«Tira una brutta aria»: il maresciallo avvisa il suo amico e finisce al banco degli imputati

Pur non riferendo alcunché di concreto sul contenuto delle indagini, il maresciallo ha comunque avvisato il suo amico, rivelando così notizie apprese nell’ambiente del Palazzo di Giustizia.

Per questo, la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di assoluzione sentenza n. 14449/2013, depositata il 27 marzo . La fattispecie. Un maresciallo dei Carabinieri veniva ritenuto colpevole del reato di rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio art. 326 c.p. , per aver rivelato all’autista in servizio presso l’Ufficio di Sorveglianza, sottoposto ad indagine per vari fatti da parte della Procura della Repubblica, che nel Palazzo di Giustizia tirava una brutta aria perché pendeva un procedimento penale che poteva essere a suo carico e che, comunque, riguardava un dipendente degli uffici giudiziari, informandolo altresì che aveva il telefono sotto controllo. Per quanto riguarda, invece, il capo B, in merito all’aiuto all’autista ad eludere le investigazioni dell’Autorità, l’imputato veniva assolto. A decidere per l’assoluzione anche per il capo A, perché il fatto non sussiste , è la Corte di appello. Ma il Procuratore della Repubblica non è dello stesso avviso, e propone ricorso per cassazione impugnando entrambe le statuizioni assolutorie. Tira una brutta aria Dal canto suo, la Corte Suprema non ha dubbi sul fatto che il maresciallo, pur non riferendo alcunché di concreto sul contenuto delle indagini , aveva comunque avvertito l’autista, rivelando così notizie apprese nell’ambiente del Palazzo di Giustizia , dove espletava la sua funzione di addetto alla sezione di p.g., che si stava indagando su un dipendente e che vi era un’attività di intercettazione in corso . anche per il maresciallo. In conclusione, la sentenza impugnata viene annullata con rinvio dalla Cassazione e, di conseguenza, dovrà essere riesaminato, con più approfondita motivazione, il tema relativo alla responsabilità del maresciallo per il contestato delitto di rivelazione di segreti di ufficio, nonché per quello connesso di favoreggiamento personale.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 6 dicembre 2012 27 marzo 2013, n. 14449 Presidente Agrò Relatore Conti Ritenuto in fatto 1. Con sentenza in data 30 settembre 2009, il Tribunale di Cuneo dichiarava I.G. colpevole del reato di cui all'art. 326 cod. pen. capo A , per avere quale maresciallo dei Carabinieri in servizio presso la Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica di Cuneo, rivelato a C.P.R. , autista in servizio presso l'Ufficio di Sorveglianza di Cuneo, e sottoposto a indagine per vari fatti da parte della predetta Procura della Repubblica, che nel Palazzo di Giustizia tirava una brutta aria perché pendeva un procedimento penale che poteva essere a suo carico e che comunque riguardava un dipendente degli uffici giudiziari, informandolo altresì che aveva il telefono sotto controllo. Con la medesima sentenza il Tribunale assolveva lo I. , per insussistenza del fatto, dal reato di cui agli artt. 61 n. 9 e 378 cod. pen. capo B , per avere, con la condotta di cui sopra, aiutato il C. ad eludere le investigazioni dell'Autorità. Fatti addebitati come commessi in OMISSIS . 2. A seguito di impugnazione dell'imputato avverso la statuizione di con danna relativa al capo A, e del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cuneo avverso quella di proscioglimento relativa al capo B, con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Torino, in accoglimento dell'appello dell'imputato, assolveva il medesimo dal reato di cui al capo A con la formula perché il fatto non sussiste , confermando la statuizione assolutoria quanto al capo B. Riteneva la Corte di appello che non fosse stata raggiunta la prova certa circa il fatto che il M.llo I. avesse effettivamente appreso della esistenza di indagini a carico del C. presso la Procura di Cuneo e che di ciò avesse avvisato quest'ultimo. 3. Ricorre per cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Torino impugnando entrambe le statuizioni assolutorie e denunciando per entrambe il vizio di motivazione della sentenza impugnata. Deduce l'Ufficio ricorrente - che nessuna considerazione è stata svolta nella sentenza in ordine all'appello del Procuratore della Repubblica, investente la statuizione di assoluzione con riferimento al capo B - che le operazioni di intercettazioni a carico del C. erano state attivate, contrariamente a quanto ritenuto in sentenza, presso i locali della Procura della Repubblica di Cuneo, adiacenti all'ufficio del Mar. I. - che era certo che l'imputato aveva rivelato che si stavano svolgendo indagini a carico del C. , come ammesso da questo riferendo che il M.llo I. gli aveva detto che c'era un procedimento pendente a carico