Le informative antimafia impongono la revoca delle autorizzazioni amministrative?

di Nicola Falvella

di Nicola Falvella * 1. Premessa La sentenza che si commenta riveste particolare interesse in quanto afferma la correttezza dell'operato della pubblica amministrazione che, in presenza di un'informativa antimafia positiva resa ai sensi degli articoli 4 del D.Lgs 490/94 e 10 del Dpr 252/98, revochi le autorizzazioni amministrative rilasciate per l'esercizio dell'attività imprenditoriale. La soluzione sposata dal Tar partenopeo non convince in quanto, ad avviso di chi scrive, gli effetti interdittivi delle informazioni antimafia vanno ristretti alle sole ipotesi tassativamente previste dalla normativa vigente e cioè ai rapporti contrattuali o concessori con la pubblica amministrazione e alla concessione di finanziamenti pubblici che involgono situazioni nelle quali - disponendosi di beni o di danaro pubblico per importi considerevoli - l'interesse statuale ad anticipare l'intervento di contrasto alle organizzazioni mafiose è massimo. Affatto diverso, invece, è il caso dell'esercizio di un'attività di impresa che non comporti l'instaurazione di rapporti economici o concessori con la pubblica amministrazione in tali ipotesi, infatti, il diritto dei singoli di esercitare una qualsiasi attività economica in forma imprenditoriale non può essere conculcato sulla scorta di semplici informazioni antimafia che, come è noto, vengono assunte senza la partecipazione degli interessati ed in difetto del controllo preventivo dell'autorità giudiziaria. Invero, neppure in una materia delicata e sensibile come quella del contrasto alle organizzazioni di stampo mafioso o camorristico possono costringersi i singoli in una sorta di ergastolo imprenditoriale , precludendogli l'esercizio di qualsiasi attività di impresa con effetti dirompenti nella vita personale e familiare, in assenza di una verifica degli assunti degli organi di polizia svolta dinanzi all'autorità giudiziaria e con la garanzia del pieno esercizio del diritto di difesa. Certo la non chiarissima normativa di riferimento, stratificatasi attraverso una serie di interventi succedutisi nel corso degli anni, ora a fini di semplificazione, ora per intensificare ed anticipare l'intervento di contrasto alle associazioni criminali, si presta a letture contrastanti. Tuttavia, ad avviso di chi scrive, la disciplina vigente, rettamente intesa, consente il ritiro delle autorizzazioni amministrative strumentali all'esercizio dell'attività di impresa solo in ipotesi di applicazione di misure di prevenzione con provvedimento definitivo ovvero di pronuncia di condanna confermata in appello per i reati di stampo mafioso contemplati dall'articolo 51ter del Cpp. In difetto di tali situazioni, tassativamente indicate dal legislatore, l'inibizione a tempo indeterminato dell'esercizio di qualsiasi attività economica appare sproporzionato ed irragionevole e si pone in contrasto con la tutela, anche costituzionale, dell'iniziativa economica e, prima ancora, dei diritti di libertà dell'individuo. Quanto innanzi affermato risulta da una lettura sistematica della normativa di riferimento. Conseguentemente, è interessante ripercorrere i principali interventi del legislatore in materia per verificare se le semplici informative prefettizie impongono la revoca della autorizzazioni amministrative rilasciate per l'esercizio dell'attività di impresa. 