Al magistrato la critica politica non sempre è concessa

Le sezioni unite annullano l'assoluzione disciplinare del Csm per il magistrato bolognese Libero Mancuso che aveva espresso giudizi negativi su premier, governo, Capo dello Stato e Guardasigilli

Le Sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza 23235/05 - depositata il 17 novembre e qui leggibile tra gli allegati - accogliendo il ricorso del ministro della Giustizia Roberto Castelli, hanno annullato l'assoluzione disciplinare pronunciata lo scorso novembre dal Csm nei confronti del presidente della Corte di assise di Bologna, Libero Mancuso, accusato di aver violato i doveri del magistrato esprimendo forti critiche nei confronti del premier, del governo, del Capo dello Stato e del Guardasigilli. Adesso il Csm dovrà, nuovamente, processare Mancuso e rivedere la decisione assolutoria o quantomeno motivarla diversamente. Al giudice bolognese sono stati contestati due fatti distinti l'intervento da lui pronunciato al congresso di Rimini della Cgil, nel 2002, e una lettera aperta pubblicata dall' Unità sul caso Sofri. Nel primo caso, secondo il ministro, Mancuso avrebbe rivolto critiche denigratorie al governo e al premier, sostenendo tra l'altro che l'attività normativa dell'esecutivo era finalizzata a favorire personali interessi del presidente del Consiglio. Con la lettera, invece, Mancuso - sempre in base al ricorso di Castelli - sarebbe stato scorretto sia nei confronti dei colleghi che avevano condannato Sofri, dal momento che aveva definito ingiustificata la detenzione dell'ex leader di Lotta Continua, sia nei confronti del Capo dello Stato e del ministro della Giustizia. Nella lettera al quotidiano, Mancuso aveva auspicato che entrambi prendessero atto dell'inutilità e dell'ingiustizia di quello stupido sacrificio umano rappresentato dalla detenzione di Sofri. Queste parole, per il Guardasigilli, costituivano apprezzamenti pesantemente critici e polemici in relazione a un possibile rifiuto della grazia . L'annullamento della decisione di Palazzo dei Marescialli era stato chiesto anche dal sostituto procuratore generale della Cassazione, Domenico Iannelli, limitatamente ad alcuni motivi di ricorso di Via Arenula.

Cassazione - Sezioni unite civili - sentenza 6 ottobre-17 novembre 2005, n. 23235 Presidente Ianniruberto - Relatore Sabatini Pm Iannelli - conforme - ricorrente ministero della Giustizia - controricorrente Mancuso Svolgimento del processo Il dott. Libero Mancuso, presidente di sezione del Tribunale di Bologna, intervenne in data 16 gennaio 2002 al congresso regionale della CGIL, in corso di svolgimento a Rimini ed espresse considerazioni e giudizi riportati con ampio risalto su organi di stampa, per i quali il ministro della giustizia ritenne di promuovere l'azione disciplinare. Al magistrato fu addebitata la violazione dell'articolo 18 Rdl 511/46 per avere a attribuito all'on. Silvio Berlusconi,ed al Governo da lui presieduto, il precipuo intento di alterare o modificare preesistenti assetti normativi allo scopo di vanificare l'evidente conflitto di interessi facente capo allo stesso on. Berlusconi in quanto imputato in svariati processi penali per disdicevoli attività corruttive processi al cui giudizio egli in molti casi si sarebbe sottratto, per effetto di una non ragionevole durata degli stessi, evenienza implicitamente ricondotta ad una dilatoria attività difensiva che sarebbe stata dispiegata dall'on. Berlusconi b dedotto da un siffatto presunto progetto del Governo e dell'on. Berlusconi la determinazione di una frattura nella continuità costituzionale dello Stato repubblicano nato dall'antifascismo, sino a reputarla idonea a porre in pericolo l'identità stessa della democrazia in Italia c accostato surrettiziamente evocando con chiari accenti di demagogica retorica gli anni della lotta al terrorismo eversivo combattuta dallo Stato italiano gli esponenti dell'odierna classe governativa qualificati come gli odierni ciarlatani ad una pregressa concomitante a tale lotta al terrorismo callida attuazione di propri personali interessi privatissimi e sovente loschi affari ed