Espropri, sugli indennizzi deciderà la Consulta

Il criterio riduttivo di stima, adottato per la liquidazione del danno nelle occupazioni illegittime dei suoli per causa di pubblica utilità antecedenti al 30 settembre 1996, violerebbe i principi del giusto processo

Il criterio riduttivo del calcolo dell'indennizzo risarcitorio per l'occupazione espropriativa ritorna alla Consulta. Con l'ordinanza 11887/06 - depositata il 20 maggio e qui leggibile tra gli allegati - la Cassazione ha, infatti, sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 5bis, comma 7bis, del decreto legge 333/92, convertito nella legge 359/92, introdotto dalla legge 662/96, il quale prevede che nelle occupazioni illegittime dei suoli per causa di pubblica utilità antecedenti al 30 settembre 1996 si applica, per la liquidazione del danno, il criterio riduttivo di stima previsto per l'indennità di espropriazione, con esclusione della decurtazione del quaranta per cento e l'aumento del dieci per cento. Per la prima sezione civile del Palazzaccio , il dubbio di legittimità costituzionalità è stato prospettato in relazione agli articoli 111 e 117, primo comma, della Costituzione, anche alla luce dell'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. In pratica, la norma censurata - applicabile ai giudizi in corso - violerebbe i principi del giusto processo, in particolare le condizioni di parità delle parti davanti al giudice, che risultano lese dall'intromissione del potere legislativo nell'amministrazione della giustizia allo scopo di influire sulla risoluzione di una circoscritta e determinata categoria di controversie. Inoltre, tale norma, introducendo un trattamento indennitario lesivo del diritto di proprietà, come definito dall'articolo 1 del I Protocollo addizionale della Convenzione, violerebbe i vincoli derivanti dagli obblighi internazionali.

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 22 marzo-20 maggio 2006, n. 11887 Presidente Plenteda - Relatore Salvago Fatto e motivi 1. Ritenuto che il Tribunale di Avellino, con sentenza del 16 dicembre 1991, condannava il Comune di Avellino e l'Iacp dell'omonima provincia al pagamento in favore di Elsa, Gerarda e Dionigi Preziosi, della somma di lire 394.109.540 per l'avvenuta occupazione espropriativi di alcuni terreni di loro proprietà, ubicati nella locale via Annarumma onde realizzare alcuni alloggi popolari, nonché opere di edilizia sociale, e determinava l'indennità per l'occupazione temporanea degli stessi immobili nella misura di lire 68.040.000. Che in parziale accoglimento dell'impugnazione dei due enti pubblici, la Corte di appello di Napoli, con sentenza del 27 marzo 1995, dichiarava il difetto di legittimazione dell'Iacp con riferimento all'occupazione temporanea ed il difetto di legittimazione del Comune in relazione al risarcimento del danno per l'occupazione acquisitiva, determinato in complessive lire 308.193.980. Che la Corte di cassazione, con sentenza 457/98, accoglieva in parte i ricorsi del comune e dell'IACP e dando atto della sopravvenienza del comma 7bis dell'articolo 5bis della legge 359/92 e della sua applicabilità ai giudizi la corso, rinviava ad altra sezione della Corte di appello di Napoli per il calcolo con il criterio riduttivo sia del risarcimento del danno per l'occupazione espropriativa, che dell'indennizzo per l'occupazione di urgenza per cui il giudica di rinvio con sentenza del 17 settembre 2002, ha applicato il criterio riduttivo sopravvenuto e dichiarato che la prima indennità risultava di lire 150.034.677, e con gli interessi legali e la rivalutazione monetaria pari a lire 491.761.224, interamente corrisposta agli attori in conseguenza del pagamento della maggior somma di lire 534.191.980. Ha, quindi condannato i Preziosi a restituire all'IACP la somma di euro 29.151, 15 a titolo di maggior capitale incassato ed interessi ed il comune al pagamento in favore di detti proprietari della complessiva somma di euro 63.493, 37 a titolo di indennità di occupazione legittima, oltre interessi legali dal 7 gennaio 1985. Che per la cassazione della sentenza hanno proposto ricorso il comune di Avellino per due motivi, e l'Iacp per 4 motivi e che ad entrambi ricorsi hanno resistito con controricorso i Preziosi, i quali a loro volta hanno formulato ricorso incidentale per due motivi. 2. Ritenuto che con il ricorso Incidentale che si articola in due motivi, da esaminare con precedenza per evidenti ragioni di logica giuridica, Elsa Preziosi e consorti, deducendo violazione dell'articolo 5bis, comma 7bis della legge 359/92, 936 e 2058 Cc, 1 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, si dolgono che la sentenza impugnata abbia applicato allo espropriazione del loro terreno il criterio risarcitorio riduttivo introdotto dalla prima norma senza considerare a che esso pone l, istituto dell'occupazione acquisitiva in contrasto con i precetti dell'articolo 42 Costituzione, nonché dell'articolo 1 della Convenzione b che comporta altresì una violazione dell'articolo 53 Costituzione, facendo, gravare il concorso alla sposa pubblica in ragione non della capacità contributiva, ma delle sole necessità della finanza pubblica, estranee alla finalità della norma c che in ogni caso detta norma è stata implicitamente abrogata dagli articolo 111 Costituzione e dalla legge 89/2001 sulla durata ragionevole del processo che ne avrebbe consentito una durata massima di 3 anni, ovvero, al più, fino al luglio 1991 con la conseguente inapplicabilità di norme successive che hanno influito sull'entità del pregiudizio che avrebbe dovuto essere tempestivamente ristorato, altrimenti verificandosi la violazione dei precetti