La responsabilità contabile del dirigente per le spese di rappresentanza

di Aurelio Laino e Paola Briguori

Sussiste la responsabilità contabile di un direttore di un'accademia che abbia utilizzato la carta di credito dell'istituto per effettuare spese esorbitanti dalle finalità di rappresentanza istituzionale dell'ente stesso. Il funzionario che utilizzi la carta di credito va qualificato come agente contabile, tenuto a rendere conto della propria gestione all'amministrazione per tale motivo egli si libera della responsabilità concernente le spese effettuate con tale strumento di pagamento unicamente dimostrando la legittimità del suo utilizzo. Il Procuratore regionale non è tenuto a fornire copia all'intimato degli atti di indagine indicati nell'invito a dedurre, soprattutto laddove essi siano di consistenza tale da renderne difficoltosa la riproduzione fotostatica e gli stessi siano rinvenibili mediante l'esercizio del diritto di accesso ex articolo 22 legge 241/90. In caso di ritenuta responsabilità a titolo di dolo del responsabile principale, non è necessaria l'integrazione del contraddittorio iussu iudicis con gli altri eventuali concorrenti a titolo di mera colpa grave, non ricorrendo un'ipotesi di litisconsorzio sostanziale, stante che tali concorrenti rispondono solo in via sussidiaria e pro quota, a fronte di una responsabilità per l'intero e principale del suddetto responsabile che ha agito dolosamente. È quanto stabilito dalla Corte dei conti con la sentenza 682/05 depositata lo scorso 9 novembre e qui leggibile nei documenti correlati . Pubblichiamo di seguito il commento di Aurelio Laino e Paola Briguori. di Aurelio Laino e Paola Briguori* Ancora una sentenza della terza sezione centrale d'appello della Corte dei conti la n. 682 del 9 novembre scorso , questa volta pronunciata su una vicenda relativa all'indebito utilizzazione di carte di credito da parte di un funzionario pubblico. Decisione, peraltro, che ha avuto pure una certa eco nella stampa specializzata v. l'articolo di G. Mantica apparso su Italia Oggi del 17 gennaio 2006 , soprattutto sotto il profilo dell'inconferenza delle spese effettuate dal dipendente con tale strumento di pagamento riguardanti gioielli, abbigliamento, vacanze, oggetti d'antiquariato e quant'altro , rispetto ai fini di rappresentanza istituzionale cui pure le stesse si pretendevano far rientrare. In realtà, come chiariremo meglio in seguito, più che sotto tale aspetto, da ritenersi pressoché pacifico, la pronuncia risolve, meritoriamente, talune problematiche processuali pregiudiziali di un certo interesse, ai fini dell'esatto inquadramento dogmatico della responsabilità amministrativa e del relativo processo, indicando - nel contempo - la veste assunta, in seno all'ordinamento contabile, dal funzionario che adoperi carte di credito per effettuare spese per conto e nell'interesse dell'ente pubblico. I FATTI CHE HANNO DATO LUOGO AL PROCESSO - Il direttore di un'accademia, operante nel campo della formazione post universitaria attinente alla materia dei trasporti marittimi - l'International Maritime Accademy Ima , traente origine da uno speciale accordo intercorso tra il Governo italiano e l'Organizzazione marittima internazionale quest'ultima diretta emanazione dell'Onu e frutto dell'apporto partecipativo di diversi enti locali dislocati sul territorio Università, Camera di commercio, Provincia e Autorità portuale - viene convenuto in giudizio, dalla competente Procura regionale della Corte dei conti, per rispondere del danno erariale pari ad oltre 260 mila euro , causato all'Istituto stesso per effetto dell'indebito utilizzo della carta di credito di titolarità della scuola e a questi affidata per l'effettuazione di spese di rappresentanza. A seguito dell'indagine condotta dal p.m. contabile, invero, era emerso come costui avesse adoperato, per oltre un quadriennio, tale strumento di pagamento per disporre acquisti che, certamente, come visto, apparivano assolutamente incoerenti con le finalità istituzionali dell'accademia suddetta. Di qui l'azione risarcitoria intrapresa dalla Procura, accolta dalla Corte territoriale, che ha condannato il direttore a titolo di dolo intenzionale e assolto l'altro convenuto - il rappresentante del collegio dei revisori della scuola - per difetto di gravità nella colpa concernente l'omissione dei dovuti controlli sulla contabilità delle spese. Naturalmente, non contento dell'esito del processo in primo grado, il condannato appella la sentenza in seconde cure, motivando l'impugnazione con una serie di argomentazioni processuali, ovvero a il difetto di giurisdizione della Corte dei conti, per essere l'accademia un'associazione privata, stante che il procedimento amministrativo di riconoscimento quale consorzio universitario e, dunque, ente pubblico istituzionale , non ha avuto esito positivo b l'improcedibilità della domanda risarcitoria avanzata dal Pm, non essendo stato consentito al convenuto, nel contraddittorio preliminare instaurato con l'invito a dedurre, ex articolo 5 legge 19/1994, di estrarre copia della corposa documentazione richiamata nel predetto atto, ai fini di una più compiuta difesa ante causam c nullità della sentenza di primo grado, per non essere stata accolta la richiesta dell'appellante di integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri membri del collegio dei revisori dei conti e del Presidente dell'accademia, responsabili degli omessi controlli contabili. Nel merito, poi, il direttore ribadisce la conformità delle spese effettuate con gli scopi rappresentativi propri della scuola da lui diretta. L'UTILIZZAZIONE DELLA CARTA DI CREDITO DA PARTE DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI - Si tratta di un'innovazione nelle modalità di liquidazione delle spese afferenti il regolare funzionamento della macchina amministrativa, introdotta con la legge finanziaria per l'anno 1996 articolo 1, commi 47-52, legge 549/95 . È stata così ammessa, in via generale, nell'ambito dei vigenti sistemi di pagamento, l'utilizzazione della carta di credito da parte di dirigenti e funzionari pubblici per l'esecuzione di spese, anche all'estero, rientranti nella rispettiva competenza, qualora non sia possibile o conveniente ricorrere alle ordinarie procedure. Il medesimo utilizzo è, altresì, ammesso per il pagamento delle spese di trasporto, vitto e alloggio sostenute dal personale, inviato in missione sia in territorio nazionale che non. Per inciso, l'azione di ammodernamento delle procedure contabili di spesa delle Pa ha interessato anche il saldo dei pedaggi