L'evoluzione possibile delle impugnazioni in nome della ragionevole durata

di Bruno Di Marco

di Bruno Di Marco * Com'è noto, il principio-valore della ragionevole durata del processo ha, nel nostro ordinamento, una duplice fonte normativa. di diverso livello gerarchico. L'art. 2 della legge 24 marzo 2001 n. 89 e l'art. 111, co. 2 , Cost. La prima norma, nel dare attuazione all'art. 6 paragr. 1 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali che prevede il %& lt %& lt diritto di ogni persona che la sua causa sia esaminata imparzialmente, pubblicamente ed in un tempo ragionevole da parte di un tribunale indipendente ed imparziale & gt & gt , ha introdotto il diritto ad una equa riparazione per chi %& lt %& lt ha subito un danno patrimoniale e non patrimoniale per effetto del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'art. 6 par. 1 della Convenzione & gt & gt . Pertanto, la ragionevole durata prevista dalla norma sovranazionale e richiamata dall'art. 2 L.numero /2001, rappresenta una garanzia soggettiva, un diritto riconosciuto al soggetto ad essere giudicato entro un termine ragionevole, in relazione alla complessità del caso, al comportamento delle parti o del giudice, nonché a quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o comunque contribuire alla sua decisione. L'art. 111 Cost. co. 2 ult. inciso come modif. dalla L. Cost. 23 nov. 1999, numero , a sua volta, stabilisce espressamente che %& lt %& lt la legge assicura la ragionevole durata del processo & gt & gt . Ove il termine %& lt %& lt legge & gt & gt sta inequivocabilmente per legislatore, con il correlativo obbligo imposto a quest'ultimo di assicurare il perseguimento e l'attuazione di tale valore %& lt %& lt predisponendo strutture organizzative e processuali capaci di funzionare & gt & gt . Per la verità il valore della ragionevole durata e, quindi, della efficienza del processo, non era estraneo alla nostra costituzione, potendosi desumere agevolmente, seppure in via indiretta, dal combinato disposto degli art. 24, 1 co, e 3, 2 co. o dall'art. 97, 1 co. Ed in proposito è stato giustamente osservato Proto-Pisani che %& lt %& lt da sempre il valore della cognizione piena, del far bene nel rispetto delle regole, si è trovato a dover convivere con il valore della effettività della tutela giurisdizionale, con l'esigenza di far presto, specie ove il ritardo nella emanazione di un provvedimento possa essere fonte di un pregiudizio irreparabile & gt & gt . E', del resto, quanto già la Corte Costituzionale affermò con la sentenza n. 190 del 1985, allorché, occupandosi dell'estensione dell'art. 700 c.p.c. ai giudizi amministrativi, stabilì il rango costituzionale del principio chiovendiano secondo cui la durata del processo non deve svolgersi a danno dell'attore che ha ragione. L'art. 111, 2 co., Cost., dunque, più che inserire ex novo la ragionevole durata nel catalogo dei principi costituzionali cui deve ispirarsi il processo, ne offre una formulazione diretta ed esplicita. La dottrina, pressocchè unanimemente, ritiene che la richiamata norma costituzionale configuri la %& lt %& lt ragionevole durata & gt & gt come garanzia oggettiva, ossia %& lt %& lt come connotato attinente alla fisionomia sistematica del processo & gt & gt Grevi . Sicchè, non essendo in astratto possibile delimitare i tempi di definizione del processo, se si vuole evitare che %& lt %& lt la ragionevole durata & gt & gt , per quanto enunciazione solenne, di fatto scada ad espressione meramente retorica, occorre che il legislatore, %& lt %& lt fra le strutture organizzative e processuali capaci di assicurare efficienza & gt & gt , comprenda anche meccanismi normativi diretti a neutralizzare quelle forme di uso pretestuoso, o comunque strumentale abuso degli istituti processuali praticate al fine di differire la definizione del processo, protraendone la durata oltre ogni limite %& lt %& lt ragionevole & gt & gt . Il che non significa affatto, come qualcuno, muovendo da una lettura volutamente arbitraria dell'art. 111 Cost., ha paventato G. Amodio , sostenere %& lt %& lt che il legislatore può limitare le garanzie difensive per assicurare la pronta definizione dei procedimenti penali & gt & gt . Il diritto di difesa, in quanto diritto inviolabile, non può subire restrizioni o eccezioni. Senonchè il suo esercizio, dispiegandosi con riferimento al procedimento in ogni stato e grado , presuppone un contesto, la indefettibilità della giurisdizione, che costituisce al tempo stesso il limite alla sua virtuale espansione all'infinito. Si vuol dire che il diritto di difesa, per quanto ampie ed estese possano essere le molteplici espressioni in cui si articola, non può tuttavia essere spinto fino a rallentare irragionevolmente o addirittura fino a paralizzare lo stesso svolgimento del procedimento, o, peggio, essere esercitato in vista soltanto di tali scopi in tali casi rischierebbe di perdere il suo connotato essenziale di garanzia, trasformandosi in uno strumento non solo e non tanto antitetico alla esigenza della %& lt %& lt ragionevole durata & gt & gt , ma distruttivo e negatorio della stessa %& lt %& lt giurisdizione & gt & gt e della funzione ad essa immanente di assicurare la definitività delle decisioni e la certezza del diritto, degenerando per tale via in pericoloso fattore di caos e di anomia. Il diritto di difesa, insomma, pur essendo collocato tra i diritti inviolabili dell'uomo, non può implicare un autonomo potere di governo del processo, potere che appartiene esclusivamente al giudice che lo esercita nell'interesse di tutte le parti bensì costituisce insostituibile garanzia, oltre che ai fini del regolare svolgimento del procedimento ossia in ordine al governo del processo , soprattutto per consentire un controllo pieno e democratico sul corretto esercizio da parte del giudice dei poteri che possono influire sul contenuto della decisione, poteri, questi, assai diversi da quelli di governo del processo e rispetto ai quali, soltanto, il diritto di difesa non può sopportare restrizioni o eccezioni. Senza contare che importando il compimento di qualsiasi attività processuale un costo economico, l'uso strumentale e indefinitamente ripetitivo delle garanzie, atteso il costo elevato, finirebbe per tradursi in un privilegio riservato alla parte privata economicamente forte il che contrasta anche con il principio di eguaglianza. Assai eloquenti, al riguardo, le sentenze della Corte Costituzionale n. 353 del 1996 e n. 10 del 1997, la prima in tema di rimessione e la seconda in tema di ricusazione, ove si ribadisce il valore di bene costituzionale dell'efficienza