No al rientro in ruolo di Corrado Carnevale

Ieri la decisione del plenum di Palazzo dei Marescialli ma l'ex giudice preannuncia ricorso al Tar

Non solo gli è stata negata la possibilità di fare carriera ma anche quella di essere reintegrato in magistratura. Il magistrato Corrado Carnevale deve rimanere fuori dall'ordinamento giudiziario, lo ha stabilito ieri il Consiglio superiore della magistratura con una delibera leggibile tra i documenti correlati approvata a maggioranza e passata con 11 voti, i togati di Md, Movimento per la Giustizia e Mi, più i laici del centrosinistra, compreso Luigi Berlinguer, relatore della pratica, contro i dieci espressi da Unicost e dai laici della Cdl. Astenuti il vicepresidente Virginio Rognoni, il primo presidente di Cassazione Nicola Marvulli e il Procuratore generale Francesco Favara. Gia in commissione, la pratica era stata discussa animatamente e la IV commissione aveva deciso di proporre al plenum una delibera che negava all'ex magistrato sia il rientro in ruolo che l'avanzamento in carriera vedi tra gli arretrati del 28 settembre 2005 . E anche durante i lavori del plenum di ieri, è stata unanime la decisione di non promuovere l'ex giudice a primo presidente aggiunto della Cassazione innanzitutto perché Carnevale non ha maturato i 12 anni di permanenza nell'incarico precedente avendo maturato solo 11 anni, 4 mesi e 25 giorni. Più difficoltosa invece la scelta di respingere anche il rientro in ruolo. Secondo il documento approvato da Palazzo dei Marescialli, Carnevale non può essere riammesso in ruolo perché non è andato anticipatamente i pensione, come prevede la legge sul reintegro degli statali assolti con sentenza definitiva, perché ha lasciato la carriera prima della scadenza della proroga che gli era stata concessa, ma comunque a 71 anni. Molto criticata la decisione della maggioranza secondo i consiglieri della Cdl C'è un pregiudizio nei confronti di Carnevale che condiziona il dibattito ha detto il laico di An Nicola Buccico. La maggioranza, secondo l'ex presidente del Cnf, ha voluto aggirare la legge attraverso un'interpretazione labirintica . In questa vicenda - ha detto il laico di Forza Itala Giuseppe Di Federico - ha pagato un prezzo pesantissimo l'indipendenza della magistratura perché Carnevale avrebbe subito l'aggressione fortissima coperta dalla magistratura che ci fu negli anni ottanta nei confronti della prima sezione penale della Cassazione, allora presieduta da Carnevale . Ai laici ha risposto il relatore, Luigi Berlinguer La nostra - ha detto - è una decisione in stretto diritto da cui è totalmente assente qualunque valutazione politica. Il Csm ha infatti stabilito che il dottor Carnevale manca di un requisito essenziale per godere dei benefici previsti dalla legge . Ma a giudicare la decisione dell'organo di autogoverno illegittima e ingiusta è stato il diretto interessato che ha già promesso ricorso al Tar. La legge parla in modo chiarissimo e io ho i requisiti perché mi venga applicata. Sono convinto - ha detto Carnevale - che ho ottime possibilità di veder riconosciute le mie ragioni. Ognuno risponde alla propria coscienza, ma chi svolge funzioni pubbliche ha il dovere di esporsi . Carnevale inoltre ha portato il caso Vitalone per dimostrare che a Palazzo dei Marescialli si usino due pesi e due misure. È singolare - ha continuato - che il Csm abbia già applicato questa legge nei confronti di un altro magistrato, Claudio Vitalone, riconoscendogli nella ricostruzione della carriera il periodo in cui è stato sospeso dalla magistratura. Se si ritiene infatti che la legge violi le competenze del Csm non va applicata nei confronti di nessuno . L'ex giudice, passato alle cronache come ammazza sentenze , ha criticato infine anche il comportamento del primo Presidente e del Procuratore generale di Cassazione, rispetto ai quali non si spiega il motivo della loro astensione Al loro posto mi sarei comportato diversamente, anche se si fosse trattato di un cittadino qualunque avrei espresso il mio voto secondo scienza e coscienza . La vicenda così, ricomincerà in sede amministrativa, ma a decidere del destino del magistrato dovrà essere sempre l'organo di autogoverno delle toghe. Con un comunicato stampa della Giunta, l'Unione delle camere penali italiane giudica la decisione del Csm cavillosa e ingiusta. Dopo essere stato messo all'indice per la sua giurisprudenza - dice il comunicato - attenta alle regole ed ai principi ma sgradita ai cultori del fine che giustifica i mezzi così ben rappresentati al Csm, l'ex primo presidente della Cassazione riceve oggi l'ultima cavillosa ingiustizia . Al giurista di valore - conclude il testo - al magistrato al di sopra delle parti, al cittadino privato dei suoi diritti, l'Ucpi rinnova stima e solidarietà. L'esito odierno, lungi dal dimostrare che Corrado Carnevale non ha diritto a far parte della magistratura, finisce solo per confermare che le logiche che si affermano all'iterno del Csm sono estrenee alla giustizia . p.a.