autostradali relativo agli automezzi di servizio, potendo questi ultimi essere dotati di sistemi automatizzati di rilevamento o pagamento tipo viacard, ovvero telepass , con la conseguente facoltà per le stesse amministrazioni di stipulare i relativi contratti, nonché di aprire, anche in deroga alle vigenti normative, conti correnti bancari destinati all'addebito di detti pedaggi. Il tutto, peraltro, subordinato all'emanazione di un apposito regolamento ministeriale, cui è stato demandato il compito di disciplinare puntualmente le relative procedure contabili e di controllo della spesa. A tale scopo, il Dm 701/96 stabilisce che, ferma restando l'impossibilità o l'antieconomicità di avvalersi delle ordinarie modalità di liquidazione della spesa, l'utilizzazione della carta di credito sia consentita solo per l'esecuzione delle spese concernenti a beni, lavori e servizi in economia b la rappresentanza delle amministrazioni in Italia ed all'estero c l'organizzazione e la partecipazione a seminari ed a convegni d le missioni e l'esercizio di funzioni di giustizia, di emergenza affidate a strutture della protezione civile, di tutela della sicurezza e dell'ordine pubblico articolo 1 . Titolari della carta di credito possono essere esclusivamente i soggetti incaricati dell'indirizzo politico-amministrativo e degli uffici di diretta collaborazione ministeriale, nonchè gli appartenenti ad ogni ordine magistratuale, così come gli avvocati dello Stato, i dirigenti generali ed equiparati, nonchè i dirigenti ed i funzionari delle amministrazioni civili e militari dello Stato, rientrando nella competenza del dirigente preposto alla direzione di strutture organizzative l'adozione dei provvedimenti di autorizzazione, revoca, sospensione o limitazione d'uso della carta di credito articolo 2 . Interessante è notare come, probabilmente per il timore di un aumento eccessivo ed incontrollato delle uscite, indotto dalla facilità di utilizzo connaturata a siffatto strumento finanziario, l'utilizzo della carta di credito sia stata dal legislatore improntata ad un criterio di necessaria gradualità nel primo anno dalla stipula della convenzione con la banca, infatti - la quale convenzione, peraltro, deve contenere le indicazioni di cui all'articolo 5 Dm cit. i.e. durata, soglia massima di spesa, costo, ecc. - sono ammissibili solo pagamenti relativi a spese di missione articolo 3 . Ancora, gli articoli 6 e 7 del regolamento disciplinano minuziosamente gli obblighi amministrativo-contabili relativi alla gestione delle carte di credito. La consegna della carta al titolare e la sua restituzione deve, dunque, risultare da apposito verbale sottoscritto dal dirigente e dal titolare della stessa. Quest'ultimo deve far pervenire, entro il 15 del mese successivo a quello in cui le spese sono state sostenute, all'ufficio competente per la liquidazione, apposito riepilogo corredato della prescritta documentazione giustificativa, ivi comprese le ricevute d'acquisto rilasciate dai fornitori. Egli, inoltre, è obbligato ad adottare misure di massima cautela per la custodia ed il buon uso della carta di credito ed è personalmente responsabile secondo le regole generali in materia di responsabilità amministrativa e contabile. In favore del dirigente competente della gestione amministrativo-contabile delle carte di credito sono emessi ordini di accreditamento, a valere sui pertinenti fondi posti in contabilità speciale, ai sensi dell'articolo 10 Dpr 367/94. Gli ordinativi di pagamento, tratti su tale contabilità - i cui titolari, per inciso, sono tenuti al rendimento del conto delle spese sostenute - vengono emessi mensilmente a favore delle società emittenti le carte stesse. L'articolo 5 del regolamento, poi, subordina la facoltà di avvalersi della veduta modalità di erogazione della spesa alla stipula di un'apposita convenzione generale da parte del Provveditorato generale dello Stato, cui poi le singole amministrazioni perlomeno statali devono adeguarsi nel concludere gli accordi di conto corrente bancario con le singole banche per il rilascio della carta di credito. In realtà, quest'ultima norma risulta oramai anacronistica, stante la sopravvenuta introduzione del sistema delle convenzioni quadro consip, ex articolo 26 legge 488/99 e Smi, comportante la centralizzazione dell'acquisto del servizio in parola, per il tramite della predetta società in mano pubblica, cui è demandato il compito di stipulare il regolamento contrattuale generale. A seguito dell'espletamento della relativa gara d'appalto - vinta, per inciso, dalla Bnl, nel settembre scorso - verrà di qui a poco attivata una nuova convenzione quadro, di durata biennale, ma prorogabile di altri 12 mesi , concernente il suddetto servizio finanziario v. sito internet www.acquistinretepa.it . L'accordo prevede la fornitura sia di carte di credito personali per il singolo dipendente con addebito diretto sul suo conto c.d. individual billing , sia quella concernente carte da utilizzarsi per finalità istituzionali e con addebito su di un conto intestato alla singola amministrazione c.d. central billing . Anche gli istituti scolastici dotati di personalità giuridica oramai la quasi totalità, a seguito della riforma sull'autonomia scolastica , in omaggio al criterio direttivo sull'indipendenza gestionale e contabile di tali amministrazioni, hanno facoltà di adoperare carte di credito, disciplinate da apposite convenzioni bancarie ad integrazione, eventualmente, di quella già stipulate per l'affidamento del servizio di cassa. In tal senso dispone il regolamento di contabilità delle scuole, approvato con il decreto interministeriale n. 44 del febbraio 2001, il cui articolo 14 - ricalcando in buona parte la normativa generale testé veduta - stabilisce altresì la tipologia di spese affrontabili con tale metodo di pagamento viaggi di istruzione, rappresentanza dell'istituto scolastico, organizzazione e partecipazione a seminari e convegni ed individua nel dirigente scolastico l'ex preside, per intenderci , il titolare della carta di credito che ne può autorizzare l'uso da parte del direttore l'ex segretario, che ha, peraltro, l'obbligo del riscontro contabile entro 5 gg. dal ricevimento dei relativi estratti conto o dei docenti. LA SENTENZA IN COMMENTO - Dicevamo, che più che per aver escluso dal novero delle spese di rappresentanza tali da poter essere liquidate con la carta di credito, alla luce delle norme fin qui vedute , quelle concretamente disposte dal responsabile per le quali, stante la loro natura, era veramente difficile sostenerne l'inclusione , la decisione