L’amministratore deve essere condannato, ma aveva tale qualifica? E le sue distrazioni sono state determinanti?

La qualifica di amministratore di fatto può essere dedotta, tramite testimonianze, anche dai rapporti tenuti con i fornitori. Dopo la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono sempre rilevanza.

Con la sentenza n. 733, depositata l’8 gennaio 2013, la Corte di Cassazione ha così confermato la sentenza della corte distrettuale. Fallimento e bancarotta. Una s.a.s fallisce. La socia accomandataria viene condannata per bancarotta fraudolenta. L’amministratore di fatto, dopo averla scampata in primo grado, viene condannato, per lo stesso reato, dai giudici d’appello, per aver distratto della merce, consegnandola alla ditta del fratello. Era amministratore? Ha causato il fallimento? Ricorre in Cassazione. La sua posizione di amministratore di fatto sarebbe stata erroneamente dedotta da testimonianze circa i suoi compiti relazionali con fornitori e clienti. Inoltre non sarebbe stato valutato il nesso causale tra le distrazioni da lui operate ed il fallimento della società. Gestiva l’attività commerciale amministratore di fatto. La S.C. rigetta il ricorso perché infondato. Le attività dell’imputato non erano limitate a compiti esecutivi, ma riguardavano la gestione dell’attività commerciale della s.a.s., posta in essere intrattenendo rapporti con i fornitori fino all’ultima fornitura . Le distrazioni sono distrazioni. Anche il secondo motivo è infondato. La sussistenza della bancarotta fraudolenta per distrazione può sussistere anche nel caso di comportamenti distrattivi idonei anche solo a recare offesa agli interessi della massa dei creditori, in ragione della perdita di ricchezza che gli stessi hanno determinato e della mancanza del riequilibrio economico medio tempore . La punibilità di tale condotta non dipende dalla circostanza che la stessa distrazione sia stata causa del dissesto, in quanto una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento i fatti di distrazione assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo siano stati commessi e, quindi, anche quando l’impresa non versava ancora in condizioni di insolvenza . Essendo poi un reato di pericolo, non importa che al momento della consumazione l’agente non avesse consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa per non essersi lo stesso ancora manifestato .

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 24 settembre 2012 8 gennaio 2013, n. 733 Presidente Zecca Relatore Palla Fatto e diritto S.G. ricorre avverso la sentenza 9.4.10 della Corte di appello de L'Aquila con la quale, in riforma di quella assolutoria, con la formula 'perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, del Tribunale di Pescara in data 21.12.07 ed appellata dal Procuratore generale, è stato ritenuto responsabile, quale amministratore di fatto della DECA s.a.s. società dichiarata fallita con sentenza , in concorso con la socia accomandataria non ricorrente D.C.A.S.R. , del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale e condannato, previa riconoscimento delle attenuanti generiche, alla pena - condizionalmente sospesa - di anni due di reclusione. Deduce il ricorrente, nel chiedere l'annullamento dell'impugnata sentenza, con il primo motivo violazione dell'articolo , comma 1, lette c.p.p. per non avere i giudici di appello individuato gli elementi sintomatici inerenti alla qualifica o alla funzione di amministratore di fatto, limitandosi ad indicare le testimonianze rese dalle dipendenti della DECA, da cui era emerso che il S. genericamente intratteneva rapporti con i fornitori, occupandosi delle modalità di acquisto e di pagamento della mercé negoziata con i clienti. Con il secondo motivo si deduce che, ove pure l'imputato avesse compiuto atti di gestione finalizzati alla distrazione, era errato ritenere, come aveva fatto la Corte territoriale, che nessun rilievo avesse la circostanza secondo cui le condotte distrattive non avevano efficacia causale rispetto al fallimento, in quanto - conclude il ricorrente - il reato in esame solo con l'apporto di un concreto contributo causale alla produzione del dissesto della società può essere riferito all'amministratore di fatto. Osserva la Corte che il ricorso è infondato. Con motivazione del tutto logica ed immune da profili censurabili in questa sede, la Corte aquilana ha dato conto degli elementi di prova concludenti nel senso di ritenere che S.G. era amministratore di fatto della DECA s.a.s Tale qualità è infatti emersa dalle testimonianze rese dalle dipendenti della fallita, le quali - hanno rimarcato i giudici di appello - del tutto concordemente hanno riferito di un'attività del S. che non si limitava a compiti esecutivi, ma riguardava la gestione dell'attività commerciale della DECA, posta in essere intrattenendo rapporti con i fornitori fino all'ultima fornitura avvenuta poco prima della cessazione dell'attività e finalizzata alla distrazione della mercé che, fatta consegnare presso un negozio dove si era insediata la ditta AEX del fratello del S. , era poi scomparsa, analoga sorte riservata - hanno perspicuamente evidenziato ancora sul punto i giudici di secondo grado - a tutti i beni strumentali della fallita e alle rimanenze di cassa, come accertato dal curatore fallimentare. Quanto al secondo motivo, in materia di bancarotta fraudolenta per distrazione può aversi motivazione anche implicita circa la idoneità dei comportamenti distrattivi a recare offesa agli interessi della massa dei creditori, in ragione della perdita di ricchezza che gli stessi hanno determinato e della mancanza di riequilibrio economico medio tempore Cass., sez. V, 12 gennaio 2007, numero e nella specie la Corte di merito ha appunto evidenziato, nel descrivere la condotta tenuta dal S. , la spoliazione dei beni della fallita con evidente pregiudizio per i creditori della stessa. La punibilità della condotta di bancarotta per distrazione non è poi subordinata alla condizione che la stessa distrazione sia stata causa del dissesto Cass., sez. V, 6 maggio 2008, numero , in quanto una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento i fatti di distrazione assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo siano stati commessi e, quindi, anche quando l'impresa non versava ancora in condizioni di insolvenza Cass., sez. V, 14 gennaio 2010, n. 11899 , né è rilevante, trattandosi di reato di pericolo, che al momento della consumazione l'agente non avesse consapevolezza dello stato di insolvenza dell'impresa per non essersi lo stesso ancora manifestato Cass., sez. V, 26 settembre 2011, numero , per cui anche il relativo motivo di ricorso è privo di pregio. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.