Se la scoperta archeologica è fortuita, il premio per il ritrovamento va equamente ripartito

Ma una questione va sottolineata con forza. Non è l’attività di ricerca che dà diritto al premio, ma l’accidentalità della scoperta l’attività di ricerca è infatti riservata allo Stato, e può essere effettuata dai privati solo in forza di specifica concessione, come ora prescrivono epressamente gli artt. 88 e 89 del Codice per i beni culturali.

Il caso. I fatti che hanno dato luogo alla controversia posta all'attenzione della Sezione, prendono le mosse dall’esplorazione, iniziata dagli speleologi del C.a.r.s. Centro altamurano ricerche speleologiche nel 1991, di una vasta zona situata nelle vicinanze di Altamura, e che dopo circa tre anni hanno visto la creazione di una apertura idonea a penetrare nel fondo di una grotta denominata Lamaunga, situata in un fondo privato. A tre discese nella grotta svolte nell’anno 1993 sono stati invitati a partecipare anche alcuni soci del gruppo speleologico del Club alpino italiano C.a.i. di Bari e, nel corso della discesa del 3 ottobre 1993, sono stati trovati resti di ominide, definiti di eccezionale interesse paleontologico dal Ministero per i beni culturali e ambientali. Il C.a.r.s. ha quindi chiesto la corresponsione del premio previsto dall’art. 89, d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490 e all’art. 49, legge 1 giugno 1939, n. 1089 E analoga richiesta è stata inoltrata da tre soci del C.a.i. che avevano preso parte alla discesa del 3 ottobre 1993, tra i quali i due appellanti. Con nota del 9 gennaio 2001 il direttore generale del Ministero per i beni e le attività culturali comunicò al Soprintendente per i beni archeologici della Puglia l’impossibilità di corrispondere ai due gruppi speleologici il premio richiesto, in relazione al fatto che i proprietari del fondo avevano comunicato di non aver mai rilasciato alcuna autorizzazione all’accesso al fondo di loro proprietà. E tale fatto, di conseguenza, alla luce dell’art. 89 del d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, rendeva inefficace la richiesta di liquidazione del premio. Di questo avviso, tuttavia, non è stata l'Associazione di Altamura, la quale ha sostenuto l' irrilevanza della autorizzazione dei proprietari dell’area e, comunque, alla sussistenza dell’assenso anche per facta concludentia , desumibile dal fatto che i proprietari dell'area erano a conoscenza dell'attività svolta dal centro speleologico. Circostanza questa condivisa dal primo giudice il quale ha rilevato che in base all’art. 50, legge 1 giugno 1939, n. 1089, applicabile ratione temporis , il premio non spetta se lo scopritore si è introdotto nel fondo altrui senza il consenso del proprietario o del possessore. Ma, nella fattispecie in esame può dirsi, in base ad univoche circostanze, che i proprietari fossero a conoscenza su quanto accadeva nel loro terreno e che quindi avessero acconsentito alle ricerche. Peraltro, per scoperta non devono intendersi solo i resti dello scheletro denominato Uomo di Altamura , ma l’intero giacimento speleologico, comprendente anche altri resti umani e resti di animali, il cui ritrovamento deve essere attribuito sia ai membri del C.a.r.s. che a quelli del C.a.i. di Bari di conseguenza, il premio di rinvenimento deve, secondo il Tribunale amministrativo, essere diviso al 50% tra i due gruppi. Fortuità della scoperta, denuncia e custodia delle cose ritrovate danno diritto al premio. La corresponsione del premio postula, inoltre, una complessa attività amministrativa, volta ad accertare e verificare le altre condizioni normativamente necessarie ad integrare il diritto al premio. Infatti, l’art. 48, legge n. 1089/1939, applicabile al momento della scoperta, specificamente condiziona il diritto al premio a precise condizioni anzitutto, la scoperta deve essere fortuita inoltre, è necessaria l’immediata denuncia all'autorità competente e l’immediata conservazione della cosa rinvenuta. Identici obblighi e condizioni fortuità del ritrovamento, denuncia e custodia delle cose ritrovate sono imposti dall’art. 87, d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, vigente al momento in cui è intervenuto il provvedimento impugnato in primo grado e dall’art. 90, d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 Codice dei beni culturali e del paesaggio , attualmente vigente la corresponsione del premio avrebbe, quindi, postulato l’espletamento, da parte dell’Amministrazione, di una specifica attività istruttoria volta a verificare se, una volta annullato il diniego impugnato, sussistessero le ulteriori condizioni sopra specificate, ed in particolare la fortuità della scoperta.

