Il premio di produttività, se regolamentato dall'azienda, non è un automatismo

Un accordo interno se la contrattazione nazionale delega in tal senso può sospenderne l'erogazione. Che non è legata ai soli dati di bilancio ma a risultati programmati legati ad una più ampia serie di parametri per esempio qualità e competitività

Premio di produttività, l'accordo aziendale può sospenderne l'erogazione se la contrattazione collettiva nazionale gli ha delegato l'interna regolamentazione dell'istituto. Il potere aziendale, infatti, può spingersi fino al punto di escludere il premio nel caso di mancata realizzazione degli obiettivi di produzione e di risultati economici dell'impresa . Lo ha chiarito la sezione lavoro della Cassazione nella sentenza 21379/05, depositata il 4 novembre scorso e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. In particolare, la Suprema corte ha sottolineato che nei rapporti giuridici di durata, quale il rapporto di lavoro, non è interdetto al legislatore e alle parti stipulanti i contratti collettivi di modificare, in peius, la posizione di una delle parti, anche mediante la modifica di un sistema di calcolo della retribuzione o del trattamento di quiescenza, con riguardo ad un periodo già trascorso, salvo il limite della ragionevolezza ed escluso il diritto di ripetere somme già corrisposte . In altre parole, il limite all'autonomia delle parti contraenti nel dettare un nuovo regolamento dei rapporti in corso è ancor più tenue rispetto alla discrezionalità del legislatore civile atteso che il contratto non dà luogo a comandi impartiti unilateralmente e imperativamente, ma costituisce, nel suo schema normale, il punto di incontro di contrapposte esigenze e valutazioni, rimesse alla libertà delle parti ed espresse nell'atto di autonomia. Di conseguenza - dice la Cassazione - l'intervento giudiziale, inteso ad alterare assetti economici-giuridici spesso raggiunti all'esito di difficili trattative può essere più idoneo a compromettere, che a salvaguardare, i valori, di rilievo costituzionale, posti a fondamento dei cosiddetti diritti quesiti . E ciò vale ancor di più quando, come nel caso in esame, si tratta di contrattazione collettiva sviluppatasi nell'ampia cornice del Protocollo di intesa tra Governo e sindacati del 23 luglio 1993, sulla politica dei redditi e dell'occupazione. Nella specie, gli ermellini hanno confermato la decisione di merito che aveva ritenuto, con riferimento all'articolo49 del Ccnl 19 dicembre 1994, che l'attribuzione del premio di produttività non fosse correlata a meri risultati di bilancio, ma al raggiungimento di risultati programmati, di produttività del lavoro, di qualità e di altri elementi di competitività di cui le imprese disponessero. In sostanza, per la sezione lavoro di Piazza Cavour la circostanza che le parti sociali avessero discusso fino a raggiungere l'accordo aziendale del 28 giugno 1997 con il quale decisero di escludere la corresponsione del premio aziendale per gli anni 1996, 1997 e 1998, non deponeva affatto, sul piano logico, per l'erroneità dell'interpretazione accolta dal giudice di merito, non risultando che le parti sociali si ponessero un problema interpretativo o non, piuttosto, una questione di natura lato sensu economica concernente i risultati di gestione e di raggiungimento di dati obiettivi sottostanti all'erogazione del premio, in relazione alla decisione della non erogazione dello stesso per i tre anni indicati .

Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 21 settembre-4 novembre 2005, n. 21379 Presidente Ciciretti - Relatore Vigolo Ricorrente Bruni Svolgimento del processo Con sentenza 24 gennaio 2000 il Tribunale di Roma dichiarava la nullità del ricorso col quale il sig. Angelo Bruni aveva chiesto la condanna della Banca di Roma a pagargli, per l'anno 1996-1997, il premio di produttività previsto dall'articolo 49 del Ccnl di lavoro. Su appello del lavoratore, la Corte di appello di Roma, con sentenza 29 luglio 2002,respingeva la domanda. l giudice del gravame ha ricordato che l'articolo 45 del Ccnl 23 novembre 1990 aveva previsto l'istituzione di premi di produttività a livello aziendale e aveva demandato alla contrattazione aziendale la determinazione dei criteri di quantificazione con effetto per tutta la durata del contratto nazionale misurazione della produttività del 1993 riferita al bilancio 1992 . Successivamente, in conformità al protocollo di intesa 23 luglio 1993 tra Governo e parti sociali prevedente la commisurazione delle erogazioni del livello di contrattazione aziendale ai risultati di realizzazione di programmi concordati tra le parti volti all'incremento della produttività e ad altri elementi di competitività, nonché ai risultati legati all'andamento economico dell'impresa, l'articolo 49 del Ccnl del 19 dicembre 1994, aveva previsto l'attribuzione di un premio aziendale,in sostituzione di quello di cui al citato contratto nazionale del 23 novembre 1990, secondo il metodo definito a livello aziendale in stretta correlazione ai risultati conseguiti nella realizzazione di programmi, concordati tra le parti, aventi come obiettivo incrementi di produttività del lavoro, di qualità ed altri elementi di competitività di cui le imprese dispongano, nonché ai risultati legati all'andamento economico dell'impresa Tuttavia, in via transitoria, il premio per gli armi 1994 e 1995, sarebbe stato corrisposto secondo i criteri dell'articolo 45 del Ccnl del 1990, mentre il premio relativo agli esercizi compresi nel quadriennio di vigenza della contrattazione integrativa avrebbe dovuto essere negoziato in sede aziendale, talché, secondo la Corte di appello, per detti esercizi la contrattazione aziendale avrebbe avuto il compito non solo di definire i criteri per la determinazione del premio articolo 157, lettera a Ccnl , ma anche l'intera regolamentazione dell'istituto. Ne sarebbe conseguito che t in presenza di concordi valutazioni negative delle parti circa la realizzazione degli obiettivi di produzione e dei risultati dall'andamento economico dell'impresa, l'erogazione del premio avrebbe potuto anche non avere corso. Del tutto illegittimo era, quindi, l'accordo aziendale del 28 giugno 1997, col quale le parti sociali, nell'ambito di una strategia complessiva di contenimento dei costi di rilancio dei piani di sviluppo e di salvaguardia dei posti di lavoro, convennero di escludere la corresponsione del premio aziendale per gli anni 1996, 1997 e 1998, senza che tale accordo aziendale potesse considerarsi derogatorio o peggiorativo rispetto alle previsioni del contratto collettivo nazionale che aveva, appunto, conferito alla contrattazione aziendale ogni determinazione circa la stessa attribuzione' del premio, in ordine al quale non avrebbe potuto perciò configurarsi un diritto quesito dei lavoratori per gli anni 1996 e 1997, sulla base di una regolamentazione collettiva non più esistente. Il rilievo dell'appellante, secondo cui sarebbe stato a lui inapplicabile l'accordo aziendale del 1997 perché stipulato da organizzazioni sindacali cui non aveva aderito, andava disatteso, perché, astraendo anche dall'efficacia erga omnes del contratto collettivo aziendale, doveva rilevarsi che la stessa associazione di appartenenza del lavoratore SILCEA-CISAL lo aveva successivamente e legittimamente sottoscritto tramite la segreteria dell'organo di coordinamento delle Rsa la sottoscrizione della Segreteria nazionale essendo richiesta solo per la contrattazione nazionale . Era, comunque t assorbente rilevare che, anche a ritenere inapplicabile l'accordo al Bruni, dalla pretesa inapplicabilità, non sarebbe per lui venuto in essere il diritto al premio per gli anni 1996 - 1997, in assenza di disposizioni collettive aziendali in tal senso. La norma dell'articolo 157 del Ccnl, contrariamente a quanto ritenuto dall'appellante, doveva essere letta e coordinata con l'articolo 49 dello stesso contratto, contenente l'attribuzione alla contrattazione