 143 comma Cpp sulla premessa che non fosse una norma di stretta interpretazione > xix Stante la violazione dell'articolo 6 CEDU durante la celebrazione del processo che portò a quella condanna accertata dalla Corte Europea e la conseguente illegittimità - per violazione dell'art 5 1 lett a CEDU - della detenzione in espiazione della pena così inflitta. xx Ci si riferisce alla ricordata tesi - prospettata in dottrina e definita, appunto, ardita nella requisitoria del P.G. della Cassazioneazione - di posticipare il momento di formazione del giudicato all'esito negativo del ricorso alla Corte di Strasburgo e, conseguentemente, attribuire - al contrario - alla eventuale decisione di quest'ultima che accerti una violazione dell'articolo 6 CEDU, un valore in qualche modo paragonabile a quello della sentenza di annullamento con rinvio della Cassazioneazione ai sensi dell'articolo 623 Cpp xxi Analoghe considerazioni precludono evidentemente anche la possibilità di una sentenza interpretativa di rigetto simile alla ricordata pronuncia 10/1993 della Corte Costituzionale. xxii Come accennato, già la requisitoria del P.G. della Cassazioneazione negava la possibilità di sollevare una qualsiasi questione di legittimità costituzionale stante l'esistenza di una pluralità di strumenti tecnici-giuridici, rimessi alla valutazione del legislatore potenzialmente idonei a porre rimedio al problema in esame . xxiii La questione di legittimità costituzionale, una volta estesa all'articolo 670 Cpp, renderebbe peraltro contraddittoria la parallela richiesta dello stesso P.G. di respingere l'istanza presentata dalla Difesa proprio in base a quest'ultima norma. xxiv Anche nei casi in cui - come nelle recenti sentenze Stoichkov, Sejovic e Somogyi ed a differenza della lontana sentenza 28/8/1991, CAT BERRO - la stessa Corte di abbia fornito indicazioni ai sensi dei ricordati artt. 41 e 46 CEDU. xxv Questa volta, ai sensi dell'articolo 5 1 lett a>, in relazione alla detenzione conseguente alla condanna irrevocabile intervenuta all'esito di un processo già ritenuto non equo dalla stessa Corte di Giustizia xxvi Sul punto si rinvia ai 80-82 riportati nel testo ufficiale in inglese in una precedente nota della sentenza 3/3/2005 della Corte Europea del caso Stoichkov. 1