del processo, che è aspetto del principio di indefettibilità della giurisdizione, e si sottolinea che sono da censurare, pure alla luce del principio di razionalità normativa, istituti o regole quando si prestino ad un uso distorto, provocando così lesione dell'efficiente svolgimento della funzione giurisdizionale. Di qui l'esigenza che sia il legislatore e soltanto questi a contrastare gli effetti rovinosi sul corso del procedimento dell'uso strumentale e distorto degli istituti o delle regole processuali, attraverso un attento e ponderato contemperamento dei valori in giuoco ed un accurato bilanciamento fra garanzie ed efficienza, si da salvaguardare la funzione cognitiva del processo in genere, e, quella di accertamento delle responsabilità del processo penale in particolare. Il settore nel quale più di altri il riferimento alla %& lt %& lt durata ragionevole & gt & gt impone al legislatore l'esigenza indifferibile di un intervento equilibratore è senza dubbio quello delle impugnazioni penali, giacchè come si è unanimanente avvertito v. p. tutti Marzaduri , %& lt %& lt l'attuale disciplina ne consente con preoccupante facilità l'uso distorto, come strumenti, non per avere ragione ottenendo il ribaltamento o l'annullamento di sentenze ingiuste nel merito o costituenti il frutto di gravi arbitri processuali, ma per differire l'esecuzione della condanna e sperare nel frattempo in qualche evento come l'amnistia, la prescrizione, la scarcerazione per decorso del termine massimo & gt & gt Grevi, Ferrua, Chiavario . L' APPELLO Tipizzazione dei motivi e poteri al giudice Cominciando dall'appello, non è certo questa la sede né l'occasione per avventurarsi nella polemica, invero assai sterile e poco realistica, circa l'opportunità, se non addirittura la necessità, di sopprimere tale mezzo di impugnazione. E' sufficiente osservare con Satta Le impugnazioni - 1965 che %& lt %& lt tutto il processo è istituito ed è organizzato per assicurare al massimo grado possibile la rispondenza del giudizio all'ordinamento, se si vuol dire più profondamente, per assicurare che l'atto assolutamente originale del giudizio e più precisamente della persona che giudica sia veramente l'ordinamento & gt & gt . Sicchè, ammonisce Redenti Diritto processuale civile, 1957 il doppio grado rappresenta non un principio, ma %& lt %& lt un orientamento empirico delle discipline legislative, suggerito da un'antica e costante esperienza, la quale ci insegna che una sufficiente approssimazione delle decisioni alla realtà o alla verità ed un pieno rispetto della legalità molto spesso non si può conseguire dai giudici del merito se non progressivamente, per correzione dei risultati ottenuti in un primo esperimento 1 grado in cui si siano già cimentate le parti ed il giudice & gt & gt . Non dissimile il pensiero del Mortara Manuale proc. civ. 1910 secondo il quale, ove la sentenza del primo giudice fosse irrevocabile, la coscienza pubblica non si sentirebbe tranquilla, non perché si ritenga più giusto o imparziale il giudice d'appello, ma sulla base del convincimento che il doppio esame della causa dia migliore garanzia di realizzazione di giustizia. E la ragione, come osserva Chiovenda Diritto Proc. Civile, 1910 %& lt %& lt non sta nella subordinazione di un giudice all'altro & gt & gt , %& lt %& lt ma esclusivamte nell'intento di ottenere un migliore giudicato & gt & gt . Ed il Liebman Giudizio di appello e Costituzione, riv, diritto proc., 1980, pag. 40 e ss. , a sua volta, rileva che il modello dell'appello costituisce il mezzo più idoneo per fronteggiare la minaccia autoritaria che si insidia fra le pieghe di un sistema che conferisce alla valutazione di un unico organo giudicante il sigillo di immutabilità e di definitività della decisione, facendo elevare per le parti l'alea del giudizio. Né, in questa sede, vale chiedersi se il doppio grado del giudizio di merito goda o meno di una copertura costituzionale, esclusa dalla dottrina prevalente e dallo stesso giudice delle leggi. La Corte Costituzionale, infatti, con la sentenza n. 288 del 1997, confermando il suo precedente orientamento sentenze n. 438 del 1994 e 543 del 1989 , ha ribadito la non rilevanza costituzionale della garanzia del doppio grado della giurisdizione di merito ed ha ritenuto che il principio espresso nell'art. 2, co. 1 , del protocollo aggiuntivo della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo approvato a Strasburgo il 22/11/1984 , che riconosce al colpevole di un'infrazione penale il diritto di sottoporre ad un tribunale superiore la dichiarazione di colpa o di condanna, sia pienamente rispettato dall'art. 111 Cost. attraverso la previsione del ricorso per Cassazione. Ed ancorché altra parte della dottrina, sia pur minoritaria ma non meno autorevole, ha ritenuto e continua a ritenere di individuare nel combinato disposto degli artt. 24, 2 co, 111 e 125 Cost. il sostrato normativo al quale si aggancerebbe il valore di principio costituzionale del doppio grado del giudizio di merito diritto di difesa, obbligo di una motivazione completa, costituzionalizzazione del doppio grado del giudizio di merito nel processo amministrativo - art. 125 cost. che prevede l'istituzione presso le regioni di organi di giustizia amministrativa di primo grado e si tratta di argomentazioni tutt'altro che semplicistiche o irrazionali. Infine, appare impensabile una soppressione dell'istituto dell'appello con specifico riferimento ai processi di criminalità organizzata, dei quali troppo spesso ci si dimentica e rispetto ai quali, invece, l'automatica propensione ad un secondo giudizio sul fatto risulta per l'imputato nella ipotesi di sentenza di condanna prospettiva irrinunciabile ed irrudicibile. Il problema, dunque, non è quello ideologico di stabilire se l'appello, quale normale mezzo di impugnazione, sul piano sistematico e concettuale sia compatibile con il modello accusatorio ma, ancora una volta, più realisticamente e positivamente, quello tecnico di rendere tale strumento non solo e non tanto più coerente all'ispirazione accusatoria del processo, ma soprattutto più consono alla funzione cognitiva del processo ed alla ragionevole dimensione temporale entro la quale tale funzione deve essere contenuta. Non si tratta, in sostanza, di ridefinire il ruolo dell'appello come rimedio generalizzato nel merito ma, in una prospettiva assai meno ambiziosa e sicuramente più produttiva e concreta, di circoscrivere i limiti, i confini del suo oggetto, nel tentativo di depurarlo da quelle degenerazioni che tendono a mortificarlo in mera occasione di differimento sine die della decisione, se è vero