di un dipendente degli uffici giudiziari che poteva essere anche a suo carico - che tale circostanza si ricavava anche dalle dichiarazioni dei testi Ca. impiegata contabile presso la Prefettura e M. brigadiere dei Carabinieri , cui il C. aveva dichiarato di avere saputo che il suo telefono era sotto controllo, nonché da T.G. , coindagato per gli stessi fatti attribuiti al primo - che significativamente il 19 maggio 2007, poco dopo che negli uffici giudiziari di Cuneo si era diffusa la notizia della segretazione dei nominativi degli indagati da parte del Procuratore della Repubblica, le telefonate effettuate dal C. si erano bruscamente interrotte - che era stato accertato che il C. aveva regalato allo I. un telefono cellulare. Considerato in diritto 1. Il ricorso è fondato. 2. Quanto al capo A, la sentenza impugnata ritiene non esservi prova che lo I. abbia rilevato al C. la esistenza di un procedimento penale a suo carico e che il suo telefono era sotto controllo, e ciò in quanto gli unici dati certi consistevano nel fatto che negli uffici giudiziari di Cuneo si era sparsa la voce della pendenza di un procedimento che poteva riguardare un dipendente dell'amministrazione della giustizia e nel fatto che a partire dal 19 maggio 2007 il C. non aveva più fatto cenno nelle sue conversazioni telefoniche a fatti rilevanti per le indagini. D'altro canto il C. , smentendo le precedenti dichiarazioni da lui rese, in dibattimento aveva negato di avere avuto particolari confidenze dal m.llo I. , che si era limitato a dire che nel palazzo di giustizia di Cuneo tirava una brutta aria , che c'era qualcosa su un dipendente e che egli avrebbe dovuto stare attento a parlare al telefono il coimputato T. , anch'egli correggendo le sue prime dichiarazioni, aveva in dibattimento riferito di avere solo ipotizzato che lo I. avesse rivelato notizie di ufficio al C. infine la teste Ca. aveva sì riferito di un colloquio avvenuto l'11 giugno 2007 tra lo I. e il C. , riferitogli da quest'ultimo, circa la rivelazione da parte dello I. che il suo telefono era sotto controllo, ma tale informazione era in contrasto con la circostanza che sin dal 19 maggio 2007 il C. nelle sue conversazioni telefoniche non aveva più fatto riferimento a indagini a suo carico. 3. Va osservato che la Corte di appello ha illogicamente svalutato il quadro probatorio a carico dello I. . Come puntualmente rilevato dall'Ufficio ricorrente, e a prescindere dal ridimensionamento che i coimputati C. e T. hanno fatto delle loro precedenti dichiarazioni, appare sulla base delle stesse argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, che il C. ha confermato, quantomeno, che lo I. gli aveva riferito che nel palazzo di giustizia di Cuneo tirava una brutta aria , che c'era qualcosa su un dipendente e che egli avrebbe dovuto stare attento a parlare al telefono sicché, collegando tra loro queste informazioni, con particolare riferimento all'ultima, evidentemente riferita alla specifica posizione del C. , posto che si parlava delle sue conversazioni telefoniche, appare indubitabile che il ricorrente, pur non riferendo - in ipotesi - alcunché di concreto sul contenuto delle indagini, né sulla direzione soggettiva di esse, aveva comunque avvertito il C. , rivelando così notizie apprese nell'ambiente del palazzo di giustizia dove espletava la sua funzione di addetto alla sezione di p.g., che si stava indagando su un dipendente quale era appunto il C. e che vi era una attività di intercettazione in corso. D'altro canto, più specificamente, i testi Ca. e M. hanno dichiarato che il C. aveva loro riferito che lo I. gli aveva rivelato che era proprio il suo telefono a essere stato posto sotto controllo ora, che il colloquio in questione fosse collocabile nel giorno 11 giugno 2007, e cioè successivamente ala data che si individua nel 19 maggio 2007 a partire dalla quale il C. aveva tenuto un comportamento prudente nei suoi colloqui telefonici, appare evidentemente particolare irrilevante, trattandosi pur sempre di una condotta rivelatrice di un segreto di ufficio, a prescindere da quanto il soggetto al quale tale rivelazione era stata fatta potesse avere potuto precedentemente avere appreso dallo stesso I. o da altri. 4. Date le gravi lacune e incongruenze motivazionali sopra evidenziate, la sentenza impugnata va annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Torino, che dovrà riesaminare con più approfondita motivazione il tema relativo alla responsabilità dello I. per il contestato delitto di rivelazione di segreti di ufficio nonché per quello connesso di favoreggiamento personale Capo B su cui, come puntualmente dedotto dall'Ufficio ricorrente, la Corte di appello non ha speso parola, a fronte della specifica impugnazione del pubblico ministero. P.Q.M. Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Torino.