2. La disciplina originaria della certificazione antimafia L'articolo 10 della legge 575/65 contempla il divieto, per le persone alle quali sia stata applicata con provvedimento definitivo una misura di prevenzione, di ottenere licenze o autorizzazioni di polizia e di commercio provvedimenti concessori iscrizioni negli albi di appaltatori o di fornitori di opere, beni e servizi riguardanti la pubblica amministrazione etc altre iscrizioni o provvedimenti a contenuto autorizzatorio, concessorio o abilitativo per lo svolgimento di attività imprenditoriali, comunque denominati contributi, finanziamenti o mutui agevolati per lo svolgimento di attività imprenditoriali. L'applicazione con provvedimento definitivo della misura di prevenzione comporta inoltre la decadenza di diritto dalle licenze, autorizzazioni, concessioni, iscrizioni, abilitazioni ed erogazioni innanzi indicate. Con la legge 55/1990, nell'ottica di un'anticipazione sempre più esasperata dell'intervento preventivo, è stata prevista la possibilità di introdurre in via cautelare e provvisoria i divieti innanzi indicati in pendenza del procedimento di prevenzione, in deroga alla regola secondo la quale le autorizzazioni amministrative, di norma, rimangono valide ed efficaci fino all'applicazione di una misura di prevenzione con provvedimento definitivo. La legge 356/92 ha ulteriormente rafforzato l'intervento preventivo antimafia stabilendo che, in pendenza del procedimento di prevenzione, salvi i casi di rinnovo, la stipula dei contratti con la Pa ed il rilascio dei provvedimenti autorizzatori o concessori innanzi indicati non sono consentiti senza la preventiva comunicazione dell'atto all'autorità giudiziaria, la quale può adottare provvedimenti cautelari entro i successivi venti giorni. Decorso tale termine, invece, le autorizzazioni, i contratti e gli altri atti indicati nel comma 1 dell'articolo 10 della legge 575/65 acquistano piena efficacia, in coerenza con la regola generale secondo la quale autorizzazioni, concessioni ed atti similari rimangono validi ed efficaci fino alla definitiva applicazione di una misura di prevenzione. La legge 356/92 ha inoltre previsto, con l'introduzione del comma 5ter della legge 575/65, l'estensione del suindicato regime di interdizione o decadenza nei rapporti con la Pa oltre che ai soggetti destinatari di misure di prevenzione alle persone condannate con sentenza definitiva o confermata in appello per i reati indicati nell'articolo 51ter del Cpp, che contempla i delitti di matrice mafiosa. Pure la norma in questione conferma la validità e l'efficacia delle autorizzazioni amministrative e delle concessioni fino alla fino alla pronuncia di sentenza di condanna confermata in appello per i reati di mafia indicati nell'articolo 51ter del Cpp. Il comma 5 dello stesso articolo 10 legge 575/65, inoltre, consente che il Tribunale, anche dopo l'irrogazione della misura di prevenzione con provvedimento definitivo, eviti il prodursi degli effetti di decadenza con riguardo alle autorizzazioni amministrative ad eccezione di quelle afferenti ad armi ed esplosivi qualora esse necessitino al soggetto sottoposto al procedimento di prevenzione per procurarsi i mezzi di sostentamento per sé o per la propria famiglia. Infine, l'articolo 10sexies della legge 575/65, anch'esso inserito dalla legge 55/1990, ha disciplinato la certificazione antimafia, prescrivendo che la pubblica amministrazione, prima di rilasciare o consentire le licenze, le autorizzazioni, le concessioni, le erogazioni, le abilitazioni e le iscrizioni ivi previste, acquisisca una certificazione prefettizia attestante l'insussistenza delle cause di divieto innanzi menzionate. Al fine di consentire il rilascio della certificazione antimafia, l'articolo 10bis della legge 575/65 prevede la trasmissione, da parte dell'Ago, di tutti i provvedimenti aventi efficacia sospensiva o interdittiva alle prefetture competenti le quali, a loro volta, sono gravate dell'obbligo di tempestiva comunicazione degli atti citati alle pubbliche amministrazioni soggette alla normativa antimafia. In conclusione, la normativa esaminata, pur anticipando progressivamente l'intervento preventivo statuale in materia antimafia, ha previsto che le autorizzazioni amministrative rimangono di norma valide ed efficaci fino all'applicazione di una misura di prevenzione con provvedimento definitivo, ovvero all'adozione di un apposito provvedimento inibitorio da parte del Tribunale o, ancora, alla pronuncia di una sentenza di condanna per reati di stampo mafioso divenuta definitiva o confermata in appello. 