quanto comunemente si ritiene che non vi è nulla di più facile per un operatore del diritto, del redigere un atto di appello basta denunciare che la sentenza di primo grado ha erroneamente valutato il materiale probatorio, chiedere una riduzione della pena, le attenuanti generiche o la loro prevalenza sulle aggravanti. Assumono decisivo rilievo in tale ottica essenzialmente due questioni quella relativa ai motivi sui quali si fonda il gravame e, correlativamente, quella dei poteri del giudice. Uno spunto assai utile,se non risolutivo, per una ricerca di questo tipo può essere costituito dalla sentenza della Corte di Cassazione, Sez. Un. Civ., del 29 gennaio 2000, numero in tema di specificità dei motivi di appello. E non già perché essa, diversamente dalla analoga sentenza a Sez. Un. n. 4991del 1987, ha stabilito che la mancata specificazione dei motivi, a norma dell'art. 342 c.p.c., determina l'inammissibilità dell'appello, bensì per la premessa, peraltro comune anche alla precedente pronuncia ed a tutta la giurisprudenza più recente, dalla quale muove. Le Sezioni unite civili, infatti, ribadiscono che il giudizio di appello %& lt %& lt non è un indicium novum ma è una revisio prioris instantiae & gt & gt e che %& lt %& lt la cognizione del giudice resta circoscritta alle questioni dedotte dall'appellante attraverso l'enunciazione di specifici motivi & gt & gt , specificità la quale esige che alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, vengano contrapposte quelle dell'appellante, volte ad incrinare il fondamento logico-giuridico delle prime, non essendo le statuizioni di una sentenza separabili dalle argomentazioni che le sorreggono ragion per cui, alla parte volitiva dell'appello, deve sempre accompagnarsi una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice. Il che sta a significare, come puntualmente ed incisivamente è stato notato Balena , che i motivi di appello non servono solo ad individuare i capi della sentenza oggetto dell'impugnazione, bensì, più radicalmente, a selezionare le questioni sulle quali il giudice ad quem è chiamato a decidere. Si tratta di principi, si è ancora osservato Balena , ormai costituenti diritto vivente e, al tempo stesso, un punto fermo nella ricostruzione della struttura dell'appello civile, in larga misura elaborati praeter legem ed in netto contrasto con una parte autorevole della dottrina, sicuramente non conformi alla tradizionale e tuttora diffusa configurazione dell'appello come novum indicium , ma che certamente non possono definirsi irrazionali, anzi, addirittura in straordinaria sintonia con l'esigenza della ragionevole durata e con quella di assicurare maggiore attendibilità alla decisione di secondo grado, al di fuori di qualsiasi schema gerarchico dell'impugnazione. Ora, è ben vero che l'art. 581, lett. c c.p.p., esige per l'ammissibilità dell'impugnazione appello , %& lt %& lt l'enunciazione dei motivi, con l'indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta & gt & gt . Senonchè la lettura e, soprattutto, gli effetti di tale disposizione, risultano ampiamente compromessi, se non addirittura svuotati di qualsiasi incidenza sul piano applicativo, dalla previsione dell'art. 597, co. 1 c.p.p., che, non diversamente dell'art. 515 del codice abrogato, attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti. Il che, unitamente al disposto di cui al comma 5 dello stesso art. 597 in ordine ai poteri di ufficio, consente al giudice di appello, fermo restando il divieto della reformatio in pejus, di apportare alla decisione impugnata anche modificazioni diverse da quelle richieste dall'appellante, purchè attinenti al tema toccato dall'impugnazione. Di contro, un appello penale anch'esso concepito non quale %& lt %& lt gravame - continuazione del primo grado - novum indicium & gt & gt , ma come %& lt %& lt revisio prioris istantiae & gt & gt , diretta a %& lt %& lt scrutare gli errori & gt & gt del giudice di primo grado come selezionati dalla parte, con conseguenti effetti preclusivi, ridimensionerebbe in modo determinante l'istituto in senso più conforme alle finalità che gli è propria sul piano sistematico e a livello di garanzia soggettiva al tempo stesso consentirebbe di limitarne notevolmente un uso meramente distorto e strumentale. Con l'ulteriore vantaggio che si restringerebbe automaticamente anche l'ambito dei poteri della cassazione ed il doppio grado si caratterizzerebbe, allora, come il filtro più potente ed incisivo per ricondurre il ricorso per cassazione nell'alveo di prevalente tutela dello %& lt %& lt ius constitutionis & gt & gt . Non diversamente, del resto, da quello che accade in molti paesi occidentali USA, Turchia, Israele, Austria, Francia, Grecia per fare qualche esempio , ove nel tentativo di alleggerire il sovraccarico delle Corti Supreme, ci si muove nella direzione di incrementare il ruolo intermedio delle Corti Appello. Tale configurazione dell'appello, inoltre, permetterebbe all'istituto di guadagnare coerenza rispetto al sistema, sia nella prospettiva del rispetto dell'esigenza della %& lt %& lt ragionevole durata & gt & gt in termini di bilanciamento di valori , sia sul versante del superamento di tutte quelle obiezioni, aporie, vere o presunte che, omettendo di riflettere e di valorizzare il dato reale offerto dall'esperienza concreta e seguendo meri itinerari ideologici, continuano ad invocarne la soppressione per incompatibilità con l'ispirazione accusatoria del codice. Proprio l'analisi del dato reale, invece, inconfutabilmente mette in rilievo che l'appello è fonte di inefficienza, di ingolfamento ed insopportabile prolungamento della durata del processo non già per la sua %& lt %& lt apparente incoerenza sistematica & gt & gt , bensì, essenzialmente e più radicalmente, perché è degenerato in un troppo facile grimaldello, peraltro favorito ed incoraggiato dall' uso indiscriminato del divieto della reformatio in peius, per affossare sine die la definitività della decisione di condanna . Chi ha esperienza quotidiana del giudizio di appello sa bene, infatti, che raramente e solo eccezionalmente il giudice di secondo grado dispone la rinnovazione dell' istruzione dibattimentale e, quando ciò accade, si tratta sempre o quasi sempre di rinnovazione parziale. Perfino nei processi di criminalità organizzata cumulativi e non la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale è rara ed eccezionale e, quando venga disposta, è sempre parziale e per lo più scaturisce dalla sopravvenienza di nuove prove dopo il giudizio di primo grado in genere nuovi collaboratori . Non solo, ma se si avesse altresì cura e