che ne occupa si contraddistingue per aver individuato, ai fini del riparto di giurisdizione, una sorta di decalogo generale circa gli indici rivelatori sulla natura pubblica dell'ente presso cui il convenuto presta servizio, siccome ricavabile dal suo principale atto di auto-organizzazione nella specie lo statuto . Va evidenziato, infatti, come la sezione d'appello - divergendo sul punto da quella territoriale, che aveva riconosciuto la propria potestas iudicandi sulla scorta non già del carattere pubblicistico della scuola, sibbene valorizzando la circostanza che quest'ultima comunque gestisse risorse economiche erariali - abbia, nell'occasione, assimilato l'accademia in questione ad un vero e proprio ente pubblico istituzionale. A deporre in tal senso sarebbe per la Corte la natura pubblica a degli enti consorziatisi Provincia, Autorità portuale, Università, ecc. , b degli scopi perseguiti integrazione di attività statuale relativa al settore dei trasporti marittimi c delle risorse umane impiegate per il suo funzionamento il direttore stesso, ad esempio, proveniva, in posizione di comando, dai ruoli della Provincia d del patrimonio utilizzato dall'Ima per il suo funzionamento la cui sede è dislocata in un immobile ceduto in comodato da uno degli enti consorziati ed il cui fondo viene alimentato annualmente con i contributi dei consorziati e della gestione istituzionale della scuola stessa, non sorretta da criteri strettamente imprenditoriali, quali quelli della indefettibile ed integrale copertura dei costi con i ricavi ottenuti f dei penetranti poteri decisionali, di controllo e vigilanza affidati agli enti conferenti. Un'ulteriore affermazione di notevole spessore, contenuta nell'iter motivazionale della sentenza 682/05, riguarda la figura dell'utilizzatore della carta di credito, sotto il profilo dell'ordinamento contabile. A questi viene riconosciuto il ruolo, ad un tempo, di ordinatore di spesa e di agente contabile dal momento che, con un unico atto, decide sia l' effettuazione della spesa, sia ne eroga materialmente l' importo al terzo accipiente . Con ciò, la sua responsabilità appare rivestire natura giuridica contabile e, come tale, avrebbe consentito un esonero totale o parziale di responsabilità solo nell' ipotesi in cui l' agente avesse saputo fornire sufficienti elementi per acclarare un legittimo esito delle erogazioni di spesa da lui disposte ed effettuate cfr. sentenza 682/05, in parte motiva . C'è da dire, peraltro, che siffatta ricostruzione mal si concilia con l'argomento adoperato dalla sezione d'appello per ritenere la propria giurisdizione se, infatti, il soggetto sottoposto al giudizio è individuato come agente contabile, allora la necessità di affermare la natura pubblica dell'ente presso cui costui presta servizio diviene inutile, essendo sufficiente dimostrare la veduta qualità per radicare la potestas iudicandi della Corte. Va, infatti, ricordato che anche i soggetti formalmente privati possono incorrere in responsabilità contabile - e, dunque, essere attratti alla suddetta giurisdizione speciale - ogniqualvolta gestiscano in via di diritto o anche di mero fatto cfr. articolo 178 Rd 827/24 , pubbliche risorse. Si veda, in tal senso, la vicenda Sta, sui proventi dei parcheggi comunali, decisa recentemente della sezione laziale della Corte con la sentenza n. 3008/05 e, in punto di giurisdizione, da Cassazione, Su, 12367/01 . Sempre nel merito della controversia, il giudice di seconde cure, nel concordare con la sezione territoriale circa l'impossibilità di qualificare come di rappresentanza spese effettuate per fini evidentemente egoistici e non istituzionali, ha ribadito che, comunque, anche laddove ciò sia possibile, la legittimità del pagamento permane nei limiti in cui a sia precisamente indicato l'interesse pubblico perseguito dalla spesa, b sussista la stretta correlazione tra quest'ultima e lo scopo da raggiungersi c vi sia congruità e proporzionalità tra l'erogazione preventivata e l'obiettivo prefissato. Quest'ultimo criterio, invero, non appare altro che diretta estrinsecazione dei più generali principii di economicità, efficienza ed efficacia positivizzati nell'articolo 1 della legge 241/90 triade che - oramai - condiziona in maniera indissolubile le scelte discrezionali della Pa, rendendole sindacabili anche sotto tale profilo. Può essere utile ricordare al lettore, allora, sempre nel campo delle scelte gestionali effettuate in ambito scolastico, una non lontana pronuncia della Corte dei conti, con la quale il preside di una prestigiosa scuola capitolina venne condannato per aver organizzato una sfilata di moda, da tenersi nei locali dell'istituto, al duplice scopo di scegliere le uniformi degli studenti e, nel contempo, di pubblicizzare l'attività della scuola medesima. Il giudice contabile, nell'occasione, ritenne che la spesa autorizzata per la suddetta iniziativa non fosse conforme alle finalità istituzionali dell'ente e, comunque, assolutamente sproporzionata rispetto allo scopo perseguito. E ciò in omaggio ai criteri di cui all'articolo 1 legge 241 cit. cfr. Corte conti, sezione Lazio, 545/99, confermata dalla seconda sezione d'appello con la sentenza 216/01 e, infine, dalle Su della Cassazione, con la decisione 14448/03 . Ritornando alla sentenza in commento, una breve disamina merita anche la motivazione concernente gli ulteriori aspetti processuali risolti dal giudice di seconde cure. La prima, come accennato, riguarda, la procedibilità della domanda giudiziale proposta dall'attore pubblico, laddove sia stato impedito al presunto responsabile di estrarre copia della documentazione posta a base dell'invito a dedurre. Sul punto, la sezione d'appello ha rigettato l'eccezione formulata dall'appellante ritenendo non inficiato da nullità tale atto, stante l'avvenuto raggiungimento dello scopo tipico dello stesso, da ravvisarsi nella possibilità per l'intimato di avere piena contezza delle contestazioni addebitategli. E ciò tanto più ove il materiale probatorio sia di tale consistenza da rendere difficoltosa, a livello organizzativo, la copia fotostatica di quest'ultimo. La sezione ha, dunque, adoperato un criterio di contemperamento tra le contrapposte esigenze di difesa della parte privata e di efficienza di quella pubblica, osservando come - tra l'altro - la documentazione fosse reperibile aliunde. Sebbene non vi sia stato un richiamo espresso, si deve ritenere che il giudice abbia voluto far riferimento al diritto di accesso agli atti amministrativi, di cui agli articoli 22 e ss. legge 241/90. Non è chi non veda, infatti, come