alla progettazione di imprecisati obiettivi e metodi tesi a renderli possibili trame antistituzionali . L'incolpazione evidenziava tra l'altro le preconcetta e denigratoria critica dell'attività del Governo in carica, che informava i giudizi cosi espressi, e la pubblica manifestazione, da parte del dott. Mancuso, della propria opzione politica, con conseguente vulnus della immagine di imparzialità e estraneità a condizionamenti di sorta, cui ciascun magistrato deve uniformare la propria condotta anche privata. Il 13 novembre 2002 il quotidiano l'Unità pubblicò una lettera, a firma dello stesso dottor Mancuso, nella quale egli qualificava come ingiustificata la detenzione di Adriano Sofri che era stato ritenuto responsabile in concorso con altri e con sentenza divenuta definitiva dell'omicidio del commissario Calabresi menzionava gli interventi volti ad ottenere la concessione della grazia e sottolineava la inutilità ed ingiustizia di quello stupido sacrificio umano rappresentato dalla detenzione di Adriano . Anche per tale lettera fu promossa l'azione disciplinare e la relativa incolpazione evidenziò tra l'altro che essa conteneva apprezzamenti pesantemente critici tanto nei riguardi dei giudici, che avevano emesso la sentenza di condanna, quanto in relazione ad un possibile diniego della grazia. Interrogato dal Procuratore generale l'incolpato, pur ammettendo di aver pronunciato i giudizi e mosso i rilievi oggetto degli addebiti, ne determinò l'irrilevanza disciplinare invocando il diritto alla libera manifestazione del pensiero, tutelato dall'articolo 21 Costituzione. Riuniti i procedimenti, con sentenza del 12 novembre 2004, depositata il 20 gennaio 2005, la Sezione disciplinare del Csm ha assolto il dott. Mancuso dalle incolpazioni contestate per essere risultati esclusi gli addebiti ciò, sul rilievo che tanto il discorso pronunciato al congresso della Cgil quanto la lettera all'Unità avevano costituito esplicazione del diritto di libera manifestazione del pensiero, tutelato dalla Costituzione. la titolarità del quale va riconosciuta a tutti i cittadini, compresi i magistrati. Richiamata la sentenza della Corte costituzionale 100/81 il giudice disciplinare ha ritenuto che discorso e lettera non costituirono abusi del diritto di libera manifestazione del pensiero non potendo ritenersi superati i limiti posti al relativo esercizio e perché inidonei a compromettere la fiducia nell'imparzialità ed indipendenza del magistrato e di riflesso il prestigio dell'intero ordine. Quanto, infatti all'addebito sub a esso costituiva una sintesi imprecisa del pensiero del dott. Mancuso, il quale, nel suo intervento, aveva tra l'altro posto in rilievo l'eccessiva durata dei processi civili e penali e le condanne conseguentemente riportate dall'Italia in sede comunitaria argomenti, ha affermato la sezione che appartengono al dibattito politico-istituzionale contesto nel quale la sottolineatura da parte dell'incolpato, della doppia veste dell'on. Berlusconi di imputato e di soggetto al vertice delle Istituzioni era conforme, a prescindere dalla sua con divisibilità, ai canoni richiesti perché potesse affermarsene l'irrilevanza disciplinare. Parimenti non sussisteva, ad avviso della sezione disciplinare, l'addebito sub b , ben diverso essendo stato il contesto argomentativo nel quale l'incolpato aveva parlato di frattura della continuità costituzionale. Erano invece - di indubbia gravità oltre che inopportune le affermazioni di cui all'addebito sub c e tuttavia, esse erano giustificate perché esenti da falsità ed adeguate a problematiche altrettanto gravi che avevano suscitato, profondo disagio nella pubblica opinione doveva escludersi la contestata violazione dei doveri di riserbo e correttezza, trattandosi di giudizi espressi dall'incolpato fuori dall'esercizio delle funzioni giurisdizionali, né era configurabile abuso della qualità di magistrato. Il c.d. codice etico, asseritamente, violato doveva tenersi distinto dal precetto etico-professionale e non poteva ritenersi comunque compromesso dal discorso in questione, il quale, per quanto di chiara connotazione politica, non