L'associazione mafiosa dopo la sentenza Mannino: quando il ""colletto bianco"" diventa concorrente esterno

di Antonio Fallone

di Antonio Fallone * Come è noto con la sentenza Mannino, sentenza 33748/05, ben quattro sono le decisioni a Sezioni unite della Cassazione che si sono occupate del concorso esterno nel reato associativo di stampo mafiosoi tutte e quattro le sentenze si sono espresse nel senso della compatibilità con i principi del nostro ordinamento della fattispecie del concorso esterno nel reato associativo. Peraltro, come non manca di evidenziare la stessa sentenza Mannino del 2005, tale configurabilità è stata espressamente recepita anche nel più recente progetto di riforma del Cp elaborato nel 2005 dalla Commissione Nordio che estende espressamente all'articolo 47, le disposizioni sul concorso eventuale ai reati associativi, tant'è che si legge nella sentenza del 2005 può dunque dirsi ormai incontroversa in giurisprudenza e pressochè unanimemente asseverata dalla dottrina l'astratta configurabilità della fattispecie di concorso eventuale di persone, rispetto a soggetti diversi dai concorrenti necessari in senso stretto, in un reato necessariamente plurisoggettivo proprio, quale è quello di natura associativa . Assodata quindi la configurabilità del concorso esterno nel reato associativo, occorre tuttavia chiedersi se debbono ritenersi ormai definitivamente risolti tutti i dubbi connessi alla prassi applicativa di tale fattispecie penale sennonché la risposta a tale domanda non sembra altrettanto certa e sicura come quella relativa alla astratta configurabilità teorica del concorso esterno nel reato associativo. 1. LE QUATTRO PRONUNCE DELLA CASSAZIONE A SEZIONI UNITE SUL CONCORSO ESTERNO NEL REATO ASSOCIATIVO A tal fine occorre prendere le mosse da quelli che possono considerarsi ormai punti fermi nella materia in esame. Afferma la sentenza Mannino del 2005 ribadendo sul punto quanto già affermato con la precedente sentenza Carnevale del 2003 si definisce partecipe colui che, risultando inserito stabilmente e organicamente nella struttura organizzativa dell'associazione mafiosa, non solo è ma fa parte della meglio ancora prende parte alla stessa Assume invece la veste di concorrente esterno il soggetto che, non inserito stabilmente nella struttura organizzativa dell'associazione mafiosa e privo dell'affectio societatis che quindi non ne fa parte , fornisce tuttavia un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo, sempre che questo abbia un'effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento delle capacità operative dell'associazione o, per quelle operanti su larga scala come Cosa nostra , di un suo particolare settore e ramo di attività o articolazione territoriale e sia comunque diretto alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso della medesima . Da quanto precede emerge quindi come tanto il partecipe quanto il concorrente esterno devono fornire con la propria condotta un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario in favore dell'associazione mafiosa, distinguendosi l'uno dall'altro in base alla circostanza che mentre il partecipe agisce in quanto soggetto intraneo all'organizzazione criminale ovvero quale soggetto che fa parte , anzi prende parte all'associazione delinquenziale , e quindi soggetto nei cui confronti sussiste l'affectio societatis, il concorrente esterno invece, agisce quale soggetto estraneo all'ente criminale, ovvero come soggetto che non fa parte dell'associazione, e come tale privo dell'affectio societatis. A tale conclusione a ben vedere in verità, la Corte era giunta già anche con la sentenza Demitry del 1994 sennonché con quest'ultima sentenza la Corte aveva al contempo evidenziato che la distinzione tra colui che agisce dall'interno dell'associazione e colui che agisce dall'esterno del sodalizio era da ritenersi strettamente connessa con la distinzione tra fisiologia e patologia dell'ente criminale, talché lo spazio proprio del concorrente esterno era quello della patologia del sodalizio mentre quello proprio del partecipe era quello della fisiologia dell'agire associativo. Tale collegamento tra fisiologia/partecipe e patologia/concorrente, aveva dato vita a non poche difficoltà applicative oltre ad apparire sfornita di adeguato supporto teorico , sicché con la sentenza Carnevale, le Sezioni unite chiarirono che in effetti la distinzione tra partecipe e concorrente esterno prescinde del tutto dall'evanescente distinzione tra fisiologia e patologia dell'agire associativo, per concentrarsi esclusivamente sul requisito dell'intraneità o meno del soggetto agente rispetto al sodalizio malavitoso. Chiarito quindi come il discrimine tra la figura del partecipe e quella del concorrente esterno risieda essenzialmente nella circostanza che il primo agisce quale soggetto intraneo mentre il secondo agisce quale soggetto estraneo fermo restando che entrambi devono arrecare un contributo all'ente criminale , occorre individuare i parametri in base ai quali distinguere di volta in volta in termini di prova quando il soggetto debba considerarsi intraneo e quando invece estraneo al sodalizio malavitoso. A tal proposito la Cassazione con la sentenza Mannino del 2005, sembra far riferimento ai parametri che possono desumersi dalle regole proprie delle singole organizzazioni criminaliii afferma infatti a tal proposito la Corte che sul piano della dimensione probatoria della partecipazione rilevano tutti gli indicatori fattuali dai quali, sulla base di attendibili regole di esperienza attinenti propriamente al fenomeno della criminalità di stampo mafioso ndr. il corsivo è di chi scrive , possa logicamente inferirsi il nucleo essenziale della condotta partecipativa, e cioè la stabile compenetrazione del soggetto nel tessuto organizzativo del sodalizio. Deve dunque trattarsi di indizi gravi e precisi tra i quali le prassi giurisprudenziali hanno individuato, ad esempio, i comportamenti tenuti nelle pregresse fasi di osservazione e prova , l'affiliazione rituale, l'investitura della qualifica di uomo d'onore , la commissione di delitti scopo, oltre a molteplici, variegati e però significativi facta concludentia ndr. quali ad esempio il pagamento all'affiliato da parte del organizzazione dello stipendio trattasi a ben vedere delle c.d. regole interne dell'ente criminale dai quali sia lecito dedurre, senza alcun automatismo probatorio, la sicura dimostrazione della costante permanenza del vincolo nonché della duratura, e sempre utilizzabile, messa a disposizione della persona per ogni attività del sodalizio criminoso, con puntuale riferimento, peraltro, allo specifico periodo temporale considerato dall'imputazione iii. Ciò evidenziato in relazione ai punti che possono ormai ritenersi acquisiti e pacifici, venendo nello specifico ad esaminare i punti in relazione ai quali ancora verosimilmente sussistono delle problematicità a livello di prassi giudiziaria punti solo in parte esaminati con la sentenza Mannino del 2005 , occorre distinguere a seconda che tali problematiche siano inerenti all'aspetto oggettivo o all'aspetto soggettivo del contributo che il singolo deve arrecare con la propria condotta sia esso partecipe sia esso concorrente esterno in favore dell'ente criminale. 