L'Iva di gruppo e le quote azionarie delle società controllanti

L'imposta portata a credito dalla controllata può essere detratta solo dall'azienda che ne possiede oltre il cinquanta per cento delle azioni da un anno e non per periodi precedenti

Sull'Iva di gruppo la Cassazione dà un colpo al cerchio e una alla botte. La società controllante può infatti detrarre l'imposta, portata a credito dalla controllata, se possiede oltre il 50% delle azioni di questa da un anno e non per periodi precedenti. Altrimenti se questa società potesse detrarre un credito maturato dall'inglobata due anni prima e riportato, in quello successivo, finirebbe coll'usufruire dell'agevolazione in un periodo in cui non esisteva ancora un vero controllo. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 12768 del 29 maggio 2006 integralmente leggibile tra i correlati , ha accolto solo parzialmente il ricorso di una società che, dopo averne incorporata un'altra, aveva portato in detrazione il credito di quest'ultima maturato nel 1989 e dichiarato nel 1990. La norma interpretata è l'articolo 73 del d.p.r. n. 633 del 1972 attuato dal d.m. 13 dicembre 1979. Il decreto, emanato con finalità antielusive, impone alla società controllante di possedere le azioni della controllata in una data percentuale, il 50%, per un intero anno rispetto all'annata successiva in cui l'imposta verrà detratta. Nel caso sottoposto all'esame della Corte l'esposizione, da parte della controllante, del credito Iva maturato dalla controllata nel 1989 e riportato dalla stessa nel 1990, comporta l'utilizzazione ai fini dell'imposta, a distanza di due anni, di un credito che non può essere ricompreso nell'Iva di gruppo, perché riferito a un periodo in cui non sussisteva ancora pienamente il controllo della società controllante, mentre il riporto di tale credito da parte della controllata all'anno successivo, e cioè il 1990, potrebbe assumere carattere antielusivo in quanto utilizzato, soltanto due anni dopo. Tutto questo discorso, hanno poi precisato i giudici della quinta sezione, si riferisce soltanto al credito esposto dall'inglobata nell'anno 1989, mentre l'esposizione da parte della controllante nella dichiarazione del 1991, del credito maturato nel 1990, a titolo di Iva di gruppo è pienamente legittimo. Molto interessante l'esame del decreto ministeriale attuativo delle norme interpretate. I giudici del Palazzaccio hanno infatti precisato che secondo tale provvedimento di attuazione, agli effetti della dichiarazione dell'Iva di gruppo, si considerano controllate soltanto le società per azioni, in accomandita per azioni o a responsabilità limitata le cui azioni o quote sono possedute per una percentuale superiore al 50% del loro capitale, fin dall'inizio dell'anno solare precedente, dall'ente o società controllante o da un'altra società controllata da questi . deb.alb.