contenuti negli articolo 10 e 111 Costituzione, il Collegio osserva i Preziosi con la citazione introduttiva del giudizio del 30 luglio 1905 hanno chiesto la condanna in solido del comune di Avellino e dell'IACP al risarcimento del danno derivante dalla perdita della propriet di un loro fondo sul quale erano stati realizzati alcuni alloggi popolari, pur in mancanza di un provvedimento di espropriazione. La domanda è stata interautente accolta dalla Corte del primo appello nei confronti del solo IACP, condannato con sentenza 27 marzo 1995 al pagamento a tale titolo della complessiva somma di lire 308.193.980, equivalente al valore venale dell'immobile alla data del 7 gennaio 1905, rivalutato alla data della pronuncia. Con la quale veniva, altresì, confermata la condanna del comune di Avellino a depositare l'indennità di occupazione legittima determinata in lire 68.040.000. La decisione è stata impugnata esclusivamente dagli enti pubblici, e questa Corte, con la ricordata sentenza 457/98, ne ha parzialmente accolto il ricorso enunciando il principio che il giudico di rinvio avrebbe dovuto liquidare il danno risarcibile nonché l'indennità di occupazione temporanea, pur essa parametrata sul valore venale dell'immobile in base al criterio riduttivo introdotto -dalla ulteriore normativa sopravvenuta di cui al comma 7bis, introdotto dall'articolo 3, comma 65 della legge 662/96, la quale a applicabile a tutto le occupazioni illegittime di suoli per causa di Pu, intervenute anteriormente al 30 settembre 1996. 3.Ora, detta norma cui ai è pacificamente attenuta la sentenza impugnata per il calcolo di entrambi gli indennizzi non può considerasi abrogata né dal nuovo testo dell'articolo articolo 111 Costituzione comma 1 e 2 , nè tanto meno dall'articolo 2 della legge 89/2001 non dalla sopravvenuta legge costituzionale 2/1999 che ha inserito i principi del giunto processo nell'articolo 111 Costituzione, in quanto neppure i ricorrenti pongono in discussione la regola che la legge costituzionale, essendo di rango superiore a quello della legge ordinaria, non può produrre un effetto abrogativo della disciplina con cosa incompatibile e che l'ablazione di questa può avere luogo soltanto in esito allo scrutinio di costituzionalità davanti alla Corte costituzionale. E neppure per effetto della sopravvenuta legge 89/2001, dato che l'abrogazione tacita di una legge ricorre ai sensi dell'articolo 15 disp. prel. Cc, quando suoniate incompatibilità fra la nuova disposizioni e quelle precedenti, ovvero quando la nuova legge disciplina la materia già regolata da quella anteriore Cassazione 1412/02, 2502/01, 1760/95 . Laddove la legge c.d. Pinto è rivolta, esclusivamente, a disciplinare il giunto processo e ad attribuire un'equa riparazione alla parti che per affetto della violazione del termine ragionevole di durata di esso hanno subito danni patrimoniali e/o non patrimoniali senza perciò influire su alcun istituto di diritto sostanziale e quindi sulla materia delle espropriazioni per Pu né in particolar modo su una norma, peraltro di natura speciale, che in tale specifico settore ha introdotto un meccanismo di calcolo riduttivo dell'indennizzo. il quale infine proprio con riguardo alla menzionate occupazioni antecedenti alla data avanti indicata è stato recepito e confermato dall'articolo 55 del Tu sulle espropriazioni per Pu appr. con Dpr 327/01, come modificato dall'articolo 1 D.Lgs 302/02, successivo alla legge 89/2001. Il fatto poi che il criterio riduttivo suddetto abbia potuto trovare applicazione a causa della durata eccessiva del processo -iniziato dai Preziosi nel 1985 e non ancora definito con sentenza passata in giudicato al momento in cui l'articolo 3, comma 65 della legge 662/96 è entrato in vigoredimostra semmai che è proprio tale irragionevole durata ad esso estranea ad esterna al meccanismo liquidatorio introdotto da questa disposizione, a porsi in contrasto con l'articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e della libertà fondamentali e con la legge 8912001 ad a rilevare autonomamente come fatto produttivo di danno per la violazione del diritto al giusto processo sancito da dette norme perciò comportando un'autonoma riparazione da far valere con apposita domanda in un diverso processo articolo 3 e 4 della legge 89/2001 . 4.Ciò posto, questo Collegio non ignora che la Corte costituzionale con sentenza 148/99 ha dichiarato non fondato la questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 5bis, comma 7bis, della legge 359/92, introdotto dall'articolo 3, comma 65, della legge 662/96 sollevato da diversi giudici di merito in riferimento agli articoli 3, 29, 42, 53, 97 e 113 della Costituzione, rilevando in particolare.- a che la regola generale di integralità della riparazione e di equivalenza della stessa al pregiudizio cagionato al danneggiato non ha copertura costituzionale potendo il legislatore in casi eccezionali ritenere equa e conveniente una limitazione al risarcimento del danno e che l'eccezionalità del caso appariva nella fattispecie giustificata soprattutto dal carattere temporaneo della norma denunciata b che dove ritenersi ragionevole la riduzione imposta dalla norma suddetta avendo la stessa realizzato un squilibrato componimento dei contrapposti interessi in gioco con l'eliminazione della ingiustificata coincidenza, da parte della precedente legge 549/995, della entità dell'indennizzo per l'illecito della Pa con quello relativo al caso di legittima procedura ablatoria c che la disposta applicazione del nuovo e riduttivo regime risarcitorio anche ai giudizi pendenti, pur incidendo sfavorevolmente su posizioni di diritto soggettivo perfetto, non