pazienza di leggere gli atti di appello degli imputati, si scoprirebbe con eloquente sorpresa che la genericità dei motivi è connotato tanto frequente da rappresentare quasi la regola soprattutto, ad es., con riferimento a procedimenti per reati a citazione diretta e che le censure specifiche, in larghissima misura, investono esclusivamente il profilo valutativo dei risultati probatori formulato nella motivazione della sentenza impugnata, e che la richiesta di rinnovazione di prove già assunte nel dibattimento di primo grado è assolutamente residuale e, peraltro, il più spesso indotta solo da ragioni di commodus difensivo. Se, dunque, secondo la configurazione qui sollecitata, l'appello è dato alla parte contro l'ingiustizia della sentenza di primo grado ed allo scopo da impedirne il passaggio in giudicato se è rimessa alla stessa parte, per il principio dispositivo, la determinazione dei fatti nei quali l'ingiustizia si concreta, ne discendono due inscindibili corollari. Anzitutto, il secondo giudizio di merito rappresenta una garanzia insopprimibile lungo il percorso teso ad assicurare la giustizia della decisione. In secondo luogo, proprio in quanto è rimessa alla stessa parte la determinazione dei fatti nei quali si concreta l'ingiustizia della sentenza di primo grado, è logico che la struttura del giudizio di appello sia assai più snella e duttile rispetto a quella del giudizio di primo grado, ed il suo corso sia ancor più modulato all'insegna della esigenza della ragionevole durata. Anzi, semmai vi è coerenza in questa diversità giacchè, proprio in considerazione del valore della ragionevole durata, sul piano dell'economia processuale sarebbe stato scarsamente ragionevole, dopo un giudizio di primo grado strutturalmente e virtualmente idoneo ad assicurare l'assunzione esauriente e completa delle prove in particolar modo testimonianze ed esami , ai fini dell'accertamento e della ricostruzione dei fatti, e, in tale prospettiva, tendenzialmente affrancato da condizionamenti temporali, prevedere un giudizio di secondo grado ispirato agli stessi principi. Non si può, quindi, non condividere l'intento lungimirante del legislatore delegato, chiaramente manifestato nella relazione al progetto preliminare del codice, di rendere quanto più celere possibile il giudizio di impugnazione, eliminando la regola dell'obbligatorietà della rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, contenuta nella delega del 1974 e rivelatrice della costruzione dell'istituto dell'appello come un nuovo giudizio. Occorre, insomma, un intervento convergente, sia sul piano di una disciplina maggiormente rigorosa in ordine al grado di specificità dei motivi. sia circoscrivendo l'ambito della cognizione del giudice di appello, ivi compresi i poteri d'ufficio, tassativamente restringendoli soltanto alle questioni dedotte attraverso l'enunciazione di specifici motivi. Molti appelli, in tal modo, cadrebbero perché dichiarati inammissibili e molti altri, per gli effetti preclusivi, vedrebbero notevolmente ridotto il loro ambito cognitivo. Se, poi, sul terreno dei motivi, si volesse andare oltre ed introdurre un'impugnazione con predeterminazione normativa dei vizi denunciabili, fermo restando che si tratterebbe pur sempre di una soluzione difficilmente praticabile per un giudizio di seconda istanza di merito, lo spettro della tipizzazione dovrebbe essere comunque ampio il che finirebbe per camuffare un'impugnazione nella sostanza a critica libera ed il paradigma, solo in via approssimativa, potrebbe essere costituito dall'art. 606 co.1 , lett. a-b-c-d-e c.p.p., sopprimendo, quanto alla lettera d il richiamo all'art. 495 e, quanto alla lettera e , la rilevabilità del vizio di motivazione dal testo del provvedimento impugnato introducendo, poi, parallelamente al disposto del co 3 dello stesso art. 606, la inammissibilità per manifesta infondatezza dell'appello. Inoltre, sarebbe opportuno contenere i poteri di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale entro i limiti fissati per il giudice di primo grado dall'art. 507 c.p.p., nella interpretazione della sentenza Martin delle Sez. Un. del 1992, anche nella ipotesi di sopravvenienza probatoria. Infine, anche qui però avvertendo che nella prassi l'incidenza è trascurabile, andrebbero drasticamente ridotte le ipotesi di regressione del processo per effetto delle invalidità intervenute nei gradi e nelle fasi precedenti art. 604 c.p.p. . Non va, peraltro, sottaciuta la stridente contraddizione di chi, per un verso sollecita la trasformazione o la riduzione del giudizio di appello in un controllo di legalità sulla decisione di primo grado e, per l'altro verso, è costretto ad ammettere, con riferimento alle sentenze penali di condanna, il mantenimento sia di un secondo giudizio di merito, sia della possibilità di una riforma della sentenza impugnata. Né, tanto meno, appare convincente l'opinione dello stesso autore laddove sostiene, in ragione del principio di ragionevole durata del processo, l'incostituzionalità dell'art. 593, co. 1 c.p.p., nella parte in cui consente al P.M. di dedurre censure di merito con l'appello proposto contro la sentenza di proscioglimento. Ora, a parte la considerazione che, sul piano statistico, gli appelli del P.M. avverso le sentenze di proscioglimento, tranne che per processi di rilevanza, rappresentano una quota assai ristretta e per nulla comparabile sul piano quantitativo e quindi del carico di lavoro e della efficienza a quello degli appelli avverso le sentenze di condanna francamente sfuggono i motivi di detta incostituzionalità. Intanto il P.M., in quanto parte, gode delle condizioni di parità assicurate dallo stesso art. 111, 2 co., Cost., a tutte le parti. In secondo luogo, la ragionevole durata costituisce per la sua non definibilità, un parametro valutativo non autonomo, ma da bilanciare di volta in volta con altri valori costituzionali. La giustizia della decisione, poi, non va identificata soltanto con il proscioglimento dell'imputato o, peggio, con l'impunità, giacchè se è interesse precipuo dell'ordinamento e della collettività anzitutto di vedere assolti gli innocenti, un sistema efficiente deve evitare anche l'assoluzione dei colpevoli e garantire la tutela delle vittime del reato. Questione diversa, ovviamente, è quella di introdurre dei limiti ai poteri di impugnazione del P.M., ad es., precludendogli l'appello solo sulla misura della pena o sulle circostanze. Occorre, ancora, seriamente riflettere sulla opportunità di una sospensione della prescrizione in pendenza dei giudizi di impugnazione, nonché sulla opportunità di introdurre un