La corruzione è un costo: ex amministratori Inail condannati al risarcimento

Calcolato un danno patrimoniale di un milione e 700 mila euro

Incassare tangenti può costare molto caro agli amministratori della Pa la condanna penale non basta, devono risarcire il danno all'erario. È questo il caso di alcuni amministratori dell'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro Inail che nel periodo a cavallo tra il 1985 e il 1992 avrebbero intascato bustarelle da alcuni costruttori durante la trattativa per l'acquisto di diversi immobili. Pertanto, il costo della corruzione è stato trasferito sui prezzi degli edifici che necessariamente sono lievitati. Così la Corte dei conti con la sentenza 413/05 depositata lo scorso 19 dicembre e qui leggibile nei documenti correlati ha confermato la decisione dei colleghi capitolini che avevano condannato gli agenti pubblici a rimborsare complessivamente all'Inail circa un milione e 700 mila euro. Ma andiamo con ordine. I vertici dell'Inail erano stati condannati dai giudici contabili laziali a risarcire il danno arrecato allo Stato per aver incassato mazzette dagli imprenditori proprietari degli immobili acquistati dallo stesso istituto. Inoltre, erano stati condannati anche durante il giudizio penale, per il reato di concussione a pena detentiva patteggiata, poiché - almeno secondo le testimonianze dei diretti interessati - avevano costretto i costruttori a versare loro ingenti somme di denaro. Tuttavia, gli amministratori sostenevano l'illegittimità della sentenza dei giudici contabili dato che li aveva condannati in assenza degli elementi costitutivi della responsabilità amministrativa. Il danno patrimoniale, infatti, era stato ipotizzato prendendo in considerazione l'incidenza delle tangenti sul prezzo di vendita degli immobili. Resta, però, il fatto che l'ufficio di viale Mazzini - dati di mercato alla mano - ha confermato la sentenza sostenendo che gli imprenditori non potevano non trasferire gli oneri della corruzione sul prezzo degli edifici che in quegli anni risultano necessariamente più alti rispetto ad altri immobili. Quello che è certo è che l'illecito penale ha gettato non poco discredito sull'Inail, mettendo in discussione la fiducia che i cittadini avevano riposto nello stesso Istituto e nei suoi operatori, chiamati a gestire in modo ottimale le proprie risorse e gli investimenti immobiliari a tutela della garanzia dei lavoratori infortunati. Ancora una volta a farne le spese è stato il cittadino-contribuente. cri.cap

Corte dei conti - Sezione prima - sentenza 15 novembre-19 dicembre 2005, n. 413 Presidente Simonetti - Relatore Morgante Ricorrente Gasparro ed altri Fatto Con sentenza 3082/02 la Sezione Giurisdizionale Regionale della Corte per il Lazio ha condannato gli amministratori dell'Inail appresso generalizzati, al risarcimento del danno arrecato all'Ente per le notevoli somme di denaro ai medesimi versate dagli imprenditori proprietari onde facilitare e/o non apporre ostacoli all'acquisto di immobili da parte del medesimo Istituto di previdenza nel periodo dal 1985 al 1992 - Giancarlo Serafini, nella qualità di Vice Presidente dell'Istituto per Euro 309.874,139 1.600 milioni -Antonino Gasparro, nella qualità di Consigliere di Amministrazione per Euro 335.696,984 650 milioni , in solido con il Serafini -Laura e Luigi Amedeo Palma, nonché Arnhild Kroeger, quali eredi di Mario Palma, Vice Presidente e poi Presidente dell'Inail in solido e nei limiti dell'eredità accettata con beneficio dell'inventario per Euro 1.017.420,091 KL.1.970 milioni . Con la medesima sentenza tutti gli importi sopraindicati, sono stati gravati di una somma aggiuntiva, pari al 10% degli importi medesimi quale danno patrimoniale conseguente alle lesione del prestigio e dell'immagine dell'Istituto di previdenza. La stessa sentenza ha ordinato la sospensione del giudizio nei confronti di Alberto Tomassini Presidente e Franco Pesci Vice Presidente dell'Inail , in attesa della definizione del processo penale ed in considerazione dell'autonoma posizione di tali convenuti rispetto a quella dei soggetti condannati. Al riguardo, va precisato che le indagini penali hanno portato al rinvio a giudizio di tutti gli indicati convenuti per il reato di concussione. Il Palma, il Serafini ed il Gasparro in sede penale ammettevano le proprie responsabilità e con sentenza resa ex articolo 444 Cpp venivano condannati per il reato di concussione a pena detentiva patteggiata, avendo costretto al versamento di ingenti somme di denaro gli imprenditori Franco e Leonardo Caltagirone, Domenico Bonifici ed Angelo Brizziarelli per il perfezionamento delle operazioni di vendita degli immobili. Tali imprenditori aveva reso ampia testimonianza in ordine ai versamenti effettuati, correlati alle diverse operazioni immobiliari ed analoga assunzione di responsabilità, pur se collocata in un diverso contesto operativo, era stata ammessa dai convenuti ora appellanti, atteso che, secondo quanto riferisce il Procuratore Generale nelle sue conclusioni scritte, risultano in atti le seguenti dichiarazioni -del Pesci Franco che la tangente era stata versata al Tommasini per poi essere destinata al suo partito, il Psdi -del Serafini, di aver ricevuto dal Gasparro delle buste chiuse contenenti probabilmente denaro che egli ebbe a consegnare