Il rapporto con la FIAT di Pomigliano continua: tanti giorni di malattia, ma nessuna inidoneità fisica

Il datore di lavoro non può recedere dal rapporto né prima del superamento del periodo di comporto né senza accertamento dell’inidoneità fisica del lavoratore a svolgere le mansioni per cui è assunto.

Con la sentenza n. 1568, depositata il 23 gennaio 2013, la Corte di Cassazione ha confermato l’illegittimità di un licenziamento per troppi giorni di malattia. Licenziato per le assenze a singhiozzo. E’ dipendente FIAT presso lo stabilimento di Pomigliano d’Arco. La società lo licenzia per giustificato motivo oggettivo la frequenza, la cadenza e la durata delle assenze per malattia del lavoratore rendevano oggettivamente impossibile utilizzare proficuamente la sua prestazione di lavoro in relazione alle esigenze organizzative produttive dell’azienda . C’è inadempimento parziale? Il Tribunale riconosce la legittimità di tale provvedimento, in base all’art. 1464 c.c., che prevede la possibilità di recesso dal rapporto contrattuale nel caso di parziale sopravvenuta impossibilità all’adempimento. Non superato il periodo di comporto. La Corte d’Appello, su nuovo ricorso del lavoratore, ne ordina invece la reintegra. Le assenze sono state a singhiozzo ed il periodo di comporto non è stato superato. La CTU ha per di più accertato che il lavoratore è fisicamente idoneo per quel tipo di attività lavorativa. Non è peraltro emersa alcuna rilevanza particolare delle assenze sul piano organizzativo aziendale. La norma da applicare è l’art. 2110 c.c., per cui il datore di lavoro non può recedere dal rapporto senza il superamento del periodo di comporto o senza un’inidoneità fisica. Quale norma va applicata? La FIAT ricorre per cassazione, assumendo che non andava applicato l’art. 2110 c.c., perché le assenze non erano conseguenza necessitata della malattia o di uno stato patologico del lavoratore incompatibile con l’attività lavorativa . Nel rigettare il ricorso, confermando così la decisione della corte territoriale, la S.C. analizza i contenuti della norma civilistica contestata, ritenendo che vada applicata nel caso specifico. L’art. 2110 c.c. è una norma speciale che prevale sia sulla disciplina generale della risoluzione del contratto per sopravvenuta impossibilità parziale della prestazione lavorativa, sia sulla disciplina limitativa dei licenziamenti individuali. Il periodo di comporto è un periodo durante il quale il lavoratore ha il diritto di assentarsi dal lavoro per motivi di salute. E’ determinato dalla legge, dalla disciplina collettiva o dagli usi. In difetto di queste previsioni è deciso in via equitativa dal giudice. Quando viene superato tale periodo, il datore di lavoro ha il diritto di licenziare. Se il periodo di assenza è inferiore, i motivi di licenziamento devono essere correttamente giustificati. La FIAT doveva dimostrare in concreto i propri disagi organizzativi. La Corte d’Appello, in base a questi principi, ha correttamente rilevato che non risultano assenze ingiustificate a seguito di visita di controllo che non abbia confermato la patologia o non abbia reperito il lavoratore . Il datore di lavoro, nonostante adducesse le proprie esigenze organizzative, non ha in alcun modo dimostrato che le assenze dell’appellante fossero più rilevanti, a livello organizzativo, di quelle dei colleghi . Per questi motivi la Corte conferma l’illegittimità del licenziamento, rigettando il ricorso della FIAT.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 4 dicembre 2012 23 gennaio 2013, n. 1568 Presidente La Terza Relatore D’Antonio Svolgimento del processo Con sentenza depositata il 28 novembre 2007 la Corte d'Appello di Torino, in riforma della sentenza del Tribunale,ha dichiarato illegittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo di A S. dipendente della Fiat presso lo stabilimento di omissis . Il licenziamento era stato motivato dalla società dalla frequenza, cadenza, durata delle assenze maturate dal lavoratore che rendevano oggettivamente impossibile utilizzare proficuamente la sua prestazione di lavoro in relazione alle esigenze organizzative produttive dell'azienda. La società aveva comunicato che era, pertanto, venuto meno definitivamente il suo interesse a proseguire nel rapporto di lavoro in considerazione delle reiterate assenze per malattia che determinavano una prestazione di lavoro discontinua e non utile per l'azienda. La Corte territoriale ha osservato che le assenze erano state discontinue e a singhiozzo senza superare il periodo di comporto che il licenziamento non aveva connotazioni disciplinari e che non era stata accertata l'inidoneità fisica del lavoratore,ma anzi il CTU nominato dal Tribunale aveva accertato la possibilità del lavoratore di rendere la sua prestazione in futuro quale operaio generico di terzo livello. La Corte ha affermato, inoltre, che l'eccessiva mobilità dei dipendenti aveva assunto connotati di particolare rilevanza nello stabilimento di omissis , ma nessuna prova era emersa che le assenze dell'appellante fossero più rilevanti sul piano organizzativo di quelle degli altri che, quale licenziamento per giustificato motivo oggettivo, nessuna prova era stata fornita dal datore di lavoro nell'impossibilità di utilizzare altrimenti il lavoratore. La Corte, infine, discostandosi dalla decisione del Tribunale che aveva ricondotto la fattispecie all'art. 1464 cc, ha ritenuto applicabile nel caso in esame l'art. 2110 cc, norma speciale, con la conseguenza che il datore di lavoro non poteva recedere dal rapporto prima del superamento del periodo di comporto non sussistendo nella fattispecie un'inidoneità fisica del lavoratore sopravvenuta tale da far venire meno l'interesse del datore di lavoro alla prestazione. Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione Fiat Group formulando due motivi. La parte intimata non si è costituita. Motivi della decisione Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del disposto dell'art. 2110 cc in riferimento all'articolo 1464 c.c Lamenta che la Corte d'Appello era caduta in un palese vizio nell'individuazione della norma di legge applicabile costituita dall'articolo 2110 c.c. sul presupposto del suo carattere speciale rispetto alla norma generale dell'impossibilità sopravvenuta della prestazione, con conseguente preclusione al datore di lavoro di recedere prima del superamento del periodo di comporto. Rileva che la società aveva operato un recesso sulla premessa dell'inapplicabilità della disciplina di cui all'articolo 2110 cc sottolineando come ci si trovasse di fronte ad assenze che avevano assunto una frequenza, una cadenza e durata tali da rendere impossibile utilizzare proficuamente la prestazione di lavoro del dipendente in relazione alle esigenze organizzative produttive dell'impresa. All'esito della prova testimoniale e della consulenza medica era emerso chiaro fin dal primo grado che la discontinuità di presenza del lavoratore posta a base del recesso datoriale non era riconducibile all'articolo 2110 e ciò perché le assenze non erano conseguenza necessitata della malattia o di uno stato patologico del lavoratore incompatibile con l'attività lavorativa. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2110 cc in riferimento all'art. 3 L. n. 604/1966. Rileva che la società aveva denunciato lo scarso rendimento del lavoratore, l'impossibilità del suo normale utilizzo produttivo, essendo lecito presumere il ripetersi anche in futuro di un'analoga situazione il S. era soggetto inidoneo a rendere una prestazione accettabile e che, pertanto, non sussisteva l'obbligo del datore di lavoro del pati imposto dall'art. 2110 cc Le censure sono infondate. Questa Corte ha più volte enunciato il principio che la malattia del lavoratore, tanto nel caso di una sola affezione continuata, quanto in quello del succedersi di diversi episodi morbosi cosiddetta eccessiva morbilità , è soggetta alle regole dettate dall'art. 2110 cod. civ., che prevalgono, per la loro specialità, sia sulla disciplina generale della risoluzione del contratto per sopravvenuta impossibilità parziale della prestazione lavorativa, sia sulla disciplina limitativa dei licenziamenti individuali. Ne consegue che il datore di lavoro, da un lato, non può recedere dal rapporto prima del superamento del limite di tollerabilità dell'assenza cosiddetto periodo di comporto , il quale è predeterminato per legge, dalla disciplina collettiva o dagli usi, oppure, in difetto di tali fonti, determinato dal giudice in via equitativa, e, dall'altro, che il superamento di quel limite è condizione sufficiente di legittimità del recesso, nel senso che non è necessaria la prova del giustificato motivo oggettivo né della sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa, né della correlata impossibilità di adibire il lavoratore a mansioni diverse. cfr Cass. n. 1861/2010, n. 1404/2012 . Deve pertanto, affermarsi anche nella fattispecie in esame, nella quale non vi è stato superamento del periodo di comporto né accertamento dell'inidoneità fisica del lavoratore a svolgere le mansioni per le quali è stato assunto,ma risulta denunciato soltanto il fenomeno di malattie intermittenti, che l'incidenza delle assenze per malattia del S. è regolata unicamente dall'art. 2110 cod. civ. che si pone in rapporto di specialità, e quindi di deroga, sia rispetto alle norme degli artt. 1256 e 1464 cod. civ., sia rispetto a quella dell'art. 3 della legge 15 luglio 1966 n. 604. La Corte d'Appello si è attenuta ai suddetti principi facendone corretta applicazione. Ha rilevato che le assenze del lavoratore sono state discontinue, reiterate ed a singhiozzo,senza peraltro superare il periodo di comporto e senza dare origine ad alcuna contestazione disciplinare. Non risultano infatti assenze ingiustificate a seguito di visita di controllo, che non abbia confermato la patologia o non abbia reperito il lavoratore del resto l'effettività delle patologie è stata confermata, in sede di escussione testimoniale dal medico curante . La Corte ha, altresì, rilevato che il datore di lavoro non aveva in alcun modo provato che le assenze dell'appellante fossero più rilevanti, a livello organizzativo, di quelle dei colleghi pur essendo oggetto di contestazione l'impossibilità di utilizzare la prestazione lavorativa in relazione alle esigenze organizzative e produttive dell'azienda. Ha, quindi, concluso richiamando l'art. 2110 cc ed il suo carattere speciale rispetto alla norma generale dell'impossibilità sopravvenuta art. 1464 cc e sulla disciplina limitativa dei licenziamenti. Le censure della ricorrente non sono idonee, pertanto, ad invalidare la decisione impugnata con conseguente rigetto del ricorso. Nulla per spese processuali non essendosi costituita la parte intimata. P.Q.M. Rigetta il ricorso. Nulla per spese.