2. CARATTERISTICHE OGGETTIVE INERENTI AL CONTRIBUTO CHE IL SINGOLO DEVE APPORTARE IN FAVORE DELL'ASSOCIAZIONE CRIMINALE Con specifico riferimento alle caratteristiche di carattere oggettivo che il contributo deve avere, in dottrina e in giurisprudenza sono stati evidenziati diversi parametri. Tali parametri anzi, a volte sono stati evidenziati anche come criterio per distinguere se la condotta realizzata integra la fattispecie del partecipe o quella del concorrente esterno. Uno di questi criteri è stato quello che faceva riferimento alla circostanza se la condotta posta in essere dal singolo potesse farsi rientrare nella fisiologia o nella patologia dell'agire associativo criterio questo evidenziato dalla sentenza Demitry del 1994, ma che, come sopra già osservato, è stato definitivamente abbandonato con la sentenza Carnevale del 2003 afferma a tal proposito la Cassazione nella sentenza citata Conclusivamente deve affermarsi che la fattispecie concorsuale sussiste anche prescindendo dal verificarsi di una situazione di anormalità nella vita dell'associazione . Altro criterio individuato è stato quello del destinatario del contributo apportato dal singolo invero soprattutto in dottrina vi era stato chi aveva ritenuto che mentre nel caso del partecipe il destinatario del contributo deve essere l'associazione complessivamente considerata, nel caso del concorrente esterno invece il destinatario non è l'associazione bensì la condotta di partecipazione del singolo associato, alla quale, per l'appunto, accede è strumentale la condotta del concorrente esternoiv. Orbene, anche tale criterio è stato abbandonato con la sentenza Carnevale, nella quale infatti si rimarca l'esigenza che anche il contributo del concorrente deve ridondare a vantaggio dell'associazione complessivamente considerata. Ulteriore criterio è stato quello relativo alla distinzione tra contributo apportato dal singolo all'ente criminale in via occasionale, una tantum, e contributo apportato in via reiterata e stabile in favore del sodalizio malavitoso. Anche in relazione a tale aspetto infatti, si è sostenuto che mentre il partecipe deve apportare all'ente criminale un contributo stabile e reiterato nel tempo, il concorrente esterno invece deve apportare un contributo isolato, ovvero un contributo che si esaurisca in un rapporto occasionale instaurato tra il singolo e l'ente criminalev. Sennonché, anche tale criterio è stato superato con la sentenza Carnevale si legge infatti nella motivazione di detta sentenza che Si tratti di attività continuativa o ripetuta, si tratti invece di una singola prestazione, dovrà valutarsi esclusivamente se la pluralità o l'unica attività posta in essere, per il grado di concretezza e specificità che la distingue e per la rilevanza causale che esprime, possa ritenersi idonea a conseguire il risultato sopra menzionato ndr. ovvero la conservazione o il rafforzamento dell'associazione vi. Il brano appena trascritto della sentenza Carnevale, evidenzia al contempo quello che a tutt'oggi costituisce verosimilmente uno dei punti più controversi, non tanto a livello teorico, quanto piuttosto a livello di concreta prassi applicativa punto questo che, non a caso è stato oggetto di esame prima da parte della sentenza Carnevale e successivamente da parte della sentenza Mannino del 2005. SEGUE LA VERIFICA EX POST DEL RAFFORZAMENTO ASSOCIATIVO Con la sentenza Carnevale del 2003, la Corte dopo aver chiarito gli equivoci , di cui si è appena trattato, provocati da una ritenuta errata interpretazione della sentenza Demitry, affronta quello che ritiene essere il vero problema del concorso esterno, ovvero quello costituito dalla determinazione della soglia a partire dalla quale la prestazione dell'estraneo ndr. ma il problema da un punto di vista teorico è lo stesso anche per il partecipevii assume effettiva rilevanza causale in termini di conservazione o rafforzamento del sodalizio criminale viii A tale quesito la Corte con la sentenza Carnevale del 2003 risponde affermando che il contributo richiesto al concorrente esterno deve potere essere apprezzato come idoneo, in termini di concretezza, specificità e rilevanza, a determinare, sotto il profilo causale, la conservazione o il rafforzamento dell'associazione . La Corte quindi, con la sentenza citata evidenziò come non fosse sufficiente soffermarsi sulla condotta posta il essere dall'agente tramite la quale si realizza il contributo dallo stesso apportato al sodalizio malavitoso in particolar modo in quei casi in cui la condotta dell'agente consista nel promettere al sodalizio malavitoso il proprio adoperarsi in favore dello stesso si pensi alle promesse del politico, v. procedimento Mannino, o alle promesse del magistrato, v. procedimento Carnevale , bensì occorresse invece, e necessariamente, soffermarsi sul rapporto causale esistente tra tale condotta e l'ente criminale, di talché la fattispecie penale può dirsi realizzata solamente se si accerta che la condotta posta in essere dal singolo è stata in effetti causa di un indiscutibile rafforzamento della struttura associativa . Sennonché, la dottrina più autorevole osservò come questo tentativo di puntualizzare i presupposti dell'efficacia eziologia del concorso esterno, ancorché apprezzabile nelle intenzioni, non riesce tuttavia a realizzare un vero salto qualitativo nel fornire soluzioni appaganti ai diversi nodi problematici che su questo terreno una parte della dottrina ha da tempo evidenziato. Innanzitutto, l'accento posto sulla idoneità della condotta concorsuale a raggiungere il risultato vantaggioso per l'associazione, a ben vedere, presenta non poca ambiguità non è sufficientemente chiaro infatti, nel ragionamento della Cassazione, se tale giudizio di idoneità debba essere effettuato secondo una prospettiva rigorosamente ex post così come richiederebbe un'autentica logica causale , ovvero se debba riflettere un accertamento ex ante secondo un punto di vista assimilabile nella sostanza - per esempio - al paradigma dell'aumento del rischio ix. A tali specifiche perplessità tenta di dare una risposta il Supremo Collegio con la sentenza Mannino del 2005. Ed infatti, la Corte dopo aver chiarito che in ogni caso affinché possa ritenersi penalmente rilevante il contributo è necessario e indispensabile che gli impegni assunti dal politico, per l'affidabilità dei protagonisti dell'accordo, per i caratteri strutturali dell'associazione, per il contesto di riferimento e per la specificità dei contenuti, abbiano il carattere della serietà e della concretezza la massima fa specifico riferimento al comportamento del politico, ma appare evidente, che tale massima, mutatis mutandis, può e deve trovare applicazione in relazione alle promesse di qualunque extraneus, anche non politico , in relazione alla specifica problematica sopra evidenziata, così scrive In merito allo statuto della causalità sono ben note le difficoltà di accertamento mediante la cruciale operazione controfattuale di eliminazione mentale della condotta materiale atipica del concorrente esterno, integrata dal criterio di sussunzione sotto leggi di copertura o generalizzazioni e massime di esperienza dotate di affidabile plausibilità empirica dell'effettivo nesso condizionalistico tra la condotta stessa e la realizzazione del fatto reato come storicamente verificatosi, hic et nunc, con tutte le sue caratteristiche essenziali, soprattutto laddove questo rivesta dimensione plurisoggettiva e natura associativa. E però trattandosi in ogni caso di accertamento di natura causale che svolge una funzione selettiva delle condotte penalmente rilevanti e per ciò delimitativa dell'aerea dell'illecito, ritiene il Collegio che non sia affatto sufficiente che il contributo atipico - con prognosi di mera pericolosità ex ante - sia considerato idoneo ad aumentare la probabilità o il rischio di realizzazione del fatto reato, qualora poi, con giudizio ex post, si rilevi per contro ininfluente o addirittura controproducente per la verificazione dell'evento lesivo ndr. il corsivo è di chi scrive . L'opposta tesi, che pretende di prescindere dal paradigma eziologico, tende ad anticipare arbitrariamente la soglia di punibilità in contrasto con il principio di tipicità e con l'affermata inammissibilità del mero tentativo di concorso . Precisa quindi ulteriormente la Corte, con specifico riferimento ai fatti del procedimento ovvero le promesse fatte dal Mannino all'organizzazione mafiosa che Non basta certamente la mera disponibilità o vicinanza , né appare sufficiente che gli impegni presi dal politico a favore dell'associazione mafiosa, per l'affidabilità e la caratura dei protagonisti dell'accordo, per i connotati strutturali del sodalizio criminoso, per il contesto storico di riferimento e per la specificità dei contenuti del patto, abbiano il carattere della serietà e concretezza. Ed invero, la promessa e l'impegno del