3. La normativa di semplificazione e le cd. informative antimafia L'istituto della certificazione antimafia contemplato dall'articolo 10sexies della legge 575/65 introdotto dalla legge 55/1990 è stato profondamente modificato dalla normativa di semplificazione introdotta dal D.Lgs490/94, attuativo della delega conferita con la legge 47/1994. L'articolo 1 della legge 47/1994, invero, delegò il governo ad adottare nuove disposizioni in materia di comunicazioni e certificazioni antimafia sulla scorta dei seguenti principi e criteri direttivi definizione delle modalità di trasmissione e consultazione dei dati rilevanti ai fini preventivi, anche per via informatica disciplina dei casi in cui la certificazione antimafia può essere sostituita da una dichiarazione dell'interessato di eguale tenore d definizione dei limiti di valore oltre i quali le pubbliche amministrazioni e gli enti pubblici, gli enti e le aziende vigilati dallo Stato o da altro ente pubblico e le società o imprese comunque controllate dallo Stato o da altro ente pubblico non possono stipulare, approvare o autorizzare i contratti e i subcontratti di cui all'articolo 10 della citata legge 575/65, e successive modificazioni, né rilasciare o consentire le concessioni e le erogazioni di cui al citato articolo 10, se non hanno acquisito complete informazioni, rilasciate dal prefetto, circa l'insussistenza, nei confronti degli interessati e dei loro familiari conviventi nel territorio dello Stato, delle cause di decadenza o di divieto previste dalla medesima legge 575/65, e successive modificazioni, ovvero di tentativi di infiltrazione mafiosa nelle società o imprese interessate. La delega, quindi, prevedeva l'emanazione di una normativa di semplificazione delle certificazioni antimafia e l'introduzione dell'istituto della cd. informative prefettizie, finalizzate a riferire circa l'insussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa. È evidente, tuttavia, che la legge delega distingue la disciplina di semplificazione in materia di certificazioni antimafia dall'istituto, di nuova previsione, delle informazioni antimafia mentre le certificazioni antimafia riguardano tutti gli effetti interdittivi previsti dall'articolo 10 della legge 575/65 in sintesi autorizzazioni, concessioni, finanziamenti e contratti , le informazioni antimafia vanno richieste solo al fine della stipula dei contratti con la Pa ovvero prima del rilascio di concessioni o finanziamenti. Dunque, il legislatore delegante, nel definire i principi e criteri direttivi da osservare nella regolamentazione delle informazioni antimafia, ne ha circoscritto la portata oggettiva escludendo la rilevanza del nuovo istituto nella materia delle autorizzazioni amministrative, le cui vicende continuano ad essere influenzate solo dalle situazioni tassativamente previste dall'articolo 10 della legge 575/65 adozione di provvedimenti definitivi o di misure cautelari specifiche da parte del giudice della prevenzione, ovvero pronunce di condanna confermate in appello per reati di mafia circostanza tutte risultanti dalle certificazioni antimafia, poi sostituite dalle cd. comunicazioni o autocertificazioni antimafia. I principi e criteri direttivi fissati dalla legge 47/1994 sono stati fedelmente rispettati dal legislatore delegato che, emanando il D.Lgs490/94 all'articolo 2, ha regolamentato le comunicazioni prefettizie antimafia relative all'esistenza della cause ostative indicate dall'articolo 10 comma 1 e 2 della legge 575/65, prevedendo l'attivazione di appositi collegamenti telematici. Le cause di divieto, sospensione e decadenza che debbono risultare dalle comunicazioni antimafia sono poi analiticamente elencate nell'allegato 1 che, con riferimento alle autorizzazioni, specifica che ai sensi dell'articolo 10 legge 575/65 esse possono essere sospese in forza di provvedimenti cautelari del giudice della prevenzione e decadono in seguito alla definitiva adozione delle misure di prevenzione ovvero alla pronuncia di sentenza di condanna