colui che sia sottoposto ad indagini in sede amministrativo-contabile abbia un interesse qualificato e differenziato alla visione degli atti della p.a. che lo riguardino, sebbene indirettamente, essendo - dunque - legittimato alla loro ostensione cfr. articolo 22 comma 1 lettera b legge cit., come sostituito dall'articolo 15 legge 15/2005 . C'è da dire, comunque, che sul punto si registrano in seno alla giurisprudenza contabile difformità di vedute accanto ad un indirizzo tendente ad assicurare sempre e comunque l'accesso agli atti di indagine detenuti dal p.m. contabile nella fase preprocessuale Corte conti, Sezione terza, 267/00 , se ne contrappone un altro, più recente, che esclude un siffatto diritto in capo all'indagato, avendo quest'ultimo possibilità di prendere visione integrale dei documenti al momento della costituzione nel giudizio Corte dei conti, Sezione prima, 383/04 . Sulla questione circa l'integrazione del contraddittorio iussu iudicis, infine, la sezione ha stigmatizzato - in coerenza con l'orientamento giurisprudenziale pressoché pacifico - come l'eventuale chiamata in causa di altri soggetti a titolo di mera colpa e non già di dolo non appaia indispensabile ai fini della decisione della controversia, escludendosene l'inscindibilità delle relative posizioni, sì da legittimare un'ipotesi di litisconsorzio necessario di tipo sostanziale, ex articolo 102 Cpc. Infatti, un tale tipo di imputazione importa una responsabilità solo sussidiaria dei potenziali concorrenti nell'illecito, a fronte di quella principale e per l'intero debito risarcitorio , derivante dalla condanna a titolo di dolo del convenuto. *Magistrati della Corte dei conti

Corte dei conti - Sezione terza - sentenza 26 ottobre-9 novembre 2005, n. 682 Presidente Pellegrino - Relatore De Marco Ricorrente Marin Ritenuto in fatto Con atto di citazione del 3 marzo 2004 la Procura regionale per il Friuli Venezia Giulia, a conclusione dell'istruttoria svolta in esito a denuncia di irregolarità nella gestione dell'Ima International Maritime Academy di Trieste, trasmessa in data 25 febbraio 2003 dal collegio dei revisori dei conti dell'ente, conveniva in giudizio i Signori Marin Pietro, quale direttore pro tempore dell'Accademia ed il Sig. Olivo Dusan, quale unico revisore in carica all'epoca dei fatti denunciati, per sentirli condannare al pagamento della somma di euro 266.772,80 maggiorata di rivalutazione monetaria e di interessi legali , a titolo di risarcimento del danno patrimoniale per spese indebite, effettuate dal primo a carico dell'Accademia, in assenza di un adeguato controllo della contabilità relativa alle spese, da parte del secondo. Avevano riferito i denuncianti revisori dei conti di essere stati informati dal Presidente dell'ente che l'accertamento di gravi irregolarità nell'utilizzo di una carta di credito della Diners Club International, intestata all'Accademia ed in uso al direttore Marin per far fronte a spese di rappresentanza e al pagamento di servizi nell'interesse dell'Accademia, avevano indotto il Consiglio d'amministrazione a revocare l'incarico di direttore al suddetto funzionario e a denunciare i fatti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trieste, potendosi ipotizzare nel comportamento del direttore gli estremi di illeciti di rilevanza penale. Al riguardo il collegio dei revisori, dopo avere proceduto ad un attento esame della documentazione afferente la suddetta carta di credito, aveva verificato che negli anni dal 1998 al 2002 erano state effettuate ingenti spese, pari a circa 296.800,00 euro, chiaramente non imputabili all'attività istituzionale dell'Accademia e pertanto, potendo nei fatti riscontrati ipotizzarsi una fattispecie di danno erariale, li denunciava alla Procura contabile, per il seguito di competenza. Con l'atto di citazione, preceduto da inviti a fornire deduzione notificati anche ad altri soggetti a vario titolo coinvolti nella vicenda, la Procura agiva nei confronti dei summenzionati Signori Marin e Olivo, contestando in particolare al primo di avere fatto gravare sul bilancio dell'ente, attraverso l'illecito utilizzo della carta di credito, esborsi per abbigliamento, gioielli, night club, vacanze, casinò, oggetti d'antiquariato ed altro, non imputabili all'attività istituzionale della stessa Accademia. Con istanza del 3 marzo 2004 il Procuratore chiedeva, a tutela del credito risarcitorio, il sequestro dei crediti stipendiali e pensionistici vantati dal Marin nei confronti dell'Amministrazione provinciale di Trieste e dell'Inpdap il sequestro veniva autorizzato con decreto del Presidente della Sezione, confermato, con precisazioni limitazioni, dal giudice designato, con ordinanza 27/2004, depositata il 4 maggio 2004. All'esito del giudizio contabile di prima istanza è stata pronunciata l'appellata sentenza 425/04 del 15 luglio/21 ottobre 2004, con la quale la Sezione friulana, respinte le preliminari eccezioni di difetto di giurisdizione dell'adita Corte e di nullità dell'invito a dedurre e del procedimento istruttorio, con nullità derivata della citazione, ha ritenuto sussistente per i fatti contestati la responsabilità del Sig. Marin, a titolo di dolo, ricorrendo in fattispecie non solo l'ipotesi di inadempimento dell'obbligo del rendiconto ma anche quello di un evento dannoso previsto e voluto dall'agente, consistito in spese effettuate per finalità non rientranti tra quelle istituzionali, ingiustamente fatte gravare sul bilancio dell'ente. I primi giudici, che hanno mandato assolto l'altro convenuto per mancanza di gravità della colpa, hanno ritenuto debito di valore l'ammontare degli indebiti esborsi, da rivalutare secondo indici Istat dalla data dell'addebito contabile delle spese fino alla data della sentenza, ed hanno quindi condannato il Sig. Marin al pagamento degli interessi legali sulla somma rivalutata, da computarsi dalla sentenza al soddisfo, nonché al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in euro 1.271,63. Avverso la sentenza ha proposto appello l'interessato, ricostruendo preliminarmente le vicende relative ai fatti dedotti in giudizio ricordate tutte le difese ed eccezioni proposte in primo grado, l'appellante ha riproposto tali difese ed eccezioni quali motivi di gravame avverso la sentenza, con le seguenti richieste conclusive a in via pregiudiziale, declaratoria del difetto di giurisdizione della Corte dei conti, attesa la natura di associazione privata dell'Accademia b in via preliminare, rinvio degli atti alla Sezione regionale per la rinnovazione del giudizio, resa necessaria dalla nullità