L'avviso all'indagato di conclusione delle indagini preliminari interrompe la prescrizione

di Sergio Beltrani

di Sergio Beltrani* L'avviso all'indagato della conclusione delle indagini preliminari rientra tra gli atti che, ai sensi dell'articolo 160 Cp, interrompono il corso della prescrizione? La risposta è contenuta nella sentenza 29505/05 della quinta sezione penale della Cassazione, depositata il 4 agosto scorso e qui integralmente leggibile tra gli allegati. 1. L'INTERPRETAZIONE DELLA LEGGE PENALE ED IL DIVIETO DI ANALOGIA IN MALAM PARTEM L'interpretazione della legge penale, come di ogni altra, è un'operazione essenzialmente logica, che tende ad accertare il significato e l'ambito di applicazione di essa. In proposito, l'articolo 12, 1 comma, disp. prel. Cc rubricato interpretazione della legge stabilisce che nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore . Il senso del riferimento alla intenzione del legislatore merita di essere chiarito la giurisprudenza ha, infatti, da lungo tempo precisato che soltanto nel caso in cui la formulazione della norma penale non risulti di per sé chiara ed univoca, ai fini dell'interpretazione di essa può assumere rilevanza la volontà del legislatore, che va, peraltro, intesa non come l'intenzione del redattore del testo di legge, bensì come la mens legis risultante dalla formulazione della norma, e si distacca necessariamente dalle intenzioni dei suoi artefici, per inserirsi nell'ordinamento giuridico dello Stato, ed assumere vita propria Cassazione, Sezioni unite, sentenza 29 novembre 1958, A. . Per interpretare correttamente una norma suscettibile di assumere diversi significati, l'interprete dovrà, pertanto, tener conto a dello scopo della norma desunto dall'intenzione del legislatore intesa nel senso appena chiarito b della sua collocazione sistematica c eventualmente dei precedenti storici delle norma stessa. A seconda dell'esito, si distingue tra una a interpretazione dichiarativa, se il risultato dell'interpretazione logica coincide con il significato letterale della norma b interpretazione estensiva, se l'ambito della norma risulta più esteso di quanto potrebbe desumersi dalla sua mera formulazione letterale c interpretazione restrittiva, nel caso contrario. L'interpretazione estensiva mira a fare esattamente coincidere la norma con il pensiero e la volontà del legislatore, essendo doveroso per l'interprete, al fine di rispettare la ratio legis, applicare la norma più ampiamente di quanto la dizione letterale comporterebbe allorché sia palese che il legislatore minus dixit quam voluti Cassazione, sentenza 25 marzo 1963, R., in Giust. Pen., 1964, I, 73 . Per tale ragione, essa è sicuramente consentita in diritto penale, risultando compatibile con il principio di tassatività. Diversamente, nel caso in cui l'interprete si trovi al cospetto di una vera e propria lacuna normativa, sarà in astratto possibile far ricorso al principio ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit cd. argomentum a contrario , e cioè ritenere che il legislatore abbia consapevolmente omesso di estendere una data disciplina ad una data fattispecie, volendo escludere quest'ultima dall'ambito applicativo della prima. Se, infine, la lacuna non è consapevole come accade di frequente con riferimento a fattispecie concrete neanche immaginabili all'atto dell'adozione di una data disciplina normativa si pensi ai problemi posti dal c.d. diritto di Internet , l'interprete deve far ricorso, per colmarla, al procedimento analogico, che pone i maggiori problemi di compatibilità con il principio di legalità. L'analogia è il procedimento attraverso cui vengono risolti i casi non previsti dalla legge, estendendo ad essi la disciplina prevista per i casi simili analogia legis o, altrimenti, desunta dai principi generali del diritto analogia iuris Mantovani, Diritto penale - parte generale, Padova 2001, Ed. Cedam, pag. 74 , e va distinta dall'interpretazione estensiva a con quest'ultima, si precisa l'ambito della norma, dilatandone la portata fino al limite massimo di espansione, con il limite formale del significato letterale del testo di legge b con l'analogia, al