al tesoriere del suo partito, il Psi, On.le Balzano -del Caltagirone Franco, di aver consegnato somme di denaro al Serafini ed al Gasparro in quanto referenti del sindacato Uil in seno al Consiglio di Amministrazione - del Palma, di aver ricevuto dagli imprenditori concussi somme di denaro da lui portate successivamente nella sede del suo partito, la Dc. Sulla scorta di tali dichiarazioni, della consulenza tecnica effettuata sull'acquisto di un immobile in Latina e delle indagini della Guardia di Finanza, il Primo Giudice ha disposto, sostanzialmente la condanna degli indicati convenuti. Avverso la sentenza della Corte Regionale hanno interposto appello i soggetti condannati, rappresentati e difesi come appresso A - Antonino Gasparro ha proposto appello rappresentato e difeso dall'Avv. Paolo Ionio, giusta delega a margine dell'appello medesimoNell'impugnazione il difensore deduce l'illegittimità ed erroneità della sentenza di prime cure, formulando le seguenti doglianze -insufficienza di prove sull'esistenza del danno, sulla sua quantificazione e sulla responsabilità del proprio assistito, basati su confuse argomentazioni presuntive, su una equiparazione della responsabilità penale e quella contabile, in evidente contrasto con la sempre ritenuta autonomia dei due giudizi -non necessariamente al pagamento di una tangente è collegato un danno erariale, atteso che il concusso, accetta di comprimere egli il suo utile aziendale e quindi subisce un danno che nella specie, peraltro, sarebbe stato ristorato a Franco Caltagirone dal proprio assistito che gli avrebbe corrisposto la somma di Euro 64.557,11 -illogicità della sentenza, atteso che il giudice penale ha imputato il danno al concusso, mentre il giudice contabile lo ascrive all'ente pubblico. Peraltro le tangenti costituenti illecito finanziamento in quanto corrisposte ai movimenti politici non darebbero luogo necessariamente ad un danno patrimoniale alla res pubblica, poiché il finanziamento può scaturire da un mero impulso idealistico. In sentenza si fa, infatti, cenno al ruolo ricoperto dal Gasparro di fiduciario della Uil di modo che la somministrazione apparirebbe diretta ad un soggetto politico-sindacale in vista di vantaggi indeterminati. - incertezza sulla effettività del danno erariale poiché la discordanza di valutazione degli immobili tra Ute e la Commissione tecnica dell'Inail costituirebbe piuttosto una differenza di vedute, tenuto anche conto che non è stato effettuato un accertamento caso per caso, ma il danno è stato determinato induttivamente sulla base di un accertamento a campione dell'immobile di Latina. Peraltro, il proprio assistito non poteva intervenire nel processo di formazione del prezzo di modo che non è dato conoscere con certezza quale, secondo il Primo Giudice, sarebbe stato il fatto posto in essere del Gasparro come contropartita della tangente -la responsabilità per danno erariale suppone necessariamente l'indebito arricchimento nel caso di specie, ammesso che il Giudice penale abbia errato nel ritenere danneggiato il Caltagirone, al quale il proprio assistito ha ristorato Euro 64.577,11 e non con l'Erario, l'illecito arricchimento si è verificato in capo al Caltagirone e quindi non sussisterebbe danno erariale. Chiede, pertanto, il difensore, la riforma della sentenza appellata con assoluzione del proprio assistito ed in subordine, la riduzione dell'importo addebitato a quanto risulterà di giustizia previa Ctu contabile che chiede, in via istruttoria, onde accertare il valore dell'immobile acquistato dall'Inail. B.-Laura e Luigi Amedeo Palma, quali eredi con beneficio dell'inventario di Mario Palma hanno proposto appello, rappresentati e difesi congiuntamente e disgiuntamente dagli Avvocati Mario Sanino e Domenico Izzo, i quali muovono alla sentenza impugnata le seguenti doglianze -violazione e falsa applicazione della legge 20/1994 per difetto nella specie del presupposto oggettivo dell'indebito arricchimento degli eredi. Al riguardo, viene rammentata la circostanza che con ordinanza dell'11 dicembre 1995 il Tribunale penale aveva disposto il dissequestro e la restituzione a Mario Palma dei beni e valori mobiliari oggetto di sequestro giudiziario, riconoscendone la legittima provenienza. -violazione degli articoli 445-651 Cpp Mancanza di prova dei fatti illeciti contestati, atteso che il Palma avrebbe patteggiato la pena, decedendo poco dopo solo per motivi di salute. Richiama, inoltre, il difensore la giurisprudenza secondo cui la sentenza di patteggiamento ex articolo 444 Cpp non ha efficacia nei giudizi civili ed amministrativi e sottolinea che la menzionata ordinanza penale di dissequestro dei beni del Palma è stata assunta con il parere favorevole del Pubblico Ministero Penale e con acclaramento della mancanza di alcun collegamento fra le somme ricevute ed i fatti di cui ai reati ascritti al Palma -mancanza di prova del preteso danno erariale, atteso che la congruità dei prezzi di acquisto degli immobili era verificata da apposita Commissione, composta da tecnici esterni all'Istituto e che il Direttore Generale, che non aveva diritto al voto, formalizzava la delibera di acquisto solo dopo il parere della Commissione, la quale veniva adottata in presenza del Collegio sindacale e del Magistrato della Corte dei conti delegato al controllo -ininfluenza della stima Ute con riferimento all'immobile di Latina, ove il prezzo si discosterebbe in negativo del 10% rispetto a quello pagato per l'acquisto, poiché i criteri di stima sono basati su parametri variabili e non costituiscono una scienza esatta -mancanza di prova del preteso danno all'immagine che comunque non può essere addebitato agli eredi, proprio in mancanza dei riscontri necessari a quantificare la spesa necessaria al reintegro dei beni immateriali lesi. C.