Compravendita, nessuno sconto sull'imposta di registro per le aziende di provincia

Il tributo si commisura al volume d'affari calcolato sulle dichiarazioni Iva degli anni precedenti. Non ha alcun rilievo invece il fatto che, non essendo in una grande città, il guadagno della società può essere più contenuto

Nessuno sconto sull'imposta di registro per le aziende di provincia compravendute. Infatti ai fini del calcolo il tributo si commisura al volume d'affari calcolato sulle dichiarazioni Iva degli anni precedenti senza che abbia alcun rilievo il fatto che, non essendo in una grande città, il guadagno è molto più contenuto. Lo ha detto la Cassazione che, con la sentenza 14034/06 depositata il 16 giugno e qui leggibile tra gli allegati, ha respinto il ricorso di due società, una acquirente e l'altra venditrice, di un alimentari situato in provincia destinatarie di un avviso di accertamento per la maggiore imposta. Entrambe avevano fatto ricorso al giudice tributario poiché l'ufficio del registro aveva elevato di oltre 500 milioni il valore dichiarato dell'esercizio di generi alimentari. Secondo le ricorrenti tale differenza era dipesa dall'erroneo convincimento dell'amministrazione finanziaria che il negozio fosse ubicato a Roma e non nella provincia, dove, il richiamo commerciale è senz'altro meno forte. La commissione tributaria provinciale aveva respinto la domanda aggrappandosi a un cavillo procedurale. Non era stato provato che il locale fosse in provincia e non nella capitale. Così le società hanno proposto gravame alla commissione regionale sostenendo che la giusta ubicazione era ricavabile dagli atti e che l'avviso di accertamento non era sufficientemente motivato perché mancava dei criteri di calcolo seguiti dall'ufficio per determinare la maggiore imposta. Ma anche questa volta la domanda delle società è stata respinta, con motivazione più concreta. Secondo il giudice tributario, infatti, non era importante che il negozio fosse in provincia o in una città più grande ma piuttosto che il calcolo fosse stato commisurato al volume d'affari. Caparbie nel voler dimostrare che un'attività di provincia ha un valore inferiore, le contribuenti sono ricorse in Cassazione. I giudici della quinta sezione, tuttavia, ritenendo ineccepibile il calcolo fatto sul volume d'affari hanno respinto il ricorso e confermato la decisione di merito. D'altra parte , hanno messo nero su bianco, non si rileva in alcun modo illogica l'affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, per cui, nonostante l'errore insindacabilmente ritenuto dal giudice di merito mero errore di trascrizione sull'indicazione dell'indirizzo della ditta, il calcolo del valore deve considerarsi comunque esatto, perché basato sulla cifra media del volume d'affari, ricavata dalle dichiarazioni presentate ai fini Iva nei tre anni precedenti la vendita dell'esercizio ossia applicando un metodo che non poteva risentire di quell'eventuale errore di ubicazione . In altre parole se il calcolo viene fatto tenendo presenti le dichiarazioni dello stesso contribuente e non si usano altri particolari parametri , il luogo dove si trova l'attività commerciale passa subito in secondo piano. Ma questo non è l'unico motivo contenuto nel ricorso. Con l'altro, anch'esso ritenuto inammissibile dai giudici di legittimità, è stata dedotta una ultra-petizione, ravvisata nel fatto di avere la commissione regionale, senza esserne sollecitata, rilevato un errore materiale sull'indirizzo , peraltro ritenendolo non fondamentale, nell'avviso di accertamento, senza dare la possibilità alla difesa di controdedurre. Anche qui, secondo i giudici, non è ravvisabile alcuna violazione di legge né tantomeno una violazione del contraddittorio. Bocciato, infine, anche l'ultimo motivo sulla mancata motivazione nell'avviso l'aver indicato il metodo di calcolo, hanno detto gli interpreti, è sufficiente. deb. alb.