integrativa aziendale della potestà di regolamentare il premio aziendale per gli anni 1996 e 1997. Per la cassazione di questa sentenza Angelo Bruni ricorre affidandosi a tre motivi. Resistono con controricorso Capitalia Spa, capogruppo del gruppo bancario Capitalia Spa, già denominata Banca di Roma Spa e la nuova Banca di Roma Spa, cessionaria del ramo di azienda nel quale era impiegato il Bruni , ivi compresi i rapporti di lavoro e le relative controversie, da parte della Minghetti Finanziaria Spa che aveva assunto la nuova denominazione sociale di Banca di Roma Spa. Le controricorrenti eccepiscono l'inammissibilità del ricorso sotto i seguenti profili mancata illustrazione dei motivi per cui la sentenza viene censurata, essendosi il ricorrente limitato a riproporre le argomentazioni già svolte nei precedenti gradi introduzione di un nuovo tema di indagine presunta violazione degli articoli 1218 e 1346 Cc . Memorie hinc et inde. Motivi della decisione Con i motivi di ricorso, il dipendente deduce 1 violazione e falsa applicazione degli articoli 1362 e 1372 Cc con riferimento al combinato disposto degli articoli 157 e 49 Ccnl., nonché dell'articolo 2099, 1966 e 1387 Cc 2 violazione e falsa applicazione degli articoli 1218 e 1346 Cc con riferimento agli articoli 1349, 2126 e 2099 Cc, nonché all'articolo 1218 Cc 3 omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Il ricorrente, trattando unitariamente questi motivi, osserva che l'azienda non avrebbe condotto una estenuante trattativa con i sindacati al fine di sentirsi esonerata dal corrispondere il premio di produttività, sino a concludere con cinque di essi l'accordo del 27 giugno 1997, ratificato dalla SILCEA il 4 febbraio 1999 se le norme contrattuali avessero avuto il contenuto loro attribuito dalla Corte di appello. Sostiene che la sola condizione di erogabilità del premio, rappresentata dalla sussistenza di incrementi di produttività e di utili di bilancio, emergeva come non sarebbe contestato dai bilanci della Banca per gli anni 1996 e 1997, sicché le parti sociali non avrebbero potuto disporre retroattivamente la sospensione del premio ed incidere così su diritti già acquisiti dai singoli lavoratori. Espone il ricorrente che l'articolo 49 del Ccnl del 1994 - sostitutivo dell'articolo 45 del Ccnl del 1990 - ha previsto l'attribuzione di un premio aziendale da corrispondersi annualmente in stretta correlazione con i risultati di produttività del lavoro e con l'andamento economico di ogni singola impresa. In via transitoria, l'articolo 49 cit. ha disposto che la quantificazione del premio dovesse attuarsi per l'anno 1994, sulla base dei criteri fissati dall'articolo 45 del Ccnl 1990 comma 1 , per l'anno 1995, attraverso l'applicazione dei medesimi criteri con un incremento del 20% sugli importi da corrispondere al raggiungimento di determinati valori economici comma 2 , mentre per gli altri esercizi compresi nel quadriennio di vigenza del Ccnl, la determinazione avrebbe dovuto formare oggetto di contrattazione aziendale, fermi restando i criteri di cui al precedente comma 2. Il contratto collettivo integrativo del 1992 aveva poi specificato, sulla base di quanto previsto dal Ccnl, i criteri di determinazione dell'ammontare del premio. Tanto premesso, il ricorrente sostiene che, trattandosi di contratto a prestazioni corrispettive, la retribuzione sarebbe spettata allo scadere del periodo unitario nel quale la prestazione era stata eseguita, indipendentemente dal momento di effettivo pagamento. Il premio di produttività era destinato a compensare la prestazione lavorativa tra l'1 gennaio e il 31 dicembre 1996 e a questa seconda data esso era entrato nel patrimonio dal lavoratore, anche se la sua erogazione era stata convenzionalmente stabilita al giugno dell'anno successivo dopo l'approvazione del bilancio entro il 30 aprile . Si era dunque in presenza di un diritto quesito sul quale non avrebbero potuto incidere gli accordi collettivi aziendali del 26, 28 giugno e lO luglio 1997. L'articolo 49 del Ccnl del 1994, secondo parte ricorrente, non aveva rimesso alla contrattazione aziendale la scelta dei criteri di determinazione del premio avendo fissato direttamente, per il quadriennio di vigenza contrattuale, i criteri generali già introdotti dall'articolo 45 del Ccnl del 1990 , ma avrebbe conferito alla contrattazione integrativa aziendale il limitato compito di integrare, adeguare ed armonizzare tali criteri in funzione dei dati emergenti dalle diverse realtà locali, non certo