dell'invito dedurre, derivante dalla mancata allegazione dei documenti ivi richiamati e dal successivo diniego di accesso agli stessi, nonché dal vizio intrinseco della sentenza, costituito dalla mancata chiamata di terzi in causa c in via istruttoria, ammissione delle prove, così come dedotte nel giudizio di primo grado d nel merito, riforma della sentenza per insussistenza della dedotta responsabilità amministrativa e, comunque, della colpa grave e in via subordinata, esercizio del potere riduttivo dell'addebito. I proposti motivi di gravame risultano articolati sui seguenti specifici punti 1 Nullità dell'invito a dedurre, dell'intero procedimento di contraddittorio preliminare e, conseguentemente, nullità dell'atto di citazione violazione e falsa applicazione dell'articolo 5, comma 1 del Dl 453/93, convertito nella legge 19/1994 conseguente improcedibilità del presente giudizio. L'attore non ha notificato, in allegato all'invito, l'elenco delle contestazioni e non ha consentito la copia dei documenti contenuti nel fascicolo di Procura, mentre ha consentito solo la visione degli atti per un periodo ritenuto congruo alle esigenze difensive. Sostiene l'appellante che, benché in sentenza si sostenga che l'invito, pure privo degli allegati, ha comunque raggiunto il suo scopo, in verità nel caso di specie, trattandosi della contestazione cumulativa in un unico atto di un arcipelago di microspese sostenute nell'arco di quattro anni , è materialmente impossibile ricostruire, in assenza di documentazione contabile, l'attribuzione dell'esatta imputazione alle attività svolte nel corso di quattro anni. L'invitato doveva essere messo in condizione di verificare l'imputabilità di ciascuna spesa , il che non poteva avvenire negli Uffici di Procura e poiché il denegato accesso ai documenti ha impedito l'esercizio del diritto di difesa e vanificato la portata della norma concernente l'invito a dedurre, va dichiarata la nullità o l'inammissibilità dell'atto di citazione, con rinvio degli atti alla Sezione regionale . 2 Carenza di giurisdizione della Corte dei conti natura giuridica dell'international maritime academy carenza di rapporto funzionale e di servizio con gli enti erogatori. I riferimenti allo statuto dell'Accademia contenuti nella sentenza impugnata non hanno, per l'appellante, alcun rilievo, perché lo statuto fu redatto ai fini del successivo riconoscimento dell'ente quale Consorzio universitario, che non intervenne perché la procedura non fu poi perfezionata. L'Accademia ha in definitiva effettivamente operato come associazione privata, allo scopo di promuovere corsi di formazione professionali moto specializzati trattandosi di finalità che non coincide nemmeno parzialmente con quella degli enti che avevano preso parte all'accordo, l'Accademia è rimasta estranea a qualsiasi rapporto con le pubbliche amministrazioni coinvolte, non avendo mai assunto la veste di ente strumentale alla realizzazione dei fini da queste perseguiti e non avendo neppure fruito, se non in parte, dei contributi espressamente previsti. A conferma di quanto sostenuto, l'appellante ricorda che l'Accademia ha adottato il sistema di contabilità ordinaria prevista dal codice civile richiama un parere dell'Avvocatura dello Stato con il quale si esclude che il Consorzio IMO sia dotato di personalità giuridica e sia classificabile come ente pubblico si riporta alla giurisprudenza della Cassazione, che richiede per l'instaurazione di un rapporto di servizio la compartecipazione fattiva all'attività dell'Amministrazione, non essendo sufficiente la mera convergenza tra scopi di interesse generale perseguiti con l'ausilio finanziario erogato dall'ente pubblico riferibile al concetto di elargizione incentivante e quelli autopreposti dall'organizzazione privata della propria attività. 3 Mancata chiamata in causa di terzi. Non è condivisibile l'affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, secondo la quale la chiamata in causa di terzi è inaccoglibile per carenza di interesse del convenuto, responsabile del danno in via principale, in quanto l'atto di archiviazione del Procuratore regionale ha natura di atto interno e non costituisce limite alla possibilità di chiamata, mentre risulta prevalere, in fattispecie, un interesse di ordine pubblico, trascendente quello stesso delle parti originarie o di terzi . Inoltre, nell'ipotesi di un asserito ente pubblico, illegittima era l'apertura di una carta di credito. Concausa era la mancata preventiva regolamentazione del suo utilizzo e l'adozione di cautele minime limite di spesa e l'omessa tempestiva contestazione al Marin delle spese delle quali aveva l'onere della verifica e che apparivano nella contabilità - in particolare mastrini di sottoconto . L'appellante insiste poi sulla circostanza che di tutte le spese effettuate attraverso l'uso della carta di credito il Presidente era perfettamente a conoscenza, avendo ricevuto copia di tutti gli estratti conto inviati dalla Diners. 4 In via di merito - insussistenza di responsabilità - ingiusta reiezione delle istanze istruttorie. Premesso che le spese sostenute con la carta di credito erano spese di rappresentanza, effettuate nel limite annualmente stabilito in bilancio ed accertate in sede di consuntivo, l'appellante sostiene che il rigetto delle istanze istruttorie formulate dal convenuto non ha permesso che emergessero nel giudizio tutti quegli elementi che potevano determinare una modifica della domanda attrice . 5 Insussistenza della colpa grave. La mancanza della colpa grave deriva sia dalla contestabilità della natura dell'Accademia che dalla insussistenza, nel corso degli anni, di alcun rilievo da parte del Presidente o del collegio dei revisori che sempre hanno dimostrato stima nel dott. Marin . 