- la vedova di Mario Palma Sig.ra Arnhild Kroeger ha interposto appello, rappresentata e difesa dall'Avv. Francesco Palermo, giusta delega in calce all'appello medesimo, il quale ha dedotto le seguenti doglianze -erroneità della sentenza per difetto di motivazione e per erronea individuazione dei presupposti di fatto e di diritto mancata prova dell'illecito arricchimento del Palma, nonché degli eredi e difetto di dolo . Falsa applicazione dell'articolo 1 della legge 20/1994 nel testo integrato dalla legge 639/96 -violazione degli articoli 445-651 Cpp poiché la sentenza di patteggiamento non ha efficacia nei giudizi civili od amministrativi . Mancanza di prova dei fatti illeciti contestati al Palma. Difetto di motivazione e carenza di istruttoria. Mancanza di prova del preteso danno subito dall'Erario per le medesime ragioni espresse dagli altri eredi del Palma. Il Palma non aveva avuto nell'espletamento delle proprie funzioni poteri decisionali e istruttori in merito alla congruità dei prezzi di acquisto degli immobili che veniva verificata da una apposita Commissione. -contraddittorietà della sentenza-Mancanza di prova del danno all'immagine. Non addebitabilità dello stesso agli eredi esenti da responsabilità a titolo di dolo o colpa grave. Violazione dell'articolo 1 della legge 20/1994. Chiede, pertanto, la difesa la reiezione della domanda proposta dal Procuratore Regionale, con riforma della sentenza impugnata ed, in via di subordine, una opportuna riduzione dell'addebito, in misura inferiore alla consistenza dell'eredità risultante dall'inventario prodotto. D.- Giancarlo Serafini ha interposto appello, rappresentato e difeso congiuntamente e disgiuntamente dagli Avvocati Nino Longobardi e Giuliano M. Pompa, giusta delega a margine dell'atto di appello. Nella proposta impugnazione la difesa formula le seguenti doglianze -erronea configurazione del rapporto tra giudizio penale e giudizio di responsabilità con riguardo alla sentenza penale non dibattimentale a seguito di patteggiamento emessa ex articolo 444 Cpp -contraddittorietà della motivazione, illogica valutazione degli elementi probatori e delle risultanze dei procedimenti penali. Al riguardo, la difesa rappresenta che il proprio assistito si è determinato al patteggiamento in ordine all'imputazione concussiva allo scopo di uscire da una vicenda giudiziaria che lo aveva profondamente minato nel fisico e nell'anima, senza, tuttavia, rinunciare a contestare le accuse mossegli, avendo solo ammesso di aver ricevuto buste contenenti denaro dal consigliere Gasparro e dal costruttore Brizziarelli, da portare all'On. Balzamo, segretario amministrativo del Psi, non avendo il denaro ricevuto prodotto alcun illecito arricchimento del Serafini che si sarebbe limitato ad una funzione di mero tramite, dappoichè l'accordo tacito al momento del suo ingresso in Inail nel 1989 era che i vari costruttori dovessero tacitare i partiti che erano rappresentati nel comitato esecutivo, in particolare la Dc, il Psi il Psdi. La Sezione Regionale avrebbe erroneamente considerato, in difetto di prova, la sussistenza di un danno erariale per mero effetto delle tangenti, al pari dell'esistenza di un nesso causale tra queste ed il presunto danno. Oppone, altresì, che la sentenza di patteggiamento non comporterebbe un accertamento della responsabilità dell'imputato in ordine al reato contestatogli -nullità ex articolo 146 Cpc dell'atto di citazione per carenza del contenuto minimo necessario, atteso che nel suo libello il Procuratore Regionale non specificava alcunché e non forniva alcun reale elemento di prova -insussistenza della responsabilità amministrativa nei suoi presupposti, poiché non si comprenderebbe come le somme ritirate dal Serafini per la formazione politica di riferimento, possano essere considerate in sé un danno per l'Erario, senza aver dato contezza di una avvenuta maggiorazione per l'Ente del prezzo di acquisto dei singoli immobili -difetto assoluto di istruttoriaNullità per difetto assoluto di prova in ordine ai requisiti necessari per la sussistenza della responsabilità amministrativa, in quanto l'atto di citazione trae origine unicamente dai procedimenti penali e non da anomalie nel procedimento di acquisizione degli immobili che si siano riverberate nella formazione del relativo prezzo di acquisto. Non si tenuto, inoltre, conto che il Serafini era totalmente sprovvisto di competenze tecniche nel campo della valutazione immobiliare, donde l'atto di citazione e la sentenza impugnata avrebbero argomentato in base ad astratte considerazioni e generiche valutazioni, basandosi, peraltro, solo sulle valutazioni dell'Ute di Latina, senza rilevare che lo scostamento tra il prezzo di mercato ritenuto più probabile dall'Ute e quello finale pagato dall'Inail è fisiologico e giudicato corrispondente alla comune esperienza. In