Sposi fedeli, ma non troppo

L’evoluzione del diritto di famiglia è inesorabile essa avviene spesso per mano della giurisprudenza. A volte, però, gli esiti sono quanto meno discutibili, specie quelli in materia di fedeltà coniugale.

Recentiora. Si discute di fedeltà coniugale da tempo, già per effetto di un’evoluzione dei costumi che ha mutato il modello familiare di riferimento, faticosamente affrancatosi dai retaggi di una patria potestas di primo conio, ipostatizzata da quello ius vitae necisque impresso nella memoria di chiunque abbia frequentato le fonti del diritto romano. A margine di un dibattito culturale e sociale sui problemi del matrimonio, della convivenza more uxorio , dei patti civili e chi più ne ha più ne metta , si pongono provvedimenti particolari e concreti idonei a segnare movimenti a volte tellurici dell’impianto familiare e coniugale tradizionale, quell’impianto noto e vissuto da chi è ormai nel mezzo del cammin di nostra vita, o più. In concreto, è di pressante attualità una indicazione della Cassazione sul requisito della fedeltà matrimoniale, siccome formalizzato tra i doveri coniugali nell’art. 143 c.c., nondimeno bisognoso di direttrici sempre nuove per un’attualizzazione, con l’occhio alla possibile cancellazione del dovere di fedeltà, così come recentemente proposto in sede parlamentare. Il dictum della Cassazione. Dica il lettore se sia un dictum o, piuttosto, un dictat ai posteri l’ardua sentenza. In una vicenda di separazione tra coniugi, piazza Cavour ci mette il carico da undici e indica nell’infedeltà della moglie un fattore insufficiente a motivare l’addebito. Il percorso seguito appare suggestivo, sicuramente interessante nel suo sviluppo teorico, per il richiamo alla esclusa connessione causale tra un episodio di adulterio ed un negato verdetto di addebito al coniuge traditore. In dettaglio, la prima sezione civile, con sentenza n. 12392/17 nel quotidiano del 18 maggio con commento dal titolo Non basta una liaison extraconiugale per addebitare la separazione alla moglie , respinge il ricorso, con riguardo al quarto motivo dedotto dall’uomo, incentrato sulla richiesta di addebito per violazione del dovere di fedeltà. Sul punto, il Supremo Collegio considera decisiva la mancanza del tradimento negli atti processuali, così come ritiene corretto l’operato del giudice di merito, fermo nel ritenere che il ricorrente non avesse dimostrato la rilevanza causale della condotta della [moglie] nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza . Il fatto mi preme chiarirlo è che la moglie aveva intrapreso recte manifestato una relazione extraconiugale poco prima dell’udienza presidenziale nel giudizio di separazione un fatto del quale non si pone in dubbio la reale esistenza. Si tratta pertanto di capire anzitutto se quest’indicazione della giurisprudenza si debba considerare dal punto di vista sincronico o diacronico, ovvero se la valutazione del collegamento tra adulterio e rottura della pace coniugale possa e perciò debba aver riguardo all’attualità del giudizio, o piuttosto riferirsi allo stato della relazione tra moglie e marito così come introdotta nell’adire l’autorità giudiziaria. Di più, in materia di rilevanza causale, occorre approfondire in che accezione considerare la causalità, ponendo una collaudata distinzione tra causalità materiale/naturalistica e causalità psichica. Fuoco alle ceneri. Tradimento e causalità. L’avallo per la decisione n. 12392/17 è l’orientamento secondo il quale la pronuncia di addebito della separazione personale non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri coniugali di cui all’art. 143 c.c., essendo, invece, necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale riferimento a Cass. n. 18074/14 . Il richiamo alla causalità è punto chiave. In una prospettiva di causalità naturalistica, la situazione di tradimento sarebbe causa della crisi coniugale e ragione giustificativa dell’addebito se ed in quanto intervenuta precedentemente al manifestarsi di un’intollerabilità della convivenza. In alti termini, se il tradimento avviene a monte del dissesto coniugale e familiare lo si può tenere in considerazione, facendone motivo di addebito, altrimenti no. Ognun vede quanto una simile prospettiva cozzi con ragioni sostanziale di immediata individuazione le crisi coniugali hanno evoluzioni molto varie e turbolenze continue, tali che non si possa definire con automatismi di alcun tipo cosa sia causa e cosa effetto. La litigiosità tra marito moglie, spesso sfociante in episodi provvisti di rilevanza penale, non è facilmente definibile in termini di causa/effetto, come ad esempio non lo è, mutatis mutandis e da una visuale sincronica, un fatto di rissa. La categoria della causa, rispetto alla violazione del dovere di fedeltà, appare di per sé inadeguata. Ancor più se scegliamo la causalità psichica, che con le sue connotazioni imporrebbe la probatio diabolica su cosa abbia reso insopportabile la convivenza nella psiche del soggetto, massimamente di quello tradito. Sempre da una visuale di tipo sostanziale, del resto, l’ordinamento conosce molto bene procedimenti che si muovono sulle emergenze fattuali penso tra gli altri agli ATP in materia previdenziale e non v’è ragione per imporre un nuovo ricorso alla giustizia qualora emergano fatti nuovi come nel caso che ha dato spunto a queste riflessioni in grado di mutare il quadro di riferimento per le valutazioni del giudice. Di più, da un punto di vista sostanziale, in tempi in cui si parla sempre più spesso di abuso del processo, rendere necessario un nuovo ricorso al giudice per fatti verificatisi in corso di causa non sembra in alcun modo favorire una deflazione del carico giudiziario. L’amore non è mai troppo. Alla fin dei conti, però, il problema non è riducibile alla dimensione esegetica, ed involge piuttosto l’opzione per un diritto provvisto di categorie forti oppure di categorie deboli. In concreto, se la fedeltà è un elemento che il diritto prende in considerazione, è forse il caso che lo faccia in modo serio, al di là di costumi poco orientati a riconoscerla come valore centrale del matrimonio. Altrimenti, meglio espungerla dai doveri coniugali come qualcuno propone, ma non io . Riprendo liberamente un’efficace immagine del comico Roberto Benigni l’amore è come la morte, o sei morto o non lo sei non si può essere troppo morti così l’amore se c’è non è mai troppo. Per dire che la fedeltà è solo un’epifania dell’amore che lega due persone e che il diritto, nella misura in cui ha a che fare prima di tutto con persone, e massimamente nei rapporti di famiglia, non può disconoscere una connotazione valutativa che assegni significato a quello che siamo proprio come persone, che si realizzano le norme lo dicono molto bene anche nella famiglia, che è società naturale fondata sul matrimonio. Romanticismi a parte, svuotare di contenuto la categoria della fedeltà è un passo importante, al quale forse non si guarda con la dovuta cautela. Ragioni tecnico giuridiche a parte credo di averle indicate con sufficiente chiarezza, negli spazi contenuti a mia disposizione la creazione di categorie sempre più deboli, nel campo del diritto, può essere strumento per un’elusione delle norme, e dei principi fondanti la nostra collettività, che non credo possa auspicare nemmeno chi indulge all’adulterio.