configge con specifici canoni costituzionali, primo fra i quali quello della ragionevolezza non potendo costituire limite invalicabile della discrezionalità legislativa l'aspettativa dei titolari delle arco occupato a vedersi liquidato il danno secondo un criterio più favorevole di quello ragionevolmente adottato dal legislatore nell'attuale momento storico o peraltro diretto a sostituire una disciplina dichiarata incostituzionale ed a regolare i rapporti pregressi . La legittimità costituzionale della norma è stata confermata anche dalle successive sentenze 396/99 e 24/2000 della stessa Corte, che con ordinanze 251/00 e 158/02 ha altrasi dichiarato inammissibile la riproposizione di analoghe questioni. Principi non dissimili aveva espresso negli anni precedenti la Corte europea del diritti dell'uomo, la quale nella nota decisione Jamos e/ Regno Unito del 21 febbraio 1986 aveva affermato 54 1 che l'articolo 1 del Protocollo allegato alla convenzione in caso di espropriazione per pubblica utilità non garantisco sempre a comunque un risarcimento integrale del danno subito in quanto legittima ragioni di pubblica utilità, come quelle che perseguono obbiettivi di riforma economica o di giustizia sociale possono indurre a stabilire un ristoro inferiore al valore venale dell'immobile, 2 che la norma esige in ogni caso la previsione di un indennizzo ragionevolmente proporzionato al valore del bene e che raggiunga un giusto equilibrio tra i diversi interessi in contrasto 3 che il controllo da essa devoluto in tal caso alla Corte consiste proprio nel valutare se la modalità di ristoro scelta dagli Stati eccedano o meno il largo margine di discrezionalità loro riservato al riguardo. Gli stessi precetti sono stati riaffermati nelle successiva sentenza 9 dicembre 1994 in causa Los saints monastères c/Grecia, e 25 marzo 1999 in Causa papachelas c/Grecia. 5. Tuttavia già nella decisione Papamichalopoulos c/ Grecia del 31 ottobre 1995, la Corte introduceva nella materia una profonda distinzione, limitandone l'applicazione alla sole espropriazioni legittime in cui è sufficiente il pagamento di un'indennità èquitable , ed osservando che il carattere illecito di un'occupazione si ripercuote necessariamente sul criteri da utilizzare per determinare la riparazione dovuta all'espropriato, nonché sulla conseguenze finanziario da risarcire non assimilabili a quelle di una espropriazione legittima 36 . Sicché, invocando la giurisprudenza internazionale risalente all'anno 1928. enunciava la regola che in caso in cui non sia possibile la restituzione in natura, all'espropriato è comunque dovuta una somma corrispondente al valore attuale dei beni perduti al valore cioè che avrebbe avuto la restituzione in natura . In coerenza con il nuovo principio nella successiva sentenza Zubani c/Italia del 7 agooto 1996, esaminando una fattispecie analoga a quella in esame, di c.d. occupazione espropriativa per la realizzazione di edilizia residenziale pubblica, ritenne ragionevole la scelta della legge 458/88 di privilegiare gli interessi della collettività in caso di espropriazione o occupazione illegittima di immobili e dichiarò che la stessa risultava compatibile con i precetti dell'articolo 1 del Protocollo soprattutto perché l'articolo 3 della legge attribuisce al proprietari l'indennizzo integrale del danno subito comprendente anche quello da svalutazione monotaria sperci8 considerato un ristoro soddisfacente 49 1 e per converso nella decisione Carbonara e Ventura c/Italia del 30 maggio 2000, lo stanno istituto fu dichiarato in contrasto con la Convenzione perché, pur comportando per i proprietari la perdita definitiva dell'immobile, non aveva consentito loro di ottenere il risarcimento dei danni a causa del maturare della proscrizione quinquennale fatta decorrere, la base alla giurisprudenza della Corte di cassazione, dalla data -ritenuta dal giudice europeo incerta ed imprevedibile dell'irreversibile trasformazione dell'immobile sicché agli esproprIati fu riconosciuto a titolo di danno materiale un ristoro corrispondente al valore venale del terreno rivalutato alla data della decisione 75 . Siffatto criterio di liquidazione è stato a maggior ragione ribadito dalla decisione Belvedere -Alberghiera del 30 ottobre 2003, cui l'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con sentenza 1/1996 aveva negato la restituzione dell'immobile malgrado l'occupazione illegittima non fosso assistita neppure dalla dichiarazione di pubblica utilità sent.30 maggio 2000 della Cedu i ad alla quale fu perciò attribuito un risarcimento pari al valore attuale dell'immobile o non al valore che aveva al tempo dello occupazione 35 , oltre ad ogni altro pregiudizio subito fra cui una somma pari al mancato godimento del terreno a decorrere dalla data dello spossessamento anno 1987 , nonché al mancato guadagno per l'attività alberghiera non potuta esercitare 36 . 