contrario, l'interprete va oltre i confini della norma, applicando quest'ultima ad una fattispecie che non ha nulla in comune con quella oggetto della norma penale incriminatrice, se non l'eadem ratio di disciplina l'analogia, che consiste nel dare una regolamentazione ad un caso non disciplinato né esplicitamente né implicitamente dalla legge, confrontandolo con un altro caso simile, oggetto di una norma di legge, ha una funzione integrativa delle norme giuridiche, e, come tale, in via di principio, è vietata nel campo penale l'interpretazione estensiva si ha quando una norma giuridica viene estesa, dai casi in essa espressamente previsti, ad un caso non espresso, ma che deve essere ricompreso a fortiori, risalendo all'intento del legislatore, onde la massima ubi lex voluit dixit, ubi non dixit noluit vale per escludere l'interpretazione analogica e non già per vietare l'interpretazione estensiva, che non avviene per similitudine di rapporti, bensì per necessità logica Cassazione, sentenza 21 maggio 1971, R., in Cass. pen. Mass. ann., 1972, 1236 . Un esempio di interpretazione estensiva è dato dall'ampliamento del concetto di uomo ex articolo 575 Cp fino a ricomprendere qualunque essere nato da donna esempio di analogia come si vedrà, inammissibile poiché risolventesi in malam partem sarebbe l'applicazione dell'articolo 640 Cp in danno del soggetto che si sia limitato a sfruttare una preesistente situazione di errore - non da lui provocata - in cui versa la vittima. Il divieto d'analogia in diritto penale trova un'affermazione testuale nell'articolo 14 disp. prel. Cc le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati , e nell'articolo 1 Cp nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite , ed è stato successivamente costituzionalizzato, ma soltanto con riguardo all'ambito punitivo in malam partem , dall'articolo 25 della Costituzione se il significato storico-costituzionale del principio di legalità è quello di consacrare il monopolio del potere legislativo nella formazione della legge penale, conseguenze immediate ne sono la subordinazione alla legge del giudice penale ed il divieto di analogia, quanto meno intendendo l'analogia come produzione di una norma in funzione integrativa dell'ordinamento per risolvere un singolo caso concreto, sul presupposto che una norma ad hoc non vi sia, ma ne esista una che regoli un'ipotesi simile c.d. analogia legis, per distinguerla dall'analogia iuris, che è data dal ricorso ai principi generali dell'ordinamento . Il principio costituzionale vale nell'ambito punitivo anche qui il divieto concerne l'aggravamento della situazione giuridica del cittadino elementi del reato, sanzioni , non di per sé l'attenuazione od eliminazione di conseguenze per lui dannose. È esatto dire, allora, che, dal punto di vista della Costituzione, vi è soltanto un divieto di analogia in malam partem. L'articolo 25, comma 2 , Costituzione, recepisce un risvolto dell'articolo 1 Cp e della legalità stretta già considerato nell'articolo 14 disp. prel. che, in deroga a quanto afferma in generale il precedente articolo 12, vieta il procedimento analogico per le leggi penali nonché - ma ciò non viene raccolto dall'articolo 25 Costituzione - per quelle di ogni ramo dell'ordinamento che siano eccezionali Romano, Commentario sistematico del codice penale, vol. I, Milano 2004, Ed. Giuffrè, pag. 47 . 2. L'INTERRUZIONE DELLA PRESCRIZIONE L'articolo 160 Cp contiene l'elencazione degli atti che interrompono il corso della prescrizione. La dottrina ha osservato che l'interruzione della prescrizione del reato è prevista nel sistema come conseguenza di un atto che segnala il concreto ed attuale interesse dello Stato al perseguimento di un reato che si assume commesso. Trattandosi della %& lt %& lt rottura& gt & gt dell'inerzia che sta a fondamento della prescrizione, si spiega come gli atti interruttivi di cui alla disposizione in esame non provengano né dalla persona sottoposta ad indagini o imputata, né dalla persona offesa dal reato, né dalla pubblica amministrazione, né, ancora, dal giudice civile o amministrativo, ma solamente dagli organi titolari della giurisdizione penale Romano, Commentario sistematico del codice penale, vol. III, Milano 1994, Ed. Giuffrè, pag. 87 . Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, l'elencazione contenuta dall'articolo 160 Cp è da ritenersi tassativa l'elencazione degli atti aventi efficacia interruttiva del decorso del termine di prescrizione, secondo quanto indicato dall'articolo 160 Cp, è tassativa e non suscettiva di applicazione analogica, stante l'espresso divieto del ricorso all'analogia in materia penale Cassazione, sez. IV, sentenza 15 maggio 1981, n. 4592 conformi, sez. I, sentenza 10 febbraio 1995, n. 1337, e sez. V, sentenza 27 giugno 2000, n. 938 . Per quanto riguarda la ratio di tale carattere di tassatività, come risulta dai lavori preparatori, il vigente codice penale ha voluto riservare agli atti veramente fondamentali del procedimento l'idoneità ad interrompere il corso della prescrizione Corte costituzionale, sentenza 9 novembre 1973, n. 155 . La dottrina ha anche osservato che l'enumerazione dettagliata degli atti interruttivi della prescrizione si spiega con una comprensibile esigenza di tipicità dell'individuazione di una serie di atti che, determinando il decorso di un nuovo periodo prescrizionale, ridondano a chiaro sfavore del soggetto preteso autore del reato. L'elencazione deve pertanto intendersi come rigorosamente tassativa Romano, op. ult. cit., pag. 90 . Si è, ad esempio, ritenuto che l'interrogatorio dell'indagato, effettuato dalla polizia giudiziaria per delega del pubblico ministero ai sensi dell'articolo 370 Cpp., non è atto idoneo ad interrompere il corso della prescrizione, non rientrando nel novero degli atti, produttivi di tale effetto, indicati nell'articolo 160, 2 comma, Cp e non essendo questi ultimi suscettibili di ampliamento per via interpretativa, stante il divieto di analogia in malam partem in materia penale Cassazione, Sezioni unite, sentenza 11 settembre 2001, n. 33543 . In plurime occasioni, giudici di merito hanno dubitato della legittimità costituzionale dell'articolo 160, 2 comma, Cp nella parte in cui non prevede determinati atti, ma sempre invano, avendo i giudici delle leggi invariabilmente opposto l'inammissibilità delle questioni di volta in volta sollevate, venendo richiesta loro una pronuncia additiva in materia penale, volta ad integrare la serie di atti che tassativamente la norma impugnata enumera come i soli idonei a produrre l'effetto d'interrompere il corso della prescrizione una simile pronuncia, palesemente fuoriesce dai poteri della Corte costituzionale, ostandovi il principio di legalità sancito dall'articolo 25 della Costituzione Corte costituzionale, ordinanza 19 aprile 1993, n. 193 conformi, ordinanze n. 114 del 1983, n. 188 del 1993, n. 391 del 1993, n. 489 del 1993, n. 144 del 1994, n. 315 del 1996, n. 178 del 1997, e n. 245 del 1999 . 3. IL CASO IN ESAME La possibile valenza interruttiva della prescrizione dell'avviso di chiusura delle indagini preliminari, ai sensi dell'articolo 415 bis Cpp., era stata negata dalla giurisprudenza di merito Trib. Napoli, sez. g.i.p., sentenza 9 febbraio 2001, in Arch. nuova proc. pen. 2001, pag. 190 , essenzialmente per il rilievo che tale atto esula dall'elencazione tassativa contenuta nell'articolo 160 Cp. L'assunto aveva trovato conferma nella riforma dell'articolo 160, 2 comma, Cp, ad opera dell'articolo 239 disp. coord. Cpp, all'indomani dell'entrata in vigore del nuovo codice di rito ne risulta avvalorato l'atteggiamento legislativo di una cernita consapevole, dimostrato del resto anche dalla analiticità di una non breve enumerazione Romano, op. ult. cit., pag. 91 . Nondimeno, la giurisprudenza di legittimità aveva già sostenuto il contrario, nella prima occasione nella quale aveva dovuto occuparsi della questione è fermo in giurisprudenza e dottrina che ciascun atto interruttivo del corso della prescrizione, previsto tassativamente dall'articolo 160 Cp, e perciò quello del Pm strumentale all'esercizio dell'azione penale già previsto da codice procedurale abrogato, cui la norma sostanziale rinviava, secondo ratio comune al genere manifesta la permanente volontà dello Stato di perseguire il fatto previsto