politico ad esempio, nel campo - pure oggetto d'imputazione - della programmazione, regolamentazione ed avvio di flussi di finanziamenti o dell'aggiudicazione di appalti di opere o servizi pubblici a favore di particolari imprese in tanto assumono veste di apporto dall'esterno alla conservazione o al rafforzamento dell'associazione mafiosa, in quanto all'esito della verifica probatoria ex post della loro efficacia causale e non già mediante una mera valutazione prognostica di idoneità ex ante che pure sembra acriticamente recepita in talune decisioni di legittimità, fra quelle sopra citatex , si possa sostenere che, di per sé, abbiano inciso immediatamente ed effettivamente sulle capacità operative dell'organizzazione criminale, essendone derivati concreti vantaggi o utilità per la stessa o per le sue articolazioni settoriali coinvolte dall'impegno assunto ndr. il corsivo è di chi scrive . Fin qui, sul punto specifico, la giurisprudenza di legittimità con la sentenza Mannino del 2005. L'approdo al quale è giunta la giurisprudenza del Supremo Collegio, per lo meno da un punto di vista puramente teorico, appare quindi chiaro per realizzare una condotta penalmente rilevante occorre non soltanto che l'agente si adoperi in favore dell'associazione, ma occorre altresì che, con verifica ex post, si accerti che tale condotta posta in essere dall'agente sia stata causa di concreti vantaggi o utilità per l'associazione medesima, o anche solo per sue articolazioni settoriali. Se questa è l'essenza, sul punto, della pronuncia del giudice di legittimità, va certamente riconosciuto che, particolarmente a livello teorico, la puntualizzazione delle Sezioni unite, come già precedentemente auspicato dalla dottrina, costituisce un dato da condividere pienamente e di sicuro valore teorico. Ed invero, a dimostrazione della validità di simile impostazione, è sufficiente far riferimento alla seguente ipotesi si pensi al caso in cui un politico raggiunga un accordo con un esponente mafioso di rilievo dell'organizzazione criminale in base al quale il politico in cambio dell'appoggio elettorale da parte della detta organizzazione criminale e di quanti ad essa comunque vicini promette di favorire , personalmente o tramite altri uomini politici a lui riconducibili, le imprese vicine all'organizzazione criminale. Si ipotizzi ora, che il mafioso non manifesti a nessuno dei componenti dell'associazione mafiosa l'avvenuto accordo con il politico ad esempio perché ucciso o arrestato prima che ciò potesse accadere , talché nessuno degli associati venga a conoscenza di tale accordo occulto intervenuto tra l'esponente mafioso ed il politico non particolarmente onesto . Orbene, in un caso del genere, certo è che il politico da parte sua ha posto in essere una determinata condotta in favore dell'ente criminale per l'appunto la promessa di futuri aiuti , ma appare altrettanto certo che in seguito a tale condotta, si può accertare con verifica ex post, che nel caso specifico l'organizzazione criminale non ha tratto alcun concreto vantaggio o utilità da simile condotta ne consegue quindi correttamente in base al principio affermato dalla Suprema Corte con la sentenza Mannino del 2005 in un caso del genere la condotta posta in essere dal politico non integrerebbe gli estremi della fattispecie penale. Ma se da un punto di vista teorico il principio affermato dalla Cassazione appare del tutto corretto e chiaro, passando all'applicazione concreta di tale principio, in sede di prassi giurisprudenziale potrebbe manifestarsi qualche perplessità operativa . Perplessità che derivano anche dalla circostanza che la Cassazione sempre con la sentenza Mannino del 2005 ha al contempo correttamente precisato che non può escludersi,infatti, per questa particolare tipologia di relazioni collusive con la mafia che anche la promessa o l'impegno del politico di attivarsi, una volta eletto, a favore della cosca mafiosa possano già integrare, di per sé, gli estremi del contributo atipico del concorrente eventuale nel delitto associativo, a prescindere dalle successive condotte di esecuzione dell'accordo valutabili sotto il profilo probatorio . Ed infatti, con specifico riferimento alla circostanza che anche in caso di mancato adempimento delle promesse fatte dall'extraneus al sodalizio malavitoso, il fatto stesso delle premesse potrebbe tuttavia di per sé essere causa di rafforzamento della struttura associativa, va evidenziato che in tal senso si pronunciò in maniera esplicita la Cassazione con la sentenza Carnevale del 2003 si legge infatti in tale sentenza va ravvisata l'idoneità del contributo apportato dall'esxtraneus non potendosi dubitare che la condotta posta in essere da quest'ultimo ndr. nel caso specifico trattatasi, come è noto, di un alto magistrato della Suprema corte determina negli esponenti del sodalizio la consapevolezza di poter contare sul sicuro apporto di un soggetto qualificato, operante in istituzioni giudiziarie e un tale effetto costituisce, di per sé solo, un indiscutibile rafforzamento della struttura associativa . Mutatis mutandis, analogo tipo di ragionamento può ovviamente farsi, anche per il caso delle del politico. Se quindi, ai fini dell'integrazione della fattispecie penale non si ritiene necessario correttamente l'avvenuta esecuzione delle promesse da parte dell'extraneus, e al contempo però si ritiene altrettanto correttamente che l'accordo tre l'extraneus ed il mafioso, da solo non è sufficiente, occorrendo invece che si accerti con verifica ex post che tale accordo abbia comunque rafforzato la struttura associativa, il rischio che si possa interpretare tale verifica ex post in modo tale da rendere la prova del concorso esterno in casi del genere una vera e propria probatio diabolica, non appare del tutto peregrino. In verità, tale rischio appare strettamente connesso al modo d'interpretare l'essenza della pronuncia del Sc. E in effetti, se si interpreta la sentenza della Corte nel senso che la novità di tale pronuncia risiede nel modo di concepire l'evento del reato, ovvero si reputa che ciò che deve cambiare per conformarsi al dettato della Suprema Corte è il modo d'intendere nello specifico il tipo di rafforzamento della struttura associativa che consegue alla condotta dell'agente magari escludendo che il concorso esterno possa realizzarsi nella forma del concorso morale, o comunque che il rafforzamento del vincolo associativo presuppone necessariamente la realizzazione da parte dell'esxtraneus di condotte ulteriori rispetto a quella dell'avvenuto accordo con l'ente criminale , in tal caso allora il rischio della probatio diabolica diventa verosimile appunto perché è l'evento stesso che diventa incerto, nebuloso e come tale difficile da provare. In particolar modo tali incertezze potrebbero ulteriormente accentuarsi soprattutto qualora si dovesse ritenere che la verifica ex post dell'avvenuto rafforzamento della capacità criminale dell'ente malavitoso, necessiti sempre e comunque l'accertamento della realizzazione di ulteriori rispetto all'intervenuto accordo fattive condotte poste in essere dall'extraneus in favore dell'ente criminale, come se l'accordo intervenuto e provato tra l'extraneus e l'esponente mafioso, non costituisca già di per sé una ben determinata e puntuale fattiva condotta posta in essere dall'extraneus in favore dell'associazione della quale per l'appunto va verificato con accertamento ex post il risultato, ovvero se ha effettivamente rafforzato l'ente criminale xi. Ma se invece si ritiene che l'essenza della pronuncia della Corte risiede non già nella modifica della determinazione dell'evento, il quale rimane del tutto immutato inteso come rafforzamento morale o materiale della struttura associativa , bensì nel richiamo rivolto ai giudici di merito a non fermarsi alla verifica prova dell'accordo intervenuto tra l'extraneus ed il mafioso, ma di andare a verificare oltre l'accordo intervenuto, in modo tale da verificare se quanto accaduto successivamente all'accordo abbia realmente prodotto un rafforzamento della struttura associativa, ecco