realtà, sia il Procuratore Regionale che la Sezione di prime cure si sarebbero affidati ad una presunzione di danno erariale che avrebbe dovuto essere esclusa, poiché le spontanee elargizioni degli imprenditori erano finalizzate soltanto a soddisfare il loro interesse a vendere all'Inail immobili di ingente valore con ampia compensazione senza ripercussioni in termini di prezzi o qualità delle prestazioni donde non sarebbe stata fornita la prova in ordine all'an ed al quantum debeatur. Oppone, altresì, la difesa che il pagamento di una tangente non costituirebbe ex se prova sicura del danno erariale e che comunque quest'ultimo sarebbe stato determinato dal Primo Giudice senza tener conto dei vantaggi comunque conseguiti dall'Amministrazione che andavano ope legis valutati, -inconfigurabilità di un danno non patrimoniale. Difetto di giurisdizione al riguardo, insussistenza del danno patrimoniale indiretto per lesione dell'immagine e sua illegittima quantificazione-Difetto di prova. Chiede, pertanto, la difesa che il proprio assistito, in riforma della sentenza impugnata, venga mandato assolto dalla domanda attrice. In ogni caso, chiede che, in via istruttoria, venga acquisita tutta la documentazione relativa alla compravendita di immobili effettuata dall'Inail nel periodo in cui il Serafini ricopriva la carica di vice presidente, venga disposta l'audizione di funzionari e tecnici dell'Istituto previdenziale ed una nuova consulenza tecnica d'ufficio. In subordine, chiede che venga esercitato nella maniera più ampia il potere riduttivo. Nelle sue conclusioni depositate in data 18 luglio 2003 il procuratore Generale, nel chiedere la riunione degli appelli ex articoli 333 e 335 Cpc ha come appresso dedotto in ordine alle doglianze delle parti appellanti -infondatezza della censura degli eredi Palma volta a negare la loro legittimazione passiva, atteso che la prevalente giurisprudenza della Corte di conti reputa che il carattere indebito dell'arricchimento degli eredi costituisca una presunzione relativa iuris tantum donde sul pianto processuale imporrebbe una inversione dell'onere della prova. Ciò, tenuto conto che la devoluzione ereditaria, comprende il frutto degli illeciti arricchimenti del de cuius e rappresenta conseguenza ragionevolmente possibile secondo un criterio di normalità cfr. Cassazione civile, Sezione terza, 4688/86 di modo che sarebbero gli eredi che debbono fornire la prova certa che gli accrescimenti patrimoniali conseguiti con l'accettazione dell'eredità, debbono essere circoscritti all'asse ereditario acquisito con il beneficio dell'inventario di modo che, non realizzandosi così la confusione dei patrimoni gli eredi possono essere chiamati a rispondere del debito ereditario intra vires e solo in presenza della dichiarazione di rinuncia, in difetto della quale, come nel caso di specie, sussiste la legittimatio ad causam degli eredi - con riguardo alla sentenza di patteggiamento, il Procuratore Generale richiama l'orientamento giurisprudenziale secondo cui il Giudice Contabile in tutta autonomia ed indipendenza, può valutare gli elementi di responsabilità ivi emergenti, soprattutto in ipotesi, quale quella all'esame ove tutti i convenuti, non solo hanno ammesso di aver richiesto somme di denaro agli imprenditori che si apprestavano ad alineare gli immobili all'Ente previdenziale, ma li hanno ristorati dal pregiudizio economico sofferto -infondatezza dell'eccezione di nullità della citazione per carenza del contenuto minimo necessario ex articolo 164 Cpc, posto che nella specie si è in presenza di responsabilità contabile in quanto gli appellanti sono stati percettori di denaro sottratto alla disponibilità dell' Inail, sicchè varrebbero i principi posti dall'articolo 194 del Rd 827/24 e dagli articoli 1218, 2051,1766 Cc. Peraltro, l'eventuale ipotesi di nullità resterebbe sanata dall'avvenuta costituzione con deduzioni e richieste anche nel merito -infondatezza della costruzione appellante secondo cui nella specie non sussisterebbero gli elementi costitutivi della responsabilità amministrativa -infondatezza della censura di difetto di prova del danno e di errata equipollenza tra tangente e fatto lesivo, tenuto conto che la valutazione effettuata dall'Ute per l'immobile di Latina ha evidenziato uno scostamento pari al 10% rispetto al prezzo pagato, e considerato che tutti gli acquisti immobiliari avvenivano secondo il criterio della trattativa privata, in palese violazione delle norme contabili, disciplinate per gli enti istituzionali dal Dpr 696/79, nell'ambito del noto fenomeno della c.d. tangentopoli romana, indicata come vendita di palazzi d'oro -in ordine alla prova del danno richiama la conforme giurisprudenza della Cassazione SS.RR. 3970/93 secondo cui, in presenza di tangenti, è legittimo ritenere che la lesione patrimoniale inferta alla finanza pubblica sia almeno pari all'importo dell'illecito corrispettivo, tenuto conto, peraltro, che la contrarietà ai doveri d'ufficio, conseguente ad una condanna per corruzione o per concussione, è in sé sufficiente a ritenere che sia venuto ad emersione un danno ingiusto risarcibile. Reputa, infatti, il Procuratore Generale che dall'inadempimento dei doveri d'ufficio sarebbe derivato un aggravio al prezzo di vendita degli immobili almeno pari a quello pagata per