meccanismo che renda inutile la proposizione del gravame al solo fine di far dichiarare una causa estintiva intervenuta dopo la pronuncia di una sentenza di condanna. Non andrebbe, poi, trascurata la possibilità, limitatamente ai procedimenti per reati a citazione diretta, di stabilire una composizione monocratica, anzicchè collegiale, del giudice di appello. Da ultimo sarebbe auspicabile una approfondita rimeditazione circa il mantenimento del divieto della reformatio in pejus, quanto meno scoraggiandone la propensione esclusivamente dilatoria ad es. in caso di manifesta infondatezza della impugnazione . RICORSO PER CASSAZIONE AMBITO DEL CONTROLLO DI LEGITTIMITA' E FILTRI DI AMMISSIBILITA' Un dato, oggi, è comune a tutte le analisi sulla Corte di Cassazione, quale Corte Suprema, sia a livello culturale, sia a livello scientifico, sia a livello di operatori del diritto, sia a livello ordinamentale la gravissima crisi in cui da decenni essa si dibatte. La Cassazione, è stato detto, è pletorica, sovraccarica di lavoro, ferita dai suoi stessi contrasti giurisprudenziali. Ma di questa crisi si parla da parte di tutti, altro dato comune, ma confortante, non già per mettere in discussione il ruolo istituzionale dell'organo posto al vertice funzionale non gerarchico del sistema giudiziario italiano e decretarne il fallimento, ma per recuperare, esaltare e migliorare tale ruolo. Precisamente e principalmente quello assai delicato della nomofilachia la funzione cioè di assicurare %& lt %& lt l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione della legge, l'unità del diritto oggettivo nazionale & gt & gt come precisano l'art. 65 Ord. Civ. e l'art. 111 Cost. Ciò importa che essendo l'uniformità del diritto il presupposto essenziale per garantire l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge art. 3 Cost. , il buon andamento del supremo organo di giustizia assurge a vero e proprio valore costituzionale La Torre . Ed è evidente che la funzionalità della Corte è destinata a peggiorare finchè essa rimane prigioniera di quella aporia, come è stata incisivamente definita La Torre , ravvisabile nella contraddizione fra %& lt %& lt ipertrofia& gt & gt e %& lt %& lt monofilachia& gt & gt ove il peso della quantità corrompe la qualità della funzione. Il vero problema, dunque, risiede nella esigenza di delimitare l'ambito del ricorso per cassazione in misura e con criteri coerenti con la funzione di giudice di legittimità assegnata alla Corte Suprema , la quale ha il compito %& lt %& lt di elaborare le soluzioni interpretative più appropriate, valide in linea di principio per tutti i consociati, al fine di dare un contributo di sufficiente chiarezza alle norme dell'ordinamento e di ragionevole prevedibilità circa l'esito dei conflitti giuridici, la certezza del diritto, e, in definitiva, attuando il principio dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge & gt & gt . Insomma %& lt %& lt non vi è spazio oggi per un diritto entificato aprioristico , che si tratti soltanto di scoprire e la giurisdizione, se non vuole negare se stessa attraverso il soggettivismo e l'anomia, deve tendere ad una coerenza pragmatica, ad una interna decifrabilità, che la facciano essere in qualche modo sistema. In questa prospettiva, la funzione nomofilattica non perde ragion d'essere, anzi diventa più complessa e più raffinata, anche se più ardua a praticarsi, perché non più sorretta da logiche autoreferenziali e dal principio di autorità, ma affidata alle proprie buone ragioni & gt & gt Taruffo . La nomofilachia, dunque, %& lt %& lt in quanto garanzia di razionalità & gt & gt del sistema giustizia, rappresenta un valore irrinunciabile per la giurisdizione e, come è stato acutamente sottolineato Borrè , non sul piano assiologico , che rischierebbe di sollecitare pericolosi arretramenti verso posizioni di formalismo giudiziario, bensì in una dimensione metodologica, nel senso cioè che la nomofilachia, senza costruire gabbie autoritative, disegna percorsi di coerenza e di responsabilizzazione, utili a svolgere meglio la funzione ed a renderla più comprensibile ai suoi utenti. Lo stesso Calamandrei, peraltro, distingueva fra uniformità sincronica e uniformità diacronica, esigendo la prima e non la seconda, proprio per non sclerotizzare la giurisprudenza della Corte. Profilo che la stessa Corte Costituzionale, rigettando la questione di legittimità Cost. dell'art. 65 Ord. Civ., ha ben messo in evidenza con la sentenza n. 134 del '68, affermando l'erroneità della congettura secondo cui la norma denunciata determinerebbe una sorta di irremovibilità della giurisprudenza della Cassazione, un invincibile irrigidimento, neanche se le si opponessero nuove ragioni, che pur fossero gravi, serie e valide. Di analogo tenore la successiva, importantissima sentenza n. 364 del 1988, la quale, dichiarando costituzionalmente illegittimo nella sua assolutezza il principio di cui all'art. 5 c.p., ed annoverando fra le ragioni che possono dar luogo a sensibile ignoranza %& lt %& lt il gravemente caotico atteggiamento interpretativo degli organi giudiziari & gt & gt , ha ulteriormente riconosciuto il valore di garanzia di razionalità della funzione nomofilattica. Gli interventi della Consulta confermano la tesi di quanti autorevolmente hanno osservato che il valore della nomofilachia non può e non deve tradursi in una gabbia della ragione e che, come sussiste un dovere funzionale della Corte di non discostarsi dai propri precedenti, senza serie e gravi ragioni, così, tali ragioni danno vita ad un dovere opposto, quando ricorrono . Questa è la nomofilachia tendenziale , nel senso inteso da Brancaccio, la quale sotto le spinte innovative il più delle volte della giurisprudenza di merito, sfocia man mano in momenti di sintesi. Momenti nei quali dovrebbe realizzarsi la funzione equilibratrice e razionalizzatrice del precedente persuasivo attraverso il dissolvimento, la consunzione dello ius litigatoris, che presuppone l'interpretazione della legge quale mezzo per risolvere una specifica controversia nell'interesse delle parti, nello ius constitutionis, ove ciò che conta è %& lt %& lt la attribuzione di significato alla norma come enunciazione di carattere generale& gt & gt e quindi la difesa dell'ordinamento in sé. E si è chiarito Borrè che per fare %& lt %& lt buona nomofilachia & gt & gt , ossia buoni precedenti, è necessario stabilire quali fatti individualizzanti debbano essere sussunti, onde evitare precedenti non utilizzabili per la loro eccessiva specificità, nonché precedenti che, per non essere stati sufficientemente penetrati nella estensione