Il procedimento per il cognome del figlio deve passare per il contraddittorio con la madre

La mancata convocazione è causa di nullità del provvedimento finale per violazione del litisconsorzio

La mancata convocazione della madre nel procedimento camerale di cui all'articolo 262 del Codice civile, ultimo comma, determina la nullità del provvedimento finale per violazione delle norme processuali in tema di litisconsorzio e di contraddittorio trattandosi di provvedimento a carattere decisorio non revocabile né modificabile, anche a cagione delle esigenze di certezza delle situazioni giuridiche attinenti l'identità delle persone che incide sul diritto al nome e, per il tramite di questo, sul diritto all'identità personale . Questo è il principio di diritto affermato dalla prima sezione civile della Cassazione in un precedente del 1998 sentenza n. 11789 ed applicato dalla sezione per i minorenni della Corte d'appello di Roma nel decreto depositato lo scorso 10 luglio e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati.

Corte di appello di Roma - Sezione per i minorenni - decreto 4-10 luglio 2006 Presidente Centurelli - Relatore Mazzacane Osserva Il Tribunale per i minorenni di Roma, con il decreto oggetto del presente reclamo, a seguito della segnalazione dell'Ufficiale dello Stato civile del Comune di Roma relativa alla minore S. M. con cui si comunicava che quest'ultima, già riconosciuta dalla madre R. A. M. M., era stata successivamente riconosciuta anche dal padre M. T.S. e rilevato che i genitore avevano manifestato innanzi al predetto ufficiale la volontà che la figlia assumesse il cognome paterno in sostituzione di quello materno, ha disposto ai sensi dell'articolo 262 Cc che la bambina assuma il cognome paterno in sostituzione di quello materno e si chiami pertanto S. S La M. ha proposto reclamo avverso il suddetto decreto eccependo in via pregiudiziale la nullità del provvedimento del Tribunale in quanto adottato senza la convocazione della madre, con la conseguente violazione delle norme processuali in tema di contraddittorio, ed ha chiesto pertanto la rimessione degli atti al giudice di primo grado. In via subordinata nel merito ha dedotto che il S. con il passare del tempo ha assunto un atteggiamento di assoluto disinteresse sia nei propri confronti sia nei confronti della figlia, si è allontanato definitivamente dalla abitazione familiare nel dicembre 2005, ha interrotto il proprio rapporto di lavoro, le ha sottratto del denaro, la ha malmenata ed ingiuriata, circostanze queste tutte verificatesi per lo più in epoca successiva al momento in cui ella aveva prestato il consenso alla sostituzione del cognome, che altrimenti non avrebbe prestato. Ha quindi sottolineato il pregiudizio che potrebbe derivare alla bambina dall'essere identificata con il solo cognome paterno, tenuto conto della negativa personalità del padre, ed ha chiesto che la Corte disponga la sostituzione del cognome paterno con quello materno, in subordine aggiunta al cognome materno quello paterno e, in ulteriore subordine, aggiunta al cognome paterno quello materno. Il S. si è costituito in giudizio dichiarando di non opporsi all'accoglimento del reclamo. All'udienza del 47/7/2006 sentiti i procuratore delle parti ed il parere del Pg di inammissibilità del reclamo la Corte ha trattenuto la causa in decisione. L'eccezione di nullità così come formulata dalla reclamante è fondata. Risulta dagli atti che il provvedimento del Tribunale per i minorenni di Roma è stata adottato d'ufficio sulla base della citata segnalazione dell'Ufficiale dello Stato civile e dopo avere disposto un'indagine sulla situazione delle minore, ma senza avere mai convocato i genitori di quest'ultima. Sul punto la Corte di cassazione con la sentenza 11789/98, modificando l'orientamento precedentemente espresso dalla stessa Corte, ha ritenuto che il provvedimento ex articolo 262 Cc non può essere considerato come un mero atto amministrativo in quanto esso viene ad incidere sul diritto al nome e, per il tramite di questo, sul diritto all'identità personale, ossia su diritti soggettivi perfetti, ed assume altresì carattere decisorio in quanto esso deve ritenersi non revocabile né modificabile in assenza di previsioni normative al riguardo e per le esigenze di certezza delle situazioni giuridiche attinenti all'identità delle persone . A tale convincimento la Sc è pervenuta a seguito della pronuncia della Corte costituzione 13/1994 che ha riconosciuto che il cognome gode di una distinta tutela anche nella sua funzione di strumento identificativo della persona e che costituisce pertanto parte essenziale ed irrinunciabile della personalità. Sulla base di tali principi la Sc ha ritenuto che nei procedimenti ex articolo 262 Cc i genitori siano parti necessarie, anche nella ipotesi, quale quella in esame, di cui al comma 3 della norma citata, nella quale il giudice decide circa l'assunzione del cognome del padre la Corte ha sottolineato che si tratta appunto di una decisione, destinata a fare stato nei confronti di entrambi i genitori, oltre che del figlio, con la conseguenza che essi non possono rimanere estranei al procedimento poiché in tal caso si determinerebbe la violazione della normativa processuale in tema di litisconsorzio necessario e di contraddittorio. La Corte ritiene di condividere i principi sin qui affermati in applicazione dei quali deve essere dichiarata la nullità del decreto impugnato, con la conseguente rimessione degli atti al giudice del primo grado. PQM La Corte in accoglimento della eccezione preliminare proposta da R. A. M. M. con il reclamo avverso il decreto del Tribunale per i minorenni di Roma in data 3 novembre 2005 dichiara la nullità del suddetto decreto e rimettere gli atti al giudice del primo grado, mandando alla cancelleria per le comunicazioni di rito alle parti, al Pm presso il Tribunale per i minorenni di Roma ed all'ufficiale dello stato civile del Comune di Roma.