allora che il rischio della probatio diabolica appare fortemente attenuato se non del tutto eliminato. E così ad esempio, nel caso del politico che promette al mafioso i suoi futuri servigi in cambio dell'appoggio elettorale occorre per l'appunto verificare provare cosa è accaduto successivamente all'intervenuto accordo talché se si riesce a provare che in seguito all'accordo nell'ambito del contesto malavitoso ovvero tra gli associati si è adeguatamente diffusa e comunicata la notizia dei futuri possibili servigi del politico in favore del sodalizio o di settori di esso , in modo tale da generare una effettivo rafforzamento della struttura capacità criminale dell'associazione, in tal caso allora la prova ex post dell'avvenuto rafforzamento associativo deve verosimilmente ritenersi raggiunta diversamente invece nel caso contrario. Afferma infatti la Cassazione con la sentenza Mannino del 2005 Una volta prospettata l'ipotesi di accusa in riferimento al patto elettorale politico-mafioso, si rileva quindi necessaria la ricerca e l'acquisizione probatoria di concreti elementi di fatto, dai quali si possa desumere con logica a posteriori che il patto ha prodotto risultati positivi, qualificabili in termini di reale rafforzamento o consolidamento dell'associazione mafiosa, sulla base di generalizzazioni del senso comune o di massime di esperienza dotate di empirica plausibilità . Quanto precede evidenzia quindi come ai fini dell'integrazione della fattispecie penale del concorso esterno non occorre necessariamente che vi sia da parte dell'extraneus un concreto e fattivo adoperarsi, successivamente alla conclusione dell'accordo con l'esponente mafioso, al fine di dare esecuzione rectius iniziare a dare esecuzione al detto accordo sceleris, potendo invece, come sopra appena evidenziato, essere sufficiente a tal fine una concreta e fattiva condotta posta in essere dall'esponente mafioso con il quale l'extraneus ha concluso l'accordo ed invero, l'esecuzione del patto presuppone da parte del politico extraneus il suo adoperarsi con chi di dovere affinché successivamente si possa adempiere alle promesse fatte, mentre da parte dell'esponente mafioso che ha raggiunto l'accordo con il politico extraneus, l'esecuzione del patto risiede essenzialmente nel comunicare, anzi nell'impartire agli affiliati, e a quanti a questi vicini, di dare il proprio voto elettorale in favore del politico extraneus stante la disponibilità dallo stesso manifestata in favore dell'organizzazione criminale . Peraltro, tale impostazione non si ritiene possa in alcun modo contrastare con il principio normativo di cui all'articolo 115 Cp articolo quest'ultimo non a caso richiamato anche nella motivazione della sentenza ora in esame anzi essa a ben vedere, costituisce applicazione di tale principio. Ed invero, come è noto la ratio del principio di cui all'articolo 115 Cp risiede essenzialmente nel delimitare i limiti del tentativo punibile, stabilendo per l'appunto che salvo che la legge disponga altrimenti il mero accordo o istigazione a commettere un reato non seguito da alcuna ulteriore attività non può integrare gli estremi della fattispecie penale, nemmeno a titolo di tentativo sicché, e a maggior ragione non potrebbe mai integrare gli estremi del reato consumato quale sarebbe il concorso esterno nel reato associativo peraltro va ricordato a proposito del tentativo di concorso nel reato associativo, che la Suprema corte nella motivazione della sentenza ora in esame lo esclude espressamente . Sennonché, come sopra già evidenziato, stante la necessità della verifica ex post, l'integrazione della fattispecie del concorso esterno è pur sempre subordinata alla verifica per l'appunto ex post a che, all'accordo raggiunto tra il politico extraneus e l'esponente mafioso, faccia seguito una condotta concreta e fattiva tale da causare un effettivo rafforzamento del vincolo associativo. Né può ritenersi che nel caso specifico tale impostazione non possa trovare applicazione, atteso che la realizzazione della concreta e fattiva condotta necessaria per l'integrazione della fattispecie penale del concorso esterno, e quindi della responsabilità penale dell'extraneus, può dipendere non già dalla condotta dell'extraneus il quale però comunque deve avere personalmente realizzato una concreta condotta, costituita dal raggiungimento dell'accordo con l'esponente mafioso , bensì dalla condotta di terze persone, quale quella dell'esponente mafioso, nonché quelle degli affiliati che ottemperano alle direttive impartite dall'esponente mafioso a tal fine invero, appare sufficiente osservare come anche nel caso del mandante di un omicidio, dopo che quest'ultimo ha dato mandato al killer, la sua responsabilità penale può essere del tutto rimessa alla successiva esecuzione del mandato a seconda dei casi a titolo di reato consumato o a titolo di reato tentato da parte del killer. Proseguendo nella disamina, occorre altresì evidenziare che verificare ex post ciò che accade successivamente alla conclusione dell'accordo intercorso tra l'esponente mafioso e il politico extraneus, significa anche, in caso di mancata esecuzione delle promesse da parte dell'extraneus, verificare se tale mancata esecuzione non abbia inciso in maniera tale da precludere il formarsi del rafforzamento della struttura associativa, meglio della capacità criminale, del sodalizio malavitosoxii. Tale verifica non può che far riferimento alle circostanze specifiche dei singoli casi, tenendo però presente che appare corretto distinguere tra il caso in cui la mancata esecuzione delle promesse da parte dell'extraneus preclude ab origine il formarsi del rafforzamento associativo, dal caso in cui la mancata esecuzione delle promesse fa venir meno il rafforzamento associativo già però precedentemente realizzatosi solo quest'ultimo caso infatti, e non nel primo, può dirsi integrata la fattispecie del concorso esterno. Parametri che sembrano poter rilevare ai fini della distinzione appena accennata, pare possano essere quelli che fanno riferimento in primo luogo alla verifica del motivo per cui le promesse non sono state mantenute, e in particolar modo se la mancata esecuzione delle stesse precluda o meno la possibilità in futuro di eseguire promesse di contenuto analogo, e in secondo luogo all'aspetto temporale e all'aspetto quantitativo/qualitativo della diffusione tra i vari associati della notizia dell'intervenuto accordo tra l'organizzazione e l'extraneus, e quindi della consapevolezza da parte degli associati di poter contare anche sulla disponibilità dell'extraneus tali parametri invero, evidenziano se il rafforzamento associativo conseguente alla manifestata disponibilità da parte dell'extraneus possa dirsi sufficientemente consolidato termine questo usato espressamente nella motivazione della sentenza Mannino del 2005 , e quindi se sia stato o meno raggiunto quella soglia minima , sopra richiamata e di cui alla sentenza Carnevale del 2003, a partire dalla quale la prestazione dell'extraneus assume effettiva rilevanza in termini di conservazione o rafforzamento del sodalizio criminale. Per concludere sulle caratteristiche che il contributo deve possedere sotto il profilo oggettivo per ritenere integrata la fattispecie del concorso esterno, occorre infine ricordare che la condotta posta in essere dall'extraneus non deve essere scriminata, da cause di giustificazione quali l'adempimento del dovere o l'esercizio del diritto si pensi ad esempio al medico che presta la propria attività professionale in favore di associati abbisognevoli delle sue cure, e sempre che ovviamente non ecceda i limiti legittimi della sua professione, o al politico che promette, una volta eletto, di adoperarsi, in maniera legittima, per modificare la legislazione in favore degli interessi dell'organizzazione malavitosa . 