Consiglio di Stato, sez. VI, sentenza 4 dicembre 2012 - 11 gennaio 2013, n. 116 Presidente Severini Estensore Vigotti Fatto e diritto I signori Marco Milillo e Lorenzo Di Liso chiedono la riforma della sentenza, in epigrafe indicata, con la quale il Tribunale amministrativo della Puglia ha accolto in parte, dopo averli riuniti, i ricorsi proposti dal Centro altamurano di ricerche speleologiche d’ora innanzi C.a.r.s. e dagli stessi Milillo e Di Liso avverso i provvedimenti ministeriali di diniego della corresponsione del premio di rinvenimento dei resti di scheletro di Homo di tipo arcaico, poi indicato come Uomo di Altamura. Lo stesso C.a.r.s. ha proposto appello incidentale avverso la medesima sentenza. I I fatti che hanno dato luogo alla controversia in esame prendono le mosse dall’esplorazione, iniziata dagli speleologi del C.a.r.s. nel 1991, di una vasta zona situata nelle vicinanze di Altamura, e che dopo circa tre anni hanno visto la creazione di una apertura idonea a penetrare nel fondo di una grotta denominata Lamaunga, situata nel fondo di proprietà degli eredi del signor Giovanni Rangone. A tre discese nella grotta svolte nell’anno 1993 sono stati invitati a partecipare anche alcuni soci del gruppo speleologico del Club alpino italiano C.a.i. di Bari nel corso della discesa del 3 ottobre 1993 sono stati trovati resti di ominide, definiti di eccezionale interesse paleontologico dal Ministero per i beni culturali e ambientali. Il C.a.r.s. ha quindi chiesto la corresponsione del premio di cui all’art. 89 del d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490 e all’art. 49 della legge 1 giugno 1939, n. 1089 identica richiesta è stata inoltrata da tre soci del C.a.i. che avevano preso parte alla discesa del 3 ottobre 1993, tra i quali i signori Milillo e Di Liso. Con nota del 9 gennaio 2001 il direttore generale del Ministero per i beni e le attività culturali ha comunicato al Soprintendente per i beni archeologici della Puglia l’impossibilità di corrispondere ai due gruppi speleologici il premio richiesto, dato che i proprietari del fondo avevano comunicato di non aver mai rilasciato alcuna autorizzazione all’accesso al fondo di loro proprietà di conseguenza, il Soprintendente ha reso noto tale determinazione negativa, alla luce dell’art. 89 del d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490. II Tali atti sono stati impugnati davanti al Tribunale amministrativo della Puglia dal C.a.r.s., che ne ha evidenziato l’illegittimità per pretesi vizi tutti riconducibili alla irrilevanza della autorizzazione dei proprietari dell’area e, comunque, alla sussistenza dell’assenso anche per facta concludentia. Anche i signori Milillo e Di Liso hanno proposto ricorso al medesimo Tribunale amministrativo, per motivi analoghi e rivendicando la spettanza del premio, sostenendo che il rinvenimento è stato frutto di una loro scoperta fortuita, tempestivamente segnalata al Museo archeologico di Altamura. III Il Tribunale adito, con ordinanza assunta in sede cautelare, ha disposto che l’Amministrazione concludesse il procedimento, quantificando il premio di rinvenimento e attribuendolo pro quota alle parti ricorrenti. Con la sentenza impugnata ha poi accolto i ricorsi, rilevando che, se è vero che in base all’art. 50 della legge 1 giugno 1939, n. 1089, applicabile ratione temporis, il premio non spetta se lo scopritore si è introdotto nel fondo altrui senza il consenso del proprietario o del possessore, nella fattispecie in esame può dirsi, in base ad univoche circostanze, che i proprietari fossero a conoscenza su quanto accadeva nel loro terreno e che quindi avessero acconsentito alle ricerche. Il primo giudice ha, poi, esaminato chi dovesse essere ritenuto scopritore dell’importante reperto, ed ha rilevato che per scoperta non deve intendersi solo i resti dello scheletro denominato Uomo di Altamura , ma l’intero giacimento speleologico, comprendente anche altri resti umani e resti di animali, il cui ritrovamento deve essere attribuito sia ai membri del C.a.r.s. che a quelli del C.a.i. di Bari di conseguenza, il premio di rinvenimento deve, secondo il Tribunale amministrativo, essere diviso al 50% tra i due gruppi. IV La sentenza è stata impugnata sia dai signori Milillo e De Liso, sia dal C.a.r.s., esclusivamente per quest’ultima parte, rivendicando tutti i ricorrenti la qualifica di scopritori al fine dell’attribuzione del premio di rinvenimento. Osserva il Collegio che il thema decidendum della controversia posta davanti al primo giudice era la legittimità o meno dell’arresto procedimentale operato dall’Amministrazione in ragione della pretesa mancata