Csm Riammissioni nell'ordine giudiziario 8/RO/2004 - istanza di riammissione nell'ordine giudiziario del dottor Corrado Carnevale Proposta di maggioranza, relatore Luigi Berlinguer 19 ottobre 2005 Il Consiglio, premesso che in data 29.3.2004 il dott. Corrado Carnevale depositava istanza con la quale chiedeva la riammissione in servizio pari al cumulo dei periodi della sospensione ingiustamente subita e del servizio non espletato per l'anticipato collocamento in quiescenza, nonché l'attribuzione, eventualmente in soprannumero, della funzione di Presidente Aggiunto della Corte di Cassazione o di altra equivalente. Osservava il dott. Carnevale di essere stato nominato, nel giugno 1983, Presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione e di essere stato assegnato nel settembre dello stesso anno alla Prima Sezione Penale, della quale divenne Presidente titolare nel dicembre 1985, mantenendo l'incarico sino al novembre 1992, quando, a domanda, veniva assegnato, come Presidente titolare, alla seconda sezione civile. Rilevava inoltre di essere stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio in data 23 aprile 1993, poiché rinviato a giudizio avanti il Tribunale di Napoli per rispondere di concorso nel reato di interesse privato del Commissario nella vendita delle navi del gruppo Lauro, sottoposto alla procedura di amministrazione straordinaria, imputazione dalla quale veniva assolto per non aver commesso il fatto con sentenza 7 luglio 1999 della Corte di appello di Napoli, passata in giudicato a seguito del rigetto del ricorso del Procuratore Generale presso la Corte di Appello, pronunciato dalla Corte di cassazione con sentenza 20 aprile 2000. In data 17 novembre 1999 veniva riammesso in servizio ed assegnato, fino al 21 marzo 2000, alla Sezione quinta civile, come Presidente di sezione e, dal 22 marzo 2000, alla Sezione prima civile, come Presidente titolare. Successivamente la Corte di appello di Palermo lo dichiarava colpevole del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso con sentenza del 29 giugno 2001, annullata senza rinvio, perché il fatto non sussiste, dalle Su della Corte di cassazione, con sentenza del 30 ottobre 2002. Il 21 settembre 2001 chiedeva ed otteneva il collocamento anticipato in quiescenza, mentre era in corso il procedimento per la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, in relazione alla citata sentenza della Corte di appello di Palermo. Sosteneva dunque di trovarsi nelle condizioni per essere riammesso in servizio ai sensi dell'articolo 3 comma 57 della legge 350/03, come modificato dall'articolo 1 lettera a , b e c del Dl 66/2004 e dell'articolo 2 comma 3, terzo alinea, dello stesso decreto legge, per un periodo pari al cumulo dei periodi della sospensione ingiustamente subita e del servizio non espletato per l'anticipato collocamento in quiescenza e per avere attribuita, ai sensi dell'articolo 2 comma 3, secondo alinea, primo periodo, del medesimo decreto legge 66/2004, una funzione immediatamente superiore a quella di Presidente di sezione della Corte di Cassazione da lui esercitata da circa 18 anni al momento dell'anticipato collocamento in quiescenza che la competente Commissione procedeva alla valutazione dell'istanza, deliberandone anzitutto la sottoposizione all'esame dell'Ufficio Studi e Documentazione del Csm, che in data 31 maggio 2004 formulava un primo parere allegato 1 che in data 21 giugno 2004 il dott. Carnevale depositava una nota nella quale sollecitava la deliberazione sulla precedente istanza, ribadendone la fondatezza che la Commissione, nella seduta del 27 luglio 2004, disponeva di chiedere la formulazione di un parere collegiale con riferimento, in particolare, ai possibili profili di contrasto con l'articolo 105 della Costituzione della previsione