6 Insussistenza del danno erariale - limitazione del danno erariale. L'appellante evidenzia il vantaggio derivato all'ente, soprattutto se si rapporta la sua personale attività all'esiguità delle elargizioni pubbliche avendo chiesto in subordine l'esercizio del potere riduttivo, sul quale la Sezione regionale non si è pronunciata, rinnova in questa sede la richiesta. Con atto conclusionale scritto depositato il 4 maggio 2005 la Procura generale ha fornito del proprie controdeduzioni in ordine a tutti i motivi di censura proposti dall'appellante. Preliminarmente la Procura riafferma la sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti, alla luce della disciplina legale e statutaria dell'ente, che determina gli scopi e i caratteri dell'attività in modo stabile e conoscibile dalla generalità dei soggetti che con esso entrano in rapporti nessun significato può attribuirsi, in proposito, alla circostanza che la procedura di costituzione dell'Accademia in consorzio universitario tipizzato non si sia conclusa positivamente, atteso che l'Ima ha comunque operato ed agito nel mondo del diritto - e non poteva fare diversamente - sulla base del suo atto istitutivo . Ricordati gli innegabili connotati pubblicistici riscontrabili nell'ente in questione, si fa conclusivamente riferimento alla circostanza che anche in sede penale la natura pubblica delle funzioni del direttore Marin è stata riconosciuta, tanto che nei confronti dello stesso risulta richiesta di rinvio a giudizio per rispondere di un reato proprio peculato . La Procura respinge le doglianze relative alla nullità dell'atto d'invito e della citazione, prive a suo giudizio del supporto normativo indispensabile per ricollegare la nullità o inammissibilità della citazione o l'improcedibilità dell'azione alle eventuali carenze o difettosità riscontrate nella fase istruttoria, che comunque non si sono verificate l'invito, infatti, ha comunque raggiunto il suo scopo, consentendo l'avvio del dialogo tra l'indagato e il procuratore regionale e ciò che è stato effettivamente negato non è la consultazione, ai fini conoscitivi e di esplicazione del contraddittorio degli atti istruttori, ma soltanto la loro integrale fotocopiatura e l'asporto delle copie, difficoltosa per la mole del materiale raccolto. Per ciò che concerne la mancata chiamata in causa, iussu iudicis, del Presidente Borruso e degli altri componenti del collegio dei revisori dei conti, la Procura rileva che nella fattispecie all'esame, venendo in considerazione la diretta e personale condotta illecita dell'agente pagatore, alla cui volontaria ed intenzionale effettuazione di pagamenti indebiti si collega l'ingiusto nocumento subito dall'ente, non sussiste litisconsorzio sostanziale o comunanza di causa con terzi, tali da giustificare l'integrazione del contraddittorio ed infatti, la sentenza impugnata ha espressamente fatto salvo l'esame volto a verificare l'eventuale sussistenza di condotte concorrenti, pervenendo, a conclusione dello stesso, all'esclusione della incidenza causale di altre condotte nella produzione del danno. L'avvenuto rigetto delle istanze istruttorie formulate in primo grado e reiterate in sede di gravame non è censurabile perché quelle richieste sono, ad avviso della Procura generale, inammissibili, in quanto assolutamente generiche ed irrilevanti ai fini del giudizio non può infatti ammettersi l'asserita indispensabilità della visione dei verbali del Consiglio di amministrazione, dei verbali del collegio dei revisori nonché della procedura di rilascio della carta di credito, rispetto all'avvenuta effettuazione di spese che, a posteriori, si è accertato non corrispondenti a fini istituzionali. La responsabilità addebitata al Marin dunque sussiste ed essa ha natura giuridica contabile, in considerazione dello strumento tecnico contabile usato la carta di credito che concentra nel suo utilizzatore la duplice veste di ordinatore e di pagatore della spesa, in quanto attraverso l'uso della carta, con un unico atto, sia decide l'effettuazione della spesa, sia ne eroga materialmente l'importo al terzo accipiente . La natura contabile della responsabilità, conclude sul punto la Procura generale, avrebbe consentito un esonero totale o parziale della responsabilità solo nell'ipotesi in cui l'agente avesse saputo fornire sufficienti elementi per acclarare un legittimo esito delle erogazioni di spesa da lui disposte ed effettuate e ciò non è avvenuto, per la genericità delle giustificazioni fornite. Sussiste, infine, la colpa grave, non esclusa né dalla ritenuta natura privata dell'Accademia che non avrebbe comunque potuto far considerare lecite spese oggettivamente estranee alle finalità sociali né dalle attestazioni di stima ricevute poiché queste possono se mai qualificare l'atteggiamento psicologico di chi le manifesta, non di chi le riceve . Né sono riscontrabili elementi concreti per ravvisare un vantaggio comunque arrecato all'ente, posto che le spese effettuate per generi di abbigliamento, ski-pass, distrazioni in night club o casinò, vacanze, oggetti di antiquariato ed altro, più che esborsi atti a valorizzare l'immagine e l'attività statutaria dell'ente, si configurano come disinvolte e generose liberalità, volte al soddisfacimento di pulsioni al benessere individuale, fisico o psichico, dei rispettivi beneficiari così come non sussistono elementi che possano giustificare l'applicazione del potere riduttivo, anche a voler prescindere dalla circostanza che la condotta censurata è stata intenzionale, altamente consapevole dell'evento dannoso causato. In replica alle conclusioni della Procura generale la difesa dell'appellante ha depositato, in data 5 ottobre 2005, una memoria con la quale ribadisce sostanzialmente le argomentazioni già svolte con l'atto d'appello e le relative conclusioni, con particolare insistenza sul punto concernente l'integrazione istruttoria volta ad accertare, con tutti i mezzi documentali ritenuti necessari, l'effettiva attività svolta in concreto dall'Ima, ritenuto assolutamente necessario al fine della decisione. Nella pubblica udienza odierna, dopo l'esposizione del relatore, l'avvocato Rizzi, intervenuto per delega dell'avv. Giglio, si è riportato agli atti scritti mentre il Pm ha ulteriormente illustrato le controdeduzioni svolte nell'atto conclusionale della Procura generale. Considerato in Diritto Il collegio è chiamato a pronunciarsi, nella presente fattispecie, innanzitutto sul problema della sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti, che il primo giudice ha risolto positivamente nel preminente rilievo che per incardinare tale giurisdizione presupposto necessario e sufficiente è l'utilizzazione, nella gestione di un ente destinato a pubbliche finalità, di risorse economiche erariali, a nulla rilevando né la natura giuridica né la struttura dell'ente presupposto, questo, riscontrabile nell'ente in questione, per effetto di numerose disposizioni del suo statuto e segnatamente di quelle recate dagli articoli 2, 4 e 11. L'appellante ha negato che i riferimenti allo statuto abbiano alcun rilievo, perché lo stesso venne redatto ai fini del successivo riconoscimento quale consorzio universitario, procedura poi non perfezionata e tale circostanza, a suo avviso, portò l'accademia a funzionare come associazione privata, estranea a qualsiasi rapporto con le pubbliche amministrazioni consorziate, non destinata