Cognome materno. Gli ermellini: ""Il legislatore provveda""

La Suprema corte ammonisce esplicitamente il Parlamento in quanto nel nostro ordinamento manca una norma che permetta al figlio di prendere il nome di famiglia della madre

La Cassazione ammonisce il legislatore in fatto di cognome. Manca, nel nostro ordinamento una norma che permette al figlio di prendere quello della madre. E, nonostante si tratti di un retaggio di una concezione patriarcale della famiglia , ha spiegato la Suprema corte con la sentenza n. 16093 di ieri leggibile integralmente tra i correlati, ai figli legittimi resta il cognome del padre. Una pronuncia questa che si allinea perfettamente a quanto aveva già sostenuto la Corte costituzionale con la sentenza n. 61 del 16 febbraio di quest'anno. Nell'attuale quadro normativo , hanno messo nero su bianco i giudici del Palazzaccio, la rilevata effettiva sussistenza di una norma di sistema attributiva del cognome paterno al figlio legittimo, sia pur certamente retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, e sia pur in sintonia con le fonti sovranazionali, ma che spetta comunque al legislatore ridisegnare, si oppone all'accoglimento del ricorso delle parti . La questione nasce dalla richiesta di una coppia di ottenere che l'atto di nascita della propria figlia minore fosse modificato per dare il cognome materno al posto di quello paterno. Tale richiesta era stata respinta dai giudici di merito. Così la coppia ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che in primo e in secondo grado i giudici avrebbero errato nel ritenere che vi fosse una consuetudine per cui al figlio viene attribuito sempre il cognome del padre. In realtà, hanno chiarito i giudici della prima sezione, non si tratta affatto di una consuetudine ma di una norma in vigore e che la stessa Consulta ha recentemente ritenuto conforme a Costituzione. A superare l'impasse non potrà che essere il parlamento riempendo il vuoto legislativo e dirimendo una questione al centro di grandi polemiche. deb.alb.

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 29 maggio - 14 luglio 2006, n. 16093 Presidente Luccioli - relatore Morelli Fatto e Diritto 1. Alessandra C. e Luigi F., in proprio e quali esercenti la potestà sulla figlia minore Maddalena, hanno impugnato per cassazione la sentenza in data 4 giugno 2002 della Corte di Milano, che ha respinto l'appello da essi proposto avverso la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva negato accoglimento alla loro domanda diretta ad ottenere la rettificazione dell'atto di nascita della suddetta minore, nel senso che le fosse imposto il cognome materno la luogo di quello paterno, risultante dall'atto formato dall'Ufficiale di stato civile in contrasto con la volontà espressa dal padre al momento della dichiarazione di nascita. 2. Con i tre connessi motivi dell'odierno ricorso, ritualmente notificato al P.G. Presso la Corte d'Appello di Milano, i F.-C. sostengono che la Corte di merito - nel ritenere l'esistenza di una consuetudine circa l'attribuzione al figlio del cognome paterno -avrebbe triplicemente errato non esattamente indIviduando la protesa fonte consuetudinaria, non rilevandone l'assenza di valore normativo ed il contrasto comunque con plurimi precetti costituzionali e norme convenzionali sovranazionali. 3. Con ordinanza interlocutoria 13298/04, questa Corte - ritenuto in premessa che l'attribuzione al figlio del cognome paterno non semplicemente derivi da una prassi consuetudinaria, ma sia viceversa espressione di una norma desumibile dal sistema, in quanto presupposta da una serie di disposizioni regolatrici di fattispecie diverse e condivisi comunque al riguardo i rilievi di incostituzionalità formulati dal ricorrente, la cui riproponibilità ha considerato non preclusa dalle precedenti pronunzie in materia del Giudice delle leggi, 176 e n. 516 del 1988 - ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3, 29, comma 20, della Costituzione, questione di legittimità degli articoli 143 bis 236 237, comma 20 266 299, comma 30, Cc 33 e 34, Dpr 396/00 nella parte, appunto, in cui prevedono che il figlio legittimo acquisti automaticamente il cognome del padre anche quando vi sia in proposito una diversa volontà dei coniugi. 4. Con sentenza 61/2006 la Corte costituzionale ha dichiarato però inammissibili le riferite questioni. Ciò sul rilievo assorbente che l'intervento che si invoca richiede una operazione manipolativa esorbitante dai poteri della Corte . Anche in relazione al circoscritto petitum dell'ordinanza di rinvio limitato alla richiesta di esclusione dell'automatismo della attribuzione al figlio del cognome paterno nella sola Ipotesi di manifesta concorde volontà dei coniugi in tal senso resterebbe, infatti, aperta - secondo il Giudice della leggi - tutta una serie di opzioni, che vanno da quella di rimettere la scelta del cognome esclusivamente a detta volontà -con la conseguente necessità di stabilire i criteri cui l'ufficiale, dello Stato civile dovrebbe attenersi in caso di mancato accordo - ovvero di consentire ai coniugi che abbiano raggiunto un accordo di derogare ad una regola pur sempre valida, a quella di richiedere che la scelta dei coniugi debba avvenire una sola volta, con effetto per tutti i figli, ovvero debba essere espressa all'atto di nascita di ciascuno di essi. Dal che l'inesistenza, appunto, di quell'unica ipotesi di reductio ad legitimitatem a rima obbligata , in presenza della quale soltanto quella Corte ritiene consentito un proprio intervento di tipo additivo o manipolativo, nel rispetto delle attribuzioni del potere legislativo. 5. Nell'attuale quadro normativo la rilevata effettiva sussistenza di una norma di sistema attributiva del cognome paterno al figlio legittimo - sia pur certamente retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, e sia pur non in sintonia con le fonti sovranazionali che impongono agli Stati membri l'adozione di misure adeguate ad eliminare le discriminazioni di trattamento nei confronti della donna , ma che spetta comunque al legislatore ridisegnare in senso costituzionalmente adeguato - sì oppone dunque, allo stato, all'accoglimento della domanda formulata dalle parti. E che è stata, quindì, correttamente respinta dalla Corte di merito. Dal che l'infondatezza del ricorso. 6. Non v'è luogo a statuizione sulla spese. PQM La Corte respinge il ricorso. Nulla per le spese.