3. CARATTERISTICHE SOGGETTIVE INERENTI AL CONTRIBUTO CHE IL SINGOLO DEVE APPORTARE IN FAVORE dell'associazione criminale a la natura del dolo del concorrente e del partecipe Come è noto uno dei punti più controversi in materia di concorso esterno è quello inerente alla determinazione e specificazione del tipo di dolo che deve caratterizzare l'agire dell'extraneus rispetto al dolo del partecipe. Ed invero, da una parte è stato sostenuto che per il concorrente esterno è sufficiente il mero dolo generico, inteso come coscienza e volontà di dare il proprio contributo al conseguimento degli scopi dell'associazione xiii a fronte di un dolo specifico richiesto per il partecipe inteso consapevolezza di far parte dell'associazione e volontà di contribuire a tenerla in vita e a farle raggiungere gli obiettivi che si è prefissa xiv, dall'altra invece è stato argomentato che poiché i concorrenti devono realizzare il medesimo reato degli autori ovvero dei partecipi all'associazione , non può ritenersi che il concorrente esterno agisca con dolo generico diversamente dall'autore del reato associativo il quale invece deve agire con dolo specificoxv. Sul contrasto è intervenuta nuovamente la Cassazione a sezioni unite con la sentenza Mannino del 1995, la quale, avallando sostanzialmente l'orientamento già precedentemente espresso con la sentenza Demitry, ha statuito Ai fini della configurabilità, sul piano soggettivo, del concorso esterno nel delitto associativo non si richiede, in capo al concorrente, il dolo specifico proprio del partecipe, dolo che consiste nella consapevolezza di far parte dell'associazione e nella volontà di contribuire a tenerla in vita e a farle raggiungere gli obiettivi che si è prefissa, bensì quello generico, consistente nella coscienza e volontà di dare il proprio contributo al conseguimento degli scopi dell'associazione . Nemmeno però tale ulteriore intervento della Cassazione a Sezioni unite, è riuscito a sopire il contrasto manifestatosi sul punto in dottrina e in giurisprudenzaxvi. E invero tale contrasto deriva verosimilmente dal modo di concepire l'elemento soggettivo dell'extraneus rispetto ai fini, obiettivi, propri dell'ente criminale. Se infatti si ritiene che l'extraneus nel momento in cui pone in essere la propria condotta non vuole perseguire quelle specifiche finalità proprie dell'ente criminale e ciò per l'appunto connoterebbe il dolo generico del concorrente rispetto al dolo specifico del partecipe il quale invece vuole con la propria condotta perseguire le finalità, obiettivi, specifici dell'ente criminale , la critica dell'orientamento secondo il quale non può concepirsi in capo al concorrente esterno un simile tipo di dolo generico, appare fondata appunto perché in verità deve riconoscersi che anche il concorrente esterno nel momento in cui pone in essere la propria condotta in favore del sodalizio malavitoso non può non volere , oltre che essere consapevole, il raggiungimento di quella finalità specifica perseguita dall'ente criminale e in ciò quindi finendo con l'equipararsi, sotto questo particolare aspetto, il dolo generico del concorrente con il dolo specifico del partecipe . Ed invero, tale tipo di considerazioni sono state fatte proprie anche dalla sentenza Carnevale delle sezioni unite, con la quale, pur ribadendosi ancora una volta la distinzione tra il dolo del concorrente e il dolo del partecipe, afferma che non può postularsi la figura di un concorrente esterno, nel cui agire sia presente solo la consapevolezza che altri agisca con la volontà di realizzare il programma di cui sopra ndr. ovvero il programma associativo . Deve, al contrario, ritenersi che il concorrente esterno è tale quando, pur estraneo all'associazione, della quale non intende far parte ndr il corsivo è di chi scrive , apporti un contributo che sa e vuole sia diretto alla realizzazione, magari anche parziale, del programma criminoso del sodalizio . Tale di tipo di dolo è definito espressamente nella sentenza appena citata come dolo diretto La distinzione quindi tra il dolo del concorrente e il dolo del partecipe quale che sia la terminologia usata per individuarli non risiede tanto nella volontà di perseguire o meno i fini dell'ente criminale anche se a questo proposito va precisato che la sentenza Carnevale, chiarisce che diversamente dal dolo del partecipe, il dolo diretto del concorrente è un dolo diretto parziale , nel senso che il concorrente vuole una realizzazione solo parziale del programma criminoso dell'ente criminale, ovvero vuole perseguire solo una parte degli obiettivi dell'ente criminale , quanto piuttosto nella volontà, e consapevolezza, di far parte dell'ente criminale volontà questa, che esiste solo nel caso del partecipe e non anche nel caso del concorrente, il quale anzi ha una volontà contraria, nel senso che non vuole fare parte del sodalizio malavitoso. D'altra parte che il dolo del concorretene presenti delle peculiarità rispetto al dolo del partecipe, non può costituire, di per sé, un dato incompatibile con i principi generali del nostro ordinamento, considerato che, per contro, l'atipicità della condotta del concorrente sia sotto il profilo materiale sia sotto il profilo soggettivo che accede alla condotta tipica dell'autore, costituisce a ben vedere l'in se dell'istituto giuridico del concorso di cui all'articolo 110 Cp. Sennonché, alle motivazioni sopra riportate di cui alla sentenza Carnevale, è stato obiettato in dottrina che sotto un profilo di previa aderenza alla realtà criminologia il concorrente esterno può essere un soggetto che aiuta una volta tanto, in modo occasionale per un'attività e determinata e precisa, senza alcuna partecipazione ai fini o agli intenti dell'associazione, della quale può essere in linea di principio anche un nemico xvii, il che per l'appunto smentirebbe l'assunto della sentenza in oggetto quando afferma invece che il concorrente esterno deve volere la realizzazione, magari anche parziale, del programma criminoso del sodalizio . Sulla specifica problematica è nuovamente ritornata la Cassazione a Sezioni unite con la sentenza Mannino del 2005. Con tale sentenza il Giudice della legittimità, ribadendo sostanzialmente sul punto l'orientamento espresso con precedente sentenza Carnevale, ha evidenziato come non vi sia incompatibilità in via di principio tra il voler perseguire parte degli obiettivi propri dell'ente criminale ed essere il soggetto al contempo, eventualmente, anche contrario al programma criminale, complessivamente considerato, dell'ente medesimo, atteso che il vero discrimine è pur sempre costituito dalla circostanza che il concorrente esterno, diversamente dal partecipe, sa e non vuole far parte dell'associazione. In altri termini le motivazioni interne che determinano l'agire del concorrente esterno possono anzi devono essere sostanzialmente diverse da quelle che inducono il partecipe ad agire, ciò non toglie tuttavia che, in relazione a quel terreno comune ove avviene l'incontro tra l'organizzazione criminale e l'extraneus, quest'ultimo vuole anche se per motivi del tutto diversi da quelli propri degli associati il raggiungimento di quel determinato obiettivo criminale, comune tanto all'extraneus quanto all'organizzazione malavitosa. Si legge infatti nella motivazione della sentenza Mannino del 2005 La particolare struttura della fattispecie concorsuale comporta infine, quale essenziale requisito, che il dolo del concorrente esterno investa, nei momenti della rappresentazione e della volizione, sia tutti gli elementi essenziali della figura criminosa tipica sia il contributo causale recato dal proprio comportamento alla realizzazione del fatto concreto, con la consapevolezza e la volontà di interagore, sinergicamente, con le condotte altrui nella produzione dell'evento lesivo del medesimo reato . E sotto questo profilo, nei delitti associativi si esige che il concorrente esterno, pur sprovvisto dell'affectio societatis e cioè della volontà di far parte dell'associazione, sia altresì consapevole dei metodi e dei fini della stessa a prescindere dalla condivisione, avversione, disinteresse o indifferenza per siffatti metodi e fini che lo muovono nel foro interno e si renda compiutamente conto dell'efficacia causale della sia attività di sostegno, vantaggiosa per la conservazione o il rafforzamento