era, anche sotto tale profilo, rilevante disciplinarmente giacché l'ordinamento, che non inibisce ai magistrati l'iscrizione a partiti politici, non ne esclude il diritto di intervenire su temi politici di carattere generale. Quanto infine, alla missiva pubblicata dall'Unità un'attenta lettura di essa consentiva di ritenere che l'incolpato si era limitato ad intervenire nel dibattito sulla concessione della grazia al Sofri esprimendo critiche e valutazioni bensì severe e non disgiunte da umana solidarietà nel confronti del condannato, ma non lesive delle prerogative delle istituzioni competenti, né in alcun modo denigratorie dei giudici che avevano emesso la condanna. Per la cassazione di tale decisione il ministero della Giustizia ha proposto ricorso, affidato a quattro motivi, cui il Mancuso resiste con controricorso peraltro depositato in copia e non in originale. Motivi della decisione 1. Con i primi tre motivi del ricorso il ricorrente deduce la violazione, rispettivamente dei doveri di correttezza, riserbo e continenza ai sensi della norma di cui all'articolo 360 comma 1 n. 5 Cpc in relazione all'articolo 8 del Rd 511/46 omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia . A sostegno delle censure il ricorrente osserva che non esiste, di certo, un generalizzato divieto per i magistrati di esprimersi in materia di politica legislativa, nei limiti, tuttavia, dell'osservanza dei doveri di indipendenza loro assegnati, e fermo restando il divieto tanto di indebite interferenze sul corretto esercizio di funzioni costituzionalmente previste quali quelle di altri organi costituzionali o costituzionalmente rilevanti quanto di ledere gli altrui diritti di rango costituzionale, quale, in primis, quello dell'onore. Sulla base di tale premessa, il ricorrente considera non appagante, apodittica e riduttiva la motivazione della sentenza impugnata in ordine alla asserita correttezza delle critiche rivolte al Governo in carica ed al suo vertice ed alla ritenuta non offensività delle espressioni utilizzate, dure e pungenti, e ciò anche tenuto conto del luogo - il congresso regionale di un importante sindacato - in cui esser furono pronunciate, e delle funzioni esercitate dal magistrato adduce la violazione dell'articolo 6 comma 3 del codice etico dei magistrati, in forza del quale fermo il principio di piena libertà di manifestazione del pensiero, il magistrato si ispira a criteri di equilibrio e di misura nel rilasciare dichiarazioni o interviste ai giornali ed agli altri mezzi di comunicazione di cassa osserva, quanto all'addebito Sofri, che nulla è stato detto in sentenza in ordine alla contestata violazione del dovere di continenza. Con il quarto motivo il ricorrente allega la violazione e/o falsa applicazione dell'articolo 18 del Rd 511/46 in relazione agli articoli 1, 6 e 9 del codice etico dei magistrati sotto il profilo che l'atipicità dell'illecito disciplinare giustifica il ricorso all'integrazione della previsione legale con norme di etica professionale. 2. Il controricorrente obietta che il diritto di libera manifestazione del pensiero non può essere compresso allorquando esso viene esercitato da un magistrato, che la norma del codice etico non possono porsi come fonti di diritto perché prive dei caratteri di imperatività e coercibilità propri delle norme giuridiche, e che esula dal sindacato di legittimità il riesame dei fatti apprezzati dal giudice disciplinare. 3. Le censure, strettamene connesse, possono essere esaminate congiuntamente. Il dissenso - che il dott. Mancuso ha manifestato con il discorso da lui tenuto al congresso regionale della Cgil e con la lettera ad un quotidiano, riguardo, rispettivamente, alla politica legislativa del Governo in carica e del suo presidente ed all'esito ed agli sviluppi della vicenda Sofri - si risolve, anche sul piano giuridico, in una critica al Governo stesso ed agli organi chiamati a pronunciarsi su tale vicenda, critica che in tanto si sarebbe potuta ricondurre, come il giudice disciplinare ha ritenuto, alla libera manifestazione del pensiero, tutelata dall'articolo 21 comma 1 della Carta costituzionale, in