definitiva o confermata in appello per i reati di mafia cui all'articolo 51 comma 3bis Cpp all'articolo 3 ha individuato i casi nei quali la certificazione antimafia può essere sostituita da un'autocertificazione contratti e subcontratti relativi a lavori o forniture dichiarati urgenti nei casi non rientranti nella disciplina posta dal successivo articolo 4 in materia di informazioni antimafia e i rinnovi di provvedimenti già disposti . I provvedimenti autorizzatori in riferimento ai quali la certificazione antimafia può essere sostituita dall'autodichiarazione in questione sono indicati nell'allegato 2 e sono costituiti dalle attività eseguibili in forza di DIA o assoggettate a silenzio assenso. La norma in questione precisa altresì, al comma 2, che fuori dei casi di cui al comma 1 e di quelli previsti dall'articolo 4, i provvedimenti, gli atti, i contratti e i subcontratti indicati nell'allegato 3 sono adottati, stipulati o autorizzati previa verifica delle segnalazioni di cui all'articolo 2, comma 2 così chiarendo che gli atti rientranti nell'allegato 3 ma non assoggettati alla normativa di semplificazione di cui all'articolo 2 e non compresi tra quelli specificati nell'articolo 4 che richiedono l'acquisizione delle informative antimafia possono essere adottati in forza delle comunicazioni prefettizie circa l'insussistenza dei divieti di cui all'articolo 10 legge 575/65 tra i detti atti rientrano le ordinarie autorizzazioni amministrative all'articolo 4 ha disciplinato l'istituto delle informazioni prefettizie sancendo che 1. Le pubbliche amministrazioni, gli enti pubblici e gli altri soggetti di cui all'articolo 1, devono acquisire le informazioni di cui al comma 4 prima di stipulare, approvare o autorizzare i contratti e subcontratti, ovvero prima di rilasciare o consentire le concessioni o erogazioni indicati nell'allegato 3 il cui valore sia superiore agli importi ivi specificati. Il successivo allegato 3, quindi, elenca tutti gli atti rilevanti ai fini dell'applicazione del regime interdittivo contemplato dall'articolo 10 della legge 575/65. Tra detti atti rientrano contratti, concessioni, finanziamenti ed autorizzazioni si tratta di atti soggetti, a seconda della tipologia, a tre regimi differenziati regime semplificato autocertificazione per quelli compresi nelle categorie generali indicate nell'allegato 3 e ricadenti nell'elenco specifico contenuto nell'allegato 2 DIA e silenzio assenso regime ordinario delle comunicazioni prefettizie atti compresi nell'allegato 3 ma non assoggettati al regime delle informative antimafia contemplato dall'articolo 4 tra questi ricadono le autorizzazioni amministrative occorrenti per l'esercizio di attività imprenditoriali comunque denominate . Tali atti risentono dell'effetto interdittivo delle sole comunicazioni antimafia regime ordinario delle informazioni antimafia atti compresi nell'allegato 3 e assoggettati al regime delle informazioni a norma dell'articolo 4 contratti, concessioni ed erogazioni di valore superiore agli importi ivi specificati . Tali atti risentono dell'effetto interdittivo delle comunicazioni e delle informazioni antimafia. In seguito, la normativa di ulteriore semplificazione introdotta dapprima dal Dm 486/97 e successivamente dal Dpr 252/98 ha riconosciuto rilievo, in materia di comunicazioni antimafia, all'apposizione della dicitura antimafia in calce alle certificazioni o attestazioni rilasciate dalle camere di commercio ed ha limitato il ricorso alle comunicazioni prefettizie solo ai casi in cui i certificati camerali siano privi della dicitura antimafia. Nel contempo, il Dpr 252/98 ha confermato il regime previgente dell'autocertificazione in materia di attività assoggettate a DIA o all'istituto del silenzio assenso. Infine, per quanto qui interessa, l'articolo 10 del Dpr 252/98 ha disciplinato le informazioni prefettizie, tipizzando le situazioni da cui sono desunte le situazioni relative a tentativi di infiltrazione mafiosa e confermando la limitazione dell'ambito oggettivo