dell'associazione egli sa e vuole che il suo contributo sia diretto alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso del sodalizio ndr. il corsivo è di chi scrive . SEGUE B LIBERTÀ O COSTRIZIONE DELL'AGIRE DEL SINGOLO Ciò detto, per quanto concerne la problematica relativa al tipo di dolo che deve caratterizzare l'agire del partecipe e l'agire del concorrente esterno, per esaurire l'argomento concernente le problematiche applicative, a cui si è fatto sopra riferimento, in materia di elemento soggettivo, occorre ora discutere della libertà che deva caratterizzare l'agire dell'extraneus, tematica questa non affrontata né con la sentenza Mannino del 2005, né con nessuna delle altre tre sentenze a Sezioni unite che si sono occupate del concorso esterno. Tale problematica, attiene in particolar modo ai rapporti tra l'organizzazione mafiosa e l'imprenditoria le sentenze delle Sezioni unite sopra richiamate, fanno invece riferimento ai rapporti tra mafia e politica, Demitry e Mannino, e mafia e magistratura, Carnevale . Tale tipo di rapporto è caratterizzato da una coartazione più o meno accentuata che connota l'iniziativa dell'organizzazione criminale nei confronti dell'imprenditore anzi va evidenziato come tale rapporto d'intimidazione diffusa, costituisce come è noto una della caratteristiche, sociologiche e giuridiche, proprie del fenomeno mafioso. Peraltro la rilevanza della tematica della libertà dell'extraneus si evidenzia particolarmente nei casi in cui casi non certo rari nella prassi giudiziaria il rapporto tra imprenditore e organizzazione mafioso muta nel corso del tempo ovvero nei casi in cui il rapporto nasce come un rapporto di vessazione tra l'organizzazione e l'imprenditore con la tradizionale imposizione del pizzo, e quindi con la realizzazione della fattispecie estorsiva per poi evolversi successivamente in un rapporto di complicità rectius di concorso esterno tra l'imprenditore e l'organizzazione, rapporto quest'ultimo non più caratterizzato da tale situazione di totale succubanza e di vessazione dell'imprenditore da parte dell'ente criminale. Ed invero, nel momento in cui l'imprenditore pone in essere una condotta che arreca un vantaggio all'organizzazione criminale quale ad esempio quello derivante dalla corresponsione di somme di denaro , tale condotta di per sé potrebbe integrare gli estremi del concorso esterno nel reato associativo stante l'obiettivo rafforzamento dell'ente criminale in seguito alla condotta posta in essere dall'imprenditore . Se ciò non accade è perché in casi del genere trova applicazione non già la normativa di cui agli articoli 110 e 416bis Cp, bensì la normativa di cui all'articolo 629 Cp, che in relazione al fatto ora in esame costituisce una norma speciale rispetto alla previsione generale ricavabile dalla disciplina di cui agli articoli 110 e 416 bis Cp. Ed infatti il quid pluris che giustifica in casi del genere l'applicazione della disciplina di cui all'articolo 629, ove per l'appunto l'imprenditore è soggetto passivo dal reato e non soggetto attivo come invece accade nel caso della fattispecie di cui agli articoli 110 e 416bis Cp, è costituito dalla situazione di coazione in cui versa l'imprenditore, e di cui all'espressione costringendo mediante violenza o minaccia contenuta nell'articolo 629 Cp. Ne consegue quindi che, relativamente ai rapporti tra mafia e impresa, tanto più si estende il concetto di costrizione ex articolo 629 Cp, tanto più si restringe l'area del concorso esterno, e all'opposto, tanto più si restringe il concetto di costrizione ex articolo 629 Cp, tanto più si estende l'area del concorso esterno. Ed infatti, in dottrina e in giurisprudenza si sono manifestati, e si manifestano, entrambi gli orientamenti. Nel solco del primo orientamento, può ad esempio richiamarsi la sentenza del Giudice istruttore di Catania del Marzo 1991xviii con la quale si affermò il principio secondo il quale in quei territori in cui è radicato storicamente e socialmente il fenomeno mafioso la non conflittualità tra imprenditori e associazioni di tipo mafioso rappresenta di fatto una necessità per lo svolgimento delle attività d'impresa, sicché il comportamento collaborativo degli imputati/imprenditori con le dette associazioni non può integrare fatti penalmente rilevanti. In effetti, tale impostazione fa riferimento più che altro ad una sorta di inesigibilità del comportamento diverso da quello definito collaborativi posto in essere nel caso specifico dagli imprenditori/imputati sennonché il riferimento a tale sorta di scriminante non codificata è stata, anche di recentexix, disconosciuto espressamente dalla giurisprudenza di legittimità, sicché la valenza attuale del principio espresso con la sentenza su citata, appare essere quello di far rientrare determinate condotte poste in essere dagli imprenditori in favore dell'organizzazione mafiosa, sotto lo schema della costrizione di cui all'articolo 629 Cp, e come tali quindi condotte penalmente non rilevanti. Espressione del secondo orientamento sopra richiamato, è invece la sentenza della Prima sezione penale della Cassazione del 5 gennaio 1999, la quale afferma L'imprenditore che, nell'attivarsi per l'acquisizione dell'appalto di un'opera pubblica di rilevantissimo valore, abbia contemporaneamente instaurato rapporti col ceto politico-amministrativo ed con organizzazioni camorristiche coi primi per assicurarsi l'aggiudicazione del contratto e con le seconde per rimuovere preventivamente gli ostacoli di carattere estorsivo all'esecuzione dei lavori, accollandosi in quest'ultimo caso un programmato costo concordato sulla base di una sorta di accordo di non conflittualità e di patto di protezione , può considerarsi vittima dell'estorsione mafiosa soltanto nel caso in cui si dimostri nei suoi riguardi una condizione di ineluttabile coartazione ndr il corsivo è di chi scrive diversamente, la condotta sarà riconducibile all'articolo 416bis Cp, nella forma della partecipazione o, piuttosto, del concorso esterno, a seconda della posizione assunta dall'imprenditore rispetto all'associazione stessa xx. L'orientamento espresso nella sentenza appena citata, è stato oggetto di critica, ritenendo che dal punto di vista dogmatico, va invero osservato che dottrina e giurisprudenza maggioritarie fanno leva proprio sulla natura relativa della coazione subita dal soggetto passivo dell'estorsione per differenziare tale reato per es. dalla rapina, nella cui fattispecie è previsto parimenti l'uso di violenza e minacce, ma la vittima stavolta non agit set agitur. xxi Sennonché, anche aderendo alle critiche sopra evidenziate, e quindi ritenendo che la costrizione di cui all'articolo 629 Cp è una costrizione relativa e non assoluta ovvero non una condizione di ineluttabile coartazione , la sentenza della Cassazione da ultimo richiamata conserva pur sempre la propria rilevanza nella misura in cui si individua l'essenza della decisione non tanto nella distinzione tra costrizione relativa e costrizione assoluta, quanto piuttosto nell'esigenza di individuare dei parametri, indizi, che consentono di distinguere nei singoli casi quando la coartazione proveniente dall'organizzazione scende al di sotto dei limiti della coartazione relativa di cui all'articolo 629 Cp, rendendo così la condotta penalmente rilevante in quanto integrante la fattispecie del concorso esterno. A tal proposito la Corte, sebbene non in maniera del tutto esplicita sembra considerare elemento, indizio, da valutare attentamente ai fini ora in esame, la circostanza che nel caso specifico era stato l'imprenditore che di propria iniziativa si era rivolto all'organizzazione mafiosa per concordare con la stessa l'ammontare della somma che esso imprenditore avrebbe dovuto versare all'ente criminale per garantirsi la possibilità di espletare i lavori senza episodi di danneggiamento e minacce In dottrina tale argomentazione è stata però criticata osservando che In proposito, a tacer d'altro, v'è tuttavia da chiedersi - con particolare riguardo al delitto di estorsione - se davvero meritino un trattamento