I redditi illeciti non pagano tasse (se sono confiscati entro l'anno)

di Benito Fuoco

di Benito Fuoco Per non essere soggetti a tassazione, i redditi derivanti da attività illecite devono essere confiscati entro lo stesso periodo d'imposta in cui il provento è maturato, essendo ininfluente il caso in cui la perdita o la confisca avvengano in un periodo successivo. Con queste conclusioni, la sezione tributaria della Suprema corte di Cassazione, nella sentenza 19078/05 depositata il 29 settembre 2005 e qui leggibile tra gli allegati, ha stabilito che, qualora i proventi dell'attività illecita nel caso usura siano stati assoggettati a confisca o sequestro, questo provvedimento determina l'esclusione delle somme dalla tassazione, esclusivamente nel caso in cui questa misura coercitiva sia intervenuta nello stesso periodo d'imposta in cui è maturato il provento. La vicenda si riferisce ad un reddito conseguito in dipendenza di prestiti concessi a tassi d'interesse usurari nell'anno 1991. LA VICENDA A seguito di un processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza, l'Ufficio delle Imposte di Ravenna notificava al contribuente un avviso di accertamento con cui recuperava a tassazione un reddito conseguito nell'anno 1991 in seguito di prestiti a tassi usurari. L'avviso di accertamento veniva impugnato con un ricorso che veniva respinto dalla Commissione di primo grado di Ravenna. La sentenza di primo grado veniva confermata dalla Commissione tributaria regionale dell'Emilia Romagna. LA SENTENZA Propone ricorso per cassazione il contribuente eccependo, tra gli altri motivi, l'illegittimità della sentenza emessa dei giudici regionali circa l'affermata tassabilità dei redditi provenienti da attività usuraria, poiché, sosteneva il ricorrente, tali proventi non potevano essere ricondotti alla sua disponibilità in quanto erano stati confiscati in sede di procedimento penale. In tema di imposte sui redditi e con riguardo alla tassazione dei proventi derivanti da attività illecite ai sensi dell'articolo 14 della legge 537/93 il quale ha natura di interpretazione autentica della normativa contenuta nel Dpr 917/86 , affinché operi la causa di esclusione dalla tassazione dei proventi derivanti da attività illecite, osservano i Giudici Supremi, occorre che il provvedimento di confisca o di sequestro sia intervenuto entro lo stesso periodo d'imposta nel quale il provento sia maturato. Tale principio, proseguono gli ermellini, si ricava dalla norma introdotta dall'articolo 3 della Costituzione al fine di evitare ingiustificate disparità di trattamento tra i percettori di proventi illeciti ed i possessori di redditi leciti. Nel caso di specie concludono i giudici, emerge che il provvedimento di confisca è intervenuto, nei confronti del contribuente solo il 4 novembre 1996, ed è quindi ampiamente successivo al periodo d'imposta al quale si riferisce l'accertamento, conseguentemente, dovendosi ritenere alla scadenza dell'anno 1991 nella disponibilità del ricorrente, su tali somme devono essere applicate le imposte sui redditi. IL PRINCIPIO Per non essere assoggettati a tassazione, i redditi derivanti da attività di illecito penale devono essere confiscati entro lo stesso periodo d'imposta in cui il provento è stato realizzato.

Cassazione - Sezione tributaria - sentenza 10 maggio-29 settembre 2005, n. 19078 Presidente Cristarella Orestano - Relatore Ferrara Pm Matera - difforme - ricorrente Fiorentini - controricorrente ministero dell'Economia e delle finanze Svolgimento del processo A seguito di pvc della Gdf del 10 novembre 1992, dal quale emergeva la omessa dichiarazione da parte di C. F. di ricavi realizzati quale titolare della ditta individuale mediante l'effettuazione di prestiti a tassi usurai, l'Ufficio II DD di Ravenna notificò alla contribuente avviso di accertamento con il quale recuperava a tassazione, ai fini Irpef e Ilor, per l'anno 1991, l'imponibile di lire 134.915.000. L'avviso di accertamento venne impugnato dalla contribuente dinanzi alla Commissione tributaria di primo grado di Ravenna, che rigettò il ricorso. Appellata la decisione della Fiorentini, nei cui confronti nelle more della definizione del processo tributario, era intervenuta, per i medesimi fatti, sentenza di patteggiamento in sede penale per il reato di cui all'articolo 644 Cpp, con la quale era stata tra l'altro disposta la confisca della somma di lire 200.000.000, costituita da certificato di deposito riconducibile all'imputata, la Commissione tributaria regionale dell'Emilia Romagna con sentenza 30/1999 e non notificata, rigettò anche il gravame. Per la cassazione della sentenza di appello la contribuente ha quindi proposto ricorso, notificato il 14 settembre 1999 al ministero delle Finanze, articolando quattro motivi. Il Ministero ha replicato con controricorso notificato il 25 ottobre 1999. Con successiva memoria aggiunta la ricorrente ha eccepito l'inammissibilità del controricorso per essersi