Cassazione - Sezione quinta civile - sentenza 21 aprile-16 giugno 2006, n. 14034 Presidente Cristarella Orestano - Relatore Magno Pm Fedeli - conforme - Ricorrente Sodifor Srl Svolgimento del processo Con ricorso alla Ctp di Roma le società ricorrenti impugnarono l'avviso di accertamento notificato in data 8 luglio 1993, con cui l'ufficio del registro di Roma aveva elevato da lire 200.000.000 a lire 780.540.000 il valore dichiarato di un esercizio di generi alimentari compra-venduto il 19 novembre 1991 fra le stesse società, sostenendo che la differenza di valore accertata dipendeva dall'erroneo convincimento dell'ufficio che tale esercizio fosse ubicato in Roma, laddove invece esso era sito in Ardea, località meno pregiata da punto di vista commerciale e che non erano indicati i criteri di determinazione del maggior valore, il cui ammontare era contestato. L'adita commissione, con sentenza 219/99, rigettò il ricorso, assumendo che l'avviso di accertamento era sufficientemente motivato, e che le ricorrenti non avevano provato che l'ubicazione dell'azienda fosse in Ardea anziché in Roma. Tale sentenza fu appellata dalle contribuenti, le quali sostennero che l'esatta ubicazione dell'esercizio in Ardea era ricavabile dagli atti e che l'avviso di accertamento non indicava con sufficiente chiarezza i criteri di calcolo seguiti dall'ufficio per determinare il maggior valore contestato. Quindi la Ctr, con la sentenza qui impugnata, pronunziata nella contumacia dell'ufficio, respinse il gravame motivando nel senso che la questione relativa all'ubicazione dell'esercizio commerciale era inconsistente, risultando dagli atti che l'ufficio aveva avuto ben presente l'esatto indirizzo, in Ardea, e che l'avere indicato solo Roma nella descrizione del bene corrispondeva ad un mero errore materiale che dunque il maggior valore era stato calcolato tenendo presente l'effettiva ubicazione dell'azienda compra-venduta, con procedimento ineccepibile perché fondato sulla media del volume d'affari, desunta dalle dichiarazioni Iva presentata nei tre anni precedenti la vendita, pari a lire 2.346.000.000. Per la cassazione di tale sentenza ricorrono le società contraenti, con tre motivi. L'intimato ufficio delle entrate di Roma 3 non svolge difese in questo giudizio. Motivi della decisione Il presente ricorso per cassazione, proposto nei confronti dell'ufficio periferico dell'agenzia delle entrate che emise l'atto impugnato ufficio del registro, ora delle entrate di Roma 3 , e notificato al direttore dello stesso ufficio oltre che al ministero delle Finanze il 4 aprile 2002 cioè in epoca posteriore all'1 gennaio 2001, data d'inizio dell'operatività delle agenzie fiscali , deve ritenersi ammissibile, in conformità alla giurisprudenza, condivisa dal collegio, delle Su di questa Sc 3118/06 , in applicazione degli articoli 163, comma 2 n. 2 e 144-145 Cpc. Col primo motivo di ricorso le contribuenti denunziano error in procedendo e violazione di legge non specificata , assumendo che la motivazione della sentenza impugnata è contraddittoria ed illogica laddove, esaminando il motivo d'appello centrato sull'errore di fatto consistente nella diversa ubicazione dell'esercizio commerciale, errore da cui dipenderebbe la sopravvalutazione del bene, si pone in contrasto con la pronunzia di primo grado questa, infatti, avrebbe attribuito all'ufficio l'affermazione che la sede dell'azienda è in Roma, allorché la Ctr ritiene che l'ufficio erariale abbia avuto ben presente l'indirizzo di Ardea, pur avendolo indicato in Roma per mero errore materiale. La censura è inammissibile perché, oltre all'insussistente dimostrazione di errori di diritto, enunciati soltanto nell'intitolazione del motivo, pretende di ravvisare ragioni di contraddittorietà e d'illogicità della sentenza impugnata nel fatto che questa sarebbe in contrasto con quella di primo grado o con le affermazioni dell'ufficio in merito all'ubicazione dell'azienda. Si osserva, in proposito, che il vizio di motivazione contraddittoria sussiste solo in caso di contrasto insanabile tra le argomentazioni addotte nella stessa sentenza impugnata, così da non consentire l'identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione. Detto vizio, pertanto, non è ipotizzabile nel caso in cui la contraddizione denunziata non riguardi diverse proposizioni contenute nella stessa sentenza impugnata, tra loro inconciliabili, ma le valutazioni contrastanti compiute dal giudice di primo grado e da quello di seconde cure. Diversamente argomentando, dovrebbe, infatti, pervenirsi alla conclusione che sono indiscriminatamente viziate per contraddittorietà della motivazione tutte le sentenze di appello che abbiano valutato le risultanze di causa in modo difforme rispetto a quanto ritenuto dal primo giudice Cassazione 2427/04, 14467/03 . D'altra parte, non si rileva in alcun modo illogica l'affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, per cui, nonostante l'errore insindacabilmente ritenuto dal giudice di merito mero errore di trascrizione sull'indicazione dell'indirizzo della ditta, il calcolo del valore deve considerarsi comunque esatto, perché basato sulla cifra media del volume d'affari, ricavata dalle dichiarazioni presentate ai fini dell'Iva nei tre anni precedenti la vendita dell'esercizio ossia applicando un metodo che non poteva risentire di quell'eventuale errore di ubicazione del locale. Ugualmente inammissibile è il secondo motivo di ricorso, con cui viene dedotta una pretesa ultra-petizione, ravvisata nel fatto di avere la commissione regionale, senza esserne stata sollecitata, rilevato un errore materiale circa l'indirizzo dell'esercizio commerciale , peraltro ritenendolo non fondamentale, nell'avviso di accertamento, senza dare possibilità alla difesa di controdedurre . È evidente, infatti, che non si tratta di pronunzia ultra petita articolo 112 Cpc , dato che il primo motivo d'appello concerneva, appunto, il preteso errore in argomento, e che non è ravvisabile alcuna violazione di principi processuali - come ad esempio quello del contraddittorio articolo 101 Cpc - nel fatto che il giudica abbia dato, in base all'esame degli atti, la soluzione da lui ritenuta, con giudizio di fatto insindacabile in questa sede, più aderente alla realtà processuale. Il terzo motivo di ricorso - con cui le ricorrenti attribuiscono alla sentenza impugnata un errore per non avere considerato il secondo motivo di gravame - è infondato. L'omissione di pronunzia implicitamente dedotta consisterebbe, invero, nella mancata risposta alla doglianza circa il fatto che l'ufficio non avrebbe indicato i moltiplicatori, i parametri ed i sistemi di conteggio utilizzati per calcolare il valore del bene. Risulta peraltro dalla sentenza della Ctr che il calcolo di tale maggiore valore era stato operato dall'ufficio mediante un metodo di calcolo precisamente indicato, ossia stabilendo la media del volume di affari pari a lire 2.346.000.000 determinata dall'ufficio stesso, tenendo conto delle dichiarazioni Iva e Mod. 740, 750 e 760 che sono stati presentati negli anni '88, '89 e '90 proprio dalla Società Sodifor di Via Laurentina - Ardea - Roma . Pertanto non furono utilizzati particolari parametri, bensì un metodo di calcolo o sistema di conteggio sintetico che risulta esplicitamente indicato e che, comunque, non è criticato in quanto tale. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere rigettato. Nulla devesi disporre quanto alle spese di questo giudizio di cassazione, perché l'ufficio intimato non vi ha svolto difese. PQM Rigetta il ricorso.