penale così radicalmente diverso l'uno dall'altro, l'imprenditore che si attiva preventivamente per saggiare le richieste estorsive di una associazione mafiosa in vista dell'esecuzione di lavori nel territorio controllato da quest'ultima, e il titolare di un'azienda che si piega di fronte alle richieste estorsive dell'associazione medesima per poter continuare a svolgere la propria attività senza rischiare atti di violenza e di danneggiamento. A dir la verità, in entrambi i casi gli imprenditori agiscono sotto la pressione esercitata in quel territorio dal metodo intimidatorio di un'associazione mafiosa, e con il loro comportamento producono un profitto ingiusto per l'organizzazione criminale nonché un danno patrimoniale per sé stessi tanto dovrebbe bastare per ritenere integrata ugualmente la fattispecie di estorsione, giacché il momento o il modo in cui si è preso l'impegno a pagare o si è pagato nulla toglie alla posizione di vittima comunque rivestita dall'imprenditore xxii Sennonché, tali critiche non sembrano esaurire l'intera tematica della questione ora in esame. Va invero evidenziato come con la pronuncia su richiamata, il Supremo collegio non ha inteso tanto affermare un principio apodittico ed a priori secondo il quale in presenza di un'iniziativa assunta in via preventiva dall'imprenditore, tale circostanza deve sempre e comunque interpretarsi quale sintomo del fatto che in casi del genere l'imprenditore è complice e non vittima dell'organizzazione criminale, ovvero che il comportamento dell'imprenditore non può considerarsi coartato ex articolo 629 Cp, quanto piuttosto ha inteso evidenziare come una circostanza del genere imponga una valutazione specifica ed approfondita di tale elemento, in modo tale da verificare se tale specifica circostanza in uno con tutte le altre emergenze procedimentali, evidenzi o meno la sussistenza di una coartazione dell'organizzazione criminale nei confronti dell'imprenditore tale da far ritenere, a seconda dei casi, la condotta dell'imprenditore integrante la fattispecie di cui all'articolo 629 Cp,e quindi imprenditore soggetto passivo del reato, o all'opposto integrante la fattispecie dell'articolo 416bis Cp o 110/416bis c p., e quindi imprenditore soggetto attivo del reato. Invero, la differenza tra le due diverse ipotesi si ripercuote inevitabilmente sul diverso modo di atteggiarsi del rapporto intercorrente tra l'imprenditore e l'organizzazione criminale. Infatti nel caso in cui l'imprenditore è e rimane vittima dell'organizzazione criminale, e quindi soggetto passivo della fattispecie di cui all'articolo 629 Cp, il rapporto che si instaura tra esso imprenditore e l'ente criminale è un rapporto esclusivamente unilaterale, ovvero un rapporto nel quale solo uno dei due soggetti l'imprenditore è tenuto ad eseguire una prestazione nei confronti dell'altro l'associazione criminale , il quale a sua volta, in cambio di ciò, nessuna controprestazione esegue in favore del primo. Ma se invece il rapporto da unilaterale si trasforma progressivamente in un rapporto bilaterale, ovvero in un rapporto nell'ambito del quale entrambi i soggetti l'ente criminale e l'imprenditore , eseguono delle prestazioni e a loro volta in cambio di ciò ricevano dall'altro delle controprestazioni, ecco allora che il rapporto anche da parte dell'imprenditore non potrà più considerarsi come una rapporto costretto ex articolo 629 Cp, bensì come un rapporto in relazione al quale anche l'imprenditore agisce con una certa libertà e come tale la sua condotta, sussistendone tutti i presupposti, potrà integrare la fattispecie di cui al concorso esterno. Orbene, in tale prospettiva l'elemento dell'iniziativa da parte dall'imprenditore, assume ben altra valenza ed invero in una simile ottica l'iniziativa dell'imprenditore viene in rilievo non tanto se egli si limita ad anticipare la richiesta estorsiva, chiedendo all'ente criminale quanto deve pagare, bensì se e nella misura in cui con la sua iniziativa esso imprenditore chiede all'organizzazione criminale l'adempimento della controprestazione in tal caso infatti lo stesso pagamento della somma estorta cambia in parte la propria natura , non essendo più o quanto meno non essendo più solamente l'esborso di una somma a titolo di estorsione, bensì il pagamento di un prezzo per ottenere determinate controprestazioni . Diverse sono le controprestazioni che l'organizzazione criminale può eseguire in favore dell' imprenditore non a caso chiamato nel gergo delinquenziale protetto e così ad esempio, la prassi giudiziaria ha evidenziato i casi in cui l'organizzazione criminale mette a disposizione dell'imprenditore il suo tipico patrimonio sociale , ovvero la capacità intimidatoria che può essere utilizzato per convincere tutti coloro che a vario titolo ostacolano i progetti dell'imprenditore si pensi ad esempio alle imprese concorrenti i casi in cui l'imprenditore si avvale dei servigi dell'organizzazione criminale che controlla determinate gare di appalto, sfruttando a tal fine anche i suoi dell'organizzazione criminale accordi con amministratori corrotti oppure ancora i casi in cui come si è verificato anche nel procedimento oggetto della pronuncia della Cassazione sopra richiamata l'imprenditore riesce a creare ingenti fondi neri utilizzando il meccanismo della sovrafatturazione ricorrendo a tal fine alle imprese direttamente riconducibili all'organizzazione criminale. Orbene in questi casi ed in casi simili, l'imprenditore in effetti in cambio delle somme di denaro che corrisponde all'organizzazione criminale riceve dalla stessa determinate controprestazioni che utilizza a proprio vantaggio in tali casi quindi, è da ritenersi che il rapporto intercorrente tra l'imprenditore e l'organizzazione criminale non possa considerarsi come un rapporto frutto e conseguenza esclusivamente di una costrizione, rilevante ai fini di cui all' articolo 629 Cp al contrario tale rapporto appare connotato da sufficiente dose di libertà anche da parte dell'imprenditore, e come tale integrante sussistendone tutti i presupposti gli estremi della fattispecie del concorso esterno. Più controversi appaiono invece i casi in cui l'imprenditore, che subisce richieste estorsive o comunque patisce altri reati, non riferibili ad appartenenti dell'organizzazione criminale alla quale egli corrisponde periodicamente somme di denaro a titolo di estorsione, chiede alla sua organizzazione criminale cioè a quella a cui corrisponde periodicamente il denaro di adempiere alle proprie controprestazioni, ovvero di attivarsi affinché vengano meno le richieste estorsive, e gli altri atti illeciti, riferibili a soggetti estranei all'organizzazione medesima. Altro caso controverso potrebbe essere quello in cui l'imprenditore dovendo aprire dei cantieri per l'esercizio della sua attività d'impresa, in territori controllati da altra organizzazione criminale rispetto a quella alla quale egli corrisponde periodicamente del denaro a titolo di estorsione, si rivolge a quest'ultima organizzazione chiedendole rientrando ciò nelle controprestazioni derivante da tale tipo di rapporto estorsivo di adoperarsi per contattare l'organizzazione criminale che controlla il territorio ove l'impresa deve installare i cantieri, e concordare con tale organizzazione l'ammontare del somma di denaro che l'imprenditore deve corrispondere a titolo di estorsione a tale organizzazione criminale. Ed in vero entrambi i casi appena evidenziati presentano aspetti e circostanze che li accomunano al contempo sia al rapporto di natura esclusivamente unilaterale, come tale rientrante integralmente nella fattispecie di cui all'art 629 Cp con conseguente ruolo di persona offesa dell'imprenditore , sia al rapporto di natura bilaterale, e come tale quindi suscettibile, sussistendone tutti i presupposti, di rientrare nella fattispecie del concorso esterno. Ed infatti sotto quest'ultimo profilo, va evidenziato come in entrambi i casi l'imprenditore chiede all'organizzazione di attivarsi in suo favore, al contempo però, sotto il primo profilo, occorre rilevare, che in tali casi