normativa posta a fondamento dell'istanza, nonché in ordine alla valutazione se il diritto al ripristino del rapporto di lavoro potesse essere o meno esercitato dal magistrato che, all'atto della domanda di collocamento anticipato in quiescenza, fosse trattenuto in servizio oltre il 70 anno di età, parere reso dall'Ufficio Studi e Documentazione in data 7 settembre 2004 allegato 2 che in data 26 luglio 2004 il dott. Carnevale depositava memoria nella quale ribadiva la fondatezza della propria istanza di riammissione in servizio e di attribuzione, anche in soprannumero, delle funzioni di Presidente Aggiunto della Corte di cassazione che in data 30 luglio 2004 l'istante inoltrava al Csm atto di diffida e messa in mora a provvedere sull'istanza sopra indicata che in data 11 settembre 2004 il dott. Carnevale depositava ulteriore memoria nella quale in particolare sosteneva, ai fini dell'accoglimento della propria istanza, l'irrilevanza della distinzione tra domanda di collocamento a riposo per raggiungimento del limite di età e domanda di dimissioni volontarie, come al contrario delineata nel soprarichiamato parere dell'Ufficio Studi del Csm in data 7 settembre 2004 all.2 che il Csm in data 3.11.2004 deliberava, in relazione alle disposizioni di cui all'articolo 3 co. 57 Legge n. 350/2003 ed articolo 2 co. 3 D.L n. 66 del 204, convertito con L. n. 126 del 2004, l'elevazione di un conflitto di attribuzione con il Parlamento avanti la Corte Costituzionale allegato 3 che, con sentenza depositata in data 15.7.2005, la Corte Costituzionale dichiarava inammissibile l'indicato conflitto che la competente Commissione, dopo ulteriori sedute dedicate all'esame dell'istanza, anche a seguito della pronuncia della Corte Costituzionale, acquisite le sentenze rese nell'ambito dei processi penali che avevano visto imputato il dott. CARNEVALE, deliberava, a maggioranza, nella seduta del 27.9.2005, il rigetto dell'istanza formulata in data 29.3.2004 osserva Il comma 57 dell'articolo 3 della legge 24.12.2003 nr.350 come modificato dal D.L. nr.66 del 16.3.2004 convertito in legge 11.5.2004 nr.126 ha previsto che il pubblico dipendente sospeso dal servizio o che abbia chiesto il collocamento anticipato in quiescenza a seguito di un procedimento penale conclusosi con sentenza definitiva di proscioglimento perché il fatto non sussiste o l'imputato non lo ha commesso, o se il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero con decreto di archiviazione per infondatezza della notizia di reato, anche se pronunciati dopo la cessazione del servizio, e, comunque, nei cinque anni antecedenti la data di entrata in vigore della presente legge, anche se già collocato in quiescenza alla data di entrata in vigore della presente legge, ha il diritto di ottenere, su propria richiesta, dall'amministrazione di appartenenza il prolungamento o il ripristino del rapporto di impiego, anche oltre i limiti di età previsti dalla legge, comprese eventuali proroghe, per un periodo pari a quello della durata complessiva della sospensione ingiustamente subita e del periodo di servizio non espletato per l'anticipato collocamento in quiescenza, cumulati tra loro, anche in deroga ad eventuali divieti di riassunzione previsti dal proprio ordinamento, con il medesimo trattamento giuridico-economico a cui avrebbe avuto diritto in assenza della sospensione. La norma individua dunque una serie di condizioni cui è subordinato il riconoscimento del diritto al ripristino del rapporto di impiego. E' pertanto necessario verificare che il pubblico dipendente abbia abbandonato volontariamente l'impiego chiedendo di essere collocato anticipatamente in quiescenza, che ciò abbia fatto a seguito di un procedimento penale, che il procedimento penale si sia chiuso con una delle formule di proscioglimento