6. Negli ultimi anni sono stati, quindi, riconsiderati anche i criteri che in passato legittimavano l'attribuzione di un indennizzo -ridottonelle espropriazioni legittime in quanto nella sentenza 28 novembre 2002, Ex re di Grecia ed altri, la Corte europea, dopo aver riaffermato che il carattere lecito o meno dell'occupazione necessariamente si ripercuote sul criteri cui commisurare il ristoro, e che nelle espropriazioni rituali quest'ultimo non devo necessariamente raggiungere il valore pieno ad intero dei beni , ha circoscritto questa regole alla solo ipotesi di espropriazioni rivolta a perseguire legittimi obbiettivi di pubblica utilità tali considerando espressamente le misure di riforma economiche o di giustizia sociale, nonché a maggior ragione quella rivolte a provocare cambiamenti del sistema costituzionale fra cui ha incluso la fattispecie esaminata di apprensione di beni privati disposta al fine di modificare il sistema costituzionale dello stato greco dalla monarchia alla repubblica . Laddove per ogni altro fine di pubblica utilità, come l'espropriazione isolata di un terreno per la costruzione di una strada, i precedenti principi sono stati rettificati nel sonno che solo un indennizzo pari al valore venale del bene può essere ragionevolmente rapportato al sacrificio imposto 74-78 . Il nuovo arresto è stato ribadito nelle successiva decisioni 22 gennaio 2004, Jahn e 22 giugno 2004, Broniowski e subito dopo nella sentenza Scordino del 29 luglio 2004, ovo la Corte ha valutato la compatibilità con l'articolo 1 del Protocollo, proprio del criterio riduttivo di calcolo dell'indennizzo delle arco aventi destinazione edificatoria introdotto dall'articolo 5bis della legge italiana 359/92, che pur traeva origine da una manovra finanziarla perseguita dal legislatore italiano. E, richiamando nuovamente il principio che il precetto comunitario non garantisce in tutti i casi il diritto ad una compensazione integrale perché specifici obbiettivi di utilità pubblica possono giustificare un rimborso inferiore al pieno valore di marcato 97 , ha condannato lo stato italiano al risarcimento sulla base della differenza tra Indennità percepita e valore venale del bene a favore di soggetto espropriato, che a causa del lungo tempo trascorso aveva visto sfumare il proprio affidamento ad essere indennizzato secondo quest'ultimo parametroposto che, a seguito della dichiarazione d'incostituzionalità delle norme commisuranti in via generale l'indennizzo al valore agricolo articolo 16 legge 865/71, per effetto di Corte costituzionale 5/1980 e 223/83 , il criterio generale di stima delle aree edificabili ora ridiventato quello del giusto prezzo in una libera contrattazione di compravendita articolo 39 legge 2359/1865, appunto . Laddove l'articolo 5bis, pur applicato in quella vicenda senza l'ulteriore decurtazione del 40% prevista dal comma 1, è apparso ai giudici europei inadeguato e lesivo del diritto della persona al rispetto dei propri beni, in considerazione del trattamento fiscale che ne seguiva la sua ulteriore riduzione del 20% ex articolo 11 legge 413/91 100 e della complessiva attesa degli espropriati, dal provvedimento ablativo alla sentenza di determinazione dell'indennizzo 101 cos! introducendosi nel giudizio di congruità della riparazione una nuova variabile costituita dalle modalità d'indennizzo previsto dal legislatore nazionale 97 , la cui considerazione ha indotto la Corte a giudicare nel caso concreto il prezzo percepito dall'espropriato non ragionevolmente in rapporto con il valore della proprietà espropriata di talché il giusto equilibrio risultava rotto 102 . Questo quadro normativo, coni articolato, è stato condiviso anche dalla grande Chambre della Corte nella recenti decisioni Kopecky, 29 settembre 2004 Jabn, 30 giugno 2005, e Broniowoki, 28 settembre 2005, in ciascuna della quali sono stati ricapitolati i suddetti principi tratti dall'articolo 1 del Protocollo n. 1 cui la legislazioni dei singoli Stati, pur nell'ampio margine di discrezionalità loro riconosciuto dalla Convenzione, devono attenersi nella previsione della modalità dell'indennità di espropriazione. 7. Esso non sembra perciò, allo stato, modificabile in termini conformi al sistema riduttivo della legge 359/92, ad ha necessariamente influenzato in modo decisivo la disamina, nello stesso periodo di tempo, della fattispecie di occupazioni illegittime. In relazione alle quali la Corte nella successiva sentenza Scordino del 17 maggio 2005 ha dichiarato incompatibile con l'articolo 1 del Protocollo l'espropriazione indiretta fondata sull'occupazione definitiva di fatto di un bene privato , ammessa dalla giurisprudenza e dalla legislazione italiana ricordando in particolare l'articolo 43 del Tu appr. con Dpr 327/01 , perché non supportata da norma di diritto intorno sufficientemente accessibili, procise e prevedibili, perciò in violazione del principio di legalità. Fra la ragioni dell'incompatibilità ha incluso, infatti, proprio il criterio di calcolo dell'indennizzo introdotto dal comma 7bis dell'articolo 5bis, osservando a che la norma aveva modificato la regola della riparazione integrale del pregiudizio subito stabilita per questa tipologia di espropriazione fin dalla nota decisione 1464/83 della Su di questa Corte, equiparandola all'indennizzo riconosciuto per l'appropriazione rituale con l'aumento minimo del 10% b che detto meccanismo riduttivo consente all'espropriante che ometto di versare durante la procedura l'indennizzo, di avvantaggiarsi ulteriormente del suo comportamento illegittimo, esonerandolo dal corrispondere una porzione sostanziale del ristoro dovuto, perciò non favorendo la buona amministrazione e non contribuendo a prevenire episodi di illegalità 96 c che la violazione del principio della riparazione integrale è resa ancor più palese dall' espressa estensione dell'applicazione retroattiva della norma anche ai giudizi in corso, che ai traduco in una aera ablazione retroattiva di una porzione consistente dell'indennità dovuta in base al sistema legislativo antecedente 100 . I medesimi principi si trovano pedissequamente ripetuti nelle successive sentenze Binotti, Colazzo e Serrao del 13 ottobre 2005, Sciarrotta del 12 gennaio 2006 e soprattutto Sas del 23 febbraio 2006 sicché non par dubbio che l'affermazione di non conformità al principio del rispetto del diritto di proprietà della disciplina indennitaria delle espropriazioni illegittime