le tangenti di modo che tale aggiuntiva somma costituirebbe danno per l'Ente -insiste nella sussistenza, sotto il profilo psicologico, del dolo, come consapevolezza dell'illegalità del comportamento e di volontaria previsione dell'evento lesivo -qualifica come clausola di stile l'affermazione che dal Primo Giudice non sarebbero stati valutati i vantaggi comunque conseguiti dall'Ente, dappoichè non è dato intuire né vengono indicati, da parte appellante, tali vantaggi -per quanto attiene al denegato danno alla immagine richiama la giurisprudenza della Cassazione che ha individuato la relativa diminuzione patrimoniale, anche in assenza di un danno diretto, sotto il profilo della spesa necessaria al ripristino dell'immagine compromessa, con possibilità di una quantificazione equitativa ex articolo 1226 Cc ogni volta che una quantificazione analitica si appalesi difficoltosa. Richiama, inoltre, al riguardo la sentenza delle SS.RR. della Corte dei conti numero /Q.M.del 23 aprile 2003 relativa alla risarcibilità della danno esistenziale -meramente tuzioristiche, ritiene il Pg le richieste di nuova istruttoria, di consulenza tecnica e di riduzione dell'addebito. Conclude, pertanto, per la conferma della sentenza impugnata, con condanna alle spese del grado. Venute in discussione le cause all'udienza del 12 ottobre 2004, il Collegio ha disposto il rinvio del dibattimento all'udienza del 5 aprile 2005, onde consentire all'appellante Serafini l'integrazione della propria difesa avendo l'avv. Giuliano Palma, codifensore dello stesso rinunciato al mandato. A tale nuova udienza la discussione è stata rinviata alla successiva data del 15 novembre 2005 per la notifica degli atti di appello proposti dal Gasparro e dal Serafini all'intervenuto Inail. Tale adempimento risulta soddisfatto dal Serafini la cui difesa, con nota prodotta per l'udienza del 15 novembre 2005, ha ulteriormente sviluppato e precisato le considerazioni e le richieste conclusionali rese nell'atto d'appello. Alla pubblica udienza del 15 novembre 2005 gli Avvocati Nino Longobardi e Giuliano M.Pompa per il Serafini, l'Avv. Domenico Izzo per gli eredi Laura e Luigi Amedeo Palma, l'avv. Francesco Palermo per Arnhild Kroeger, vedova di Mario Palma, nonché il Pubblico Ministero hanno sviluppato e ribadito le considerazioni e le richieste conclusionali rese nei rispettivi atti scritti. Considerato in diritto Gli appelli in epigrafe, in quanto proposti avverso la stessa sentenza, vanno riuniti ex articoli 335 cod.proc.civ., onde pervenire ad un'unica decisione. Passando all'esame delle impugnazioni, osservano i Giudicanti che l'appellata sentenza ha pronunciato la condanna dei convenuti amministratori dell'Inail per l'assunto danno indotto all'Ente in ragione della percezione, da parte dei medesimi, di tangenti, di notevole importo, corrisposte da imprenditori proprietari onde facilitare e/o non frapporre ostacoli all'acquisto di immobili da parte di tale Istituto di previdenza nel periodo dal 1985 al 1992, nonché per il conseguente pregiudizio patrimoniale connesso al discredito all'immagine dell'Ente per l'illecita condotta dei suoi operatori. In ordine a tale vicenda tangentizia risultano celebrati a carico dei convenuti procedimenti penali per il reato di concussione, definiti dal Tribunale di Roma, a seguito di patteggiamento ex articolo 444 Cpp, con sentenza di condanna a pene detentive, rimaste sospese nell'assenza a carico degli imputati di precedenti penali. Avverso la sentenza della Corte dei conti Regionale si sono gravati il Serafini ed il Gasparro, nonché gli eredi del Palma, censurandone tutti l'erroneità ed ingiustizia per aver disposto la condanna dei medesimi in assenza di elementi probatori in ordine ai fattori costituitivi della responsabilità amministrativa, anche in ragione della inefficacia nel giudizio amministrativo della sentenza patteggiata in sede penale, per il mancato esercizio del potere riduttivo dell'addebito ed opponendo, altresì, il Serafini e gli eredi Palma, in via preliminare, rispettivamente, la nullità dell'atto di citazione per carenza del contenuto minimo necessario alla sua validità e del presupposto dell'indebito arricchimento, indispensabile per il coinvolgimento nelle conseguenze di responsabilità degli aventi causa. Poiché le prospettate censure preliminari hanno incidenza sulla legittima introduzione del giudizio di responsabilità e sono rilevabili di ufficio, il Collegio, in ragione dell'ordine logico-giuridico di trattazione, reputa di dover dare prevalenza all'esame di tali censure, la cui fondatezza, ove riconosciuta, precluderebbe l'ulteriore esame di tutti o parte dei riuniti atti di appello. Prioritaria è, al riguardo, l'eccezione di inammissibilità e nullità dell'atto introduttivo del giudizio di responsabilità, viziato, secondo la difesa del Serafini, ex articolo 164 cod.proc. civ., per l'assoluta sua genericità e difetto del contenuto minimale, anche sotto il profilo probatorio, in ordine alle componenti costitutive della responsabilità, la cui ricaduta in termini di legittimità dell'atto sarebbe intuibile appena si consideri il grave pregiudizio all'effettività del diritto di difesa ed alla salvaguardia del principio del contraddittorio indotti dalla lamentata carenza argomentativa e di elementi di supporto della pretesa vantata