espressamente indicate, ovvero con decreto di archiviazione per infondatezza della notizia di reato, che la sentenza ovvero l'archiviazione siano state pronunciate nei cinque anni precedenti la data di entrata in vigore della legge nr.350 del 2003, entrata in vigore il primo gennaio 2004, che la domanda di ripristino del rapporto di impiego sia presentata, a pena di decadenza, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge nr.126 del 2004, che ha convertito il D.L. nr.66, entrata in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione, cioè il 16 maggio 2004. In relazione alla prima condizione costituita dall'intervenuta estinzione del rapporto di impiego a seguito di domanda di anticipato collocamento in quiescenza, occorre evidenziare che il dott. Carnevale in data 18 settembre 2001 aveva chiesto di essere collocato in pensione a decorrere dal 21 settembre 2001 per raggiunti limiti di età, previa revoca parziale della delibera con cui fu mantenuto in servizio fino alla data del compimento del 72 anno di età 9 maggio 2002 . Si tratta dunque di stabilire che cosa si intenda nella previsione normativa, posta a fondamento della presente istanza, per richiesta di anticipato collocamento in quiescenza e se in tali termini possa qualificarsi la suindicata manifestazione di volontà. Il collocamento anticipato in quiescenza si configura allorché il pubblico dipendente chieda all'Amministrazione di appartenenza che si ponga fine al rapporto di impiego prima del raggiungimento del limite di età previsto dalla legge per il collocamento a riposo ordinario. L'Amministrazione in tale ipotesi, a fronte della facoltà di recesso del pubblico dipendente, è titolare di un potere discrezionale di valutazione della richiesta di dimissioni. Qualora invece il dipendente abbia raggiunto il limite di età previsto dalla legge per il collocamento a riposo, identificato, per i magistrati ordinari, nel settantesimo anno di età, ex articolo 5 R.D. Lgs. 31.5.1946 nr.511, l'Amministrazione non ha il potere di rifiutare il richiesto provvedimento, che si pone dunque come atto vincolato, a contenuto dichiarativo della ricorrenza della causa estintiva del rapporto di impiego. La chiara distinzione tra collocamento anticipato a riposo e collocamento ordinario a riposo deve essere verificata alla luce della previsione dell'articolo 16 comma 1 del D.Lgs. 30.12.1992 nr. 503 che ha attribuito ai dipendenti civili dello stato e degli enti pubblici non economici, quindi anche ai magistrati ordinari, la facoltà di permanere in servizio per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi previsti, e del comma 1 bis del medesimo articolo, introdotto dal comma 12 dell'articolo34 L.27.12.2002 nr.289, che ha esteso la facoltà di prosecuzione del rapporto sino al compimento del settantacinquesimo anno di età. Occorre infatti stabilire se, qualora il magistrato abbia esercitato la facoltà di prosecuzione del rapporto oltre il limite stabilito dall'articolo 5 R.D. 511/1946, l'eventuale revoca dell'atto di esercizio di tale facoltà dia luogo ad una richiesta di collocamento anticipato a riposo o determini semplicemente il venir meno della condizione ostativa all'adozione da parte dell'amministrazione di un provvedimento dovuto e vincolato. Dalla lettera della disposizione dell'articolo 16 D.Lgs 30.12.1992 e successiva integrazione si desume che non risulta affatto modificata la previsione sul limite di età per il collocamento ordinario a riposo, che costituisce il termine di riferimento proprio per computare la prosecuzione facoltativa del rapporto. Questa conclusione appare rafforzata, sotto il profilo sistematico, dal richiamo alla previsione dell'articolo 2 comma 10 della L.150/2005 legge delega di riforma dell'Ordinamento giudiziario che, laddove stabilisce i limiti di età