autorizzazione da parte dei proprietari del fondo, al quale si è poi aggiunto, quale corollario e presupposto, la rivendicazione suddetta da parte di tutti i ricorrenti peraltro, sgombrato il campo dal diniego oggetto principale del giudizio, la corresponsione del premio avrebbe postulato un’ulteriore attività amministrativa, volta ad accertare e verificare le altre condizioni normativamente necessarie ad integrarne il diritto. Infatti, l’art. 48 della legge n. 1089 del 1939, applicabile al momento della scoperta, specificamente condiziona il diritto al premio a precise condizioni anzitutto, la scoperta deve essere fortuita inoltre, è necessaria l’immediata denuncia all'autorità competente e l’immediata conservazione della cosa rinvenuta. Identici obblighi e condizioni fortuità del ritrovamento, denuncia e custodia delle cose ritrovate sono imposti dall’art. 87 del d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, vigente al momento in cui è intervenuto il provvedimento impugnato in primo grado e dall’art. 90 del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 Codice dei beni culturali e del paesaggio , attualmente vigente la corresponsione del premio avrebbe, quindi, postulato l’espletamento, da parte dell’Amministrazione, di una specifica attività istruttoria volta a verificare se, una volta annullato il diniego impugnato, sussistessero le ulteriori condizioni sopra specificate, ed in particolare la fortuità della scoperta. Deve, infatti, essere sottolineato con forza che non è l’attività di ricerca che dà diritto al premio, ma l’accidentalità della scoperta l’attività di ricerca è infatti riservata allo Stato, e può essere effettuata dai privati solo in forza di specifica concessione, come ora prescrivono epressamenteespressamente gli artt. 88 e 89 del Codice richiamato V Peraltro, la sentenza impugnata, nella parte in cui dichiara la spettanza del premio agli scopritori e la spettanza per la metà ciascuno al C.a.r.s. e al C.a.i. non è stata oggetto di appello da parte del Ministero la questione devoluta in appello è, quindi, unicamente quella relativa alla ripartizione del premio. Tale questione, intesa come esclusione del gruppo concorrente, è emersa solo a seguito della sentenza giacché in primo grado il premio era stato negato ad entrambi i gruppi , e può essere riportata alla domanda posta al Tribunale amministrativo unicamente dai ricorrenti Milillo e Di Liso, i quali in primo grado hanno appunto contestato, oltre alla il legittimità del diniego, la spettanza del premio al gruppo concorrente. Il ricorso proposto dal C.a.r.s., invece, era mirato a evidenziare la sussistenza di tutte le condizioni per la doverosità della corresponsione a sé stesso, e non a escludere gli altri, come sostanzialmente riconosce lo stesso C.a.r.s. nell’appello incidentale. L’appello incidentale stesso, pertanto, è inammissibile nella parte in cui contesta la ripartizione del premio operata dal Tribunale amministrativo ed è anche inammissibile nella parte tesa a negare agli appartenenti al C.a.i. la qualifica di scopritori, dal momento che entrambi questi temi non sono stati posti in primo grado e costituiscono quindi domanda nuova in appello. VI L’appello proposto dai signori Milillo e De Liso è invece infondato, perché la scoperta del reperto di cui è causa è avvenuta da parte loro nell’ambito di una più vasta attività svolta dal C.a.r.s., alla quale sono stati occasionalmente invitati. Fermo restando che la corresponsione del premio e la stessa legittimità della ricerca, che, come si è visto, oggi il Codice dei beni culturali riserva allo Stato avrebbe postulato la verifica in sede amministrativa delle condizioni poste dalla legge, a cui sopra si è fatto cenno, la ripartizione operata dal primo giudice corrisponde alla corretta imputazione dell’azione all’agente secondo il nesso di causalità è evidente, infatti, che i membri del C.a.i., scopritori materiali dei reperti, si sono introdotti nella grotta solo perché invitati, e che, d’altra parte, è al C.a.r.s. che va imputata l’attività che ha reso possibile la scoperta. VII In conclusione, l’appello principale è infondato, mentre l’appello incidentale è inammissibile. Le spese del giudizio di secondo grado possono, in assenza di costituzione del Ministero intimato, essere compensate tra le parti costituite. P.Q.M. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale Sezione Sesta , definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, respinge l’appello incidentaleprincipale e dichiara inammissibile l’appello incidentale. Spese del secondo grado compensate. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.