antecedenti al 30 settembre 1996, come modificata dal comma 7bis dell'articolo 5bis, o ribadita dall'articolo 55 Tu Dpr 321/01, per un verso, risulti comunque generalizzata nell'argomentazione dei giudici di Strashurgo, anche oltre le peculiarità delle fattispecie esaminate. E, per altro verso, addebiti alla norma la violazione del diritto della persona al rispetto dei propri beni, di cui all'articolo 1, del 1 prot. add. alla Convenzione, sotto diversi profili, e cioè 1 per essersi profondamente discostata - onde sopperire a mare esigenze di bilancio la legge è definita budgetarie e senza la ricorrenza di un contento di riforme economiche o social - dalla regola dell'integralità della riparazione corrispondente al valore venale dell'immobile, ritenuta dalla Corte imprescindibile nelle occupazioni non aventi base legale onde contemperare il giusto equilibrio tra i contrapposti interessi, di cui si è detto 2 per avere, quindi, recepito un criterio riduttivo collegato ad un parametro considerato già irrazionale nelle espropriazioni legittimo, comportante un sostanziale dimezzamento del valore del bene per di più soggetto ad ulteriore tassazione i perciò non avente alcuno dei requisiti minimi per rientrare nel novero delle soluzioni considerato ragionevoli 3 ed ancora, per averlo slealmente introdotto in giudizi iniziati ad impostati secondo diversi presupposti normativi, si da incorrere anche nella violazione dell'articolo 6, 1, della Convenzione, per il mutamento della regole in corsa posto che la Corte europea, pur non escludendo che in materia civile una nuova normativa possa avere efficacia retroattiva, aveva ripetutamente considerato lecita l'applicazione dello ius superveniens in causa soltanto in presenza di imperiuex motifs d'interet general ed affamato che in ogni altro caso cosa si concreta nella violazione del principio di legalità nonché del diritto ad un processo equo perché consente al potere legislativo di introdurre nuove disposizioni specificamente diretto ad influire sull'esito di un giudizio già in corso in cui è parte una Pa , ad induce il giudice a decisioni su base diversa da quella alla quale la controparte poteva legittimamente aspirare al momento di introduzione della lite cfr.sentenza della Grande Chambre, 28 ottobre 1999, Zielinski, nonché fra le più recenti Forrer-Niedenthal, 20 febbraio 2003, proprio in materia di espropriazione per Pu Ogib, 27 maggio 2004 e la stessa Scordino, 29 luglio 2004, 78 . 8. La giurisprudenza della Corte europea, conclusivamente, appare ormai del tutto consolidata nel ritenere il criterio indennitario stabilito dal comma 7bis dell'articolo 5bis in contrasto con i menzionati precetti della Convenzione e d'altra parte nella ricordata decisione Scordino, 29 luglio 2004 ha affermato che aia la Corte d'appello che la Corte di cassazione -non hanno omesso di fare riferimento alle disposizioni della legge criticata per suffragare le loro decisioni, si da rendere possibile l'ingerenza del potere legislativo nel funzionamento del potere giudiziario al fino d'influenzare la risoluzione della lite , in tal modo lanciando intendere che sussistesse l'obbligo, da parte del giudice nazionale, di non applicare una legge dello Stato sopravvenuta all'inizio della lite ad espressamente dichiarata applicabile ai giudizi in corno, quando invece doveva applicarsi la disciplina previgente tanto più che -assi gli organi giudiziari hanno modificato a danno degli interessati, con effetto retroattivo, l'indennizzo che essi potevano legalmente attendersi . Ciò malgrado, il collegio non ritiene che nella specie possa disapplicarsi una legge vigente dello Stato, per far riemergere la disciplina previgente, risalente alla regola enunciata dalla ricordata decisione 1464/83 delle Su della Corte e sostanzialmente incontrata sul disposto dell'articolo 39 della legge generale 2359/1865, muovendo da una protesa violazione della aspettative dell'avente diritto al quantum di una prestazione patrimoniale tanto più che la Corte costituzionale, proprio in relazione alla prevista retroattività dell'articolo 5bis legge 359/92, ne ha giudicata la conformità alle norma costituzionali Corte costituzionale 283/93, 442/93 148/99 e succ. . Ciò perché l'abrogazione della legge dello Stato al verifica nelle solo Ipotesi, già ricordato, dell'articolo 15 disp. prel. Cc e 136 Costituzione, che non tollerano la disapplicazione da parte del giudice, pur quando si avvalga della autorevole interpretazione del giudice internazionale. Ed il giudica, d'altra parte, è soggetto unicamente alla legge articolo 101 Costituzione , per cui ammettere un potere o addirittura un obbligo di non applicarla, significherebbe aprire un pericoloso varco al principio di divisione dei poteri, avallando una funzione di revisione legislativa da parte del potere giudiziario, che appare estraneo, al nostro sistema costituzionale. Vero é che in altra occasione questa Corte ha ritenuto che il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, è legato a come essa vive nella decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo, da cui è ricavabile una regola di conformazione, ed essendo espressione dell'obbligo della giurisdizione nazionale di interpretare ed applicare il diritto intorno, per quanto possibile, conformemente alla Convenzione e alla giurisprudenza di Strasburgo, essa ha natura giuridica, onde il mancato rispetto di essa da parte del giudica del merito concretizza il vizio di violazione di legge, denunziabile dinanzi alla Corte di cassazione Cassazione 1340/04 . Non mancano, peraltro. spunti per una lettura critica dei precedenti della Corte europea e dichiarazioni di