Cassazione - Sezione tributaria - sentenza 6 aprile-29 maggio 2006, n. 12768 Presidente Cristarella Orestano - Relatore Sotgiu Pm Abbritti - difforme - Ricorrente Gruppo Plastico Srl in liquidazione - Controricorrente ministero delle Finanze Ufficio provinciale Iva di Torino Svolgimento del processo L'Ufficio Iva di Torino ha rettificato la dichiarazione presentata nel 1991 dalla Società Gruppo Plastico Srl che avvalendosi della possibilità di presentare la dichiarazione Iva di gruppo di cui all'articolo 73 del Dpr 633/72,aveva esposto un complessivo credito di lire 604.120. 000, derivante da credito trasferitole dalla incorporata A.P.Co maturato per l'anno 1989 in lire 315.452.000 e riportato a nuovo nel 1990,oltre ad ulteriore credito per Iva sugli acquisti della stessa incorporata per l'anno 1990. La Ctr del Piemonte,accogliendo. con sentenza 12 gennaio 1999, l'appello dell'ufficio ha ritenuto che, essendo stata costituita l'A.P.Co in data 7 marzo 1989 con partecipazione maggioritaria della Società Gruppo Plastico ,alla data del 31 dicembre 1989 non era ancora trascorso un anno solare dalla data di possesso delle partecipazioni da parte del gruppo plastico,come richiesto dal Dm 13112/79 e dalla Risoluzione Ministeriale 333077/81. La Società Gruppo Plastico Srl in liquidazione chiede la cassazione di tale sentenza sulla base di due motivi. Il ministero delle Finanze resiste con controricorso. Motivi della decisione Col primo motivo di ricorso,adducendo violazione degli articoli 75,125,324 338 Cpc 2909 Cc 53 e 18 comma 3 D.Lgs 546/92 e delle disposizioni legislative e dei principi generali in tema di sottoscrizione degli atti processuali e in tema di organizzazione degli Uffici delle imposte di cui agli articoli 175 e 177 della legge 185/33, nonché vizio di motivazione della sentenza impugnata in ordine alla inammissibilità dell'appello per difetto di legittimazione o sottoscrizione dell'atto di appello e conseguente passaggio in giudicato della sentenza impugnata, la ricorrente sostiene l'inammissibilità dell'appello che,pur contenendo la qualifica ed il nome del funzionario legittimato a proporlo,in concreto era stato sottoscritto da altra persona, della quale non risultava né la qualifica né la legittimazione all'impugnativa. Pur riconoscendo quindi la potestà di delega da parte dei titolari degli Uffici tributari, si contesta la legittimazione di un qualsiasi funzionario, privo di competenza specifica in ordine alla trattazione del contenzioso, ad esprimere, con effetti esterni, la volontà della Pa,definita parte dalla disciplina del contenzioso tributario e quindi tenuta. a parità di condizioni, a sottoscrivere gli atti, a pena di inammissibilità ex articolo 53 D.Lgs 546/92, mediante una corretta attuazione del potere di delega, nella specie invece non esplicitato, con conseguente passaggio in giudicato della sentenza impugnata. Col secondo motivo,adducendo la violazione degli articoli 28 e 73 u.c. del Dpr 633/72, 2, comma 1, del Dm 13 dicembre 1979, 12 preleggi,nonché vizio di motivazione, la ricorrente contesta l'interpretazione del disposto di cui all'articolo 73 del Dpr 633/72 effettuata dalla Commissione Regionale sulla base dell'articolo 2 del Dm 13 dicembre 1979 attuativo del cit. articolo 73. Con tale Dm si è infatti stabilito, agli effetti della dichiarazione di Iva di gruppo , che si considerano controllate soltanto le società per azioni in accomandita per azioni o a responsabilità limitata le cui azioni o quote sono possedute per una percentuale superiore al 50% del loro capitale,fin dall'inizio dell'anno solare precedente,dall'ente o società controllante o da un'altra società controllata da questi . Tale norma,secondo la ricorrente che ha riportato il credito della controllata dell'anno 1990 nella dichiarazione del 1991 andrebbe letta nel senso che le quote o azioni della controllata debbono essere possedute per un intero anno anteriore alla dichiarazione dalla controllante come nella specie . La lettura della Commissione Regionale - e della difesa erariale - impone invece un possesso biennale delle azioni o quote, con una sorta di moratoria annuale prima dell'ammissione della società alla procedura dell'Iva di gruppo e con la abnorme conseguenza di impedire alla società controllata l'esposizione del credito rispetto all'Iva già corrisposta, e alla controllante la ripetizione del pagamento di un'imposta già versata,della