degli elementi individualizzanti, non permettono di risolvere le divergenze interpretative. Si promuove e si alimenta, così, la cultura del precedente, finalizzata al risultato dell'uniformità della giurisprudenza, evitando di vincolare la Corte alla discutibile rappresentazione della norma in sé e soprattutto alla necessità di ridurre l'esercizio di un diritto processuale del singolo, il ricorso per cassazione , ad una %& lt %& lt mera astuzia dell'ordinamento& gt & gt , per conseguire uno scopo diverso. Senonchè, l'ipertrofia, la schiacciante massa di ricorsi ha finito per intaccare la funzione nomofilattica, costringendo la Corte a tradire il suo compito istituzionale di giudice di legittimità, di giudice di diritto, e sollecitandola ad assumere l'impropria funzione di giudice di terza istanza , con sempre più frequenti sconfinamenti o incursioni nel giudizio di fatto. Il giudizio di fatto, diversamente dal giudizio di diritto che è di tipo critico, per la sua stessa natura di giudizio di tipo storico, non è riconducibile a parametri fissi o predeterminati, ma è solo sostituibile con un diverso giudizio questa, in fondo, è la logica che sta a base del principio del doppio grado del giudizio di merito e della sua insostituibile funzione di garanzia soggettiva. Ed è proprio sul versante del controllo di legittimità sul vizio di motivazione che sorgono le maggiori difficoltà per tracciare una netta linea di demarcazione fra giudizio di legittimità e giudizio di merito, e si verificano i casi più ricorrenti di annullamento con rinvio che poi sono quelli che, con maggiore incidenza, compromettono il principio della ragionevole durata per la conseguente protrazione dei tempi di definizione del processo. Il nuovo codice si è sforzato di disciplinare in modo molto più rigoroso il giudizio di legittimità, tentando di recuperare alla Corte il ruolo di massimo garante della sola interpretazione di diritto e vietando alla stessa ogni possibile varco, che le desse occasione per la ennesima ricostruzione del fatto, riservata in via esclusiva al giudice di merito. La disposizione decisamente più innovativa, nel senso di vincolare la sfera di cognizione della Cassazione al profilo di legittimità, è costituita dall'art. 606 lett. e c.p.p., che prevede, tra i motivi di ricorso, la %& lt %& lt mancanza o manifesta illogicità della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato & gt & gt . La contraddittorietà, a cui faceva riferimento l' art. 475 codice abrogato, è sostituita dall'illogicità, che è espressione terminologica certamente più ampia, comprendendo quasi tutti i vizi già evidenziati in passato mancata indicazione degli elementi su cui si fonda il convincimento, esame incoerente o contraddittorio degli stessi mancanza di ogni apprezzamento o omessa valutazione di elementi decisivi, travisamento del fatto. La vera novità è, però, costituita dalla apposizione di un duplice limite al sindacato sui vizi della motivazione a l'illogicità deve essere %& lt %& lt evidente & gt & gt , come prescrive l'uso dell'aggettivo %& lt %& lt manifesto & gt & gt b la necessità che il vizio emerga dal testo della motivazione estrinsecata nel documento, con conseguente divieto di accesso agli atti. La giurisprudenza, ormai costante, delle Sez. Un. della Cassazione ha apprestato una interpretazione rigorosa del controllo sul vizio de quo Sez. Un. 30 aprile 1997 Dessimone, 20 settembre 2001, numero , Pisano, 27 marzo 2002 numero , Basile . Le Sez. Un. hanno stabilito che il sindacato di legittimità sul discorso giustificativo della decisione impugnata è limitato al riscontro dell'esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l'adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Di conseguenza esula dai poteri della Suprema Corte quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera proposizione di una diversa e per il ricorrente più adeguata valutazione delle risultanze processuali. Più precisamente, l'espressione manifesta illogicità contrapposta a quella se è contraddittoria la motivazione di cui all'art. 475 c. abrog. chiarisce che il sindacato della Suprema Corte si estende alla logicità della motivazione, ma non può giustificare la sostituzione dei criteri e delle massime di esperienza adottati dal giudice di merito con altri prescelti dal giudice di legittimità. La illogicità, inoltre, deve essere evidente, ossia di spessore tale da divenire percepibile ictu oculi , dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, se anche non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purchè siano spiegate in modo logico ed adeguato le ragioni del convincimento. Sicchè, anche il vizio del c.d. travisamento del fatto, ravvisabile quando il giudice di merito ha ammesso un fatto manifestamente escluso dagli atti ovvero ha escluso un fatto manifestamente risultante dagli atti stessi, in tanto può essere valutabile e sindacabile in sede di legittimità, in quanto risulti inquadrabile nella ipotesi tassativamente prevista dall'art. 606, lett. e , c.p.p.- Pertanto l'accertamento di tale vizio richiede la dimostrazione, da parte del ricorrente, della avvenuta rappresentazione al giudice della precedente fase di impugnazione, degli elementi dai quali quest'ultimo avrebbe dovuto rilevare il detto travisamento, in modo che la Corte possa, a sua volta, desumere dal testo del provvedimento se e come quegli elementi siano stati valutati. Ed in coerenza con tale linea rigorosa le Sez. Un. hanno altresì ritenuto S.U. 27/3/2002 numero , già cit. che il travisamento del fatto non può legittimare il ricorso straordinario ex art. 625 bis c.p.p., quando costituisca un vizio della decisione del giudice di merito. Enunciati, questi, nei quali è possibile cogliere il principio che il giudice di merito prospetta una motivazione illogica o solo apparente allorché l'assetto complessivo del suo argomentare difetti di una compiuta analisi critica di ogni elemento portato al suo esame e riveli un insufficiente o carente esame delle specifiche doglianze formulate dall'interessato con i motivi di appello e dotate del requisito della decisività. Di qui la necessità che il giudice di merito indichi con puntualità, chiarezza e completezza tutti gli elementi di fatto e di diritto sui quali fonda la propria decisione, al fine di consentire oltre che all'interessato ovviamente alla Corte di esercitare il controllo che le è proprio. Con la conseguenza che la completezza della ricostruzione del fatto si pone come condicio sine qua non perché la Corte possa esercitare la sua funzione di legittimità, sicchè ove tale ricostruzione manchi o risulti