l'amministrazione costituita a mezzo di ufficio periferico del tutto estraneo alla controversia Ufficio Iva di Benevento , e perché notificato in forma incompleta in quanto privo della indicazione della parte intimata. Motivi della decisione 1. L'eccezione di inammissibilità del ricorso formulata dal Pg è infondata e non può pertanto trovare accoglimento. Ed infatti, vero è che né nell'epigrafe del ricorso, né in altra parte di esso la parte intimata risulta specificamente indicata, e però, secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, da questa Corte senz'altro condiviso, l'inammissibilità del ricorso per la ragione dedotta sussiste solo quando vi sia incertezza assoluta sull'identità della parte nei cui confronti il ricorso debba intendersi proposto, la qual cosa non può farsi nel caso in esame, potendosi quella indicazione ricavare con sufficiente tranquillità dal contenuto del ricorso medesimo e dai riferimenti alle precedenti fasi processuali Cassazione 6802/03 3565/96 1389/94 . 2. Infondata è anche l'eccezione di inammissibilità del controricorso formulata dalla ricorrente. Ed invero dal suddetto atto la parte controricorrente risulta essere correttamente costituita dal ministero delle Finanze, in persona del Ministro pro-tempore, al quale il ricorso fu notificato, mentre l'indicazione dell'Ufficio Iva di Benevento, conseguente ad evidente errore materiale, appare espressa in termini assolutamente superflui ed irrilevanti e per quanto possa occorrere , risultando pertanto del tutto ininfluente ai fini della costituzione di un valido rapporto processuale tra le parti effettive del giudizio. Quanto alla pretesa incompletezza della copia del controricorso notificato alla Fiorentini, l'assunto trova puntuale smentita nella relata di notifica, facendo essa fede fino a querela di falso delle attività attestate dall'Ufficiale giudiziario, e quindi anche dell'avvenuta consegna al destinatario di copia conforme, e quindi integrale, dell'atto da notificare, secondo quanto previsto dall'articolo 137 Cpcomma . Passando quindi senz'altro all'esame degli spesici motivi di doglianza esposti dalla ricorrente, con il primo di essi la contribuente deduce i vizi di violazione o falsa applicazione dell'articolo 14, comma 4, legge 537/93, in relazione all'articolo 6 Dpr 917/86, o comunque di insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, censurando in particolare l'affermata tassabilità dei redditi provenienti da attività usuraia, benché essi non potessero considerarsi acquisiti alla sua disponibilità, a seguito della confisca subita in sede di procedimento penale. Sul punto controverso la Ctr ha disatteso la tesi della contribuente ritenendo lecita l'attività di finanziamento svolta dalla Fiorentini, anche se svolta con alcune modalità illegali , onde la tassabilità dei ricavi provenienti dall'attività aziendale. Orbene, premesso che il vizio motivazionale risulta solo genericamente dedotto e comunque non configurabile rispetto a una questione che, per come prospettata, è di puro diritto e non di fatto, con riferimento alla violazione di legge denunciata osserva la Corte che, benché la motivazione del giudice di merito non possa ritenersi condivisibile, posto che la pratica di tassi usurai nei finanziamenti vale certamente a qualificare i proventi che ne derivano, come provenienti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale , ai sensi e per gli effetti di cui al citato articolo 14, pur tuttavia la decisione assunta con la sentenza impugnata risulta, sotto il profilo in esame, conforme a diritto e meritevole pertanto di conferma ex articolo 384 ultimo comma Cpc. Ed infatti, secondo la giurisprudenza di legittimità, da questo Collegio senz'altro condivisa, in tema di imposte sui redditi e con riguardo alla tassazione dei proventi derivanti da attività illecite, ai sensi dell'articolo 14, comma 4, della legge 537/93 il quale ha natura di interpretazione autentica della normativa contenuta del Dpr 917/86 affinché operi la causa di esclusione dell'imponibilità costituita dalla circostanza che i detti proventi risultino già sottoposti a sequestro o confisca penale , occorre che il provvedimento ablatorio sia intervenuto entro lo stesso periodo d'imposta nel quale il provento sia maturato, risultando tale lettura della norma indotta dal principio di eguaglianza di cui all'articolo 3 Costituzione onde evitare ingiustificate disparità di trattamento tra i percettori di proventi illeciti ed i possessori di redditi leciti, per i quali - secondo i principi generali del sistema tributario - i redditi medesimi sono esclusi da imposizione solo se perduti nello stesso periodo d'imposta nel quale risultano prodotti Cassazione 7337/03 . Nel caso di specie del contenuto del ricorso in esame espressamente emerge che il provvedimento di confisca è intervenuto nei confronti della contribuente soltanto il 4 novembre 1996, ed è quindi ampiamente successivo al periodo di