a perseguire finalità di diritto pubblico. La tesi, benché diffusamente ed articolatamente sviluppata, non risulta per il collegio convincente, perché, come ha esattamente rilevato la Procura generale nelle conclusioni scritte depositate, dallo statuto dell'ente non può prescindersi, posto che l'Ima ha comunque operato ed agito nel mondo del diritto - e non poteva fare diversamente - sulla base del suo atto istitutivo . Analizzando la disciplina legale e statutaria che ha configurato ed improntato l'attività dell'ente che trae origine, si noti, da un accordo tra il Governo italiano e l'Organizzazione marittima internazionale, facente capo all'ONU appare in verità non contestabile la natura pubblica dell'ente, per essere - pubblici tutti gli enti che hanno partecipato, anche tramite conferimenti, alla sua istituzione e funzionamento, in stretto rapporto di ausiliarietà e con integrale coincidenza degli scopi e dell'attività dell'Accademia con i fini e le attività della pubblica amministrazione Università degli studi di Trieste, Camera di commercio, industria, artigianato ed agricoltura di Trieste, Autorità portuale di Trieste, Provincia di Trieste cfr. i considerata e l'articolo 3 della convenzione istitutiva, nonché gli articoli 1 e 3 dello statuto - pubblici gli scopi e i fini individuati e da perseguire, consistenti in integrazione di attività statuale per provvedere a bisogni del settore dei trasporti marittimi cfr. i considerata della convenzione istitutiva, nonché l'articolo 4 dello statuto - pubbliche le risorse umane professionali impiegate per l'ordinario funzionamento si veda l'articolo 6 della convenzione istitutiva, nonché gli articoli 20 e 22 dello statuto, anche con riferimento alla figura del direttore, tratto dai ruoli dirigenziali della consorziata Provincia di Trieste - pubbliche le risorse reali e le risorse finanziarie messe a disposizione dell'Ima si veda l'assegnazione a disposizione di immobili in comodato d'uso, nonché le contribuzioni annue erogate da ciascun ente conferente, quali mezzi finanziari che nulla hanno a che vedere con eventuali corrispettivi per servizi prestati dall'ente o con entrate derivanti da gestione puramente economica cfr. l'articolo 11 dello statuto, espressamente richiamato anche in sentenza - pubblica la gestione, non essendo l'Accademia ente destinato ad esercitare attività di produzione di beni e servizi, analoga a quella di un comune imprenditore, con criteri di economicità, deducibili dall'almeno tendenziale equivalenza dei ricavi rispetto ai costi. Non possono, da ultimo, disconoscersi come connotati da profili pubblicistici i penetranti poteri decisionali, di vigilanza e controllo esercitabili dagli enti conferenti, quali regolamentati dallo statuto cfr. articolo 17, quanto alla composizione del Consiglio di amministrazione, articolo 18 quanto alla composizione del Collegio dei revisori, articolo 21 quanto ai poteri di scioglimento dell'ente . Risolto positivamente il problema della giurisdizione, vanno esaminate le ulteriori doglianze di carattere procedurale preliminare, già considerate dal primo giudice e respinte con argomentazioni del tutto condivisibili, la cui validità non viene scalfita dalle contrarie motivazioni fatte valere con l'atto d'appello. Le eventuali carenze o difettosità riscontrabili nella fase istruttoria preprocessuale, che ad avviso del ricorrente avrebbero impedito l'esercizio del diritto di difesa e vanificato la portata della norma concernente l'invito a dedurre, non sono in verità affatto dimostrate, posto che la mancanza degli allegati facenti parte integrante dell'atto di invito non può dedursi in modo assoluto dall'apposizione della relata di notifica sull'ultima pagina di tale atto piuttosto che sull'ultimo foglio degli allegati, la cui mancanza, del resto, non venne neppure segnalata dall'indagato allorché egli propose la sua domanda di accesso ai documenti del fascicolo di Procura. Se tale omissione, poi, vi fu effettivamente, essa non fu comunque tale da determinare la nullità insanabile dell'atto notificato, che raggiunse pienamente lo scopo dell'avvio del dialogo tra l'indagato ed il procuratore regionale, consentendo al primo di prendere cognizione di tutti gli atti istruttori, anche se non gli fu concessa, considerata l'ingente mole del materiale probatorio raccolto, la fotocopiatura e l'asporto di tutta la documentazione, comunque acquisibile aliunde. Né va infine trascurato quanto opportunamente rilevato dalla procura generale nel suo atto conclusionale scritto, a proposito della giuridica impossibilità di una automatica trasposizione di eventuali difettosità della fase istruttoria alla successiva fase giudiziale, onde comminare sanzioni processuali nella specie, la nullità o inammissibilità della citazione e l'improcedibilità dell'azione non espressamente previste dalla regolamentazione normativa dettata per gli atti processuali. La mancata chiamata in causa, iussu iudicis, del Presidente dell'ente e degli altri componenti del Collegio dei revisori dei conti, motivata in sentenza con richiamo all'orientamento giurisprudenziale che considera preclusa al giudice la possibilità di chiamare in giudizio soggetti terzi che il Procuratore regionale non abbia citato, ritenendone espressamente esclusa, per una qualsiasi ragione, la responsabilità amministrativa, viene dall'appellante contestata con i seguenti argomenti a l'atto di archiviazione del Procuratore regionale ha natura di atto interno b prevale un interesse di ordine pubblico, trascendente quello stesso delle parti originarie o di terzi c l'omessa vigilanza sulla carta di credito costituisce quanto meno una concausa che andava accertata, ai fini della ripartizione della responsabilità. A questi argomenti ha efficacemente controdedotto la parte resistente, sia con le puntuali argomentazioni sviluppate nell'atto scritto, di cui si è dato conto nell'esposizione in fatto e che qui si richiamano in toto, sia con le precisazioni fornite dal Pm nel suo odierno intervento orale, allorché ha ricordato che l'attuale appellante è stato convenuto e quindi condannato a titolo di dolo e che tale tipo di responsabilità copre l'intero addebito, di talché l'eventuale chiamata in giudizio di altri soggetti, in ipotesi responsabili a titolo di colpa grave, non ridurrebbe comunque l'entità della sua responsabilità. La declaratoria di altre eventuali e concorrenti responsabilità in via sussidiaria, insomma, avrebbe potuto soltanto allargare la platea dei debitori obbligati al risarcimento, dopo l'eventuale infruttuosa escussione del