frammentaria, s'impone l'annullamento con rinvio. La motivazione, dunque, come discorso giustificativo estrinseco al ragionamento decisorio , ove è palese l'esigenza di evitare l'errore di scambiare il dovere di motivare con quello di convincere. Motivare è cosa diversa dal convincere e la Corte %& lt %& lt deve limitarsi a controllare se nella sequenza del discorso sia stata esplicitata la massima di esperienza & gt & gt G. Amodio, Motiv. Sentenza pen., voce Enc. Dir. , vale a dire se siano %& lt %& lt riscontrabili i requisiti strutturali della argomentazione fatto probatorio - massima di esperienza - fatto accertato , senza potere sostituire una diversa massima di esperienza a quella utilizzata dal giudice di merito & gt & gt , potendo questa essere cassata non già quando l'inferenza probatoria non sia da essa necessitata, ma solo quando l'inferenza non sia da essa neppure minimamente sorretta o sia addirittura smentita, avendosi, in tal caso, mera apparenza di discorso giustificativo. Viene, così, respinto qualsiasi tentativo volto, attraverso le previsioni contenute nelle lett. c e d dello stesso art. 606 co. 1 , c.p.p., a far rientrare dalla finestra una rivalutazione ex actis del fatto. La lettera d si riferisce soltanto %& lt %& lt alla mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta a norma dell'art. 495 co. 2 & gt & gt , che disciplina il diritto della parte alla controprova il caso è ristretto alla sola specifica ipotesi di tale valutazione. Egualmente, dal combinato disposto degli artt. 606 lett. c inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità , 546, co. 3 nullità della sentenza per mancanza di motivazione ex art. 125, co. 3 , non è lecito desumere il potere della Corte di effettuare un'incursione nel fatto ex actis, ove venga denunciata la mancanza di motivazione la interpretazione della lettera c va circoscritta alle ipotesi di mancanza totale o parziale, in senso grafico o materiale, della motivazione. Occorre, tuttavia, precisare che, secondo il consolidato e costante orientamento della giurisprudenza di legittimità Cass. Sez. Un. 31 ottobre 2001, numero , allorché sia dedotto un errore in procedendo, ai sensi dell'art. 606 co. 1 lett. c , la Corte è giudice anche del fatto e, per risolvere la relativa questione può - talora deve necessariamente - accedere all'esame dei relativi atti, esame che resta precluso ex art. 606 lett. e , denuncia di mancanza o manifesta illogicità . Resta da dire che la rilevabilità del vizio di motivazione vincolata al testo del provvedimento impugnato ed il conseguente divieto di accesso agli atti, sono stati aspramente criticati dalla dottrina, sia per l'ipotesi di condanna pronunciata per la prima volta in secondo grado, sia con riferimento al c.d. travisamento del fatto, che in concreto difficilmente potrebbe enuclearsi dal testo del provvedimento impugnato. Ora, a parte la considerazione che l'ipotesi della %& lt %& lt prova inventata & gt & gt costituisce un'evenienza del tutto teorica nella maggior parte dei casi denunciati di travisamento del fatto, si è in realtà individuato il travisamento della prova , un rimedio agli effettivi travisamenti di fatto, in verità assai rari, potrebbe per contro risiedere, come ha sottolineato il Lattanzi, in una impugnazione davanti al giudice di merito e non davanti alla Corte di cassazione, stabilendosi un caso ulteriore di revisione. Con riferimento, poi, alla ipotesi della condanna per la prima volta pronunciata in appello ipotesi peraltro residuale e, in ogni caso, pur sempre, a seguito di un ulteriore giudizio sul fatto , giova ragionevolmente ribadire che due gradi di giudizio di merito offrono, quanto alla fissazione del fatto, una più che congrua garanzia e che, perciò, il giudizio di cassazione, al di là di improprie esasperazioni o enfatizzazioni del diritto di difesa, sarà non solo tanto più corretto teoricamente, ma anche tanto più utile praticamente, quanto più eviterà incursioni nel fatto, restando rigorosamente nel recinto della legittimità ed assicurando così buoni livelli di coerenza e di affidabilità, che è ciò che i cittadini, oggi, soprattutto si attendono dalla Corte di Cassazione. Sempre allo scopo di ridefinire funzioni e limiti del giudizio di legittimità nella prospettiva propulsiva della nomofilachia, l'art. 606, co. 3 prevede l'inammissibilità del ricorso oltre che per motivi non consentiti o non dedotti in appello, altresì per motivi manifestamente infondati. La disposizione ha offerto l'occasione alle Sez. Un., nello sforzo di disincentivare l'uso strumentale del ricorso, di superare progressivamente la dicotomia fra cause originarie di inammissibilità quelle di cui all'art. 591, lett. a, b, c e cause sopravvenute in un primo tempo ritenute - per quel che concerne il ricorso per cassazione - quelle di cui al co. 3 del cit. art. 606 ossia i motivi non consentiti o non dedotti in appello ovvero manifestamente infondati . Così, con la sentenza Piepoli del 1999 i motivi non consentiti o non dedotti in appello sono stati fatti rientrare fra le cause originarie, continuando a costituire causa sopravvenuta la manifesta infondatezza . Più tardi, con la sentenza De Luca del 22/11/2000, le Sez. Un. hanno definitivamente eliminato la distinzione fra cause originarie e cause sopravvenute di inammissibilità, stabilendo che anche la manifesta infondatezza dei motivi, al pari di motivazioni non consentite o non dedotte in appello, impedisce l'instaurazione di un valido rapporto di impugnazione e preclude pertanto la possibilità di rilevare le cause di non punibilità a norma dell'art. 129 c.p.p. . Quindi, con la sentenza Cavalera del 27.6.2001 hanno ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione fondato sull'unico motivo diretto a far valere la prescrizione del reato, maturata fra la pronuncia della sentenza impugnata e la proposizione del ricorso, per la decisiva ragione che la richiesta di applicazione della causa estintiva del reato, senza altra lagnanza, si atteggia, attesa la tassatività dei casi di ricorso, a motivo non consentito. Occorre, infine, evitare confusione fra critica di un criterio di inferenza e sua sostituzione. La regola, stabilita dall'art. 627 co.3 , in forza della quale, nei casi di annullamento con rinvio, il giudice di rinvio si uniforma alla sentenza della Corte, che a norma dell'art. 173 Disp.Att., ha a sua volta il dovere di enunciare specificamente il principio di diritto sempre quando il ricorso è stato rimesso alle sezioni unite , consiste, come ha ripetutamente precisato la Corte, nel divieto %& lt %& lt di fondare la nuova decisione sugli stessi