di rilevanza delle informazioni antimafia alle materie dei contratti, subcontratti, concessioni ed erogazioni indicati nell'articolo 10 della legge 575/65, di valore superiore agli importi ivi specificati. Da quanto esposto risulta evidente che le autorizzazioni amministrative esulano dall'ambito di applicazione delle informazioni antimafia, che rilevano solo per la stipula e l'eventuale caducazione in sede di autotutela degli atti tipici e nominati elencati nell'articolo 4 comma 1 del D.Lgs 490/94 contratti, subcontratti, concessioni ed erogazioni . Conclusioni Quanto innanzi esposto dimostra, ad avviso di chi scrive, l'erroneità dell'assunto di chi intende estendere la portata interdittiva delle informazioni antimafia alle autorizzazioni amministrative rilasciate, per l'esercizio dell'attività di impresa, a persone non assoggettate né a procedimento di prevenzione né a condanna confermata in appello per delitti di mafia. Si è detto, infatti, che la normativa di semplificazione introdotta dopo la legge 575/65, pur contemplando l'istituto delle informative antimafia, ne limita la rilevanza al campo dei rapporti economici o concessori con la p.a., prevedendo espressamente articolo 4 VI comma D.Lgs490/94 che, ove emergano elementi relativi a tentativi di infiltrazione mafiosa, le amministrazioni non possono stipulare, approvare o autorizzare contratti o subcontratti, né autorizzare, rilasciare o comunque consentire concessioni e erogazioni . Non viene posto, quindi, un divieto generale ed assoluto di esercizio dell'attività di impresa, ma si circoscrive l'effetto interdittivo delle informazioni antimafia ai soli rapporti economici con la pubblica amministrazione concretantisi nella stipula di contratti di appalto o nel conseguimento di concessioni e finanziamenti pubblici. D'altro canto, riconoscendo alle semplici informative prefettizie valore ostativo allo svolgimento di qualsiasi attività imprenditoriale, si vanificherebbe la portata delle norme cfr. articolo 10 legge 575/65 che, riconoscendo la competenza del tribunale penale in materia di applicazione di misure di prevenzione, prevedono uno speciale procedimento per l'applicazione della misura cautelare della sospensione dell'attività di impresa in pendenza del procedimento di prevenzione. In conclusione, la normativa vigente non consente di affermare che le semplici informative prefettizie, assunte al di fuori di qualsiasi garanzia giurisdizionale, impediscono sine die lo svolgimento in qualsiasi forma dell'attività di impresa costituzionalmente tutelata, ponendo gli interessati in una condizione analoga a quella in cui versa il fallito. Una tale soluzione, infatti, appare aberrante e contraria alle garanzie giurisdizionali minime riconosciute da qualsiasi stato di diritto. Così interpretato, inoltre, il D.Lgs 490/94 risulterebbe viziato da eccesso di delega ed in contrasto con la legge 575/75 che, si rimarca ancora, richiede l'applicazione di una misura di prevenzione da parte del Tribunale con provvedimento definitivo perché possa verificarsi l'effetto interdittivo ivi contemplato , rispetto alla quale, con riferimento specifico alle autorizzazioni amministrative, doveva porsi come mera norma di semplificazione. * Avvocato ?? ?? ?? ??

Tar Campania - Sezione terza - sentenza 3 giugno 2004, n. 12099 Presidente de Leo - Relatore Scafuri Fatto La società ricorrente si duole dell'informativa prefettizia cosiddetta positiva del 17 ottobre 2003 - resa ai sensi degli articoli 4 del D.Lgs 490/94 e 10 del Dpr 252/98 - che ha determinato la competente Autorità alla revoca dell'autorizzazione a svolgere attività estrattiva. Al riguardo deduce la violazione di legge e l'eccesso di potere per difetto dei presupposti e difetto di motivazione. Con motivi aggiunti depositati il 23 gennaio 2004 ha altresì confutato la rilevanza delle risultanze istruttorie richiamate nella nota prefettizia impugnata, prodotte in giudizio dall'Amministrazione a seguito di richiesta di questo Tribunale. Le amministrazioni