la richiesta dell'imprenditore e il conseguente intervento dell'organizzazione criminale è pur sempre finalizzato a mettere in condizioni l'imprenditore di adempiere al pagamento delle somme di denaro che egli corrisponde a titolo estorsivo nel primo caso determinando l'entità della somma che l'imprenditore deve pagare all'altra organizzazione criminale, nel secondo caso impedendo che altri possa chiedere all'imprenditore denaro a titolo estorsivo, garantendo in tal modo l'esclusività della pretesa estorsiva da parte dell'organizzazione nei confronti dell'imprenditore medesimo . Orbene, casi del genere evidenziano come il parametro dell'iniziativa assunta dall'imprenditore e di cui alla sentenza della Cassazione sopra richiamata non costituisce certo un criterio di applicazione automatica talché se vi è iniziativa da parte dell'imprenditore vi è sempre e comunque concorso esterno, mentre in caso contrario vi è sempre la fattispecie di cui all'articolo 629 c.p , bensì un parametro da valutare insieme a tutte le altre emergenze procedimentali tenendo ben presente che ciò che occorre verificare non è tanto se l'imprenditore eserciti o meno una propria iniziativa nell'ambito del rapporto, bensì se, valutate complessivamente tutte le risultanze procedimentali, emerge che il rapporto instaurato tra l'impresa e l'organizzazione è un rapporto esclusivamente unilaterale, e come tale quindi caratterizzato da una posizione di coartazione rilevante ai sensi di cui all'articolo 629 Cp, o al contrario un rapporto di natura bilaterale e come tale al di fuori della coartazione di cui all'art 629 c.p, da far rientrare quindi, sussistendone i presupposti, nella fattispecie del concorso esterno. Non a caso infatti a tal proposito la Cassazione con la sentenza da ultimo sopra richiamata ha così concluso si tratta di un'indagine indubbiamente delicata e complessa, nella quale al prudente apprezzamento del giudice è affidato il difficile compito di individuare la fluida linea di confine tra lecito e illecito e di distinguere le situazioni nelle quali l'imprenditore è complice delle organizzazioni criminali da quelle nelle quali è la vittima, il soggetto passivo delle attività delinquenziali . Resta in conclusione da auspicare che su tali specifiche problematiche, particolarmente in relazione a quelle più controverse da ultimo richiamate, si possa pervenire ad un'impostazione sufficientemente chiara ed univoca sia da parte della giurisprudenza che da parte della dottrina, atteso che si rileva particolarmente sentita e pressante l'esigenza di poter distinguere preventivamente da parte di coloro che operano in tali settori ciò che costituisce illecito penale da ciò che illecito non è. * Magistrato, giudice delle indagini preliminari presso il tribunale di Catania i Trattasi della sentenza nr. 16, del 5/10/1994, Demitry, in Foro It. 1995,II,422, della sentenza nr. 30 del 14/12/95, Mannino, in Cass. pen. 1996,1087 trattasi del medesimo procedimento di quello di cui alla sentenza Mannino del 2005 nel 1995 la pronuncia era relativa alla legittimità dell'ordinanza cautelare e della sentenza nr. 22327 del 30/10/2002 - 21/5/03, Carnevale, in Foro it. 2003,II,453 ii su tale specifica problematica ci sia consentito rinviare al nostro Differenze ed identità nel concorso esterno e nel reato associativo ai fini della determinazione delle figure del partecipe e del concorrente esterno, anche con particolare riferimento al caso controverso in cui il singolo con la propria condotta sia vittima o complice del sodalizio malavitoso, in Cass. pen. 2002, pp. 857 e segg. iiiper un riferimento esplicito alle regole interne del sodalizio malavitoso quale criterio da utilizzare per distinguere tra partecipe e con corrente esterno v. anche Cass. Sez. I, 1ottobre 1994, Graci, in Cass. pen. 1995, p. 539 iv in tal senso v. Moscatello, Il concorso esterno nelle fattispecie associative, Padova 1995, 117, ss Iacovello, Il concorso eventuale nel delitto di partecipazione ad associazione per delinquere, in Cass. pen. ,1995,858 ss. v in dottrina Patalano, L'occasionalità come criterio per valutare le diverse condotte, in Guida al diritto, 1994,n. 2, p. 76 in giurisprudenza la citata sentenza Demitry delle Sezioni unite vi per la tesi che ritiene invece che anche nel caso del concorrente esterno sia necessario la reiterazione della condotta che arreca un contributo all'ente criminale, ritenendo che lo spazio del penalmente rilevante della condotta isolata è eventualmente, sussistendone i presupposti, quello dei singoli reati di parte speciale, e non già quello della fattispecie associativa sebbene a titolo di concorso, v. il nostro Differenze ed identità nel concorso esterno e nel reato associativo, cit. vii ed invero, anche nei confronti del partecipe, ovvero di colui che sia da considerare tale sulla base di attendibili regole di esperienza attinenti propriamente al fenomeno della criminalità di stampo mafioso sentenza Mannino del 2005 , occorre pur sempre verificare che il contributo arrecato al sodalizio superi la soglia di cui sopra, atteso che se tale soglia non viene superata non può ritenersi integrata la penale fattispecie associativa anche quando, in ipotesi, il contributo, inferiore alla soglia di cui sopra, sia pur sempre conforme a quanto previsto dalle c.d regole interne del sodalizio malavitoso viii Fiandaca, nota alla sentenza della Cass. Sez. Un. 30/10/2002,ric. Carnevale, in Foro It. 2003,II, 454 ix Fiandaca, nota alla sentenza della Cass. Sez. Un. 30/10/2002,ric. Carnevale, cit., 455 su tali problematiche v. anche Conte, Concorso esterno nel reato di associazione mafiosa ex articolo 416 bis Cp, in Nuovo dir. ,2004, p. 179 ss Denora, Sulla qualità di concorrente esterno nel reato di associazione di tipo mafioso, in Riv. It. Dir. e proc. pen. 2004, p. 322 Visconti, Contiguità alla mafia e responsabilità penale,, 2003, p. 227 x Sez. I, 8/6/1992, Battaglini, Foro it. 1993,II,133 in una fattispecie nella quale è stata ravvisata, peraltro, l'ipotesi di partecipazione interna del politico Sez. V, 16/3/2000,P.G. in proc. Frasca, Foro it. 2001,II,80 Sez. VI, 15/5/2000, PM in proc. Sangallo, rv 216815 Sez.V, 26/5/2001, Allegro, rv 220266 Sez. I, 17/4/2002, Frasca, Foro it. 2003, II, 5 Sez. V, 13/11/2002, Gorgonie, rv 224274 Sez. I, 25/11/2003, Cito, rv. 229991.993 Sez. I, 4/2/2005, Micari xi affronta tale specifica problematica G. Borrelli, Tipizzazione della condotta e nesso di causalità nel delitto di concorso in associazione mafiosa, in Cass. pen. 2005,p. 3759 e ss xii per considerazioni di tal genere, con specifico riferimento, ai fatti di cui alla sentenza Carnevale del 2005, v. Fiandaca, nota alla sentenza della Cass. Sez. Un. 30/10/2002,ric. Carnevale, cit., 455 xiii Cass. Sez. un. Sent. nr. 30 del 27/10-14/12 19995, ric. Demitry xiv Cass. Sez. un. Sent. nr. 30 del 27/10-14/12 19995, ric. Demitry xv in tal senso Cass. Sez. I, sent. nr. 2342 e 2348, Clementi, in Cass. pen. 1994, p. 2681 xvi v. in tal senso Cass. Sez. VI, 23/1/2003, Villico in Diritto e Giustizia n. 6 2001 xvii Vassalli, Sul concorso di persone nel reato, in AA.VV., La riforma della parte generale del Cp.La posizione della dottrina sul progetto Grosso a cura di A. Stile,Napoli, 2003, 349 nello stesso senso v. anche Fiandaca, nota alla sentenza della Cass. Sez. Un. 30/10/2002,ric. Carnevale, cit., 456 xviii sentenza del Giudice istruttore del Tribunale di Catania del 28 marzo 1991, processo Amato+ 64, in Giust.Pen.,1993,II,col 579 xix v. Cass. Sez. V, sent. 973 del 31/5/1993, e più di recente Cass. Sez. V, 2/2/02, Cangiatosi ed altri xx Cass. Sez. I, 5/1/1999, ric. Proc. Rep. Trib. Napoli c. Cabib., in Giurisprudenza penale,II, col 631 con nota di Visconti Imprenditori e camorra l'ineluttabile coartazione come criterio discretivo tra complici e vittime? xxi Visconti, Imprenditori e camorra l'ineluttabile coartazione come criterio discretivo tra complici e vittime?, cit., col. 633/634 xxii Visconti, Imprenditori e camorra l'ineluttabile coartazione come criterio discretivo tra complici e vittime?, cit., col. 635 11