argomenti ritenuti illogici della Suprema Corte & gt & gt . La Cassazione, cioè, non precostituisce una soluzione, ma si limita ad eliminare un certo criterio d'inferenza dalla struttura logica del giudizio di fatto. Sicchè il potere selettivo dei criteri in capo al giudice di rinvio rimane integro, essendogli pienamente consentito di accedere agli atti del processo e avendo egli cura di sfuggire al rischio di recepire acriticamente le indicazioni della Corte. Va, ancora, rammentato che il nuovo codice, sempre rispondendo all'esigenza di salvaguardare la funzione nomofilattica della Corte ha previsto, art. 618, la rimessione del ricorso facoltativa e non obbligatoria come si era suggerito con ordinanza, alle sezioni unite, se una delle sezioni rileva che la questione da prendere in esame ha dato luogo o può dar luogo ad un contrasto. Orbene, nonostante tutti gli sforzi compiuti dal legislatore delegato, neanche il nuovo codice di rito ha migliorato il sovraccarico di ricorsi gravanti sulla Corte. E' sorprendente, intanto, constatare quanti numerosi siano i provvedimenti penali oggi espressamente dichiarati ricorribili in Cassazione, ed è impossibile fare un elenco completo dei tali provvedimenti. Senza tenere conto delle sentenze, si possono contare in più di 40 le ipotesi di ordinanze, come tali non coperte dall'art. 111 Cost., ricorribili in Cassazione qualche es., ordinanza di sospensione del dibattimento per questioni pregiudiziali, civili o amm., ordinanza di archiviazione nei casi di nullità previsti dall'art. 127 co. 5 , ordinanza conclusiva del procedimento in camera di consiglio, di sequestro probatorio, di restituzione del termine, ordinanza in materia cautelare reale, di correzione degli errori materiali, ecc. . Si tratta di provvedimenti, rispetto ai quali, il controllo, indiscutibilmente opportuno, sarebbe più ragionevole e coerente sottrarlo alla Corte di Cassazione, ed affidarlo, ad es., in via definitiva alle Corti di appello, con il non lieve vantaggio, peraltro, di non limitare il sindacato al profilo di legittimità, quasi sempre inappagante per provvedimenti di questo tipo. Sarebbe auspicabile, quindi, limitare il ricorso per cassazione ai soli provvedimenti per i quali è imposto dall'art. 111 Cost., ossia le sentenze e i provvedimenti restrittivi della libertà. Occorrerebbe, ancora, come ripetutamente è stato invocato nelle relazioni inaugurali dell'anno giudiziario, modificare l'art. 613 co. 1 c.p.p., precludendo all'interessato di proporre personalmente ricorso per cassazione, caratterizzato da spiccato tecnicismo basti pensare che nel 2002, dei 50.000 procedimenti sopravvenuti in Cassazione, ben 11.600 erano stati proposti personalmente . La tendenza a considerare il ricorso per cassazione come una garanzia alla quale in nessun caso si vuole rinunciare, deve essere scoraggiata con determinazione e rigore giacchè per %& lt %& lt garantire tutto a tutti si corre il rischio di non garantire efficacemente alcunché & gt & gt Lattanzi . Se si considera che nel 2002 le dichiarazioni di inammissibilità hanno superato il 50% dei ricorsi presentati, e gli annullamenti sono stati poco meno del 17% e di questi l'incidenza di quelli senza rinvio è modesta e nella quasi totalità dovuta alla sopravvenienza di cause estintive del reato , ci si rende conto dell'uso distorto del ricorso per cassazione , sempre più spesso adoperato, come ha osservato con tono allarmato il Presidente della Corte di Cassazione Zucconi Galli Fonseca nel discorso inaugurale dell'assemblea generale del 23 aprile 1999, non per ottenere giustizia, ma sostanzialmente per vanificarla, attraverso la prescrizione o altre cause di estinzione del reato o anche soltanto attraverso il ritardo nella esecuzione della condanna. Insomma va fermamente salvaguardato, se non rafforzato, il principio della rilevabilità del vizio di motivazione dal testo del provvedimento impugnato, introdotto dall'art. 606, lett. e , e vanno decisamente respinti tutti i tentativi di modifica legislativa che, direttamente o indirettamente, quali ad esempio la soppressione alla lett. d del richiamo all'art. 495, 2 co., mirano surrettiziamente a trasformare la cassazione in un giudice di terza istanza. Occorre, altresì, essere consapevoli che la corretta delimitazione dei confini del giudizio di cassazione presuppone l'elaborazione ed il rispetto di una regola di self-restraint, alla cui base vi è l'incessante formazione di una cultura del giudizio di legittimità , senza la quale le norme non sono da sole sufficienti. Non va sottaciuto, per altro, che alcuni rimedi introdotti dalla Legge n. 128/2001, in particolare l'inserimento nel codice dell'art. 625 bis, che prevede, accogliendo le sollecitazioni contenute nella sentenza n. 395 del 2000 della Corte Cost., il ricorso straordinario per errore materiale o di fatto, rischiano di rivelarsi peggiori del male. Tale nuovo mezzo di impugnazione, che rappresenta una palese eccezione ad uno dei principi fondamentali dell'ordinamento processuale, quello della inoppugnabilità delle decisioni della Corte di Cassazione, non contenendo la nuova disposizione una definizione dell'errore di fatto al quale alludeva la Corte Costituzionale parlando di errore di tipo percettivo , ha già prodotto un copioso contenzioso in ordine alla natura ed ai limiti di tale vizio, con vari interventi della Cassazione a Sez. Un., il più importante dei quali è costituito dalla sentenza del 30 aprile 2002 Basile . Con tale decisione le Sez. Un. hanno chiarito che %& lt %& lt l'errore di fatto consiste in un errore percettivo causato da una svista o da un equivoco, nel quale la Corte di Cassazione è incorsa nella lettura degli atti del giudizio di legittimità, ed è connotato dall'influenza esercitata sul processo formativo della volontà, viziato dalla inesatta percezione delle risultanze processuali, il cui svisamento conduce ad una decisione diversa da quella che sarebbe adottata senza l'errore di fatto & gt & gt . In conclusione %& lt %& lt è difficile immaginare come possa avere una ragionevole durata un processo in cui ogni atto può generare un microprocesso, che richiede avvisi, notifiche, discussioni, deliberazioni e consente ripetute impugnazioni. Il recupero di efficienza del processo impone di porre un argine normativo alla proliferazione dei procedimenti incidentali, un filtro rigoroso alla loro ammissibilità, forme semplificate quanto alla decisione ed una barriera di preclusioni alla loro impugnazione & gt & gt Favara, Procuratore Generale Corte di Cassazione . * Magistrato, sostituto procuratore generale presso la Corte d'appello di Catania