ai fini dell'idoneità al conferimento di uffici direttivi, considera, quale termine di riferimento, il limite ordinario di età stabilito dall'articolo 5 R.D. Lgs. 511/1946. Ne consegue dunque che la domanda di collocamento a riposo del magistrato che abbia prima chiesto di essere trattenuto in servizio oltre il settantesimo anno di età, non si può qualificare come domanda di anticipato collocamento in quiescenza ma quale mera sollecitazione all'adozione del provvedimento dovuto e vincolato della dichiarazione di estinzione del rapporto di impiego. Occorre a questo punto accertare se la disposizione dell'articolo 3 comma 57 della L. 350/2003 abbia recepito la descritta nozione di collocamento anticipato in quiescenza. Anche in questo caso soccorre anzitutto la lettera della norma ove il superamento dei limiti di età previsti dalla legge, comprese eventuali proroghe, è indicato solo al fine di delineare il contenuto del diritto al ripristino o al prolungamento del rapporto, ma non in sede di descrizione delle condizioni, cui viene subordinato il riconoscimento del diritto al ripristino. Si deve dunque ritenere che il legislatore abbia inteso riferirsi alla corrente e generale nozione di collocamento in quiescenza a domanda prima del raggiungimento degli ordinari limiti di età. Tale conclusione consente inoltre di conferire maggiore coerenza sistematica all'intervento normativo in esame. Se si considera infatti che l'Amministrazione non ha alcun potere di valutazione discrezionale dell'istanza di ripristino del rapporto di impiego in presenza di tutte le condizioni stabilite dal citato comma 57 dell'articolo 3 legge 350/2003, solo a fronte dell'estinzione del rapporto a seguito di dimissioni anticipate, tale potere discrezionale residuerebbe almeno in sede di valutazione dell'atto di esercizio della facoltà di recesso. L'interpretazione che invece facesse coincidere la domanda di anticipato collocamento in quiescenza con l'atto di rinuncia all'esercizio della facoltà di prosecuzione del rapporto oltre il limite ordinario d'età, determinerebbe l'irragionevole conclusione di imporre all'Amministrazione l'adozione di un provvedimento di ripristino a fronte dell'atto di rinuncia alla proroga, presupposto dell'altrettanto dovuta dichiarazione di estinzione del rapporto, con conseguente eliminazione di ogni potere valutativo dell'Amministrazione almeno nella fase di cessazione del rapporto d'impiego. Nel caso in esame dunque si è in presenza di una manifestazione di volontà dell'interessato senza dubbio alcuno non riconducibile alla domanda di anticipato collocamento in quiescenza, secondo l'accezione delineata e fatta propria dal legislatore nella legge a fondamento dell'istanza. Che si tratti di collocamento a riposo per raggiunti limiti di età risulta peraltro evidente anche dal verbale della seduta plenaria del Csm in data 19 settembre 2001 laddove, su proposta del relatore, la deliberazione sull'istanza del dott. Carnevale di collocamento a riposo, viene integrata con l'espressa indicazione del collocamento a riposo per raggiunto limite di età . Il difetto della preliminare condizione di accoglimento della domanda non può peraltro essere colmato mediante una applicazione analogica della previsione del comma 57 dell'articolo 3 legge 350/03, trattandosi di norma di stretta interpretazione, come sostenuto, in relazione alle disposizioni in materia di ricostruzione di carriera dei pubblici dipendenti, dalla giurisprudenza amministrativa CdS, Sezione sesta, 1477/97 e come già ritenuto da questo Consiglio in relazione all'esame di altra istanza fondata sulla medesima previsione normativa deliberazione Csm in data 28 settembre 2005 pratica nr. 1/RO/2004 . L'istanza di riammissione in servizio deve dunque per tale ragione essere rigettata. Una diversa