il potere di estinguere il diritto al corrispettivo,rappresentato dal premio in questione. In ordine a tale diritto, il lavoratore sostiene di non avere mai conferito ad alcun sindacato il poter di disporne, in particolare, di transigere, del che era prova il successivo ricorso all'autorità giudiziaria, ancora prima della ratifica dell'accordo da parte di altre associazioni sindacali inizialmente dissenzienti tra le quali non figurava la SILCEA . Il ricorrente deduce altresì che, già in sede di procedimento ex articolo 28 legge 300/1970, il Pretore di Roma aveva ritenuto che gli accordi del giugno 1997 fossero inapplicabili al personale iscritto alla SILCEA, non aderente all'accordo l'omesso versamento del premio aziendale sostanziava un inadempimento contrattuale, a fronte del quale il lavoratore aveva diritto all'adempimento in forma specifica o al risarcimento del danno per equivalente. Né la banca avrebbe potuto dedurre l'impossibilità di adempiere per mancata determinazione della misura del premio in quanto esso ben avrebbe potuto determinarsi secondo i criteri in essere negli anni precedenti e non disdettati oppure in via equitativa dal giudice, ai sensi degli articoli 1342 e 2099 Cc. La conclusione di accordi sindacali per la soppressione retroattiva del premio costituiva comportamento contrario a buona fede. Anche nell'ipotesi in cui si dovesse ritenere illegittimo l'articolo 49 cit., in quanto in via di mera ipotesi non determinava e non rendeva determina bile l'oggetto della pattuizione, e si dovesse ritenere, quindi, la nullità dell'accordo, il lavoratore avrebbe avuto egualmente diritto alla retribuzione ai sensi dell'articolo 2126 Cc. Il ricorso non merita di essere accolto anche perché presenta rilevanti profili di inammissibilità. La controversia verte, principalmente, sulla interpretazione dell'articolo 49 del Ccnl del 1994 che, secondo quella accolta dal giudice di appello il quale ha riferito per sintesi il contenuto della disposizione , avrebbe demandato alla contrattazione aziendale non solo la definizione dei criteri per la determinazione del premio, ma l'intera regolamentazione dell'istituto, sino al potere di stabilire di non procedere all'erogazione del premio in caso di mancata realizzazione degli obiettivi di produzione e di risultanti economici dell'impresa. Il ricorrente, che contesta siffatta interpretazione, la cui validità andava verificata anzitutto sul contenuto letterale dell'articolo, avrebbe dovuto riportare letteralmente nell'atto di impugnazione il testo della disposizione, in osservanza del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, stante il divieto per il giudice di legittimità di ricercare negli atti gli elementi fattuali utili per la decisione della controversia lo stesso giudice deve, infatti, essere posto in condizione di giudicare della fondatezza del ricorso e della rilevanza e decisività delle risultanze processuali in base allo stesso loro contenuto Cassazione 15751/03 15279/03 13012/03 10576/03 . Irritale è la trascrizione della disposizione collettiva contenuta nella memoria depositata ex articolo 378 Cpc, avendo questa mera funzione illustrativa del ricorso. D'altro lato, l'interpretazione dell'articolo 49 cit. accolta dalla Corte di appello non appare scorretta dal punto di vista logico e giuridico. Stando, invero, al contenuto della disposizione riportato nella sentenza impugnata e alla trascrizione contenuta nella memoria delle controricorrenti la attribuzione del premio non era correlata ai meri risultati di bilancio, ma anche al raggiungimento di risultati programmati, di produttività del lavoro, di qualità e di altri elementi di competitività di cui le imprese dispongano. La circostanza che le parti sociali avessero discusso fino a . raggiungere l'accordo aziendale del 28 giugno 1997 col quale decisero di escludere la corresponsione del premio aziendali per gli anni 1996, 1997 e 1998, non depone affatto, sul piano logico, come dedotto dal ricorrente per la erroneità della interpretazione della contrattazione collettiva accolta dalla Corte di appello, in quanto non risulta che le parti sociali si ponessero un problema interpretativo, o non, piuttosto, una questione di merito, di natura in senso lato economico e concernente i risultati di gestione e di raggiungimento di determinati obiettivi sottostanti alla erogazione del premio, in relazione alla decisione della non erogazione dello stesso per i tre anni indicati. Sicché, secondo tale prospettazione, conforme alle