quanto fosse stato anche accertato che essa avesse osservato i limiti che, non da ora, la giurisprudenza, anche costituzionale, ha individuato riguardo all'esercizio di tale diritto nel quadro nel necessario bilanciamento di esso con altri valori, dal pari costituzionalmente tutelati in quanto, in altri termini, si fosse escluso che il Mancuso, nel pronunciare tali critiche, avesse abusato del proprio diritto. Orbene, la critica, pur dovendo muovere dall'esame di comportamenti e, in genere, di fatti, che devono essere veri almeno putativamente, presenta anche un profilo soggettivo, che si sostanzia nell'apprezzamento e nella valutazione dei fatti stessi, apprezzamento e valutazione i quali, laddove consistano, come nella specie, in censure ad altri soggetti, si risolvono appunto in una critica a costoro rivolta. Anche per l'esercizio di tale diritto opera lo stesso limite della continenza applicabile al diritto di cronaca, e che comporta, come questa Corte ha di recente affermato Sezione terza, 379/05 , la correttezza formale dell'esposizione oltre che il divieto di riferire quanto non sia strettamente richiesto dal pubblico interesse profilo, questo, che nella specie non viene in considerazione . I limiti anzidetti trovano applicazione anche riguardo a manifestazioni del pensiero da parte di magistrati, che non solo non godono né possono godere - ed è appena il caso di accennarne - di privilegi di sorta, ma, semmai, trovano compresse tali manifestazioni in misura maggiore rispetto ad ogni altro cittadino, essendo soltanto essi tenuti altresì all'osservanza dell'obbligo di imparzialità, il quale, come è stato autorevolmente osservato, comporta che il magistrato non solo sia imparziale ma anche appaia tale. 4. I limiti posti all'esercizio del diritto di critica non sono stati posti in discussione dal giudice disciplinare il quale, dopo avere, pertanto legittimamente, osservato a pagina 9 che si trattava appunto di accertare se l'incolpato avesse abusato del proprio diritto, e che la critica è lecita se sia rispettato il dovere di non ledere l'onorabilità dei singoli pagina 10 , è poi, nel motivare il proprio convincimento, in parte incorso nei vizi motivazionali denunciati dal ricorrente. Il ricorso, nelle parti in cui si riferisce alle incolpazioni sub a e sub b è peraltro inammissibile. Quanto, infatti, al primo addebito, la sezione disciplinare ne ha evidenziato la parziale imprecisione sia perché il testo integrale del discorso non faceva riferimento alla dilatoria attività difensiva, che nondimeno ha formato oggetto di addebito, sia per la diversa significatività di esso la stessa sezione ha poi aggiunto che i rilievi mossi dal Mancuso da anni appartengono al dibattito politico-istituzionale, e non ha affatto posto in dubbio la verità del fatto dell'essere l'on. Berlusconi - all'epoca dei fatti ed ancora attualmente vertice del potere esecutivo - imputato, nel contempo, di condotte costituenti reato. Tali argomentazioni non formano oggetto di specifiche censure, e sono di per sé sufficienti a sorreggere la decisione, basata sulla verità di quest'ultimo fatto e sulla opinabilità delle critiche, ripetitive di analoghe censure mosse in ambito propriamente politico-istituzionale, elevate sulla base di esso dall'incolpato, in forma, come la sezione ha anche precisato, non eccedente il limite della correttezza. Parimenti inammissibile è il ricorso relativamente all'addebito sub b , in ordine al quale il giudice disciplinare ha affermato, motivando il proprio convincimento, che in punto di fatto l'addebito non sussiste affermazione, anche questa, non contrastata dal ricorrente con argomentazioni specifiche, idonee a dimostrarne la fallacia. 