interpretazione, che invece conducesse a ritenere sussistente tale condizione, determinerebbe inevitabilmente l'emergere delle censure di illegittimità costituzionale della norma posta a fondamento dell'istanza, già compiutamente delineate da questo Consiglio nella delibera di elevazione del conflitto di attribuzione con il Parlamento avanti la Corte Costituzionale Allegato 3 . In particolare l'eliminazione di ogni discrezionalità in capo al Csm nell'esame dell'istanza di riammissione in servizio, si traduce nell'esclusione del potere di valutare la corrispondenza del singolo atto all'interesse pubblico specifico che esso deve rispettare e soddisfare. Sotto il profilo sostanziale l'atto non potrebbe che essere riferito al soggetto che lo impone, vale a dire, nella specie, al potere legislativo, cioè ad un soggetto diverso da quello previsto dalla Costituzione, con evidente violazione dell'articolo 105 della Carta Fondamentale. Quanto all'ulteriore istanza di attribuzione della funzione superiore di Presidente Aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, anch'essa non risulterebbe comunque accoglibile. L'articolo 2 comma 3 del Dl 66/2004 convertito in legge 126/04 stabilisce infatti che in caso di ripristino del rapporto di impiego ai sensi del comma 57 dell'articolo 3 della legge 350/03, al magistrato riammesso in servizio che, al momento dell'anticipato collocamento in quiescenza, aveva maturato nell'ultima funzione esercitata un'anzianità non inferiore a dodici anni è attribuita dal Csm, anche in soprannumero, una funzione di livello immediatamente superiore a tale ultima funzione, previa valutazione, da parte dello stesso Consiglio, dell'anzianità in ruolo al momento della cessazione del servizio e delle attitudini desunte dalle funzioni da ultimo esercitate. L'attribuzione della funzione di livello immediatamente superiore è dunque anzitutto subordinata all'accertamento del requisito oggettivo costituito dall'intervenuta maturazione nell'ultima funzione esercitata, al momento dell'anticipato collocamento in quiescenza, di un'anzianità non inferiore a dodici anni. La previsione normativa fa dunque espresso riferimento alla necessità dell'effettivo esercizio della funzione ricoperta all'atto del collocamento anticipato in quiescenza, per un periodo non inferiore a dodici anni, essendo irrilevante la mera maturazione di anzianità figurativa nella qualifica. Ebbene, anche sotto tale profilo, l'ulteriore istanza del dott. Carnevale non potrebbe trovare accoglimento. Risulta infatti che il magistrato veniva immesso nelle funzioni di Presidente di sezione della Corte di cassazione in data 5 ottobre 1983. In data 23 aprile 1993 interveniva il provvedimento di sospensione provvisoria dalle funzioni e dallo stipendio disposto dalla Sezione Disciplinare del Csm, successivamente revocato con ordinanza in data 22 ottobre 1999. A seguito di tale revoca, il dott. Carnevale veniva nuovamente immesso nelle funzioni di Presidente di sezione in data 17 novembre 1999. Dal periodo intercoso tra il 5 ottobre 1983 e la data di collocamento a riposo per raggiunti limiti di età identificata nel 21 settembre 2001, si deve dunque scomputare quello corrispondente alla sospensione dalle funzioni, così da pervenire alla esatta determinazione del periodo di effettivo esercizio delle funzioni di Presidente di sezioni della Corte di cassazione. Il dott. Carnevale ha svolto tale funzione per 11 anni, 4 mesi e 22 giorni. Il difetto di questa preliminare condizione di accoglimento dell'istanza rende superflua la ulteriore valutazione di idoneità a ricoprire le funzioni richieste, fondata su un giudizio attitudinale desunto dalle funzioni da ultimo esercitate. Tutto ciò premesso ed osservato Delibera il rigetto dell'istanza presentata dal dott. Corrado Carnevale.