argomentazioni del giudice di appello, non ha senso invocare, in assenza di una determinazione delle parti collettive, un intervento giudiziale, estensivo delle regole prescritte per gli esercizi precedenti o applicativo di criteri equitativi. Le considerazioni svolte escludono, dunque, che in capo al Brunini fosse maturato il diritto quesito in questione. In tema di pretesi diritti quesiti , questa Corte Cassazione 4301/93 ha avuto occasione di affermare che nei rapporti giuridici di durata, quale il rapporto di lavoro, non è interdetto al legislatore di intervenire medicando in peius la posizione di una delle parti, anche quando trattasi di modificare un sistema di calcolo della retribuzione o del trattamento di quiescenza con riferimento ad un periodo già trascorso, salvo il limite della ragionevolezza e salva, l'assenza del diritto di ripetere somme già corrisposte questo principio è enunciato espressamente dalla Corte costituzionale nella sentenza 349/85 e più recentemente nella sentenza 246/92, par. 6 della parte motiva, esso tanto più vale quando, come nel caso di specie, non si tratti di successione di leggi bensì di contratti collettivi. Per quanto attiene specificamente a questi ultimi, il limite all'autonomia delle parti contraenti nel dettare un nuovo regolamento dei rapporti in corso è ancor più tenue che per quanto riguarda la discrezionalità del legislatore civile. Il contratto, infatti, a differenza della legge, non dà luogo a comandi impartiti unilateralmente e imperativamente, ma costituisce, nel suo schema normale, il punto di incontro di contrapposte esigenze e valutazioni, rimesse alla libertà delle parti ed espresse nell'atto di autonomia , sicché l'intervento giudiziale, inteso ad alterare assetti economico-giuridici spesso raggiunti ad esito di difficili trattative, può essere più idoneo a compromettere che a salvaguardare i valori, di rilievo costituzionale, di solito posti a fondamento della teoria dei cosiddetti diritti quesiti . Occorre dare atto che siffatta conclusione è stata raggiunta in relazione ad un bilanciamento riservato all'autonomia collettiva di svantaggi e vantaggi derivanti per i lavoratori dalla contrattazione collettiva, ma non per questo può sostenersi che il principio sopra enunciato non si attagli alla fatti specie ora in esame, in quanto le considerazioni appena esposte sono tanto più valide in quanto, come risulta dalla sentenza appellata, si tratta di contrattazione collettiva sviluppatasi tutta nell'ampia cornice del protocollo di intesa Governo-sindacati del 23 luglio 1993, sulla politica dei redditi e dell'occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostengo al sistema produttivo . Correttamente, poi, ha rilevato il giudice di appello che il sindacato di appartenenza del Bruni Silcea aveva successivamente prestato adesione all'accordo del 1997. Né può costituire revoca negozio ricettizio del mandato rappresentativo conferito al sindacato dal lavoratore ad esso aderente, la circostanza che quest'ultimo abbia agito in giudizio, prima dell'adesione della Silicea all'accordo sindacale, nei confronti del datore di lavoro, insorgendo contro l'applicazione da parte di quest'ultimo delle disposizioni dell'accordo. Del tutto fuori luogo, infine, è il richiamo da parte del ricorrente all'articolo 2126 Cc prestazioni di fatto con violazione di legge , avendo il lavoratore prestato la propria attività nell'ambito delle pattuizioni individuali e collettive, senza alcuna loro contrarietà alla legge e senza che sia posto in discussione il diritto alla retribuzione. Affatto diversa, infatti, è la problematica dell'entità della retribuzione spettante, in relazione al contestato diritto al premio di produzione. Le deduzioni del ricorrente in ordine alla legittimazione degli organi del Silicea a prestare adesione al contratto collettivo implicano accertamenti di fatto non demandabili al giudice di legittimità al quale, oltretutto, non sono stati precisati a tal fine i necessari dati di giudizio. Del pari, non vi sono elementi per ritenere l'efficacia di giudicato di decisione che si assume adottata dal giudice del lavoro ex articolo 28 dello Statuto del lavoratori. Conclusivamente, assorbito ogni altro profilo di censura e di inammissibilità del ricorso, questo deve essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza. PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a pagare a controparte le spese di questo giudizio complessivamente in euro 27, oltre euro 2000 per onorari.