Diritto fallimentare, quindici motivi per rinviare la riforma

In una lettera inviata al Guardasigilli con un elenco dettagliato di obiezioni, il consiglio nazionale dei professionisti chiede di posticipare l'entrata in vigore della nuova normativa fissata per il 16 luglio

Rinviare la riforma del diritto fallimentare. È questa la richiesta contenuta nella lettera inviata lo scorso dal presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, Mario Damiani, al ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Del resto, si legge nella missiva, il prossimo 16 luglio entrerà in vigore la parte più rilevante della riforma contenuta nel D.Lgs 5/2006, voluta dal precedente Governo e predisposta in tempi ristrettissimi e realizzata con una tecnica legislativa assolutamente carente dovuta ad un sommario innesto della riforma nell'ambito della legge del 1942 con il sistema della novellazione . Nella lettera vengono indicati in 15 punti i motivi per i quali il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti chiede il rinvio dell'entrata in vigore della riforma. È necessario limitare la nomina a curatore ai professionisti iscritti in albi, anche in forma associata, in ragione della natura pubblica della funzione e della complessità dei compiti non riducibili alla sola attività gestionale-liquidatoria. Tuttavia, nel fallimento bisogna evitare la possibilità per l'adunanza dei creditori di provocare la sostituzione del curatore, al fine di assicurare l'autonomia e l'indipendenza dello stesso nell'esercizio della sua funzione pubblica restituendo così piena effettività alla nomina e alla revoca rimesse al contraddittorio davanti alla sola autorità giudiziaria. Il Consiglio nazionale dei commercialisti propone anche di modificare la disciplina dei rapporti tra comitato dei creditori e curatore così da assicurare un'effettiva autonomia e indipendenza del curatore rispetto a un organo di controllo quale è il comitato. Inoltre, secondo Damiani, bisogna incoraggiare l'emersione tempestiva delle procedure concorsuali alternative al fallimento attraverso l'introduzione di idonei meccanismi di allerta e prevenzione, all'interno delle società prevedendo anche l'impiego dell'iniziativa officiosa del giudice. Bisogna anche inserire, hanno continuato i commercialisti, ulteriori criteri alternativi o cumulativi per l'individuazione del parametro soggettivo di cui all'articolo 1 della legge fallimentare così da evitare che per l'accertamento del piccolo imprenditore non fallibile permangono l'eccessiva difficoltà e la discrezionalità di accertamento con i soli due criteri introdotti che, per la natura essenzialmente contabile, restano difficilmente eludibili . Le società di capitali, però, vanno escluse dalla categoria dei piccoli imprenditori. Il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti punta anche sull'introduzione di misure idonee a evitare la paralisi delle procedure, disciplinando più puntualmente i compiti degli organi del fallimento, data l'attuale confusa promiscuità delle funzioni e l'assenza di un idoneo criterio che delimiti la rispettiva sfera di azione. Damiani ha chiesto anche di semplificare e coordinare i termini introdotti per gli adempimenti del curatore prevedendo un aumento temporale degli stessi per evitare sovrapposizioni che impediscano la realizzazione delle operazioni più complesse. È necessario, però, parificare la disciplina relativa ai creditori privilegiati nell'ambito del concordato preventivo e di quello fallimentare, anche con un eventuale soddisfacimento parziale che tuttavia salvaguardi le posizioni dei creditori titolari di interessi costituzionalmente rilevanti da individuarsi da parte del legislatore e non arbitrariamente dal debitore . Del resto, bisogna anche parificare nel concordato preventivo senza classi i diritti dei creditori dissenzienti, in modo da evitare disparità di trattamento rispetto all'ipotesi di concordato con classi di creditori. Tuttavia, i commercialisti consigliano di modificare la disciplina penalistica, ora totalmente trascurata, a vantaggio della certezza delle iniziative, soprattutto di soluzioni stragiudiziali della crisi d'impresa. Ma non solo. Damiani esorta anche a estendere la disciplina dell'esdebitazione, con opportuni limiti relativi a tipologie di crediti, anche ai garanti dell'imprenditore fallito. Infine, è necessario adeguare il nostro ordinamento alla disciplina comunitarie per le insolvenze dei gruppi di imprese e società. Senza dimenticare di estendere la disciplina della transazione fiscale, applicabile agli imprenditori commerciali in concordato preventivo, a tutti i debitori che richiedono l'accordo di ristrutturazione dei debiti ex articolo 182bis della legge fallimentare. Modifiche e rinvii a parte non ci resta che attendere gli ulteriori sviluppi. cri.cap