quale si nega altresì il riporto a credito. Il primo motivo di ricorso non è fondato. Premesso che non può in via generale considerarsi nullo l'atto, per carenza dell'elemento soggettivo amministrativo, emesso da un organo della Pa, anche quando la firma del sottoscrittore risulti indecifrabile o incompleta,dovendosi ritenere l'atto emesso da funzionario legittimato ad esprimere la volontà dell'organo, a meno che non si dimostri la non autenticità della sottoscrizione o l'insussistenza della legittimazione del sottoscrittore cfr. Cassazione 8881/96 , deve osservarsi che la rappresentanza processuale degli Uffici del ministero delle Finanze è regolata,nel nuovo contenzioso tributario, dall'articolo 11 comma 2 del D.Lgs 546/92, il quale prevede che l'Ufficio del ministero delle Finanze stia in giudizio direttamente a mediante l'Ufficio del contenzioso regionale o compartimentale. La rappresentanza processuale è dunque imputata all'Ufficio, senza che assuma rilievo determinante chi lo rappresenta,per cui,una volta stabilito che l'atto processuale proviene come nella specie dall'Ufficio, si deve presumere, fina a prova contraria,che esso rappresenti ed esprima, di regola, la volontà dell'Ufficio affermare il contrario significherebbe infatti presumere un'usurpazione di poteri, che rappresenterebbe un'anomala patologia nell'ambito del rapporto organico, influente su una distorta formazione della volontà processuale, necessariamente da dimostrare da parte di chi ciò affermi. In sostanza quando l'atto provenga da un'Amministrazione dello Stato e non se ne contesti la provenienza, la illeggibilità della firma del sottoscrittore non rileva,a meno che non se affermi la falsità cfr. Cassazione 59/1999 ovvero l'appartenenza del funzionario che ha sottoscritto ad altro settore dell'Amministrazione Cassazione 2099/92 9486/99 2432/01 . Poiché nella specie non è contestato che l'atto d'appello provenga dall'Ufficio IVA di Torino,il cui Direttore, indicato nell'atto stesso,poteva delegare altro funzionario all'interno dello stesso Ufficio per la cura del contenzioso,non vi è alcun motivo per ritenere che non sia stata rispettata la ripartizione delle competenze all'interno dell'Ufficio,mediante esercizio del potere di delega da parte del titolare. Il primo motivo di ricorso deve essere pertanto rigettato. È invece parzialmente fondato il secondo motivo di ricorso,che richiama in ordine alle modalità di applicazione dell'Iva di gruppo , le disposizioni del Dm 13 dicembre 1979 attuativo dell'articolo 73 del Dpr 633/72 . Con tale decreto,per finalità palesemente antielusive, al richiede che la Società controllante possieda le azioni della società controllata in una data percentuale 50% per un intero anno rispetto all'annata successiva in cui l'imposta verrà detratta. Nella specie l'esposizione nel 1991, da parte della Società controllante, del credito Iva maturato in capo alla Società controllata nel 1989 e riportato dalla stessa nel 1990, comporta la utilizzazione a fini Iva, a distanza di due anni, di un credito, che non può essere ricompreso nell'Iva di gruppo , in quanto riferito ad un periodo in cui non sussisteva ancora pienamente il controllo della Società controllante sulla controllata,mentre il riporto di tale credito da parte della controllata all'anno successivo 1990 , seppure consentito Cassazione 2063/98 , potrebbe assumere carattere elusivo in quanto utilizzato, secondo le esigenze della Società controllante,soltanto due anni dopo. Tale discorso ai riferisce ovviamente al solo credito Iva esposto dalla controllata nel 1989,mentre l'esposizione da parte della società controllante nella dichiarazione del 1991, del credito maturato nel 1990, a titolo di Iva di gruppo appare pienamente legittima. Il secondo motivo di ricorso deve dunque essere accolto con riferimento alla esposizione del solo credito Iva della controllata, maturato nell'anno 1990 nella dichiarazione Iva 1991 della attuale ricorrente, redatta al sensi dell'articolo 73 Dpr 633/72. Spetterà dunque al giudice di rinvio,che si indica in altra Sezione della Ctr del Piemonte determinare l'esatta entità di tale detrazione,liquidando nel contempo anche le spese del presente giudizio. PQM La Corte accoglie per quanto di ragione il secondo motivo di ricorso, rigetta il primo,cassa la sentenza impugnata in ordine al motivo accolto e rinvia,anche per le spese, ad altra sezione della Ctr del Piemonte.