intimate si sono costituite in giudizio ed hanno resistito al ricorso. Alla pubblica udienza del 3 giugno 2003 la causa è stata introitata in decisione. Diritto 1. Secondo la consolidata giurisprudenza, anche di questo Tribunale, l'informativa prefettizia resa ai sensi della normativa antimafia non può essere considerata come meramente volta ad attivare il potere discrezionale di valutazione dell'amministrazione destinataria circa il permanere del rapporto pubblicistico bensì determina ineludibilmente la sorte del medesimo. Ciò in quanto la valutazione e la conseguente decisione circa la sussistenza di condizionamenti mafiosi dell'impresa, tali da imporre la cessazione di rapporti giuridico-economici con la Pa, non può che spettare ex lege in via esclusiva al Prefetto, ed è inconfigurabile - secondo canoni di buona amministrazione - un potere discrezionale dell'ente locale in funzione di contrasto alla criminalità organizzata. In definitiva il sistema normativo vigente non consente alcun rimando alla scelta dell'Amministrazione circa la decisione sull'idoneità antimafia dell'imprenditore. Quanto sopra rende nella specie l'operato dell'Amministrazione regionale necessitato dalla informativa ricevuta, non potendo la medesima che motivare per relationem alla nota riservata della Prefettura e trarne le dovute conseguenze in termini di revoca dell'autorizzazione intestata alla ricorrente. La vigente legislazione antimafia articolo 4 D.Lgs 490/94 ed articolo 10 Dpr 252/98 mira ad interdire rapporti con la pubblica amministrazione ad imprese sospettate di subire tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionarne le scelte e gli indirizzi . Trattasi di una tipica misura di polizia, preventiva oltre che interdittiva, la quale si aggiunge alle misure antimafia di natura giurisdizionale. Questo tipo di cautela nasce dalla consapevolezza che le associazioni mafiose, grazie alla loro capacità di penetrare nelle strutture istituzionali ed imprenditoriali della società civile, hanno utilizzato e tendono ad utilizzare il settore pubblico come sede privilegiata di sviluppo dei propri affari ed interessi economici Cds, Sezione sesta, 149/02 . Di qui l'utilizzo, da parte del Legislatore, di espressioni ampie, che consentono l'adozione di tale tipica misura cautelare preventiva prescindendo dall'accertamento rigoroso sul piano probatorio. Non occorre, infatti, né la prova di fatti di reato, né la prova della effettiva infiltrazione mafiosa nell'impresa, né la prova dell'effettivo condizionamento delle scelte dell'impresa da parte di associazioni o soggetti mafiosi. È al contrario sufficiente il tentativo di infiltrazione e lo scopo ultimo di condizionare le scelte dell'impresa, anche se non in concreto realizzatosi. Tale scelta è del resto coerente con le caratteristiche fattuali e sociologiche del fenomeno mafioso, che non necessariamente si concreta in fatti univocamente illeciti, potendo fermarsi alla soglia della intimidazione, della influenza e del condizionamento latente di attività economiche formalmente lecite. Al riguardo va ribadito the le informazioni del Prefetto in merito alla sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa nell' impresa, che ai sensi dell'articolo 4 del D.Lgs 490/94 e dell'articolo 10 del Dpr 252/98 costituiscono condizione per la stipulazione di contratti con la Pa ovvero per concessioni ed erogazioni, non devono provare l' intervenuta infiltrazione, essendo questa un quid pluris non richiesto, ma devono sufficientemente dimostrare la sussistenza di elementi dai quali è deducibile il tentativo di ingerenza Cassazione, Sezione quarta, 6187/03 . La formulazione generica, più sociologica che giuridica, del tentativo di infiltrazione mafiosa giuridicamente rilevante allo scopo di interdire la partecipazione dell'impresa agli affari pubblici, comporta che la Prefettura competente, gode in materia di ampio margine di accertamento e di apprezzamento. Ne consegue che la valutazione prefettizia è sindacabile in sede giurisdizionale solo in caso di manifesti vizi di eccesso di potere per illogicità, irragionevolezza e travisamento dei fatti. 