non stretta vincolatività di essi Cassazione 8600/05 e 18249/05 . E tuttavia, un vincolo all'interpretazione del giudice nazionale è ravvisabile ove la norma nazionale costituisca, come nella disciplina dell'equa riparazione per l'irragionevole durata del processo, riproduzione delle norme convenzionali, per la quali i precedenti del giudice europeo costituiscono riferimento obbligato cfr.articolo 2, comma 1 della legge 89/2001 , così come è consentita la diretta applicazione alla fattispecie della norma convenzionale, ove essa sia immediatamente precettiva e comunque di chiara interpretazione, e non emergano conflitti interpretativi tra il giudice nazionale e il giudice europeo Cassazione 10542/02 . Ma la questione deva ricevere diversa impostazione ove si discuta della legalità di un istituto, quale quello dell'indennizzo espropriativo, non direttamente regolato dalla Convenzione europea dei diritti, ma giudicato in contrasto con i principi dalla stessa desumibili non è, infatti, ravvisabile nell'ordinamento, riguardo al preteso contrasto del diritto intorno con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, un meccanismo idoneo a stabilire la sottordinazione della fonte di diritto nazionale, rispetto alla fonte di diritto internazionale, ove la prima sia ritenuta in contrasto con quanto da una Corte sopranazionale cui gli Stati abbiano attribuito tale potestà, assimilabile alle limitazioni. di sovranità consentito dall'articolo 11 Costituzione, derivanti dal Trattato della Comunità europea e di conseguenza dalla fonti normativa dell'ordinamento comunitario. È appena il caso di notare, a tal proposito, che non sembra sostenibile neppure l'avvenuta comunitarizzazione della Convenzione europea dei diritti, in virtù del par. 2 dell'articolo 6 del trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 il rispetto dei diritti fondamentali della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, da parte dell'Unione, costituisce una direttiva per la istituzioni comunitarie, non una norma comunitaria rivolta agli Stati membri, onde, non potendo ritenersi che la disposizioni della suddetta Convenzione e quella del Trattato costituiscano parto integrante del diritto comunitario, non può domandarsene l'interpretazione alla Corte di giustizia della Comunità Cassazione 10542/02 ne è riprova la circostanza che nella prospettiva di adesione della comunità europea alla Convenzione sui diritti e le libertà fondamentali, il parere negativo della Corte europea fu dettato dalla riflessione per cui l'adesione avrebbe comportato l'inserimento della Comunità in un sistema istituzionale distinto, nonché l'integrazione del complesso delle disposizioni della convenzione nell'ordinamento comunitario Corte giust. CE, parere 2194/96 . E ancora, la Corte del Lussemburgo ha dichiarato la propria incompetenza a fornire elementi interpretativi necessari per la valutazione da parte del giudice nazionale della conformità di una normativa nazionale ai diritti fondamentali di cui cosa garantisce l'osservanza nel contento comunitario , quali risultano dalla Cedu, e ciò in quanto tale normativa riguarda una situazione che non rientra nel campo di applicazione del diritto comunitario Corte giust. CE, 29.5.1998, causa C-299/95 . Va osservato, peraltro, che la diretta efficacia nel nostro ordinamento dei poteri normativi, amministrativi e giurisdizionali degli organi comunitari, non può essere tale da modificare l'assetto costituzionale, dal quale comunque emergono controlimiti alle limitazioni di sovranità fra questi la Corte costituzionale ha individuato i principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale, oltre che i diritti inalienabili della persona umana sentenze 103/73, 232/89, 168/91 . Sicché potrebbe sostenersi, alla luce della pronunce della Corte costituzionale ma anche della Corte europea dei diritti dell'uomo in tema di indennizzo espropriativo che la misura di esso ragguagliata al valore di mercato, non tiene conto del principio costituzionale per cui il diritto di proprietà si trova in posizione recessiva rispetto all'interesse primario dell'utilità sociale Cassazione, 6173/04 . Conclusivamente, la fissazione di una riparazione commisurata al valore venale non può basarsi, nel recupero del dictum della Corte europea nelle pronunce avanti esaminate, come conformazione alla norme di diritto internazionale che secondo l'articolo 10 Costituzione impegna tutto l'ordinamento anche perché ai riconosce generalmente che la norma costituzionale non ha ad oggetto il diritto pattizio, e d'altro canto, il prezzo di mercato come compenso espropriativo non è un valore generalmente riconosciuto dagli Stati. E neppure vale trasferire la problematica sulla legge 840/55, che ha reso esecutiva la convenzione, perché, anche ove si accettasse l'interpretazione nel senso indicato dalla Corte europea, il giudice non avrebbe comunque il potere di creare una disciplina indennitaria sostitutiva, che resta comunque soggetta a margini di discrezionalità che competono solo al legislatore. La subordinazione della legge nazionale alle fonti internazionali è, invece, ora da riconoscere alla luce dell'articolo 117, comma 1, Costituzione, ma la questione non può porsi, sotto tale profilo, ma non a livello legislativo. come più avanti si dirà. La ragioni che precedono, riassumibili nell'impossibilità da parte di questa Corte, e più in generale del giudice nazionale, di disapplicare una legge dello Stato pur ritenuta in contrasto con la Cedu dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, escludono che la questione possa essere risolta in via interpretativa, con l'adozione di una lettura secundum