dalla legge come reato. Orbene il 2 comma dell'articolo 160 Cp prevede, quale specie di atto interruttivo, l'invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere interrogatorio. La locuzione risponde letteralmente all'unica adottata, in origine, nell'articolo 416, 1 comma, del codice procedurale vigente. Dopo la modifica di questo articolo procedurale articolo 2 l. 234/97 3 quindi 17, 3 comma, l. 479/99 alla previsione sostanziale corrisponde sia l'avviso di cui all'articolo 375 Cpp, che l'avviso, da notificare all'indagato ed al suo difensore alla conclusione delle indagini preliminari, disciplinato dall'articolo 415 bis, 3 e 4 comma, nella parte in cui detta che deve contenere l'avvertimento che l'indagato ha facoltà di chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio . Difatti, come si desume dal 1 comma dell'articolo 415 bis, tale avviso è fatto notificare dal Pm, se non deve formulare richiesta di archiviazione, e dunque intende esercitare l'azione penale, a condizione di validità, prevista dall'articolo 416, 1 comma, vigente, al pari che in caso di omissione dell'avviso di cui all'articolo 375, 3 comma, Cpp., dovuto se l'indagato abbia già espresso volontà di sottoporsi all'interrogatorio. Ne segue che l'avviso rituale di cui all'articolo 415 bis Cpp. costituisce atto interruttivo della prescrizione, che si rapporta alla previsione tassativa del 2 comma dell'articolo 160 Cp Cassazione, sez. V, sentenza 16 marzo 2005, n. 10395, in motivazione . Oggi, con più ampie e meditate argomentazioni, la stessa sezione, in diversa composizione, ritorna sull'argomento, ribadendo il proprio precedente convincimento, a legittimare il quale si precisa che l'orientamento contrario, stante la doverosità dell'emissione dell'invito di cui all'articolo 375 Cpp a seguito della richiesta dell'indagato , finirebbe col premiare l'indagato che sa di essere colpevole ed elude le investigazioni , in luogo di quello che sa di essere innocente e sollecita il proprio interrogatorio per esporre le proprie difese , con ciò interrompendo il corso della prescrizione. Queste conclusioni vanno senz'altro condivise pur dovendo essere esclusa la conformità della teoria dell'atto equipollente ovvero riconducibile alla eadem ratio di quelli analiticamente enumerasti nell'articolo 160 Cp al principio di legalità poiché essa si risolverebbe, in subiecta materia, in una non consentita analogia in malam partem , nulla sembra impedire l'interpretazione estensiva dell'elencazione di cui all'articolo 160, 2 comma, Cp, ovvero l'attribuzione, a ciascun atto ivi menzionato, di un'interpretazione conforme alla massima espansione letterale del testo normativo Romano, op. ult. cit., pag. 91, per il quale, ad es., per decreto di citazione dovrà intendersi anche quello di cui all'articolo 605 Cpp., relativo al giudizio d'appello , ed in particolare, quanto al problema in esame, la valorizzazione di uno dei contenuti dell'avviso previsto dall'articolo 415 bis Cpp., corrispondente in toto al previsto nell'elenco di cui all'articolo 160, 2 comma, Cp invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l'interrogatorio. * Magistrato

Cassazione - Sezione quinta penale up - sentenza 16 giugno-4 agosto 2005, n. 29505 Presidente Foscarini - Relatore Didone Pg Gialanella - Ricorrente Vettorato ed altri Ritenuto in fatto e in diritto La Corte di appello di Venezia, con sentenza del 7 ottobre 2004, ha riformato la sentenza del Tribunale di Treviso - Castelfranco Veneto, in data 20 giugno 2003, di condanna di Goegan Alessandro alla pena di giustizia, determinata ai sensi dell'articolo 81 Cp, per i contestati reati di ingiuria commesso il 14 giugno 1997 in danno di Vettorato Paolo , di lesione personale e di minaccia commessi il 10 ottobre 1997 in danno di Goegan Antonietta , dichiarandone l'estinzione per intervenuta prescrizione e revocando le statuizioni civilistiche . E ciò perché, essendo maturato il termine prescrizionale di cinque ami previsto dall'articolo 157, comma 1, n. 4, Cp prima della notifica del decreto di citazione diretta a giudizio emesso peraltro soltanto in data 15 ottobre 2002 e non risultando alcun precedente atto