dall'Organo Requirente Contabile. La censura è infondata. Al riguardo, è ben consapevole il Collegio dell'imprescindibile necessità che l'atto di citazione, costituendo il presupposto per la valida costituzione del rapporto processuale, deve contenere, fra gli altri requisiti di validità, l'indicazione degli elementi indispensabili alla determinazione del petitum e della causa petendi e che l'eventuale vizio della citazione sotto l'indicato profilo, rilevabile d'ufficio, impone al giudice l'obbligo di fissare all'attore un termine perentorio per il rinnovo della stessa. Senonchè, costituisce giurisprudenza pacifica della Cassazione che tale ipotesi di nullità deve essere esclusa ove il petitum, inteso sotto il profilo formale come provvedimento giurisdizionale richiesto e sotto l'aspetto sostanziale come bene della vita di cui si chiede il riconoscimento, sia comunque individuabile avuto riguardo al contenuto sostanziale delle domande e delle conclusioni delle parti-desumibili dalla situazione dedotta in causa, nonché dalle precisazioni formulate nel corso del giudizioin una valutazione complessiva anche del loro effettivo interesse cfr., in termini, per tutte, Cassazione 188/96 . Facendo applicazione degli enucleati principi esegetici, reputa il Collegio che il dedotto vizio di legittimità non ricorre nel caso all'esame, ove l'Organo Requirente ha esattamente individuato la imputazione lesiva mossa ai convenuti percezione di tangenti corrisposte dagli imprenditori che si sarebbero rivalsi del corrispondente importo sul prezzo di vendita degli immobili, con intuitivo aggravio patrimoniale per l'Ente, anche per la compromissione della sua immagine all'esterno , nonchè il titolo giuridico necessità del ristoro patrimoniale dell'Ente danneggiato che impone all'Organo Requirente contabile l'obbligo di azionare tale pretesa. Tali elementi risultano ostensivamente indicati ed argomentativamente supportati nel proposto libello cfr.ivi, infra pagg.da 20 a 23 di talché è da escludere nella specie la dedotta insufficienza dell'atto introduttivo del giudizio di responsabilità. Del pari infondata si appalesa l'eccezione di difetto di legittimazione passiva ad causam formulata nei confronti dei propri assistiti dalla difesa degli eredi Palma sia per non avere il loro dante causa commesso i fatti addebitati sia per l'assenza di un loro indebito arricchimento, nell'assunta separazione del proprio patrimonio da quello del de cuius indotta dalla accettazione dell'eredità con beneficio dell'inventario, nonché dalla modestia di valore dei beni inventariati. Ostano, invero, all'accoglimento della censura sia le risultanze della pronuncia penale di patteggiamento assunta nei confronti del Palma con la sentenza in data 19-23 dicembre 1996 del Tribunale di Roma, dalla quale emerge comunque la corresponsione al Palma, da parte dei proprietari di immobili oggetto di vendita, di rilevanti somme di denaro, anche se in parte asseritamene destinate a soggetti politici o restituite ai corresponsori di modo che in capo al convenuto Palma ed ai suoi eredi non può essere escluso l'indebito arricchimento e la conseguente legittimazione passiva al giudizio di responsabilità. Né tale legittimatio, contrariamente a quanto ritenuto dalla difesa appellante, è suscettibile di essere esclusa dalla accettazione dell'eredità con il beneficio dell'inventario e/o dalla modestia dei beni inventariati che costituiscono entrambi soltanto il limiti quantificante la responsabilità patrimoniale di tali soggetti. L'estesa costruzione è stata correttamente operata dal Primo Giudice, donde la fondatezza in parte qua e sotto l'indicato profilo dell'appellata pronuncia della Corte Territoriale. Il superamento delle eccezioni preliminari consente ora al collegio di scendere all'esame delle censure afferenti più direttamente il merito della contestata responsabilità. Al riguardo, osservano i Giudicanti che le difese appellanti sono univoche sostanzialmente nell'assumere l'illegittimità ed erroneità della sentenza impugnata che, nella vicenda tangentizia in fatto descritta, avrebbe disposto la condanna dei convenuti amministratori dell' Inail in assenza degli elementi costituitivi della responsabilità amministrativa sia sotto il profilo del danno patrimoniale diretto per l'assunta lievitazione a carico dell'Ente del prezzo di vendita degli immobili sul quale le Società costruttrici avrebbero ricaricato l'importo corrispondente alle tangenti, sia sotto il profilo del danno indiretto da compromissione dell'immagine dell' Inail la cui sussistenza sarebbe stata tratta dalla mera percezione, da parte dei convenuti delle tangenti senza fornire prova alcuna, per la prima posta di danno, sulla effettiva incidenza delle tangenti sul prezzo d'acquisto e, per la seconda posta lesiva, sulla sussistenza dei costi sostenuti dall'Istituto pubblico di previdenza per il ripristino dell'immagine assunta lesa. Quanto sopra, peraltro, secondo quelle difese, nel riflesso che nella vicenda, ai fini affermatori della responsabilità di cognizione del Giudice Contabile, non potrebbero in alcun modo essere conducenti le sentenze penali patteggiate, in quanto, per l'espressa preclusione contenuta nell'articolo 445 Cpp, prive di efficacia nei giudizi civili ed amministrativi. Le prospettate doglianze, ove raffrontate