constitutionem, atteso che l'articolo 5bis, comma 7bis di cui si discute, è già stato ritenuto non in contrasto con i parametri costituzionali, e che il criterio di cui i ricorrenti chiedono l'applicazione in alternativa, quello del valore venale, è stato dichiarato dalla Consulta privo di copertura costituzionale . Neppure sembra sostenibile un ruolo di supplenza, da parte del giudica, nelle funzioni del legislatore, per lungo tempo inadempiente all'impegno autoimposto, di predisporre una riforma in materia espropriativa l'articolo 5bis esordisce fino all'emanazione di un'organica disciplina per tutto le espropriazioni preordinate alla realizzazione di opere , anche perché nel caso non si tratta più di inerzia, ma ora di consapevole reiterazione del regime indennitario delle espropriazioni illegittime antecedenti al 30 settembre 1996, essendo stato per esse il criterio riduttivo definitivamente raccolto e confermato nell'articolo 55 Dpr 327/01, in vigore dall'1 luglio 2003, pur dopo la modifiche apportato dall'articolo 1 D.Lgs 302/02. Si può dunque configurare un intervento del legislatore che nella sua discrezionalità provveda a individuare un nuovo sistema indennitario tale da allinearsi agli obblighi internazionali e così evitare condanne per responsabilità derivanti dalla violazione della Convenzione, mentre deva escludersi la sussistenza a carico del giudica nazionale di un obbligo di disapplicare la disciplina legale, e supplire alla funzione del legislatore mediante un coordinamento delle fonti nel senso di affermare la prevalenza di quella convenzionale su quella interna vedi Cassazione 6173/04, cit. . 9. Vi cono tuttavia motivi per dubitare della legittimità costituzionale dell'articolo 5bis, comma 7bis del Dl 333/92 convertito in legge 359/92. Nella sentenza 148/99 della Corte costituzionale, e nelle ulteriori pronunce che richiamandosi al precedente non hanno ravvisato elementi nuovi per distaccarsene, la norma di determinazione del risarcimento del danno nelle occupazioni c.d. copropriative di suoli edificatori antecedenti alla data indicata, non è stata scrutinata secondo il parametro dell'articolo 111 Costituzione. Nella prima delle sentenze citato il giudica delle leggi, ha interamente richiamato la propria precedente pronuncia 283/93, la quale verificando la legittimità della disposizione transitoria di cui ai commi 6 e 7 dell'articolo 5bis, secondo il parametro dell'articolo 3 Costituzione, aveva osservato che l'applicabilità del nuovo criterio di determinazione dell'indennità secondo che la relativa misura fosso divenuta incontentabile prima dell'entrata in vigore della legge ovvero a tale momento fosse ancora sub iudice, corrispondeva ad una differenziazione dipendente dalla successione di leggi nel tempo e che l'irretroattività, pur costituendo un principio dell'ordinamento, non è elevato fuori dalla materia penale al rango di norma costituzionale, sicché, in una situazione, come quella della materia espropriativa, caratterizzata dalla carenza normativa e dell'applicabilità solo suppletiva del criterio del valore venale, la prevista retroattività dell'intervento legislativo non confliggeva con il canone della ragionevolezza. La stessa sentenza, però. conclusa che la questione non ora fondata nei termini così puntualizzati . Sembrano esistere gli elementi per una rivalutazione della questione, alla luce del diverso parametro dell'articolo 111 Costituzione, riscritto in epoca successiva alle pronunce sull'articolo 5bis della legge 359/92, che negli ideali del giusto processo incarna la lealtà che alla parte in giudizio è dato attenderai dal sistema, senza che la vengano mutato le regole in corso. I contenuti dell'articolo 111 Costituzione, particolarmente nelle suo parti programmatiche comma 1 e 2 , sembrano ancora in gran parte da esplorare. Così come è ancora da chiarire fino in fondo il rapporto di discendenza della nuova formulazione della norma costituzionale dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Se l'originario intento di costituzionalizzare l'articolo 6 della Convenzione pare modificato nel corso dei lavori parlamentari, giacché nel risultato testuale dell'articolo 111 Costituzione si ritrovano solo assonanze o similitudini rispetto alla formula internazionale, non di mano, sembra da avallare la tesi di riscontrare nella giurisprudenza della Corte dei diritti, il materiale utile alla ricostruzione dei nuovi precetti costituzionali. La collocazione della Convenzione europea nella gerarchia delle fonti non è mai stata chiarita appieno, giacché la qualificazione di asse come fonte atipica Corte costituzionale 10/1993 non risolva fino in fondo la non infrequenti ipotesi di conflitto, non solo con la norma di legge ordinaria, precedenti e successive, ma con la stagno norme costituzionali e la concezione liberale del diritto di proprietà che fa da sfondo all' interpretazione rana dalla Corte dei diritti sull'articolo 1, I prot. add. si veda, oltre alle sentenza Scordino del 29 luglio 2004 e 17 maggio 2005 anche l'altra sentenza, sempre in causa Scordino, del 15 luglio 2004, sulla reiterazione dei vincoli urbanistici non appare perfettamente in linea con il disegno dell'Assemblea costituente nell'articolo 42, ma anche, più in generale, nell'articolo 41 Costituzione , di mediare le facoltà dominicali e imprenditoriali con l'utilità pubblica. Ciò non toglie che alla ricerca del significato precettivo del parametro costituzionale, possa utilmente ricorrersi all'interpretazione che dell'analoga disposizione dell'articolo 6 della Convenzione dalla quale la stessa modifica costituzionale è stata indotta ha reso la Corte europea il