interruttivo né per tale potendo essere qualificato l'avviso notificato all'imputato per gli effetti di cui all'articolo 415bis Cpp , il riconosciuto effetto estintivo della prescrizione va riportato a momento precedente alla conclusione del processo di primo grado essendo cosi mancata la formazione di un valido giudizio di responsabilità in quella fase procedimentale, resta preclusa l'operatività della disciplina di cui all'articolo 578 Cpp, che, ai fini della conferma delle statuizioni civili, postula la pronuncia di un'efficace e rituale condanna alle restituzioni o al risarcimento, che qui viene a mancare . Con comune ricorso le parti civili costituite denunziano che, mi tal modo, la sentenza impugnata è inficiata da violazione dell'articolo 160 Cp in relazione all'articolo 415bis Cpp, riproponendo, in articolata prospettazione, la questione di assimilazione dell'avviso ex articolo 415bis Cpp al decreto di citazione a giudizio dell'imputato ed ai correlativi effetti di interruzione del decorso del termine prescrizionale. Mentre, col secondo motivo, adducono il vizio logico della motivazione, che ha negato tale equipollenza, e, coi terzo motivo, sostengono che sussiste violazione della disciplina di cui all'articolo 578 Cpp, essendone stata negata l'operatività senza la necessaria valutazione della ',fondatezza della domanda civilistica . In contrario risulta inoltre depositata memoria difensiva nell'interesse dell'imputato, sostanzialmente ribadendosi le argomentazioni della sentenza impugnata sull'esclusione della ipotizzata equipollenza interruttiva dell'avviso notificato ai sensi dell'articolo 415bis Cpp e, d'altra parte, evidenziandosi l'infondatezza delle altre questioni sollevate dai ricorrenti Vettorato Paolo e Goegan Antonietta. Nell'interesse di questi ultimi è stata depositata una memoria difensiva con la quale si ribadiscono il primo e il terzo motivo di ricorso. Osserva la Corte che, nonostante il diverso ordine dei motivi di ricorso seguito dai ricorrenti, priorità logica va assegnata alla questione attinta dal terzo motivo, posto che, se il giudice di appello avesse dovuto decidere sull'impugnazione - come sostengono i ricorrenti - ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza concernenti gli interessi civili, ai sensi dell'articolo 578 Cpp, la questione sollevata con i primi due motivi di ricorso, concernenti l'idoneità interruttiva della prescrizione della notifica dell'avviso di deposito degli atti ex articolo 415bis Cpp, sarebbe irrilevante. Sennonché, il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato, posto che la decisione del giudice dell'impugnazione sugli effetti civili del reato estinto presuppone che la causa estintiva sia sopravvenuta alla sentenza emessa dal giudice di primo grado che ha pronunciato sugli interessi civili, mentre, qualora la causa di estinzione del reato preesista alla sentenza di primo grado ed il giudice erroneamente non l'abbia dichiarata, non sussistono i presupposti di operatività dell'articolo 578 Cpp, poiché tale decisione presuppone una precedente pronuncia di condanna sulle statuizioni civili validamente emessa e gli effetti della sentenza di secondo grado devono essere riportati al momento in cui è stata emessa quella di primo grado Cassazione, Sezione sesta, 33398/02, la quale, in applicazione di tale principio, ha annullato la decisione del giudice di appello che aveva dichiarato - a seguito di derubricazione - l'estinzione del reato per essere maturato il termine prescrizionale prima della pronuncia di primo grado, confermando, inoltre, le statuizioni civili della sentenza di primo grado, con condanna degli imputati alla rifusione delle spese processuali in favore della parte civile. Nello stesso senso cfr. Cassazione, Su, 10086/98 . È fondato, per contro, il primo motivo di ricorso. Infatti, questa Sezione, con sentenza 305/05 dep. il 16 marzo 2005 , ha enunciato il principio per il quale l'avviso di deposito degli atti ex articolo 415bis Cpp costituisce valido atto interruttivo della prescrizione ai sensi dell'articolo 160 Cp. La Corte non può che condividere siffatto orientamento giurisprudenziale. Infatti, è