alla realtà fattuale emergente dagli atti di causa, non trovano nella stessa sostanziale riscontro ed, anche per quanto attiene alla valenza nel presente giudizio delle sentenze penali patteggiate, si appalesano non correttamente formulate. L'ordine logico-giuridico di trattazione impone al Collegio di dar precedenza a tale ultimo profilo di doglianza, la cui esatta configurazione consente una corretta valutazione delle risultanze penali. Sul punto è, invero, ben noto a questi Giudici che l'assenza nella sentenza patteggiata di un accertamento positivo e costitutivo di responsabilità dell'imputato comporta, quale conseguenziale effetto ex articolo 445 Cpp, che, anche quando tale sentenza sia pronunciata dopo la chiusura del dibattimento, la stessa non possa esplicare efficacia di giudicato nei giudizi civili o amministrativi, nonostante la sua equiparazione ex lege a pronuncia di condanna. Ciò, non impedisce, però, secondo la consolidata giurisprudenza, che, proprio in virtù di quel principio, invocato dalle difese appellanti, di sostanziale separatezza del giudizio penale da quello amministrativo, l'organo Requirente ed il Giudice Contabile possano trarre utili elementi di valutazione dal fascicolo processuale penale ai fini, rispettivamente, della azione da promuovere e dell'autonoma pronuncia da rendere in tema di responsabilità, soprattutto quando, come nella specie, i fatti addebitati possano costituire al contempo un illecito penale ed un illecito amministrativo. Quanto sopra chiarito, osserva il Collegio che all'estesa costruzione si è sostanzialmente e legittimamente attenuta la Corte Regionale nell'impugnata sentenza ove, dalle ammissioni confessorie di responsabilità rese in sede penale e richiamate nelle sentenze patteggiate, dai convenuti in ordine alla percezione di somme indebite corrisposte dai soggetti proprietari di immobili da vendere all'Ente pubblico di appartenenza, nonché dalle risultanze delle indagini di polizia giudiziaria affidate alla Guardia di Finanza, ha tratto validi elementi di giudizio sia sotto il profilo soggettivo che oggettivo dell'addebito cfr. infra pagg.da 27 a 32 della sentenza impugnata . Tali elementi, autonomamente e criticamente vagliati dalla Corte Territoriale, hanno costituito e costituiscono, secondo questi Giudici, componenti imprescindibili del proprio convincimento, onde pervenire, con giudizio logico-deduttivo, suffragato da sufficiente supporto probatorio, alla statuizione di condanna dei convenuti nella descritta vicenda lesiva, nonché degli eredi del Palma nei limiti stabiliti dal Primo Giudice. Invero, per quanto attiene alla prima posta di danno ascritta ai convenuti, rammenta il Collegio che, secondo l'ormai consolidato orientamento giurisprudenziale in materia contrattuale, la somma illecitamente corrisposta o pretesa da soggetti privati e quindi percepita da pubblici operatori, a titolo di tangente, costituisce danno per l'Ente pubblico contraente, dappoichè tali percezioni, le quali, tranne inequivoca prova in contrario, non possono configurarsi come atti di liberalità, vengono comunque ad alterare la libera formazione della volontà negoziale e del prezzo, avendo quale intuitiva ed ineludibile controprestazione, favoritismi e/od irregolarità che sul prezzo vengono in vario modo ad incidere donde è da ritenere legittima la fondata presunzione che gli esborsi occulti in questione, a prescindere dalla sottrazione degli stessi all'imposizione fiscale, finiscono per rappresentare per il venditore e soprattutto per il costruttore di immobili una voce passiva destinata ad essere messa in conto e, pertanto, ripianata per rivalsa attraverso una maggiorazione del giusto prezzo od una riduzione, in vario modo operata, del costo di costruzione dell'immobile, quali sarebbero necessariamente scaturite da una normale situazione di correttezza negoziale, amministrativa e contabile. Tutto ciò, secondo quella logica del tornaconto, confronto tra costi e benefici, ben nota al pubblico operatore, soprattutto in materia contrattuale, che, ove il costruttore e/o proprietario di immobile concerti con il primo l'illecito do ut des, intende comunque realizzare il previsto profitto attraverso una lievitazione del prezzo o una riduzione dei costi in misura pari alla tangente pretesa o concordemente accettata di modo che l'Ente pubblico ne resta nella medesima misura danneggiato. Sotto tale ottica effettuale il fenomeno corruttivo e concessivo, pur atteggiandosi diversamente per l'aspetto psicologico, si equivalgono, dappoichè il venditore, ove non diversamente comprovato, tende comunque ad avere un rientro equivalente alla tangente spontaneamente versata od estorta. Non appaiono, pertanto, conferenti al riguardo le considerazioni svolte dalle difese appellanti dirette ad eslcudere la sussistenza del danno nel triplice riflesso che nell'ipotesi concussiva all'esame sarebbe stato il concusso o corrotto secondo alcune difese ad accettare di comprimere il suo utile in misura pari alla tangente e che nel suo pronunciato il giudice penale ha riferito l'effetto dannoso dell'illecito all'imprenditore concusso al quale, in alcuni casi, il danno sarebbe stato, peraltro, in toto o in parte ristorato dal concussore. Invero, come chiarito, tali circostanze non escludono che alla condotta concussiva o