3. Il dettato normativo impone che le situazioni relative ai tentativi di infiltrazione mafiosa vanno desunte dai provvedimenti di carattere penale o dalle misure di prevenzione specificamente indicate ovvero dagli accertamenti disposti dalla Prefettura articolo 10, comma 7, lettere a , b e c del Dpr 252/98 . L'informativa in esame si è avvalsa di tale ultima facoltà, essendo stata resa all'esito degli accertamenti compiuti dagli organi di polizia. Sull'adeguatezza di tali elementi si appuntano le censure di parte, le quali si ripete possono peraltro essere prese in considerazione nei limiti in cui non originano il sindacato di merito di questa sezione ma solo la verifica di logicità e coerenza con le finalità della legge. Il giudizio di sussistenza di pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata, condiviso dal Comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica in apposita coeva seduta, viene basato sulla circostanza che la ditta in questione è nella disponibilità della famiglia Tuccillo, facente capo a Tuccillo Vincenzo condannato con sentenza della VI sezione penale della Corte d'appello di Napoli perchè ritenuto partecipe al sodalizio camorristico nota impugnata . Al riguardo la difesa attorea oppone in sintesi che il giudizio negativo è stato basato esclusivamente sul legame di parentela figli e nipoti tra i soci e l'amministratore unico delta Cogena - incensurati - ed i fratelli Vincenzo e Francesco Tuccillo, che questi ultimi non rivestono in detta società alcun ruolo direttivo nè rapporto lavorativo o comunque di dipendenza, che la su indicata condanna della Corte di Appello - posta a base dell'informativa ed adottata dopo la pronuncia di assoluzione in primo grado per non aver commesso il fatto - è stata ulteriormente riformata, successivamente al provvedimento impugnato, dalla Sezione seconda penale delta Corte di cassazione cfr. dispositivo versato in atti in data 13 maggio 2004 . Tali elementi non possono inficiare la legittimità della determinazione impugnata, che non appare pertanto affetto da errori di fatto ovvero da vizi di macroscopica illogicità od incongruenza, che come detto rappresentano i limiti entro i quali è consentito il sindacato giurisdizionale in materia, atteso le finalità di prevenzione cui la medesima risponde. Lo stretto legame di parentela, contrariamente all'assunto di parte, viene in rilievo più che in via diretta - cioè in quanto tale - quale indiretto ed implicito elemento di convincimento circa la disponibilità della società ricorrente da parte dei ripetuti Tuccillo. Invero, come si desume dalla relazione del 12 dicembre 2003 resa dall'Ufficio Territoriale del Governo per fornire riscontro all'apposita richiesta esperita in merito da questo Tribunale, la ricorrente era controllata dalla società facente capo al Tuccillo la Tuccillo Costruzioni Spa , che ne deteneva appunto il 66% del capitale sociale, anche se nel 1998 l'assetto proprietario è stato modificato. Peraltro quest'ultima società all'epoca era interdetta ai fini antimafia con giudizio che faceva tra l'altro leva sulla circostanza che i fratelli in questione, avessero dapprima venduto le loro azioni della Tuccillo Costruzioni alla General Holdig Spa e poi venduto le loro azioni di quest'ultima società ai nipoti , senza che ne fosse corrisposto il prezzo. Tale rapporto - in considerazione della attribuzione solo formale della titolarità di un'ingente quota del capitale sociale della General Holding Spa in capo a soggetti diversi, cioè i nipoti acquirenti nonché della persistenza di cospicue fideiussioni personali prestate a garanzia delle esposizioni debitorie delle predette due società controllate - conclude pertanto per la rilevante e perdurante cointeressenza nelle vicende del capitale sociale delle società stesse da parte e dei ripetuti fratelli cfr. nota 1333 del 10 luglio 1997, allegato 