pur vero, che le Su - con pronuncia alla quale la giurisprudenza successiva ha prestato ossequio - hanno ritenuto che la lunga, assolutamente dominante, elaborazione giurisprudenziale di legittimità Cassazione, Sezione sesta, 12.4.1969, Ragonese, rv. 112214, per l'interrogatorio a chiarimenti davanti al Gi Sezione terza, 20.11.1978,, Missiano, rv. 140834, per la richiesta del p.m. di emissione di decreto di citazione a giudizio Sezione quarta, 12.3.1980, Bertaldo, rv. 146855, per taluni atti istruttori come la perizia medica, la comunicazione giudiziaria e la nomina del difensore d'ufficio Sezione quarta, 14.10.1980, Coppolino, rv. 148872, per l'interrogatorio assunto dalla polizia giudiziaria Sezione prima, 28.11.1994, Gallo, rv. 200237 e 14.11.1994, Pm in proc. Trimarchi, rv. 199891, per la richiesta del p.m. di decreto penale di condanna Sezione quinta, 22.4.1997, Greco, rv. 208089, per le dichiarazioni spontanee rese dall'imputato all'Ag , in perfetta coerenza con l'atteggiamento di rigoroso self-restraint della giurisprudenza costituzionale e con gli itinerari interpretativi della quasi unanime dottrina, ha costantemente ripudiato il ricorso al concetto di atto equipollente , riconducibile cioè alla eadem ratio di quelli analiticamente enumerati dell'articolo 160 Cp. E ciò per l'evidente incompatibilità sistematica di operazioni ermeneutiche che, facendo leva sull'omologo trattamento processuale dell'atto e forzando il pur riduttivo assetto del diritto positivo sostanziale -flutto di discrezionali e insindacabili scelte del legislatore-, fossero comunque dirette alla surrettizia estensione analogica in malam partem delle tipiche e tassative fattispecie interruttive della prescrizione Cassazione Su, 33543/01 . È vero, altresì, poi, che tale ultimo principio - come innanzi rilevato - anche di recente è stato applicato da questa Corte ad altra fattispecie Cassazione, 10 luglio 2003 n. 37476, Rv. 226287, secondo la quale nel procedimento davanti al giudice di pace, l'interrogatorio dell'indagato, effettuato dalla polizia giudiziaria per delega del Pm ai sensi dell'articolo 370 Cpp, non è idoneo ad interrompere il corso della prescrizione, non rientrando nel novero degli atti produttivi di tale effetto indicati nell'art 160, comma secondo Cp e non essendo neppure menzionato tra gli atti aventi tale efficacia interruttiva previsti dall'articolo 61 D.Lgs 274/00, atteso che il divieto di analogia in malam parterm in materia penale non consente un ampliamento di tali categorie di atti processuali in via interpretativa . Sennonché, la pronuncia di questa Sezione dianzi richiamata, lungi dall'operare una non consentita estensione analogica in malam partem delle tipiche e tassative fattispecie interruttive della prescrizione, ha solo evidenziato che l'invito a presentarsi al Pm - atto al quale espressamente l'articolo 160 Cp ricollega l'effetto interruttivo - è in sostanza contenuto anche nell'avviso di deposito di cui all'articolo 415bis Cpp, nella parte m cui contiene l'avvertimento che l'indagato ha facoltà di chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio. D'altronde, l'avviso ex articolo 415bis Cpp è fatto notificare dal Pm soltanto nell'ipotesi in cui non deve formulare richiesta di archiviazione, e dunque se intende esercitare l'anione penale, del cui valido esercizio è condizione, come si desume conclusivamente dall'articolo 416/1, novellato dallo stesso articolo 17 legge 479/99, che commina sanzione di nullità nel caso di omissione sua nonché dell'invito di cui all'articolo 375/3 qualora la persona sottoposta alle indagini abbia chiesto di essere sottoposta ad interrogatorio entro il termine di cui all'articolo 415bis, comma 3 . Se, dunque, l'enunciato normativo di cui all'articolo 160 Cp, relativamente all'invito del Pm a presentarsi per rendere l'interrogatorio, a seguito della riforma del 1988, andava riferito esclusivamente alla disposizione processuale di cui all'articolo 375 Cpp, dopo la modifica intervenuta nel 1999 dell'articolo 416, comma 1, Cpp, la norma sostanziale predetta va riferita, altresì, alla norma processuale di cui all'articolo 415bis Cpp, richiamata