senso della pronuncia Scordino del 29 luglio 2004, e di quelle del 2005 e 2006 sulla sopravvenienza del criterio riduttivo di cui al comma 7bis dell'articolo 5bis, è che la parità delle parti davanti al giudica implichi la necessità che il potere legislativo non si intrometta nell'amministrazione della giustizia allo scopo di influire sulla risoluzione della singola causa, o di une circoscritta e determinata categoria di controversie. La fattispecie conosciuto dai giudici di Strasburgo sono del tutto similari ai fatti della causa di cui questo collegio è chiamato a conoscere, nei termini ricostruiti dalla Corte d'appello di Napoli i proprietari espropriati nell'anno 1985 in forza della c.d. occupazione acquisitiva o appropriativa agiscono in giudizio per ottenere l'indennizzo di natura risarcitoria loro riconosciuto dalla giurisprudenza di quanta Corte fondata sull'articolo 39 della legge 2359/1865 ed ancor più specificamente dall'articolo 3 della legge 458/89, nella misura corrispondente al valore venale dei beni sottoposti a procedimento ablatorio. La Corte di appello di Napoli ha accolto la domanda e liquidato il risarcimento del danno loro dovuto in base al criterio suddetto. Nel corso del primo giudizio davanti a questa Corte è sopravvenuto l'articolo 3, comma 65 della legge 662/96 che ha aggiunto il comma 7bis all'articolo 5bis Dl 11 luglio 1992, convertito in legge 8 agosto 1992, con il quale ha commisurato l'indennizzo in questione ai criteri di determinazione dell'indennità di cui al comma 1, con esclusione della riduzione del 40%, ed aumento del 10%, e stabilito l'applicazione del nuovo criterio anche ai procedimenti in corno non definiti con sentenza passata in giudicato perciò disposto dalla precedente sentenza 457/98 di questa Corte con il risultato di ridurre, a giudizio iniziato, di poco meno del 50% la somma per il conseguimento della quale i proprietari si erano determinati ad agire in giudizio. La norma si pronta ulteriormente, alla luce della Convenzione dei diritti, come interpretata dalla Corte europea, alla censura di contrasto con l'articolo 117, comma 1, Costituzione. La nuova formulazione della norma costituzionale appare diretta a colmare una lacuna dell'ordinamento, difficilmente superabile - come sopra accennato - alla luce dell'articolo 10 Costituzione Né può trarre in inganno la sedes materiae, per ridimensionare l'affetto della disposizione al riparto di competenza legislativa Stato-ragioni In cosa sembra doversi ravvisare il criterio ispiratore di tutta la funzione legislativa, anche di quella contemplata dal secondo comma, riguardante la competenza esclusiva dello stato, cui è riconducibile la normativa in tema di indennità di espropriazione. Il ravvisato contrasto della vigente normativa indennitaria con la Convenzione no determina una sopravvenuta ragione di incostituzionalità con l'articolo 117, comma 1 le norme della Convenzione, in particolare gli articoli 6 e 1, prot. I add., divengono norma interposta, attraverso l'autorevole interpretazione che ne ha reso la Corte di Strasburgo, nel giudizio di costituzionalità la sopravvenuta incompatibilità dell'articolo 5bis attiene ai profili evidenziati dalla Corte europea dei diritti, ovvero alla contrarietà ai principi del giusto processo, e alla incongruità della misura indennitaria, nel rispetto che oh dovuto al diritto di proprietà. 10. Conclusivamente, vanno dichiarate rilevanti, e non manifestamente infondate la questioni di legittimità costituzionale riguardanti l'articolo 5bis, comma 7bis Dl 333/92, convertito in legge 359/92 -per contrasto con l'articolo 111, primo e comma 2 Costituzione, anche alla luce dell'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nella parte in cui, disponendo l'applicabilità ai giudizi in corso della regola di determinazione del risarcimento del danno per occupazione illegittima in cono contenuto, viola i principi del giunto processo, in particolare la condizioni di parità delle parti davanti al giudice, che risultano lese dall'intromissione del potere legislativo nell'amministrazione della giustizia allo scopo di influire nulla risoluzione di una circoscritta e determinata categoria di controversie -per contrasto con l'articolo 117, comma 1, Costituzione, anche alla luce dell'articolo 6 e dell'articolo 1 del I prot. add. della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nella parte in cui, disponendo l'applicabilità al giudizi in corno delle regole di determinazione del risarcimento del danno per occupazione illegittima in anno contenute, ad assicurando un trattamento indennitario lesivo del diritto di proprietà, viola i vincoli derivanti dagli obblighi internazionali. PQM La Corte, visti gli articoli 134 Costituzione e 23 della legge 87/1953, dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 3 comma 65, della legge 662/96 che ha aggiunto il comma 7bis dell'articolo 5bis Dl 333/92, convertito in legge 359/92, per contrasto, nei sensi di cui in motivazione, con gli articoli 111, comma 1 e 2 comma, Costituzione, anche alla luce dell'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, reda esecutiva dell'uomo e delle liberatà fondamentali, resa esecutiva con legge 848/55, nonché 117, comma 1, Costituzione, anche alla luce dell'articolo 6 e dell'articolo 1 del I prot. add. della Convenzione. Dispone l'immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale e sopsende il giudizio. Dispone altresì che la presente ordinanza sia notificata, a cura della cancelleria, al Presidente del Consiglio dei Ministri ed alle parti, ed inoltre comunicata al Presidente della Camera dei Deputati, nonché al Presidente del Senato della Repubblica.