8 citata relazione Prefettura . La particolare significatività del reato di cui sono accusati i congiunti allo stato degli atti, il penetrante incontestabile collegamento nella genesi della società dei nipoti ricorrenti con la società di proprietà degli zii ed il sospetto che questi ultimi nonostante la formale cessione di quote - come già in passato per le ricordate analoghe vicende - siano soliti avvalersi dei nipoti come prestanomi, sono elementi idonei, in base ad un criterio improntato a ragionevolezza ed immune da travisamento dei fatti, a far ravvisare il tentativo di infiltrazione mafiosa ed il tentativo di condizionamento mafioso dell'impresa. Al riguardo va ribadito che il criterio di prevenzione ispiratore della disciplina antimafia tende a concentrare l'attenzione più sui rapporti di fatto che determinano in qualsiasi modo scelte o indirizzi delta società che non sugli aspetti meramente formali della titolarità dell'impresa, la quale può appunto essere desunta da elementi indiziari e non è ancorata al rigoroso regime probatorio valevole in sede penale. In proposito appaiono altresì non convincenti le repliche opposte con la memoria ultima del 22 marzo 2004. Invero la sentenza di assoluzione della Cassazione, intervenuta nelle more del presente giudizio, non può avere valore nel medesimo sia perché appunto successiva al provvedimento impugnato sia perché ne risulta unicamente il dispositivo - senza le ragioni della disposta assoluzione - sia perché trattandosi di annullamento con rinvio il giudizio dovrà proseguire nell'apposita sede penale. Può peraltro osservarsi che pronuncia resa in quest'ultima potrà ovviamente esplicare ogni influenza nella sede amministrativa - sottoposta ad un principio di attualizzazione dell'informativa, in linea con la finalità di prevenzione, come più volte sottolineato da questo Tribunale - qualora faccia emergere definitive sopravvenienze non valutate ovvero valutate diversamente all'epoca dalla Prefettura. Del pari le considerazioni espresse nella relazione dell'Utg di riscontro alla richiesta istruttoria di questo giudice non costituiscono nuove valutazioni ma erano già contenute nella informativa a suo tempo resa e, come detto, sono state condivise anche dal Comitato Provinciale Ordine e Sicurezza Pubblica, appositamente riunitosi con la partecipazione delle principali autorità inquirenti. Infine la differente valutazione rispetto al passato dei sundicati elementi di collegamento tra le due società non può assumere valore di sintomo di contraddittorietà, sia perché in materia deve ritenersi sempre ammesso il ripensamento sia soprattutto perché le considerazioni dell'epoca erano condizionate dalla sentenza assolutoria di primo grado, poi riformata con il giudizio di appello, che ha dato luogo alla valutazione negativa odiernamente impugnata. In definitiva ritiene il Collegio che gli elementi emersi nel corso delle indagini siano idonei - in base ad un criterio improntato a ragionevolezza ed immune da travisamento dei fatti - a sorreggere l' informativa interdittiva nei confronti della società ricorrente e quindi a supportare le conclusioni negative sul conto della medesima. La legittimità del giudizio di pericolosità espresso dalla Prefettura ai sensi della normativa antimafia e delle conseguenti determinazioni della competente Autorità regionale comportano l'infondatezza del ricorso, che pertanto deve essere respinto, salva la facoltà dell'amministrazione prefettizia di procedere a nuova valutazione a seguito della sentenza penale di assoluzione CdS, Sezione sesta, 1979/03 . Le spese del giudizio seguono la regola della soccombenza. PQM Il Tribunale amministrativo regionale della Campania - Sede di Napoli, Sezione terza, respinge il ricorso 12814/03 in epigrafe. Le spese del giudizio, liquidate in euro 3 mila sono poste a carico della ricorrente soccombente ed in favore, in parti uguali, delle amministrazioni resistenti. Ordina che la presente decisione sia eseguita dalla autorità amministrativa.