imposta al quale si riferisce l'accertamento, così che certamente non rileva ai fini della non tassabilità del reddito accertato con il provvedimento impugnato. Né a tal fine la ricorrente può fare utile riferimento all'eventuale precedente provvedimento di sequestro poiché, a prescindere dal fatto che di un simile provvedimento non vi è traccia negli atti di causa, e indipendentemente da ogni considerazione in ordine alla problematica relativa alla circostanza che l'estensione al sequestro dell'effetto di esclusione dell'imponibilità del reddito da illecito, sembrerebbe effetto della riforma realizzata con legge 537/93, non applicabile ratione temporis al caso di specie, resta comunque il fatto che il sequestro stesso in ogni caso non avrebbe potuto essere anteriore al pvc che è del 10 novembre 1992, risultando quindi ampiamente fuori termine rispetto al periodo d'imposta al quale si riferisce la contestazione. Il reddito prodotto dalla F. nell'anno 1991 con la sua attività usuraria, pertanto, così come accertato dall'A.F., a pieno titolo è stato computato nel reddito imponibile relativo a quell'anno, dovendosi ritenere alla scadenza di detto esercizio entrato nella disponibilità della contribuente, senza che su questa conclusine potessero in alcun modo interferire i successivi provvedimenti di confisca, ed eventualmente di sequestro, adottati dal giudice penale. Onde, con l'inapplicabilità della causa di esclusine dell'imponibilità di cui alla citata norma, la insussistenza del vizio di violazione di legge denunciato. 4. Con il secondo motivo deduce la ricorrente il vizio di violazione e falsa applicazione dell'articolo 360 n. 5 Cpc per insufficiente e contraddittoria motivazione su altro punto decisivo della controversia , con riferimento a quanto ritenuto dal giudice di merito in ordine alla difesa svolta sin dal ricorso introduttivo, per affermare la sua estraneità rispetto al reddito in questione, riferibile unicamente al convivente per conto del quale essa F. avrebbe svolto strumentalmente ogni attività oggetto dell'accertamento. Anche questa doglianza è infondata, e per certi versi addirittura inammissibile, mirando a sollecitare una diversa valutazione dei fatti rispetto a quanto verificatosi nel giudizio di merito, con conclusione non censurabile in sede di legittimità perché congruamente e logicamente motivata, per aver la Ctr sufficientemente argomentato le ragioni del suo convincimento in relazione alla questione della titolarità dei ricavi accertati, affermando al riguardo che l'attività di sovvenzione rientrava nella sfera di competenza dell'azienda, e pertanto deve concludersi che i ricavi di tali prestiti non possono che attribuirsi all'azienda stessa, indipendentemente dal soggetto che materialmente gestiva evidentemente per conto della F. tale attività . Tali argomenti chiariscono in maniera sicuramente adeguata l'iter logico seguito dal giudicante nella formazione del suo convincimento, e risultano immuni da vizi logici, così che, stante anche la genericità della critica in proposito svolta dalla ricorrente, valgono ad escludere il vizio di motivazione dedotto. 5. Con il terzo motivo F. denunzia il vizio di violazione e falsa applicazione dell'articolo 360 n. 5 Cpc per omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, con ciò lamentando aver il giudice di merito completamente trascurato di considerare la componente negativa del reddito, così come accertato, e rappresentata dagli insoluti e relativi accessori. La doglianza è inammissibile per difetto di autosufficienza del ricorso, avendo la ricorrente dal tutto omesso di indicare sia in quale momento del processo e con quale atto quei costi sarebbero stati invocati in detrazione, sia in cosa essi concretamente consisterebbero, impedendo in tal modo alla Corte qualsiasi verifica in ordine alla ammissibilità della censura. 6. Con il quarto ed ultimo motivo, infine, la contribuente deduce il vizio di violazione e falsa applicazione dell'articolo 444 Cpp lamentando fondarsi la decisione della Ctr su una sentenza penale di patteggiamento, che non avrebbe dovuto né potuto esplicare effetto nel presente giudizio, circa l'accertamento dei fatti contestati, non comportando essa un giudizio di responsabilità a carico dell'imputata, ed essendo parificabile solo quoad effectum ad una pronuncia di condanna. Il motivo è infondato fondandosi la pronuncia del giudice di merito non in maniera diretta ed automatica sulla sentenza di patteggiamento, bensì su un'autonoma valutazione dell'impostazione accusatoria della Gdf, ampiamente richiamata anche nella parte narrativa della sentenza impugnata, che della relativa motivazione costituisce parte integrante. Conclusivamente il ricorso è dunque infondato e deve essere rigettato. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza. PQM La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in euro 2.600 di cui 2.500 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.