primo, mentre per altro verso nessun concreto elemento probatorio suffraga la tesi che sia stata omessa la vigilanza sull'utilizzo della carta di credito lo stesso appellante ricorda nelle sue difese di avere talvolta ricevuto e soddisfatto richieste di chiarimenti a lui avanzate dagli uffici in sede di rendicontazione e che tale pretesa omessa vigilanza sia stata una concausa autonoma ed efficiente nella produzione del danno. Passando a considerare l'ultima delle eccezioni preliminari, riproposta quale autonomo motivo di impugnazione ed incentrata sull'immotivato rigetto della istanza di integrazione istruttoria, attraverso una ulteriore acquisizione documentale nonché apposite assunzioni testimoniali, il collegio ritiene di concordare con la valutazione espressa dal primo giudice, che ha motivatamente respinto l'istanza, non attribuendo alcun riflesso, neppure indiretto, ai richiesti mezzi di prova in tale valutazione concorda anche con quanto rappresentato nell'odierna pubblica udienza dal Pm, che ha ribadito l'irrilevanza della mancata acquisizione probatoria anche in considerazione della natura e del tipo di imputazione mossa al convenuto, ora appellante. Sgombrato il campo dalle questioni pregiudiziali e preliminari, il nucleo sostanziale dell'impugnata sentenza merita integrale conferma, per essere nella specie sussistenti tutti gli elementi della dedotta responsabilità amministrativa. Il danno è indiscutibile, non giovando a farne ipotizzare l'insussistenza le vaghe giustificazioni riferite ad asserite spese di rappresentanza nell'interesse dell'ente il primo giudice ha ricordato, suffragando l'argomento con il richiamo di cospicua giurisprudenza, che le spese di rappresentanza vanno giustificate e documentate rigorosamente, con l'esposizione caso per caso dell'interesse istituzionale perseguito, della dimostrazione del rapporto tra l'attività dell'ente e la spesa, della qualificazione del soggetto destinatario e dell'occasione della spesa, della natura e della legittima misura della spesa stessa nel caso di specie, come ricordato anche dal Pm, è la tipologia e la natura stessa delle spese sostenute a non consentire una loro ascrivibilità all'attività istituzionale dell'ente sul bilancio del quale sono state fatte gravare, con un comportamento che è al tempo stesso omissivo dell'obbligo del rendiconto e consapevolmente preordinato alla produzione di un evento di danno. Il primo profilo emerge con chiarezza dalla natura dello strumento tecnico contabile utilizzato per realizzare l'illecita condotta con l'impiego della carta di credito il cui utilizzo trova dettagliata regolamentazione, con particolare riferimento all'obbligo di documentare periodicamente le spese sostenute, nel decreto ministeriale Tesoro n. 701/1996 citato dalla Procura generale nell'atto conclusionale scritto l'utilizzatore della carta assume la veste di ordinatore di spesa e di agente contabile, dal momento che, con un unico atto, decide sia l'effettuazione della spesa, sia ne eroga materialmente l'importo al terzo accipiente. Con ciò, la sua responsabilità appare rivestire natura giuridica contabile e, come tale, avrebbe consentito un esonero totale o parziale di responsabilità solo nell'ipotesi in cui l'agente avesse saputo fornire sufficienti elementi per acclarare un legittimo esito delle erogazioni di spesa da lui disposte ed effettuate . Il secondo profilo scaturisce dalla constatazione che all'origine del nocumento ingiusto sofferto dall'ente è la diretta e personale condotta illecita dell'agente pagatore, che ha volontariamente ed intenzionalmente effettuato quei pagamenti, sia pure tramite la carta di credito e quindi in nome, per conto e almeno in apparenza nell'interesse dell'ente. È quindi parimenti certa la sussistenza dell'elemento psicologico, nella sua connotazione più piena, che è quella del dolo né valgono ad escluderla la ritenuta natura privata dell'Accademia e le attestazioni di stima personale sempre espresse nei confronti del direttore, dal momento che anche a voler reputare privata l'accademia, non per questo possono considerarsi lecitamente effettuabili spese oggettivamente estranee alle finalità sociali dell'ente né possono valere quali esimenti le eventuali attestazioni di stima personale, che di regola possono connotare e qualificare l'atteggiamento psicologico di chi le manifesta, ma non certo di chi le riceve. L'ultimo motivo d'appello invoca un presunto vantaggio non computato in primo grado e formula doglianze sull'omesso esercizio del potere riduttivo. Quanto al primo elemento, troppo genericamente l'utilitas viene enunciata e condensata nell'attività prestata dall'appellante, quasi ad indicare che le prestazioni lavorative del direttore, rese in virtù di obbligazione regolarmente retribuita come rilevato anche dal Pm in udienza abbiano indotto una qualità o una ricchezza patrimoniale tale da compensare qualsiasi esborso fatto poi illecitamente ed indebitamente gravare sul bilancio dell'Accademia. Così indubbiamente non è, né d'altra parte sono stati versati in giudizio elementi suscettibili di dimostrare l'effettiva sussistenza di una utilità che dovrebbe essere casualmente derivata dalle stesse condotte illecite che hanno provocato il nocumento. Quanto al secondo elemento, anche a voler superare l'argomento della compatibilità logica della riduzione con una condotta volontaria, intenzionale e perciò altamente consapevole dell'evento dannoso causato attraverso l'effettuazione di spese oltremodo travalicanti i fini dell'ente, non si ravvisano francamente nella fattispecie all'esame elementi o circostanze, addotte nell'atto di gravame o aliunde desumibili, suscettibili di giustificare, sul piano giuridico, l'applicazione del potere di riduzione dell'addebito. Conclusivamente, l'appello va respinto e la sentenza impugnata integralmente confermata. Alla statuizione di condanna consegue l'imputazione delle spese di giudizio, relativamente al presente grado d'appello. PQM La Corte dei conti, Sezione terza giurisdizionale centrale d'appello, definitivamente pronunciando, riaffermata in via pregiudiziale la giurisdizione della Corte dei conti e respinte le preliminari eccezioni di rito, rigetta l'appello in epigrafe giudicandolo infondato in diritto e, per l'effetto, conferma integralmente l'impugnata sentenza 425/04 del 15 luglio 2004, depositata in segreteria il 21 ottobre 2004. Condanna l'appellante alle spese relative anche a questo grado di giudizio, che liquida in euro 430,00 diconsi euro quattrocentotrenta/00 . Manda alla Segreteria per le comunicazione di rito.