corruttiva segua, con diretta relazione causale, in ragione dell'evidenziato fenomeno del c.d. rientro, il danno per l'Ente pubblico che a quelle condotte è rimasto estraneo. Peraltro, nella fattispecie all'esame, dato per certo che le tangenti sono state corrisposte ed accettate dai convenuti, onde nelle rispettive qualità di amministratori dell' Inail, non frapponessero ostacoli all'acquisto degli immobili da parte dell'Ente medesimo, appare incontestabile la sussistenza di quegli elementi gravi, precisi e concordanti che, sotto il profilo probatorio, hanno consentito al Primo Giudice di attestare la produzione di un danno patrimoniale all'Ente pubblico, quantificabile quanto meno ex articolo 1226 Cc, come in concreto quantificato, in misura non inferiore all'ammontare delle tangenti percepite da ciascun amministratore. Così comprovata ed attestata la sussistenza nei casi all'esame dell'elemento oggettivo dell'addebito, le ammissioni rese dai convenuti in sede penale e le testimonianze ivi raccolte dagli imprenditori coinvolti nelle descritte rivende concussive e/o corruttive conferiscono sufficiente fondatezza, anche sotto il profilo soggettivo e del nesso di causalità, alle statuizioni del Primo Giudice in ordine alla sussistenza in concreto nei confronti dei convenuti degli elementi costitutivi della responsabilità amministrativa idonei a sostenere l'assunta pronuncia di condanna. In ordine al secondo profilo di danno non possono non concordare questi Giudicanti con l'assunto del Primo Giudice, ribadito dal procuratore Generale nel suo atto conclusionale, ove viene dato prevalente risalto, onde sostenere sotto l'indicato profilo, la pretesa erariale, ai fatti tangentizi penalmente accertati a carico degli attuali appellanti che, in quanto lesivi del decoro dall'Ente pubblico di previdenza, comportano, da parte dello stesso, anche in prospettiva, l'intuitiva assunzione di costi ai fini della reductio ad integrum della propria immagine cfr. infra pagg. da 34 a 36 della sentenza impugnata . Conviene, pertanto, il Collegio con l'assunto della Corte Regionale secondo cui l'ascritto illecito penale ha gettato non poco discredito sull'Istituto di previdenza per la compromissione del senso di fiducia che i cittadini presuppongono di riporre nello stesso e nei suoi operatori, chiamati per munus d'ufficio alla ottimale destinazione delle proprie risorse e degli investimenti immobiliari a tutela e garanzia dei lavoratori infortunati, nonché per il clamor fori indotto dalle vicende tangentizie in fatto descritte. Quanto poi all'entità del danno addebitato, al riguardo, ai convenuti reputano i Giudicanti che, contrariamente a quanto lamentato dalle difese appellanti, ai fini della sua determinazione la Corte Territoriale ha fatto pertinente e corretto uso del criterio equitativo previsto dall'articolo 1226 Cc di modo che vanno respinte le doglianze di quelle difese efferenti alla carenza probatoria in ordine al quantum debeatur. È innegabile, invero, come già accennato, il richiamo operato dall'Organo Requirente cfr. infra pagg.21 e 23 della citazione e dalla Corte Regionale cfr. infra pagg. da 34 a 36 della sentenza impugnata anche in ragione delle pertinenti citazioni giurisprudenziali, ai costi approntati dall'Ente previdenziale per il ripristino all'esterno del prestigio leso che, oltre a trovare puntuale riscontro nelle risultanze processuali, appare del tutto sufficiente, a prescindere dal generico richiamo alla costruzione del c.d. danno evento, onde soddisfare l'onere probatorio indotto dal menzionato articolo 1226 Cc pur se indicato in misura percentuale. Ne segue, sotto l'indicato profilo, la conferma sulla sussistenza del danno formulata dal Primo Giudice, nonché del convincimento, anche per tale posta lesiva, della condotta dolosa tenuta dai convenuti nell'assolvimento delle delicate funzioni agli stessi assegnate nel procedimento negoziale volto all'acquisizione al patrimonio dell'Ente di appartenenza di beni immobili, i quali approfittando del particolare status di operatori pubblici, ricevevano somme di denaro non dovute per profitto meramente personale o comunque estraneo all'interesse dell'Ente, con disdoro della sua immagine ed incuranti delle implicazioni lesive che tale condotta poteva indurre, come in concreto ha indotto, sul patrimonio dell'Ente medesimo. La condotta dolosa tenuta dai convenuti preclude al Collegio, per entrambe le ascritte poste di danno, un contenimento dei relativi addebiti nell'esercizio del c.d. potere riduttivo e/o sotto il profilo applicativo dell'articolo 1226 Cc donde anche sotto l'indicato profilo la sentenza di prime cure merita di essere confermata. Le spese del doppio grado seguono la soccombenza. PQM La Corte dei conti -Sezione Prima Giurisdizionale Centrale - definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza e deduzione reiette, decide quanto appresso - riunisce gli appelli in epigrafe - dichiara l'ammissibilità dell'atto introduttivo del giudizio di responsabilità - dichiara la legittimazione passiva ad causam degli eredi di Mario Palma, Laura e Luigi Amedeo Palma, nonché della vedova Arnhild Kroeger - respinge gli appelli in epigrafe e conferma la sentenza impugnata. Le spese del presente grado seguono la soccombenza e si liquidano in euro 1407,85 millequattrocentosette/85