unitamente a quella di cui all'articolo 375 Cpp dal nuovo testo dell'articolo 416, comma 1, Cpp. Una diversa conclusione comporterebbe che, stante la doverosità dell'emissione dell'invito di cui all'articolo 375 Cpp a seguito della richiesta dell'indagato, verrebbe rimessa alla volontà di quest'ultimo l'emissione da parte del Pm dell'atto interruttivo della prescrizione, con la conseguenza che l'indagato che sa di essere innocente e sollecita il proprio interrogatorio per esporre le proprie difese verrebbe posto m condizioni deteriori rispetto all'indagato che sa di essere colpevole ed elude le investigazioni. Nel primo caso l'indagato sollecita l'atto interruttivo della prescrizione, nel secondo il reo beneficia del tempo richiesto dagli adempimenti prescritti dall'articolo 415bis Cpp. In altri termini, ad atti di esercizio del diritto di difesa di cui all'articolo 24 Costituzione verrebbe ricollegato un effetto interruttivo della prescrizione del reato con irragionevole disparità di trattamento rispetto all'indagato consapevole della propria colpevolezza il quale con la propria inerzia beneficia di tempi morti del procedimento ai fini dell'estinzione del reato, con l'ulteriore conseguenza che l'indagato potrebbe, per evitare quell'effetto interruttivo, essere indotto a sacrificare il proprio diritto di difesa, rinviando alla fase dell'udienza preliminare o del dibattimento l'esercizio di tale diritto fondamentale, cosi rinunciando al tentativo e alla speranza di vedere presto chiarita la propria posizione a seguito di richiesta di archiviazione da parte del Pm. L'indirizzo giurisprudenziale accolto da questa Sezione, dunque, prescinde dall'utilizzazione del concetto di atto equipollente , riconducibile cioè alla eadem ratio di quelli analiticamente enumerati nell'articolo 160 Cp, nel mentre individua nell'avvertimento contenuto nell'avviso ex articolo 415bis Cpp quell'invito a presentarsi previsto dall'articolo 160 Cpp e, originariamente, soltanto dall'articolo 375 Cpp. Il ricorso, proposto esclusivamente ai fini civilistici, va, dunque, accolto, con assorbimento del secondo motivo. All'annullamento della sentenza impugnata - la quale, a differenza della sentenza di primo grado riformata - ha dichiarato estinti i reati per prescrizione, non consegue, tuttavia, la necessità del rinvio, stante la congruità della statuizione sugli interessi civili contenuta nella sentenza di primo grado la quale ha liquidato i danni in euro 500,00 in favore del Vettorato e in euro 3.000,00 in favore di Goegan Antonietta nonché le spese sostenute dalle parti civili in curo 900,00 oltre accessori . Invero, con l'atto di appello l'imputato aveva sollecitato soltanto 1 la declaratoria di estinzione dei reati per prescrizione, 2 aveva lamentato che la pena inflitta era eccessiva e, infine, aveva chiesto 3 la riduzione delle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno. Soltanto nelle richieste conclusive dell'atto di appello è contenuta 4 la mera richiesta di assoluzione per non aver commesso il fatto. Talché, ai sensi dell'articolo 620, lett. 1 , Cpp, risulta superfluo il rinvio alla corte di merito. Infatti, la già dichiarata estinzione dei reati per prescrizione e l'impugnazione proposta ai soli effetti civili, esclude ogni interesse dell'imputato in relazione ai motivi sub 1 e 2 , mentre la richiesta sub 4 non è sorretta da alcuna censura specifica nei confronti della sentenza di primo grado. Del tutto generica e non sorretta da specifiche censure è altresì il motivo di appello sub 3 relativo ai danni. Si che la corte di rinvio dovrebbe limitarsi a dichiarare l'inammissibilità del gravame. Pertanto, la Corte ritiene di poter confermare quelle statuizioni con l'ulteriore liquidazione delle spese di costituzione e difesa nel grado di appello, così come in dispositivo. alla luce della genericità e, dunque, dell'inammissibilità del motivo di appello proposto dall'imputato in relazione a tale capo. PQM Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente agli effetti civili per i quali conferma la sentenza di primo grado, liquidano in euro 1.000,00 le spese sostenute dalle parti civili in grado di appello.