La disciplina transitoria della ex Cirielli: un esercizio di interpretazione letterale

di Antonio Didone

di Antonio Didone Quando non era ancora giunto a conclusione l'iter legislativo di approvazione della legge delega di riforma dell'ordinamento giudiziario un noto giurista osservò che %& lt %& lt il progetto di sottoporre a controllo disciplinare l'interpretazione giurisprudenziale fa sorridere chi oggi vi rifletta con un bagaglio di letture appena adeguato& gt & gt Nappi . L'osservazione apparve ovvia alla gran parte dei giuristi, anche alla luce, tra l'altro, delle conclusioni di uno studio, non certo recentissimo, di un autorevole civilista secondo cui in claris o no semper fit intepretatio Perlingieri . L'approvazione definitiva della predetta legge delega di riforma dell'O.G. - in base alla quale, dopo opportuna modifica, non può formare oggetto di rilievo disciplinare l'attività dei giudici di interpretazione della legge ai sensi dell'art. 12 delle preleggi - e l'approvazione del noto emendamento alla c.d. legge Cirielli che ha rassicurato tutti i parlamentari circa la limitazione degli effetti di essa solo a determinati procedimenti in corso e non ad altri, suggeriscono un'esercitazione che consenta di verificare l'esattezza di quella conclusione raggiunta, con efficaci argomenti, dalla dottrina civilistica innanzi richiamata. E' bene premettere, altresì, che sarà volutamente pretermessa la scelta o il suggerimento dell'una o dell'altra soluzione interpretativa, proprio perché ciò che interessa è solo la dimostrazione dell'esattezza dell'osservazione scelta come incipit di questo breve intervento. La disposizione in questione è contenuta nell'ultimo comma dell'art. 10 del d.d.l. n. 3247-B, già approvato dalla Camera e in queste ore all'esame della Commissione Giustizia del Senato, ed è così formulata Se, per effetto delle nuove disposizioni, i termini di prescrizione risultano più brevi, le stesse si applicano ai procedimenti e ai processi pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge, ad esclusione dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché dei processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione . Ad una prima lettura - quella letterale irriflessa ben spiegata dal Guastini - il significato della disposizione appare chiaro tutte le nuove norme in materia di prescrizione non si applicheranno ai processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché ai processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione allorquando avranno come effetto quello di determinare una prescrizione più breve. Ma le disposizioni alle quali si riferisce la norma sono solo quelle che disciplinano ex novo la durata del termine prescrizionale comprese quelle relative alle circostanze oppure anche quelle che ne disciplinano in senso più favorevole anche la decorrenza es., per il reato continuato e la sospensione? Se è vero che si può discorrere di interpretazione letterale in almeno cinque sensi Guastini , nondimeno già sulla base dell'interpretazione letterale condotta alla luce del significato proprio delle parole usate dal legislatore così come prescrive l'art. 12 disp. prel. c.c., si può pervenire a diversi risultati interpretativi. Invero, il Guastini ci insegna che nell'uso delle regole semantiche - quelle cioè che reggono il senso e il riferimento di singoli termini - occorre distinguere tra termini del linguaggio comune e termini tecnici. Fra questi ultimi ci interessano, ovviamente, i termini tecnico-giuridici. L'enunciato centrale, ossia i termini di prescrizione risultano più brevi , rende necessaria l'individuazione del significato di termine . In proposito sappiamo che quando si tratta di attribuire un significato ad un lemma del linguaggio comune, il canone dell'interpretazione letterale impone il ricorso alle regole semantiche desumibili dai dizionari della lingua . Il teorico dell'interpretazione, però, ci avverte che assai raramente il significato comune è univoco e preciso Guastini . Nel nostro caso il problema è facilmente superabile scegliendo, fra le varie definizioni contenute nel dizionario, quella relativa al tempo , escludendo i riferimenti spaziali, e, in particolare, quello che si riferisce al lasso di tempo, perché non è concepibile un termine iniziale o finale più breve . Allora si assume questo significato comune di termine in alcune espressioni, piuttosto che puntualizzare il momento di decorrenza o di scadenza di un dato effetto, l'indicazione può valere per l'intero lasso di tempo che intercorre fra due avvenimenti Devoto-Oli . Nel caso nostro da un lato la commissione del reato e dall'altro il termine, finale, spirato il quale si verifica l'estinzione del reato. Se si assume come enunciato base da interpretare quello costituito dalle parole termine di prescrizione , trattandosi di termine tecnico-giuridico il canone di interpretazione letterale impone l'uso delle regole semantiche determinate, secondo i casi, o dallo stesso legislatore per i termini da esso definiti, o dalla dottrina Guastini . Mentre, però, né l'art. 157 c.p. né la sua rubrica Prescrizione. Tempo necessario a prescrivere contengono l'enunciato termine , un aiuto ulteriore può venire dalla contestualizzazione dell'interpretazione letterale, posto che l'art. 158 c.p. dispone che il termine della prescrizione decorre da certi momenti. Termine della prescrizione, dunque, può essere inteso come l'intero lasso di tempo che intercorre fra due avvenimenti e, nel caso nostro, il tempo complessivo che intercorre dalla commissione del reato sino al termine finale, spirato il quale si verifica l'estinzione del reato. Orbene, tornando all'enunciato dell'art. 10, comma 3, cit., la disposizione legislativa con le parole i termini di prescrizione risultano più brevi intende riferirsi ai termini di prescrizione come tempo necessario a prescrivere disciplinati ex novo in senso più favorevole dall'art. 157 c.p. e dai nuovi artt. 160 e 161 c.p. oppure al termine complessivo - comprensivo di sospensione e di diversa decorrenza iniziale fissata più favorevolmente per la continuazione - risultante dalla nuova normativa nella sua interezza? Il ricorso all'intenzione del legislatore - specie se si fa riferimento ai lavori parlamentari - non appare di nessun aiuto nella risoluzione del problema, posto che ciascun intervento dei parlamentari può essere inteso come riferito all'uno o all'altro del significato che può essere attribuito all'enunciato in questione. Certo, contestualizzando ulteriormente l'interpretazione letterale - anche se l'interpretazione letterale è propriamente quella a-contestuale Guastini - e restando nell'ambito dello stesso documento normativo in esame, ci si avvede che l'art. 6, comma 4, dispone che all'articolo 160, terzo comma, del codice penale, in materia di effetti dell'interruzione della prescrizione le parole ma in nessun caso i termini stabiliti nell'articolo 157 possono essere prolungati oltre la metà sono sostituite dalle seguenti ma in nessun caso i termini stabiliti nell'articolo 157 possono essere prolungati oltre i termini di cui all'articolo 161, secondo comma, fatta eccezione per i reati di cui all'articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale . Il termine della prescrizione, dunque, è implicitamente definito dal legislatore come tempo necessario a prescrivere . Pertanto, le disposizioni in virtù delle quali tali termini diventano più brevi e che quindi non si applicano ai processi in corso dall'apertura del dibattimento in poi sono quelle che fissano la durata del tempo necessario a prescrivere, non, dunque, quelle che ne disciplinano la decorrenza reato continuato o la sospensione non più di sessanta giorni oltre il tempo dell'impedimento della parte o del difensore . Non si può escludere, peraltro, anzi è prevedibile, che gli interpreti faranno ricorso ad altre tecniche interpretative per sostenere, in modo altrettanto plausibile, che l'art. 10, comma 3, si riferisce a tutte le nuove disposizioni dalla cui applicazione discenderebbe la determinazione di un complessivo termine di prescrizione più breve, per escluderne l'applicabilità ai processi pendenti nei quali non sia stato aperto il dibattimento. Ma ciò è proprio quello che si vuole sostenere in claris o no semper fit intepretatio .