5. Il ricorso è invece fondato riguardo alla incolpazione sub c anche e soprattutto riguardo alla quale l'addebito aveva evidenziato il carattere denigratorio delle espressioni impiegate gli odierni ciarlatani così qualificati dall'incolpato gli esponenti dell'odierna classe governativa gestori di privatissimi e sovente loschi affari e di trame antiistituzionali , la violazione dell'immagine di imparzialità, la compromissione del prestigio dell'Ordine giudiziario. Sul punto, il giudice disciplinare ha mostrato di condividere l'argomentazione difensiva secondo la quale le espressioni in questione non potevano formare oggetto di censure in ragione della verità storica dell'iscrizione dell'on. Berlusconi alla loggia massonica P2, ed ha pertanto ritenuto che esse, per quanto assai gravi, fossero tuttavia giustificate perché esenti da falsità ed adeguate a problematiche altrettanto gravi che avevano suscitato profondo disagio presso la pubblica opinione. Il ricorrente, il quale non pone in discussione la verità storica così conclamata, giustamente sottolinea il vizio di motivazione della sentenza sotto i profili della violazione del dovere di correttezza e del codice di rito dei magistrati. Costituendo, invero, come si è premesso, abuso del diritto di critica la violazione del dover di correttezza formale, non era di per sé sufficiente a mandare assolto l'incolpato la non contestata iscrizione dell'on. Berlusconi alla loggia massonica P2, giacché il giudice disciplinare avrebbe dovuto altresì accertare se le assai gravi, cos' da lui qualificate, espressioni pronunciate dal dott. Mancuso all'indirizzo non solo di questi ma dell'odierna classe governativa, fossero rispettose del dovere di correttezza accertamento che è del tutto mancato, essendo stato inteso tale dovere pag. 18 sentenza in affatto diversa accezione, senza invece collegarlo, come dovevasi, al contestato carattere denigratorio delle espressioni utilizzate, limite, quest'ultimo, che lo stesso giudice aveva indicato a pag. 10 come condizione di liceità della critica. Quanto al codice etico, questa Corte ha affermato Su 11732/98 , e deve qui ribadirsi, che il giudice, investito dell'accertamento della sussistenza o meno dell'illecito disciplinare ascritto ad un magistrato, è tenuto pur sempre, nonostante l'atipicità dell'illecito stesso, quale formulata dall'articolo 18 del Rdl 511/46, ad un'attività ermeneutica, consistente nello stabilire se la condotta, oggetto di incolpazione, rientri o meno nel paradigma normativo posto dal legislatore, ed al riguardo ben può fare riferimento anche a norme interne alla Magistratura quale il codice etico dei magistrati nello stesso senso, ma con riguardo agli esercenti professioni sanitarie, Cassazione 11299/04 13078/04 e 5776/04 qualificano invece, rispettivamente per i geometri e gli avvocati, norme di legge le disposizioni dei relativi codici etici . Sul punto, il giudice disciplinare, pur mostrando di ritenere, ma non senza perplessità, essere disciplinarmente rilevanti le violazioni dei doveri di equilibrio, di misura e di imparzialità, posti dagli articoli 6 e 7 del codice etico, nell'esaminare l'addebito in questione ha trascurato di considerare adeguatamente tali profili. 6. Lo stesso giudice ha escluso il carattere denigratorio delle espressioni di cui alla quarta incolpazione la ingiustificata detenzione di Sofri, la ingiustizia di quello stupido sacrifico umano con il rilievo che tali critiche non apparivano necessariamente collegata al merito dlela condanna quanto piuttosto al lunghissimo tempo trascorso dall'epoca dell'omicidio ed alla personalità del condannato. Mentre tale punto della decisione - invero singolare perché tralaticia di esaminare se esse non fossero invece denigratorie del legislatore per non avere questi drasticamente ridotto la durata della prescrizione anche per gravissimi reati, quale quello per il quale il Sofri ha riportato condanna, non forma oggetto di specifiche doglianze, la decisione è nondimeno censurabile sotto i diversi profili dell'osservanza degli stessi doveri di correttezza formale e di osservanza del codice di rito, di cui al precedente paragrafo. 7. Il ricorso deve,pertanto, essere accolto nei limiti di cui sopra, con rinvio alla stessa sezione disciplinare che riesaminerà la sola terza e quarta incolpazione. Ricorrono giusti motivi per compensare le spese del giudizio di cassazione. PQM Accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia alla sezione disciplinare del Csm compensa le spese del giudizio di cassazione.